Questo nuovo romanzo della
scrittrice senegalese Ken Bugul sorprende il lettore abituato al suo narrare di impianto
autobiografico, di cui in Italia sono noti esempi preziosi, come Dall’altra parte del cielo, e il fortunato e attraente La ventottesima moglie. Qui lo sguardo esce dal proprio sé
individuale e tutto femminile per spostarsi su un paese e un continente
chiamati con nomi fittizi ma trasparentemente allusivi al Senegal e all’Africa
in generale. I protagonisti – una famiglia composta di padre, madre
(innominati, quasi a rimanere dei tipi) e di due figli maschi, Mosè e Zak –
partono dal villaggio di Birlane di dove sono originari e approdano tutti,
seguendo il padre che apre la strada, alla
capitale Yakar (cioè Dakar) ove rimangono prigionieri di quel tragico
sogno di riscatto che possiede tutti gli africani nel romanzo, il sogno di far
fortuna nella città e poi al Nord, sfuggendo alla morsa di una situazione
degradata e abbandonando il mondo rurale ormai distrutto.
Il primo a intraprendere il
viaggio verso Yakar a bordo del mitico Orario, il bus che porta verso la città,
è il padre, Ba’Mosè, che dopo aver visto naufragare tutte le speranze nate
all’epoca dell’indipendenza e della liberazione dall’occupazione coloniale
(cioè dei “vecchi padroni”, spiega il romanzo) grazie alla corruzione e
all’incapacità delle élite postcoloniali (i “nuovi padroni”), sfumate tutte le
sue possibilità di guadagnare da vivere per sé e per i suoi, si accoda
all’ondata dell’emigrazione, diventando uno di quelli “che sono partiti”.
“Bisognava assolutamente fare qualcosa – si dice – bisognava partire, andare a Yakar o
altrove, purché si partisse. Per non morire di vergogna”. L’uomo è accasciato
dai rovesci finanziari, dalle tristi condizioni di salute della moglie assai
malata, ed è amareggiato dal fatto che il tanto atteso figlio maggiore, Mosè,
in cui aveva riposto immense speranze, mandandolo a studiare filosofia nella
capitale, anziché fare carriera e ottenere successo, sia ritornato al villaggio
povero in canna, a predicare la necessità di una rivolta impossibile e di una
rigenerazione totale. Mosè è figura della giovane generazione di intellettuali
delusi e amareggiati, perseguitati da un regime che non ha più nulla di
ideologico ma è soltanto una consorteria di corruttele e collusioni che tiene
insieme una nuova classe di sfruttatori.
Il padre Ba’Mosè, giunto in
città, verrà inghiottito dal risucchio malefico della capitale degradata e
finirà sfruttato e asservito, a rovistare senza fine nel gigantesco mucchio di
immondizia che è ormai diventata Yakar; qui lo raggiungeranno in sequenza
inarrestabile gli altri componenti della famiglia, che come lui diverranno
schiavi e vittime senza speranza del
mucchio di rifiuti che si innalza in direzione di una mitica Gerusalemme.
A tenere insieme questa
storia di atroce decadimento progressivo
v’è il filo d’oro della moneta magica, amuleto che la madre ha ereditato da
un’ava e che affida al marito in partenza per la città: alla fine quest’orrido
universo di povertà e servitù si tiene insieme in una visione salvifica
affidata proprio alla mitica moneta d’oro (forse immagine della speranza), che
dovrebbe un giorno guidare la marcia del popolo oppresso dopo che un terremoto,
le cui scosse preliminari già si avvertono, abbia fatto saltare in aria la
montagna dei rifiuti di Yakar popolata da ombre di reietti sopravvissuti a ogni
sogno e speranza di dignità e redenzione.
Il romanzo è una protratta,
violenta invettiva contro l’ingiustizia e la follia dell’uomo contro l’uomo, un
attacco insieme visionario e realistico al sistema di sfruttamento di cui è
preda il mondo e a cui soggiacciono, per ignavia, incapacità e debolezza,
oppure per perfidia e volontà di sopraffazione violenta, tutti gli esseri
umani. Ma è soprattutto una denuncia lucida e durissima del fallimento delle
indipendenze postcoloniali in Africa, del tradimento delle classi dirigenti e
del loro asservimento a un materialismo integrale, a una sete sconfinata di
potere, che oggi si servono di demagogie pseudoreligiose e manovre ricattatorie
per perpetuare lo sfruttamento. Il racconto prende le mosse da una solida
intelaiatura storica in cui si collocano le vicende della famigliola di Birlane
e dei suoi compaesani e compatrioti, a
partire dai moti anticolonialisti scoppiati fra le due guerre mondiali e
dall’azione di una leva di ardenti intellettuali libertari, per passare agli
anni Sessanta, quando “le lotte erano finite ed era incominciata la
negoziazione”, ma poi “i problemi e le difficoltà si erano moltiplicati e la
lotteria nazionale che era entrata nelle abitudini della gente sotto le mentite
spoglie dello sviluppo sociale, aveva rovinato tutti”. Alla fine, “a Birlane e
negli altri villaggi del paese tutto si andava degradando, e gli abitanti,
frastornati dalla maledizione portata dagli anni Sessanta, non reagivano più.
Se ne stavano lì, inerti, poi, un giorno, alle prime luci dell’alba, se ne
andavano a uno a uno per non fare più ritorno. Scomparivano per sempre verso
ovest, verso Yakar”. Ma l’ondata della fuga si amplia nel romanzo e porta gli
africani a muoversi verso il miraggio del nord, dell’Europa e dell’occidente
ricchi ove salvarsi e ricostruirsi
un’esistenza: anche qui, un nuovo disastro, poiché le schiere di migranti
periscono travolti dalle barriere, dai mari e dagli oceani, ma ancor più della
ineluttabilità di un disastro di portata cosmica. La voce di Ken Bugul si
unisce a quella di altri scrittori e artisti africani che hanno lanciato
terribili avvertimenti ai connazionali e al mondo intero, prefigurando mondi
distopici e catastrofi che ingoieranno l’intera umanità, come la montagna di
rifiuti che torreggia sopra Yakar: basti pensare alle aspre ammonizioni del
regista Sembène Ousmane, ai mondi rovesciati di Andourahman Waberi, alle
grottesche e amarissime rappresentazioni di Ahmadou Kourouma – fra gli altri. E
il livello mitico visionario non impedisce alla scrittrice di analizzare con
feroce precisione i mali del suo popolo e del suo tempo, descrivendoli con
acutezza, e chiamando in causa anche l’occidente, in una storia comune che oggi
incombe sull’umanità tutta.