Migrare dall’Italia del primo Novecento
verso terre ignote oltre oceano era, come è noto, un’esperienza trascendentale
e commovente sia per chi partiva, sia per chi rimaneva ad attendere notizie da
un mondo così distante, non solo geograficamente.
Fiumi di lettere, cartoline e qualche
fotografia tentavano di accorciare le distanze rendendo ancora più intensa l’esperienza
dell’emigrazione. Molti scritti, attraversando ogni genere letterario, sono
stati prodotti in queste esperienze migratorie nel trascorso di tutti questi
anni. Grazie a ciò, molto si sa di questa emigrazione, ma anche dai racconti
diretti degli stessi protagonisti che anni dopo sono tornati in patria o che
non sono più tornati, per scelta o per impossibilità.
L’opera Pianura Migrante è un’inchiesta
geostorica tra Emilia e Argentina che trascina subito il lettore dentro la
memoria dei migranti italiani e dei loro discendenti, toccando tutte le corde
emotive e sociali delle storie che ancora si annidano nei loro ricordi.
Dalla scrittura di Antonio Canovi,
storiografo e autore dell’inchiesta, traspare un personale coinvolgimento nelle
storie a lui raccontate dagli emigrati in Argentina. Un coinvolgimento tale che
gli permette di approfondire le proprie conoscenze non solo dell’Italia
migrante lasciata alle spalle, ma anche quelle relative all’Argentina stessa,
percorrendola lungo i quattro punti cardinali e raccontando, in tutta la sua
dimensione geostorica, il paese che fu e quello che è oggi, visto dagli occhi
degli italiani di Argentina. Una conoscenza e un’emozione che Canovi subito
trasmette al lettore, con una stesura letteraria armoniosa e generosa fatta di
racconti raccolti e arricchiti da acute osservazioni man mano che si cala nelle
viscere di quella società italo-argentina, del sud del Sudamerica.
La proposta dell’inchiesta matura
nell’ambito comunale di Castelnovo di Sotto, in Reggio Emilia, dopo la crisi
socioeconomica che colpì gli argentini nei primi anni del nuovo millennio; si
tratta di un “progetto di ricerca-azione sui flussi migratori che hanno
interessato l’area geografica di questi comuni |…| impegnando a più voci il
progetto Argentina chiama Italia nei
confronti dei connazionali in Argentina” (p.9).
L’inchiesta, scritta accuratamente, mette
il lettore di fronte a diversi aspetti del vissuto migratorio, quasi come
esperienze personali, e lo porta a riflettere sull’Italia non più emigrante, le
partenze, bensì immigrante, gli arrivi. Esperienze che portano al cambiamento
degli italo-argentini, ad esempio dal punto di vista linguistico, per cui
ancora “si parla dialetto, salvo scoprire che il vocabolario diventa un altro;
|…| assunta e interpretata |in Argentina| come un esperanto universale” (p.24);
si assiste al frantumarsi delle certezze di appartenenza a una tradizione
inamovibile, con quel “gesto di partire |che| finirà per trasfigurare anche il
principio di realtà di originario” (p.25), dove “le filiere migratorie,
piuttosto che aggregarsi in una trama endogena (parentale, paesana,
professionale) restano sostanzialmente ‘aperte’ all’apporto di altre culture e
lingue, sia nei matrimoni misti sia nella varietà della professione” (p.64),
superando gradi di difficoltà nella convivenza tra culture in una società dove
l’autore si è “fatto l’idea di un luogo privilegiato dove studiare la
‘pluriappartenenza’ e le relazioni di memoria tra le generazioni” (p.64).
Testimonianze dirette, dunque, riprese in
quasi le ventiquattro provincie federali che compongono