El Ghibli - rivista online di letteratura della migrazione

i panorami del contemporaneo - eleonora fiorani

adam vaccaro

I panorami del contemporaneo - Eleonora Fiorani
Lupetti - 2005
pp. 240, 18,50 €

Difficile trovare un testo capace di immergerci così intensamente e immediatamente nella complessità contemporanea. Eleonora Fiorani riesce a farlo anche perché nell’arco degli ultimi dieci anni – con la serie di saggi pubblicati e l’approfondimento dei temi – ha affinato qualità e stile della sua scrittura. Ha reso sempre più trasparente e transitiva in primo luogo la sua passione della conoscenza e la tensione a comunicare, a mettere in comune, dunque a creare e ricreare una comunità, luogo e senso tra i più smarriti/minacciati nel contesto contemporaneo. Necessità che dovrebbe essere il nucleo motore di chi si occupa di letteratura, e che non è sempre rintracciabile tra i tanti testi (in prosa e in poesia) oggi proposti.  

La passione della conoscenza della Fiorani viene trasmessa perché tende a coinvolgere la totalità del corpo, i sensi oltre che il Senso, con utilizzo di immagini e invenzioni verbali che invitano a sentire prima di capire. Per questo scatta il coinvolgimento, mentre dipana e riannoda nei territori delle “sue” discipline (semiotica e antropologia) una geografia di linguaggi che vanno dalla Moda al Design, dall’Architettura alle Scienze cognitive, dal richiamo e utilizzo di forme dell’espressione sonora e visiva (musica, pittura, fotografia) alla comunicazione in Rete, all’economia ecc.; non per innalzare cattedre enciclopediche ma per fruire di strumenti e supporti necessari all’immersione nelle dinamiche interattive tra oggetti spazi e corpi – intesi come soggetti e oggetti che costituiscono il panorama contemporaneo del capitalismo globalizzato. 

Impossibile trattare tale materia senza un approccio interdisciplinare, da cui deriva un atteggiamento generale di umiltà conoscitiva, unica arma che resiste alle pressioni tendenti a ridurci da soggetti attivi a oggetti passivi delle dinamiche “in cui il nuovo è più pregnante e dirompente”. Lo stile appassionato e lucido, compatto e liquido, di questa scrittura trasmette tale senso complessivo perché l’Autrice ha incorporato a fondo ciò che dice a proposito del “milieu” territoriale, inteso come ”sistema dotato di specifica identità”; precisando con A. Berque (1990) “il carattere ambiguo del termine, che significa, infatti, ‘intorno’ e ‘centro’: non si identifica con l’ambiente, che è la totalità che ci circonda, ma indica ciò che sta nel mezzo…definibile solo in termini relazionali”: “i milieux territoriali, con il loro carico di conoscenza, socialità, competenza” possono essere “i veri protagonisti”, “se riescono a reinventarsi alla luce delle logiche della globalizzazione”. Che “contemporaneamente enfatizza e dissecca i locali”.

Il messaggio è chiaro e può essere rivolto al territorio, alle comunità specifiche come ai singoli soggetti: occorre “reinventarsi” continuamente la propria identità entro il territorio mobile delle innovazioni vere o fasulle proposte dalla globalizzazione. Occorre essere ugualmente mobili, essere contemporaneamente bordi e centro, farsi “territorio, che non è più solo scenario e semiosi, ma attore a tutti gli effetti”, in cui la “globalizzazione presenta…volti diversi”, senza “modelli preconfezionati” o “un modello unico di metropoli postmoderna”, in cui “Micro e macroprogettualità si moltiplicano e si intersecano interessando tutti gli aspetti della realtà: dai sistemi economici alle forme di comunità, dalle vite ai soggetti.”

Questo testo di Eleonora Fiorani non descrive dunque come ineluttabile l’esistente, moltiplicando passività e disperazione, ma utilizza le conoscenze come lievito per immaginare ruoli non rassegnati e possibilità non contemplate, per quanto possano apparire aleatorie, difficili e utopistiche. Così, se le azioni di “gentrificazione (da gentry, nobiltà)”, volte a riqualificare quartieri, aree industriali dismesse e centri storici, per trasformarle in “aree-vetrina” turistiche e commerciali, o per soddisfare esigenze di “gruppi sociali ad alto reddito”, può essere immaginata una gentrificazione motivata da ben altre ragioni umane.

  “Emerge un mondo eterogeneo che non è fatto solo dalle potenti logiche delle imprese trasnazionali… che colonizzano i nostri desideri e i nostri sogni, ma dai soggetti e dalle comunità locali” che possono innescare altre logiche. Purché nel territorio della “città infinita…’un labirinto…che non arriva mai al suo confine estremo’ (E. Rullani, 2004)”, i soggetti continuino a ricercare e rinnovare “la propria identità”, a non farsi ridurre a oggetti simulacrali da oggetti-merce che tendono a porsi come veri soggetti entro quella “zona confusa che i teorici della complessità chiamano ‘l’orlo del caos’”, se non rinunciano a pensare che “il nuovo può accadere e venire riconosciuto”.

