È
davvero difficile raccontarvi di questa magnifica graphic novel nata dalla
penna e dall’intelligenza di Craig Thompson; ricordatevelo bene questo nome,
perché l’Italia l’ha appena scoperto, ma lui ha ancora molto, molto da dire e
da disegnare.
Vincitore
di quattro Harvey Awards, due Eisner Awards e due Ignats Awards per le sue
strepitose graphic novel, Thompson è un tipo tutt’altro che choosy, come racconta lui stesso, e
prima di raggiungere il successo come grafico e romanziere, ha fatto di tutto: "Ho
guidato trattori, raccolto balle di fieno, allevato bestiame, coltivato radici
e bacche di ginseng… Ho lavorato al McDonald's e come commesso di un grande
magazzino, e mi è capitato di scroccare del cibo. Non avevo la macchina, ma
solo una bicicletta sgangherata e uno skateboard con un teschio sopra. Ora,
purtroppo, possiedo una macchina che uso soprattutto per andare sulla costa a
fare surf. Lo skateboard è impolverato ed è dimenticato in fondo ad un
armadio".
I
suoi genitori sono dei "Born again Christian", letteralmente: cristiani rinati, cioè dei fedeli
fondamentalisti di religione protestante, forse è per questo che Thompson si
muove così bene tra i passi biblici e crea con facilità nessi con le Sure del
Corano, il testo sacro dell’Islam che racconta e illustra con maestria in Habibi.
Attraverso
un paesaggio tentacolare ed epico fatto di deserti, harem e grattacieli si
fanno spazio i due protagonisti: Dodola e Zam, fuggiti dalla schiavitù alla
quale li avevano costretti i predoni del deserto. Lei – bellissima - è un inno
alla femminilità, si muove sinuosa tra le pagine, salva la vita al piccolo Zam,
nero come i discendenti di Cam, il figlio maledetto di Noè; per lui sarà madre,
sorella, maestra, amica e anche amata. Zam invece, per lei è semplicemente il
suo indimenticato habibi, termine
arabo per dire l’intimità dell’amore, traducibile con “amore mio”.
Siamo in
un Medio Oriente nel quale Thompson mescola con facilità antico e moderno, convivono
in questo libro sultani di harem viziosi, caotici suq, schiavi e carovanieri
insieme al traffico e all’inquinamento della grande metropoli. L’effetto è
straniante per il lettore, e come se non bastasse, la storia non segue un
percorso lineare nel tempo ma si contorce come la lettera ب (baa’)
dell’alfabeto arabo, riprendendo continuamente il filo del passato per meglio raccontare
il presente.
Habibi ci consegna una storia
d’amore di grande intensità che è anche una parabola sul nostro rapporto con il mondo, una favola ecologica che
gira attorno al tema attualissimo dell’acqua, quest’oro
trasparente che è motivo di guerre e ingiustizie infinite, ma mette in luce
anche lo straordinario patrimonio
comune al Cristianesimo e all'Islam grazie ad una narrazione potente e al
tratto denso e drammatico di Thompson.
Di lui Zadie Smith ha detto
sull’Harper’s
Magazine: “HABIBI è un'impresa notevole di
ricerca, cura e inchiostro nero, e
ci ricorda che tutti “popoli del Libro"[1], nonostante la divisione delle loro tradizioni individuali,
condividono un mosaico di storie".
Il
tratto pulito eppure lussureggiante di Thompson è in grado di catturare i più
spaventosi e strazianti dettagli dei destini dei coraggiosi personaggi, il
riferimento al grande classico della letteratura araba, le Mille e una notte è fortissimo, come forte è la tentazione di
leggerlo tutto d’un fiato, di arrivare subito alla fine, perdendosi dentro la
splendida calligrafia araba che rende ogni pagina un’opera d’arte.