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roba da donne. emancipazione e scrittura nei percorsi di autrici dal mondo - silvia camilotti (a cura)

laura nascimben

Roba da donne. Emancipazione e scrittura nei percorsi di autrici dal mondo - Silvia Camilotti (a cura)
Mangrovie Edizioni - 2009
pp. 294, 15 €

Il volume propone una serie di contributi legati dalla riflessione sulla narrativa femminile come luogo di autoconoscenza e di analisi della realtà attraverso lo sguardo delle donne, a cui rimanda anche l’immagine in copertina.

Il titolo rivela subito le coordinate del testo. Roba da donne privilegia un’ottica di genere attenta alla condizione femminile e individua la scrittura come forma di emancipazione «nei percorsi di autrici dal mondo», cioè nelle esperienze filtrate dagli occhi di donne immigrate, di figlie di migranti e di donne viaggiatrici, da includere nell’accezione ampia – senza frontiere e confini – di autrici ‘in movimento’.

Nell’allestire i testi Silvia Camilotti adotta una formula ibrida che prevede l’accostamento di interventi scientifici di studiosi con diversa formazione disciplinare, a una serie di racconti e testimonianze che integrano e arricchiscono i saggi teorici, offrendo la possibilità di un approccio diretto alla parola delle scrittrici. L’opera così diventa pregevole fonte di lettura sia per studiosi di ambito accademico sia in ambito scolastico, e si dimostra uno strumento concreto per «una didattica interculturale della letteratura» (p. 13).

Il volume presenta una prima sezione chiamata «Storie di donne» e una seconda sezione dedicata a «Donne che scrivono per le donne». I titoli suggeriscono una struttura aperta e segnalano il dialogo che si instaura in modo trasversale tra i vari contributi.

La prima parte si apre con un racconto di Cristina Ubax Ali Farah seguito dai saggi critici, mentre la seconda sezione, dedicata all’antologia di testi di Christiana de Caldas Brito, Laila Wadia e Clementina Sandra Ammendola, si chiude con un’intervista di Camilotti a Dacia Maraini. In posizione chiave, il colloquio con Maraini impreziosisce il libro con una serie di spunti sulla visione della scrittura come impegno militante e su come la condizione femminile comporti un particolare «modo di guardare il mondo» (p. 275) che contraddistingue la narrazione delle donne.

Il racconto Fare la guerra a un intimo, di Ubax Ali Farah, è dedicato, come spiega l’autrice nella nota di chiusura, al «rapporto tra intimità e violenza» (p. 25). La scrittura sembra intesa come luogo di fuga da più guerre civili rappresentate sia dal ricordo del dolore vissuto in passato e sia dal conflitto vissuto nella nuova realtà, per cui la pagina diventa uno spazio per meditare sulle diverse forme di violenza che si possono incontrare, come suggerisce Gnisci, «a partire dal demone del taglio della migrazione» (p. 55).

Raphael d’Abdon propone un approfondimento sulla spoken word art, una forma d’espressione delle scrittrici sudafricane post-apartheid che si ricollega ad alcuni aspetti della tradizionale poesia orale africana, ancora vitale nelle zone rurali, per raccontare le storie delle comunità urbane, dove la vita delle donne è continuamente minacciata da violenza, povertà, hiv e disoccupazione. Si tratta di una forma di poesia che nasconde un’anima collettiva dietro il nome di autrici singole. Oltre che essere molto apprezzata dal pubblico, tale poesia è diffusa non solo attraverso la stampa ma anche con registrazioni audio, diventando così un mezzo difficilmente censurabile, per questo adatto a segnalare il dramma di una realtà politica che tende sempre di più a marginalizzare i diritti e la dignità delle donne sudafricane.

