Il tema del ritorno al paese natale appare all'inizio del percorso delle
letterature postcoloniali, quando ancora nel campo francofono si parlava di
littérature nègre e già fra i classici si citavano
i romanzi di Camara Laye e Cheikh Hamidou Kane.1
Il Cahier
d'un retour au pays natal di Césaire aveva già imposto il modello
di un viaggio canonico, dalle ex-colonie alla Francia e ritorno, come passaggio
obbligato di una piena riscoperta dell'identità dopo la necessaria
acquisizione degli strumenti occidentali di riflessione, scrittura e
rivendicazione, le armi miracolose che avrebbero riscattato i popoli
colonizzati da anni, se non secoli di alienazione. A dire il vero, lo studioso
Mohammadou Kane aveva subito osservato che l'itinerario di tanti personaggi
dell'emergente letteratura africana, di fatto, prendeva a prestito il percorso
degli eroi di tanti racconti ed epopee della tradizione orale in cui il futuro
eroe intraprende un percorso dove, superando prove su prove, la sua iniziazione
a vero uomo si compie, ed egli otteneva quelle ricchezze simbolo delle
conoscenze acquisite, del rispetto verso la tradizione e il suo linguaggio
esoterico, dunque dell'iniziazione riuscita2. Racconti
dichiaratamente iniziatici come Kaidara e Njeddo Dewal di Amadou
Hampaté Ba3, appartengono a questo modello ascendente del
racconto tradizionale. Tuttavia, ben presto ci si accorge che nei romanzi
questo modello si deforma e l'iniziazione non è più ascendente,
al contrario l'esito negativo si risolve in un annullamento di ciò che
è umano, invece che nella sua esaltazione. Durante gli ultimi cinquanta
anni la realtà degli stati indipendenti africani ha imposto in
letteratura una riflessione amara sulla possibilità di far convergere i
due mondi, occidentale e africano, che il modello del ritorno al paese natale
insegue.
Per non aver saputo rispondere alla celebre domanda: "ciò che hanno guadagnato vale ciò che hanno perduto?", nell'Aventure Ambigue il personaggio di Samba Diallo fallisce il suo tentativo di métissage culturel e invece di proporsi come il nuovo eroe fondatore, perché in grado di padroneggiare entrambi i codici, in una civiltà postcoloniale appena nata col raggiungimento dell'indipendenza, egli muore ucciso dal Folle, ex soldato inviato a combattere in Europa, anch'egli simbolo del fallimento di un ritorno alla cultura d'origine.
L'Enfant noir, di Camara Laye, terminava invece con l'immagine della partenza in aereo del narratore, il quale capisce come l'arrivo a Parigi non sia che una tappa di un percorso già iniziato al villaggio, nel momento in cui egli aveva iniziato a frequentare la scuola francese. Il ritorno di questo stesso personaggio, abbozzato in Dramouss, mostra l'impossibilità narrativa, se non concettuale, di tale impresa. L'indipendenza della Guinea è acquisita, ma il governo è ormai in mano ad una dittatura sanguinaria che assassina gli oppositori e ne incendia case e villaggi. Tratteggiato con un linguaggio onirico e allusivo nei confronti della realtà politica del momento, la speranza di una riscoperta della forza antica che la saggezza tradizionale racchiude diventa una chiave simbolica di lettura di un presente che si fa perenne, in un paese africano molto simile a tanti altri paesi africani. In un tale paese, uno scrittore non può fare ritorno, se non a rischio della vita. La prospettiva non è molto diversa in romanzi più recenti, anche quelli in cui il personaggio non è costretto a partire dall'ex-colonizzatore o deve scegliere l'esilio per salvarsi da una feroce dittatura, ma semplicemente emigra. Nei romanzi in cui appare il tema centrale del viaggio d'andata, senza che si ponga veramente il problema di fare una "scrittura della migrazione" e ancora prima che si possa arrivare ad una visione pessimista e fallimentare della corrispondente fase del viaggio di ritorno, il fallimento è in agguato. Ciò succede in Bleu, blanc, rouge, 4in cui una vita di miserie da clandestino in fuga delinea per il migrante la prospettiva di un ritorno al paese in un "charter della vergogna", in Le Paradis du Nord in cui una lunga ed estenuante andata non porta nulla al protagonista, che vanifica il suo viaggio a causa di un quiproquo solo qualche minuto dopo aver messo i piedi nella città di tutti i sogni, Parigi. La morte, un'esistenza da invisibile, o un complesso sistema di andate e ritorni, senza scopi e senza fine, sembrano suggerire che non ci sono iniziazioni riuscite nel movimento di incontro fra Occidente e Africa, dopo la disillusione delle Indipendenze.
