El Ghibli - rivista online di letteratura della migrazione

fra oceani - iyara bagala

francesco cosenza

Fra oceani - Iyara Bagala
Zedda - 2008
pp. 76, 13 €

Fra Oceani di Iyara Bagala (pseudonimo di Yolanda Parra) è uscito nel 2009 nella collana La Riflessione di Davide Zedda, piccolo editore di Cagliari. Lo smilzo libretto (di sole 77 pagine) riporta in copertina la dicitura STORIE VERE come specifica condizione della collana. Questa qualifica di genere ci riporta ad una dimensione autobiografica, ma di un tipo alquanto speciale. Lo si potrebbe definire sfogo, liberazione, flusso ininterrotto di coscienza. Di coscienza vigile e appassionata, vitale e prorompente, un fiume in piena che ha divelto gli argini e fecondato e vivificato il territorio circostante. L’autrice vive dal 1989 a Bologna - tranne una parentesi tra il 1995 e il 2001 in cui è ritornata in Colombia - e scrive direttamente in italiano.

 

Nella dedica iniziale ringrazia ‘Daniela e Yarmila per la preziosa collaborazione nella revisione dell’italiano’ indicando così un lavoro di editing rispetto al risultato finale. Non si sa però quanto profondo e invasivo è stato questo intervento. Bisognerà approfondire l’aspetto della scrittura di questa scrittrice che dice di se stessa di essere ‘nata in un luogo meraviglioso, alla riva di un fiume straripato una notte di giugno, quando la pioggia e la tormenta mi davano il benvenuto a questo mondo’ (p. 44). La necessità dell’approfondimento è data anche da ciò che l’autrice dichiara nel suo blog:

 

Ringrazio chi ha letto queste pagine con la disponibilità di cogliere le sfumature di un italiano nuovo, che attraverso un esercizio linguistico e sociologico travagliato, ci racconta le sue, le loro, le nostre, le vostre, le mie emozioni. Ci sono degli errori voluti, nell’intenzione di far capire le difficoltà che gli ‘hispanos hablantes’ hanno con la grammatica italiana, fra cui le doppie, la declinazione della prima persona singolare del condizionale presente e certi modi di dire che rimangono incollati in molti immigranti, creando una specie di ‘patois’ linguistico, tra l’italiano e lo spagnolo. L’uso continuo di questo ‘dialetto’ e l’impossibilità o il rifiuto di parlare uno spagnolo ‘pulito’, è stato correlato a problemi riguardanti l’identità culturale e il processo di transculturalizzazione, che incide maggiormente su alcune persone, dipendendo dal grado di scolarizzazione e interrelazione con il mondo esterno e di socializzazione con la nuova cultura (la sottolineatura è mia).

 

Un prima domanda ci si può porre rispetto a queste pagine scritte in un efficace slang italiano: in che quantità gli errori sono voluti, e in che misura è intervenuto il dichiarato lavoro di editing da parte di Daniela e Yarmila? Questa domanda è fondamentale per capire quali sono gli intenti profondi di Iyara: cosa vuole comunicare e a chi? Anche un colto lettore medio italiano può avere la tentazione di abbandonare il libro dopo alcune pagine, poiché da nessuna parte del testo o del paratesto lo si avvisa della volontarietà degli errori. E ciò sarebbe un’occasione persa.

 

Solo i letterati specialisti - docenti, insegnanti, operatori culturali con spiccate attitudini all’ascolto dell’altro - possono superare il fastidio delle doppie dimezzate o raddoppiate e andare aventi fino alla fine del pur breve testo. Non sembrano del tutto convincenti le parole precedenti dell’autrice. Lo spagnolo e l’italiano non sono così distanti da giustificare i tanti errori degli ‘hispanos hablantes’ quando scrivono. In Italia, a seconda delle regioni le doppie sono normalmente pronunciate in modo diverso. Ma nella scrittura si cerca di scriverle correttamente. Tranne quando sono voluti e organici all’ordine del discorso.

