El Ghibli - rivista online di letteratura della migrazione

l'étreinte des rimes - rime abbracciate - cheikh tidiane gaye - maria gabriella romani kouacou

giuliana nuvoli

L'étreinte des rimes - rime abbracciate - Cheikh Tidiane Gaye - Maria Gabriella Romani Kouacou
L'Harmattan - 2012
pp. 86, 11,50 €

   Rime abbracciate è una raccolta di versi in cui molte cose si intrecciano fra loro e restano saldamente unite. In primo luogo gli autori, Cheikh Tidiane Gaye e Maria Gabriella Romani Kouacou: lui nato in Senegal e naturalizzato italiano, anzi milanese; lei nata a Roma e trasferitasi in Costa d’Avorio. Più lungo e straniante il cammino di Cheikh; un tragitto più breve, ma solo se riferito allo spazio, quello di lei.

    Poi la lingua: italiano e francese a fronte, in modo ingannevole come nelle traduzioni. Ma qui la poesia viene ri-pensata e ri-scritta ora nell’una, ora nell’altra lingua, in un rimando specchiato che istituisce una sorta di gara tra le due…. Infine la materia e lo stile, che impongono una lettura separata che, questa volta terranno le poesie distinte e lontane.

   Nella lirica di Tidiane Gaye due elementi sono ravvisabili da subito: la consapevolezza della scrittura e la misura epica della narrazione. Il primo elemento è presente in apertura, in una lirica che è un chiaro enunciato di poetica (La mia poesia):

 

La mia poesia si canta

sotto lo splendore della luna

canta le stagioni

predica e segue il vento delle canzoni

scivola negli angoli remoti

e nei corridoi dei suoni e dei ritmi.

 

   La poesia è suono che si diffonde, potentemente legata alla natura e dotata di una fisicità autonoma. È rumore e movimento. Ma, in quanto legata alla natura, è anche colore:

 

La mia poesia è una voce ma non urla

un suono che traccia il cammino dell’amore

un pennello che pittura il cuore della parola.

[…]

La mia poesia si disegna

dipinge

scolpisce

 

 

Parola e immagine sono intrecciati fra loro in un percorso che assume da subito una misura epica:

 

 

La mia poesia […]

tradisce il rancore e l’odio

traduce le righe delle mie mani

i sentieri del mio destino

e l’incenso delle melodie.

 

   Quella misura che ha il suo modello più celebrato e sicuro in Léopold Sédar Senghor e nell’esaltazione della “negritudine”. Un mot de passe, un segnale di riconoscimento di un popolo ancora in lutto (Patria):

 

          Hanno ridotto in cenere le nostre anime

Terrificato i nostri sguardi

Frantumato i nostri specchi

Incendiato il nostro sangue.

[…]

I troni erano bruciati, le nostre credenze calpestate

Le lune orfane partorite nelle notte infedeli.

 

 

    La storia del popolo nero, che ha dovuto nutrirsi di violenza, devastazione, schiavitù e soprusi, continua  a lasciare un segno profondo, come quando Jean Paul Sartre scriveva: “Il nero cosciente di sé si presenta ai suoi propri occhi come l’uomo che ha preso su di sé tutto il dolore umano e che soffre per tutti, anche per il bianco”. E’ una sorta di narrazione cristologica quella di Tidiane Gaye, imbevuta di memorie che, all’orecchio dell’uomo occidentale suonano come citazioni bibliche :

 

Dico e ribadisco: “smettete di bagnare le mie corde,

smettete di avvelenare le mie terre e di liquefare il mio ferro”

 

   Una memoria davidica, parrebbe: poi ci si rende conto che i Salmi e questa poesia attingono dalla stessa fonte, quell’Oriente carnale, misterioso, sensuale e simbolico che ha dato vita al Cantico dei Cantici. Una fonte da cui pare attingere la splendida Nima – Roga

 

Il tuo corpo biondo

La tua altezza gazzella

I tuoi occhi uovo

La tua bocca mi copre dal freddo.

