L’ultima fatica
di Milton Fernandez, che si sta segnalando a Milano perché ha iniziato a
lanciare l’anno scorso nella metropoli lombarda un “festival della
Letteratura”, con discreto successo (
iniziativa che pur priva di ogni
sostegno economico si è affermata per la ricchezza e molteplicità degli eventi),
è
questo testo edito nel gennaio 2013 dalla casa editrice da lui fondata. Immediatamente è da dire che il romanzo è
molto bello sia per la ricchezza delle riflessioni a tutto campo su
molte problematiche sia per la struttura organizzativa che è sapientemente
modellata su più tempi narrativi, su flashback, su più spazi che si distendono,
si aggrovigliano e intersecano ai tempi narrativi. Più tempi, più spazi, più momenti narrativi
che possono raggrupparsi in quattro nuclei fondamentali: l’amicizia del
narratore, di cui non si conosce il nome, con Tiago (Santiago), nata fin da
quando frequentavano la scuola media superiore; la loro esperienza di
opposizione alla dittatura che in Uruguay si era instaurata in quegli anni, con
le durissime esperienze di tortura, leggere le sue, devastanti dell’amico; la
storia d’amore del narratore, emigrato in Italia, con una collega sposata; la storia d’amore di Tiago, anche lui emigrato in Italia con
contraddizioni, contrasti, esperienze conflittuali che lo segnano ancor più
duramente di quanto non l’avesse segnato la
tortura subita da parte del potere dittatoriale uruguaiano.
Le tematiche
anch’esse molteplici si dispiegano nelle storie ma anche al di fuori di esse in
commenti, in riflessioni, in considerazioni.
Alcune di esse sono chiare e immediatamente leggibili, come quella della
migrazione, o dell’insofferenza verso qualsiasi dittatura politica, altre sono
più nascoste e quasi intuibili più che percepite.
La migrazione:
scelta per necessità, “se restare in questo paese vuol dire vivere in
quest’angoscia, allora è meglio che te ne vai”, dirà la madre all’io narrante,
ma poi diventata definitiva perché ad un certo, quando ritorna brevemente al
suo paese, egli comprende che non è più
partecipe della comunità uruguaiana. “Alcune [ ragazze del suo paese d’origine] mi sorridono e
dimostrano disponibilità. Mi fa piacere ma mi riempie anche di malinconia. E’
la dimostrazione tangibile della mia
estraneità, del mio irreversibile addio a una terra alla quale non appartengo
più”. La migrazione non è mai un fatto temporaneo, chi ha emigrato una volta,
difficilmente riesce ad riinserirsi nella comunità d’origine. Il mal d’Africa, il mal d’America, il mal
di…, dirà in un suo racconto Kossi Komla Ebri, entrano nel sangue del migrante
che così continuerà a espatriare, ad andar via. Anche l’altro personaggio
importante del romanzo di Milton Fernandez , Tiago, quando potrà disporre di
una somma grande quanto quella che guadagnerebbe in un anno, pur pensando alla
possibilità di rientrare in Uruguay per
poterci vivere anche quattro anni senza alcuna preoccupazione, ci rinuncia consapevole della lontananza
della sua vita con quella del suo paese d’origine.
L’insofferenza
verso qualsiasi dittatura: Tiago e il personaggio narrante lo hanno
visceralmente sperimentato al primo accenno d’essa in Uruguay nei primi anni
’70. Poi la loro lotta al regime militare con i mezzi dell’informazione e
infine l’esilio del personaggio narrante e successivamente di Tiago, portato in
Italia per intervento internazionale. Questi torturato rimane segnato in
maniera indelebile per la morte a causa delle violenze subite dalla sua ragazza
Rita ad opera degli aguzzini del regime.
Un altro tema che
emerge è quello relativo al dramma che un aborto porta dietro di sè colpendo non solo la donna che l’ha deciso,
ma anche il potenziale padre di quella creatura in gestazione. Tiago, questo
padre, sembra non riuscire a sopportare questo gesto ed entra in una crisi profonda da
cui non si riprenderà e che sarà la concausa della estrema decisione finale. Il narratore non si sofferma ad indagare gli
effetti sulla potenziale madre ma quelli sul potenziale padre, che man mano
perde le sue già fragili sicurezze.
Il romanzo, che
in sé è la narrazione di due storie d’amore, si arricchisce enormemente per i
riferimenti politici alle vicende politiche dell’Uruguay negli anni ’70,
all’accenno della lotta dei Tupamaros; si arricchisce per le molte
considerazioni su varie tematiche, come ad esempio quella sul silenzio, sulla
morte, sulla vita, sull’innamorato, sulla contingenza degli avvenimenti che poi
diventano parte indissolubile del nostro destino. Ma, come detto all’inizio è
la struttura del romanzo con il variare del tempo, con lo strapazzarlo,
disarticolarlo secondo l’esigenza dell’io.
E’ un io narrante che si sdoppia perché a volte è Tiago, altra è il suo
amico che narra e racconta perché Tiago, come già all’inizio aveva detto, non
ci sa “fare con le parole”, ed è perciò che affida all’amico un suo diario che
diventa la base per poter costruire la sua storia.
L’altro aspetto
significativo è dato dalla struttura linguistica, con articolazioni sintattiche
ellittiche, inusitate, con neologismi e terminologia a insolita, sperimentale
in qualche tratto nel tentativo di fondere spagnolo e italiano. E’ un romanzo
che regge ad una seconda e ripetuta lettura per scoprirne i più reconditi
gioielli letterari.
30 luglio 2013