Armando Gnisci dedica un vero e proprio omaggio a Chris, ovvero alla voce di Christiana de Caldas Brito, e tratteggia un ponte ideale con la seconda parte del volume. Il critico per prima cosa si sofferma su alcuni concetti cardine dello stato di scrittore/scrittrice migrante che ha vissuto una condizione di ‘taglio’ di una vita e di ‘trauma’ dentro a una nuova vita. Procede ribadendo la distinzione tra gli autori di prima generazione che «si sentono translingui, traduttori e mutanti», e quelli di seconda generazione, che sono invece «figli tradotti e mutati» (p. 64) per fissare le basi di ogni possibile riflessione sulla letteratura della migrazione. In seconda battuta si rivolge agli autori migranti suggerendo la lettura di uno scrittore come Kafka, che si è sentito straniero nella sua terra a causa del suo «translinguismo cubico (ceco, ebraico tedesco)» (p. 61). Dedica poi spazio al significativo progetto di de Caldas Brito, la quale ha pubblicato un manuale di scrittura creativa (Viviscrivi. Verso il tuo racconto, San Giovanni in Persiceto, Eks&Tra, 2008). Egli la ritiene un’iniziativa che dimostra da un lato la straordinaria forza di emancipazione di questa scrittrice, dall’altro come un’autrice migrante e translingue possa andare incontro ed educare la nostra cultura.

I saggi di Ricciarda Ricorda e Ilaria Crotti aiutano, come suggerisce Camilotti nell’Introduzione, a mettere in luce un «ulteriore trait d’union in Roba da donne: la demistificazione della logica noi-loro» (p. 11) attraverso la rispettiva presentazione di due donne viaggiatrici, Cristina Belgiojoso e Elena Dak, le quali offrono con i loro testi una particolare visione del mondo, che invita ad annullare le distanze con i popoli orientali che hanno conosciuto. Entrambe le viaggiatrici, in epoche diverse, sono state capaci di individuare le specificità di culture altre e di evidenziarle nei loro testi cercando di incontrare e descrivere la diversità osservata in modo costruttivo.

Raffaella Baccolini si concentra sul ruolo che la scrittura assume nella rappresentazione della memoria della Shoah da parte di tre scrittrici ebreo-americane, Cynthia Ozick, Rebecca Goldstein e Lesléa Newman, mentre il saggio di Tiziana Plebani chiude la sezione «Storie di donne» con una panoramica storica sulla scrittura delle donne e sulla conquista del loro ruolo di autrici.

Nella seconda parte del volume, dal profilo che Christiana de Caldas Brito fa precedere a una scelta di suoi racconti affiorano alcune problematiche centrali della scrittura migrante. De Caldas Brito rammenta lo «sradicamento», il «mal di patria» (p. 254), per usare le parole di Wadia, il trovarsi «tra un qui e un là […] tra un prima e un dopo, tra due luoghi diversi, con un pensiero che ora si aggrappa a una lingua, ora ad un’altra» (p. 211), la coscienza di possedere un punto di vista in grado di indagare la realtà con occhi diversi, alternativi rispetto a chi la vive da sempre come quotidianità e non come luogo precario e ‘traumatico’, fino alla difficoltà del ritorno in patria dopo aver sperimentato l’«altrove» (p. 213). Così la ricerca narrativa parte dal «conflitto tra le parole della lingua d’origine (parole cariche di emozioni e ricordi) e quelle della nuova lingua (parole sprovviste di un coinvolgimento personale)» (p. 212), e finisce per mettere in luce l’apporto creativo dato dalla componente plurima della scrittura translingue. Ecco il caso specifico di Clementina Sandra Ammendola la quale nel termine migrola raccoglie la consapevolezza di un’identità in divenire, e spiega: «Migrola è chi vive e studia la migrazione per necessità; chi percorre e mantiene viva la memoria. Forse migrare è una sfida ingeniosa, mutante e senza fine. Forse si è migrola per sempre» (p. 261).

Come aiuta a comprendere Camilotti (p. 7 e 13), da tutte quest’esperienze e riflessioni si definisce il quadro di una scrittura vissuta come pratica sociale condivisa da donne migranti e straniere, autoctone e in movimento, e allo stesso tempo, come strumento di promozione e d’incontro con l’altro.

 

N.B.Laura Nascimben, che ha recensito questo testo, è dottoranda in Scienze linguistiche e letterarie (XXIV ciclo) presso l’Università degli Studi di Udine e si è laureata in Filologia e letteratura italiana a Venezia nel 2007. I suoi interessi di ricerca si concentrano sul plurilinguismo letterario di area friulano-veneta nel secondo Cinquecento e in epoca contemporanea.

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