 

 

Nima,

quando parli

nasce l’allegria, la tua voce è canto

cantare, cantano i tuoi occhi, sei il sapore della notte

che offre il calore del fuoco e la fiamma della luna.

 

   Lirica che si chiude con un distico di grande musicalità:

 

Nima,

il sole che richiama la tua ombra

è carezza sul mio petto incantato dal tuo profumo

 

che, però, solo in lingua francese si stempera in pura melodia:

 

Nima,

le soleil appelant ton ombre

est caresse sur ma poitrine enchantée par ton parfum.

 

   L’amore per la donna, l’amore della donna; l’amore della madre. Facce diverse di un medesimo prisma che si nutre di fisicità calda e colorata (Madre):

 

Sei un fiore

Il gambo, la gemma, l’albero

Il peso dei miei sogni

Si sbilancia sui palmi delle tue mani sobri.

 

   La rappresentazione della figura materna avviene secondo un codice di perfetta compenetrazione con la natura: ma la madre (la donna) è altro ancora: è la depositaria delle storie; è l’orecchio che ascolta; la mente che comprende; il cuore che consola. E’ colei con la quale è possibile l’intimità assoluta e la fusione delle anime:

 

Ho prestato alle mie orecchie le tue inquietudini

Ho bevuto le tue parole

I tuoi mali sono diventati le mie vertigini

Ho condiviso i chiarori di tutti i soli

Di tutte le notti

Delle ore.

 

   Il registro lirico si insinua, così, fra quello epico, utilizzato quando la materia è la storia della sua gente, e quello lucido e più discorsivo, utilizzato quando le dichiarazioni si poetica si fanno urgenti e imperiose. Ma, alla fine, il lettore si accorge che è proprio questo, quello più congeniale a Tidiane Gaye, come mostra Vita:

 

La vita è una parola

la parola può diventare un’arpa per l’anima

ogni parola può essere una luna

la vita è:

il linguaggio che l’orologio non conteggia.

   E’ una lettura strana, quella a doppio registro linguistico: l’occhio vaga dal testo in lingua italiana a quello in lingua francese in modo occasionale, discontinuo, talora impreciso. Ma, quando più a lungo si indugia sul secondo, un altro modello balza agli occhi: Arthur Rimbaud. Non è mai possibile stabilire quanto diretti, consapevoli, voluti siano  gli esiti della vischiosità della memoria. Ma è certo che suoni, colori, aspetti visionari della poesia all’area rimbaudiana sono ascrivibili (J’ai vu):

J’ai vu le temps converser avec l’espace

J’ai vu l’ombre courtiser la parole

La parole brodée de fragrances

Je me revêts de ma langue

Je me mouille de la salive de mes anciens

Du bâton de leur sagesse

Je lève la voix de la vérité.

Je me fais la circonférence du verbe

Point d’interférence

Ton éloquence ma référence

Je calcule l’angle des syllabes

Je fais le compte des pieds,

Le diamètre de mes vers

Est la braise qu’illumine mes chants

Et que réchauffe la flamme tiède et douce des étoiles.

Enfin, je peins chaque parole.

Qui doute de mon existence?

 

Moi!

Je suis.

 

 

   Affermazione cartesiana, che rivendica con forza come vera risposta al dubbio e alle domande sulla ragione d’esistere, la vera risposta sia il prodotto artistico: in questo caso ciò che indubitabile resta, è la poesia.

 

   Più omogeneo è il tessuto della poesia di Maria Gabriella Romani Kouacou: questa volta la madre lingua è quella italiana, in cui si muove con più fluidità e maestrìa.  Il suo registro privilegiato è quello lirico; la materia della sua poesia è prevalentemente onirica. Ma in un senso  suo proprio: i suoi sono i sogni dei fanciulli; i sogni delle creature innocenti che si muovono nei boschi incantati delle fate (Bosco incantato):

 

Mi ha sedotto la voce del vento

che lieve ha bisbigliato:

 

Non voltarti

Non fermarti

Seguimi.