 

Altro sarebbe – e ciò giustificherebbe gli errori – se lo scritto fosse indirizzato al teatro o al cinema. Allora l’effetto di straniamento causato dal parlato sgangherato porterebbe a un di più comunicativo e a una comicità irresistibile. Ci sono scrittori immigrati, anche da ambiti linguistici più distanti dall’italiano, che scrivono nella lingua di Dante meglio di molti autoctoni. Qualche nome a caso: Gezim Hajdari e le sue poesie perfette, Miahi Mircea Butcovan e la sua prosa ironica che nulla ha da invidiare ai romanzieri nostrani; e in ambiente ispano-lusofono i nomi sono così tanti che farne qualcuno si fa un torto agli esclusi. Ma di getto mi vengono in mente Vera Lucia de Olveira, Christiana de Caldas Brito, Julio Monteiro Martins, il cui italiano non ha praticamente bisogno di editing.

 

Ancora una osservazione sulla scrittura – che in realtà meriterebbe un approfondimento ulteriore – per dire che nel colloquio a distanza tra madre (Iyara) e figlia (bimbos de mamos) l’autrice ha operato un inversione di senso facendo parlare un italiano approssimativo alla figlia, mentre il suo eloquio è in un italiano senza sbavature. Qui la scelta, la suggestione il senso che vuole comunicare l’autrice è il ribaltamento di ciò che avviene normalmente in Italia. Sono i figli degli immigrati i primi mediatori culturali per i propri genitori. Infinite sono le occasioni in cui adulti stranieri in Italia da dieci, venti anni e più si fanno aiutare dai loro figli nelle semplici o complesse operazioni quotidiane, come fare la spesa o un documento all’anagrafe, usufruire dei servizi delle biblioteche pubbliche o fare una pratica amministrativa. Parentesi personale. Lavorando in una biblioteca di pubblica lettura di Milano osserviamo ogni giorno questa operazione deliziosa che fanno i bimbetti stranieri nei confronti dei genitori: alcuni timidamente tirando per la giacchetta il papà o la mamma, altri più spavaldamente rimproverandoli di non capire, traducono per noi le loro esigenze, usando un italiano con inflessioni milanesi.

 

Ma il libro – a prescindere da questi aspetti linguistici – merita di essere letto e apprezzato perché rivela un’anima inquieta, dolce e selvaggia, umile e ribelle. L’io narrante si muove tra gli oceani e non è fittizio: è l’autrice che in tutta la sua autoconsapevolezza racconta la propria vita in un flusso altalenante in cui il presente, dolce e amaro, si mescola al ricordo; in cui il passato, impregnato di colombianità, si mescola al presente con le sue sfide e forti contraddizioni; e tutto ciò a concorrere all’ispirazione creativa. Ispirazione creativa sostanziata dalla vita, traducendosi in un colloquio continuo con il suo uomo, con sua figlia, bimbos de mamos e, nelle pagine finali, con se stessa.

 

Il racconto ha moduli variegati nel dipanare il suo intreccio: si passa dal tono affabulatorio quando rievoca il passato colombiano allo stile giornalistico - di forte denuncia – quando descrive le condizioni sociali e la situazione politica della Colombia; dal tono lirico quando evoca i mitici popoli colombiani alla scrittura antropologica quando narra la ‘Costituzione della Natura’ dove natura è scritta proprio con la N maiuscola. L’autrice sembra lanciare un grido di dolore per le loro attuali tragiche condizioni, spesso a rischio di estinzione, a causa dell’intervento selvaggio delle multinazionali assettate di un malsano profitto (attenzione: non si vuole passare sottotraccia che possa esistere un profitto sano).