Credo che qualità della tessitura testuale e apertura progettuale siano collegate in un punto profondo, che sta nell’aver fatto proprî da parte dell’Autrice i portati di alcuni filoni delle scienze cognitive e della “novità della seconda cibernetica rispetto alla prima riferita ai sistemi osservati”. Novità consistente nel fatto capitale che “La conoscenza viene riferita non al soggetto classico della filosofia o della coscienza, ma al vivente”. “Ciò comporta che l’osservatore venga incluso nel sistema e il sé sia posto in relazione col non-sé”, che “Vivente e ambiente nascono e coevolvono (o involvono, ndr) insieme, e così è per il sé e il mondo del sé”.

Il riferimento è ovviamente a Francisco Varela e al suo “concetto di enazione (dal verbo inglese to enact, far emergere, suscitare), che acquisisce il senso di ‘azione incarnata’”, che comporta “la solidarietà tra sensazione, percezione, esperienza, azione, sulla cui base si formano gli schemi cognitivi”. Schemi che poi si traducono in emozioni e/o pensiero creativo-emozionale, che trovano forme complesse in questo o quel linguaggio algoritmico e che sembrano scaturire per partogenesi dalla parte alta della mente, mentre sono il frutto che mai sboccerebbe senza le lingue dei sensi. La solidarietà richiamata da Fiorani è ciò che io chiamo Adiacenza tra i vari livelli corpomentali, fondamento per me della ricerca espressiva –  in ogni ambito e in particolare in quello poetico – capace di essere complessa e transitiva (si veda il mio libro di saggi Ricerche e forme di Adiacenza, Asefi, Milano 2001).

Le acquisizioni che con i più diversi contributi hanno prodotto negli ultimi vent’anni la coscienza della “centralità” del “corpo dei sensi” hanno posto la necessità e portato a un “mutamento di episteme, che sta rifondando l’epistemologia quanto la semiotica” in ogni campo. Porre al centro di ogni ricerca la totalità del corpo e il suo “polisensualismo” conduce a istituire un corpo poliverso e non uni-verso, che confligge con ogni dualismo (mente/sensi, anima/corpo, spirito/carne ecc) della cultura, filosofica o religiosa, occidentale. Dunque, “L’emersione del nesso inscindibile mente-corpo, vivente-ambiente, portata…dalle epistemologie della complessità, ha mutato, già negli anni Ottanta, il concetto di conoscenza e quello di ragione”, rendendo inadeguata e non “capace di dar senso al mondo” “una visione tradizionale delle emozioni che distingue tra livello viscerale e livello riflessivo”.

Il corpo è una rete interconnessa all’interno e con l’esterno, è un testo che non viene dal nulla e non va verso il nulla, che non può essere tagliato a fette e che può essere com-preso o non preso affatto, in cui ogni linguaggio non verbale attende ancora di essere adeguatamente gentrificato quale profondo “criterio della vita” Possiamo dire che “solo sviluppando” tale “rigorosa consapevolezza…visuale e testuale della conoscenza occidentale possiamo sperare di conferire senso a come la vita è vissuta in altri contesti culturali” (cit. da D. Howes, 1991). A partire dal corpo singolo, occorre dunque “ripensare i corpi, tutti i corpi: dei soggetti umani, della società, del mondo”.

È esemplare che tali estensioni siano ottenute analizzando (nella Parte quarta del libro) i mutamenti intervenuti nella progettualità del Design. L’approccio di Fiorani è lo stesso di tutti i cultori di ogni disciplina che hanno capito la necessità inderogabile di interagire e alimentarsi oltre gli steccati specialistici, arricchendo a partire da ogni centro o orlo del caos il mutamento in corso, che pure confinato in ambiti ristretti, trae e ritrasmette sollecitazioni vitali allo stesso quotidiano “interrogandosi sui modi in cui il sapere speculativo fa leva sulle logiche del sensibile”, cercando di “superare ogni dualità: calcolo/passione, scienza/arte, comportamentismo/ cognitivismo, algoritmi digitali/viscerali”, “elaborando modelli e figure nuove, quali “corpo-mondo“, “corpo-oggetto”, “corpo-mente” che pongono la necessità di un percorso di ricostruzione del senso, visto che è il corpo e non altro la fonte di “un punto di vista sul mondo”.  

Un mondo diviso e al tempo stesso interconnesso, sempre sul punto di esplosioni e collassi epocali: tra ambiente e insediamenti, tra dominati e dominanti, che crea megalopoli con vasti non-luoghi in cui è difficile percepire il senso di una comunità, in cui le identità (non solo dei migranti) si misurano con border-line e  margini dai confini indefinibili, tra fulgori reali/virtuali di ricchezza senza pudore e buchi neri di orrori e miseria senza fine. È la “metropoli globale” entro la quale l’Autrice ci lascia con l’immagine (percepita quotidianamente) di “corpi e… soggetti in fuga, che abitano transitando”, l’orlo del caos in cui il cerchio non può essere chiuso. È la frontiera che non è solo quella dell’Africa e di ogni Sud del mondo, è la “frontiera” che “sta diventando la condizione di tutti noi”. E che ci chiede in ogni momento di ricominciare “Tutto da capo” (Rivista che Eleonora Fiorani dirige dal 2003).

 

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