 

L’ho seguito cantando nel bosco

Ma i passi leggeri

hanno ferito i miei piedi

ai rovi acuminati.

 

All’ombra del grande albero

ho poggiato il mio capo

per cercare riparo

all’alito del sole

 

E il bosco ha parlato

Al mio cuore incredulo:

 

Voci di gnomi, risa di fate

sussurri di ruscelli, canti di fiori

 

Il cervo mi ha donato i suoi occhi

Il leone il suo cuore

 

 

   Linguaggio, dunque, tra l’immaginifico e il simbolico: dove la personificazione giuoca un ruolo da protagonista perché non vi è separazione tra le specie e i generi degli esseri che si muovono sulla terra. Un animismo che la Romani ha sicuramente assimilato in Africa, perché alimento primario di quella cultura. Il suo amore per quella terra è scoperto e dichiarato (Madre Africa):

 

Dalle lontananze dei tempi

mi hai amata

 

Terra d’Africa

Terra rossa

Terra Madre

 

Dal bosco sacro

Dal possente tronco del baobab

Dal prodigioso eco dei tam tam

Ho udito il tuo richiamo.

 

Più morbido del karité

Più vellutato del mango.

 

   “Terra Madre”: questa clausola definisce in modo irrevocabile il rapporto che si è creato con quella terra, che non si è ancora lasciata devastare e mettere in schiavitù dall’uomo. Che reca ancora i segni forti di una storia che chiede rispetto (Figlio mio):

 

Ho evocato paesi lontani

Storie di sogno

Magiche epopee.

 

Figlio mio

Nato in terra d’Africa

Figlio di mondi diversi

Figlio dell’avvenire

 

Sia lieve il tuo passo

Rispettoso

Sulle terre dei tuoi antenati

 

Sia gentile il tuo verbo

Delicato

Nell’unire i nostri canti

 

 

   Registro squisitamente lirico, dicevamo: dove gli affetti rappresentano la materia che nutre la poesia. Affetti di madre, di figlio, d’amico. E d’amante (Innamoramento):

 

Cerco nei tuoi occhi

le melodie sinuose

di tramonti stranieri.

 

Nelle tue mani

la carezza bruciante

del vento del deserto

 

nel tuo cuore

il nostalgico sogno

della luce.

 

 

 

    Poesia fluida, quella della Romani, che scivola come l’acqua fra le dita. Fatta di versi brevi: privilegiati il quaternario, il quinario, il senario, con rare concessioni al decasillabo e rarissime al principe dei versi italiani, l’endecasillabo. Quale viaggio ha compiuto, per scrivere con questa grazia leggera? Certo, verso l’Africa. Ma è come avesse attraversato il Mediterraneo, fermandosi a Mitilene, e avesse assorbito il miele della poesia di Saffo (Luna piena):

 

E’ piena la luna

stanotte

 

Colma di sussurri

di echi e dolcezze

 

Colma di segreti

di silenzi

e magie.

 

Dispiega Afrodite

il diafano velo di seta

su uomini e cose.

 

E si acqueta il cuore

rapito dall’incanto.

 

  

   Bella, questa piccola lirica, che genera un incanto sospeso e prezioso. Come si può ritrovare anche nell’incipit de La sera del dì di festa di Leopardi (grande debitore di Saffo), o nel duetto finale del primo atto di Madame Butterfly di Illica e Giacosa, ma reso struggente dalla musica di Puccini.

 

   Un intreccio, dunque, riuscito, in questo libretto di versi, che scorre via, emoziona e trasporta in un altrove che è così vicino eppure così poco conosciuto: “in una terra, l’Africa, da cui tutto pare aver avuto inizio. Anche la poesia.”

 


Maggio 2012

           

 

 

 

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