 

C’è vita vera, profondamente sentita, intensamente vissuta, in queste pagine. Essa si evince già dal primo capoverso:

 

Sono state diverse le notti in cui anziché dormire facevo dei lunghi viaggi cercando di scoprire in qualche filo sospeso all’infinito, la causa di questo viaggio permanente. Ho iniziato una ricostruzione spazio-temporale dei sogni in movimento, ho fatto i conti aiutata dalle dita di entrambe le mani e mi sono resa conto che non mi bastavano per contare gli anni dal mio arrivo in Italia (p. 7).

 

Per Iyara Bagala fare i conti significa l’urgenza di raccontare la sua infanzia felice, libera e selvaggia, nei pressi del suo amato fiume; la ricerca di libertà vagheggiata nel suo primo matrimonio; lo scontro con l’universo maschile, gretto e arcaico, che la porterà alla rottura col marito; la troppo stretta gabbia di moglie e madre; la sete di conoscenza con conseguente iscrizione all’università; l’emancipazione definitiva dal primo marito; la lotta per l’indipendenza personale e l’amore per la saggezza degli anziani colombiani.

 

La sua passione civile si ritrova nella forte denuncia contro la ‘Occidental Petroleum Corporation’ (Oxy, una delle sette sorelle) la cui ‘installazione di pozzi petroliferi nella Laguna de Lipa ha provocato la totale alterazione dei sistemi naturali di drenaggioprovocando tra l’altro ‘il processo di disintegrazione socio-culturale di numerose etnie Guahibos … espulse dai territori ancestrali per trasformarsi in mendicanti alcolizzati nei municipi del dipartimento’ (p. 28). L’enumerazione di questi popoli colombiani da parte dell’autrice rivela una forte volontà di protezione, quasi come se il nominarli bastasse a prolungarne la vita! A salvarli dall’estinzione!

 

E quindi qui - per fare un piccolo ma doveroso omaggio a Iyara (forza viva della Madre Terra) Bagala (piccolo frutto dalla corteccia bordò e dalla polpa arancione, alimento tradizionale degli U’wa) - riportiamo tutti i nomi dei popoli colombiani da lei citati: U'wa, Muiscas, Kogui, Arhuacos, Wiwas, Kankuamos, Wayuú, Zenú, Emberá, Inga, Nukak-Macu, Paeces, Pastos, Awá, Huitotos (p. 23); Sikuani, Betoyes, Macahuanes o Hintu, Hitanù o Iguanitos, Dome Jiwi (p. 28). Questi sono solo una piccola parte degli 84 popoli indigeni che parlano ben 64 lingue ancora vitali, ma a rischio di estinzione.

 

Ma fare i conti significa anche misurarsi in tensione continua ed estenuata con l’Italia e le sue paure; coi pregiudizi e con gli stereotipi; con la grettezza e l’arroganza di molti italiani. Nelle prime pagine infatti troviamo tratteggiato un figuro che esemplifica quanto di peggio possa produrre l’abiezione umana. L’individuo emerge in tutta la sua stupidità in una frase quasi innocua, anzi sorridente, forse ironica:

 

Mi diventava difficile sopportare questo personaggio, si vantava di parlare tante lingue, secondo lui correttamente tanto quanto parlava lo spagnolo, senza rendersi conto che non faceva altro che masticarlo. Davanti a tanta prepotenza, ridevo tra me e me sentendo il suo frequente ‘non lo seo’, prodotto da una strana fusione fra l’italiano ‘non lo so’ e lo spagnolo ‘non lo se’ (p. 8).

 

Il libro è smilzo ma denso e meriterebbe altra ampiezza di resoconto. Intanto si spera che nelle prossime prove l’autrice faccia una scelta più radicale e coraggiosa. Scrivere in italiano perfetto, creando registri linguistici diversi nel rappresentare i vari tipi umani, con caratteri ben delineati, con propri tic, con inflessioni dialettali e linguistiche forti, meticcie, ibride, creole, con errori involontari e non voluti. In ogni caso, per adesso, buona lettura.

 

Milano 07-03-2011 (f.c.)

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