Nel romanzo l'Impasse, il congolese Daniel Biyaoula descrive uno dei ritorni al paese natale più rappresentativi nella produzione più recente. 5Il protagonista decide di tornare a Brazzaville dopo lunghi anni passati in Francia come lavoratore immigrato, al fine di sondare la famiglia per un eventuale matrimonio con una francese. Incidentalmente si mostra come un modello culturale mutuato dalla società francese, ma solo superficialmente sovrapponibile alla società africana, produca continua alienazione nella cultura congolese. Non si tratta solo dell'abbigliamento griffato o delle ragazzine deturpate dai prodotti che schiariscono la pelle, tutta l'economia, sempre più parassitaria, ristagna, mentre le sirene del successo occidentale provocano nella popolazione l'ansia del viaggio in Francia o in Occidente come unica soluzione a tutti i problemi. Se è vero che il protagonista ha improvvisamente le idee chiare su tali aberrazioni, a fatica egli riesce a scavare nel passato per capire come tutto ciò sia successo. Solo al termine del suo viaggio, non nel paese natale, ma in quello d'adozione, egli attribuisce un nome al fenomeno che nella sua mente restava nascosto da un'incognita:è lì che comprendo che l'ultimo dei bianchi, il più brutto, il più marcio, il più scellerato, crederà sempre di essere migliore dei neri. è questa notte che veramente afferro la natura di questa X che mi ha tanto triturato il cervello a Brazza.6
La comprensione di questo doppio legame fra colonizzati e colonizzatori ha conseguenze catastrofiche per il protagonista, perché la X nominata interferirà pesantemente sulla sua vita a Parigi minando le basi della sua vita di coppia. All'ennesimo documentario sui selvaggi di qualche remota località africana egli sbotta:
"senza riflettere glielo dico a Sabine che i bianchi continuano a schiacciarci, che non possono fare a meno di mostrare delle trasmissioni [...] che [...] con la pretesa d'essere educative non fanno che alimentare, ribadire i pregiudizi che riempiono le loro teste".Sbalordito per quanto ha appena affermato, egli ammette che è la
prima volta che "il problema della razza" si pone nella loro coppia
7. La riflessione per compiersi integralmente ha quindi richiesto un
doppio movimento: dal paese natale al paese dell'Altro e ritorno, più un
altro viaggio d'andata. Tuttavia ancora una volta il risultato è
fallimentare e la coppia mista non regge l'urto. In definitiva il protagonista
non ha più un paese in cui tornare, e forse neanche un miraggio verso
cui tendere. Si delinea un viaggio infinito fra due poli, un movimento che
forse si può individuare anche nell'italofono Nonno Dio e gli spiriti
danzanti, in cui il protagonista, tornato in un paese immaginario simile al
Senegal ma in cui agiscono gruppi di mercenari e ribelli come in Costa
d'Avorio, si trova a essere incarcerato in Africa per un delitto commesso ( ma
non da lui ) in Italia, fino a farvi ritorno quando viene concessa
l'estradizione8. A distanza di cinquanta anni dai testi "fondatori"
francofoni, che avevano posto tutti i termini del problema, la letteratura
italofona con Nonno Dio e gli spiriti danzanti, come in L'Aventure
Ambiguë indaga l'esistenza di un luogo, anche spirituale, verso cui
tornare, poiché il protagonista potrebbe rileggere la sua storia
assegnandole un significato diverso, ma si è allontanato troppo dalla
comprensione delle forze dell'invisibile che lo circondano e continua a
rimandare un incontro con la vecchia sacerdotessa del n'depp che
potrebbe guidarlo. Se Samba Diallo non sceglie fra la possibile moglie francese
e la senegalese, così come non concilia le due eredità spirituali
e filosofiche, la cristiana e la sufi, David-Og-Dawuda Dem non "legge" le
ragioni occulte di tutte quelle morti che lentamente lo costringono all'unico
ruolo di prigioniero e capro espiatorio. Allo stesso modo La luna che mi
seguiva, della italoguineana Aminata Fofana, a sorpresa ritrova lo stesso
schema di L'Enfant noir 9. Dopo aver sperimentato
l'iniziazione al magico, alla realtà dell'invisibile che i nonni,
personaggi rappresentativi di una cultura tradizionale ancestrale ancora
intatta, sono in grado di trasmettere alla ragazzina protagonista, questa si
distacca dalla vita del villaggio per raggiungere l'universo cittadino. Lo
stupore dell'autista che la conduce nel luogo di incontro dell'Altro per
definizione mostra bene il suo status anacronistico di guerriera eletta
nell'eterna lotta contro il male. Da questa bambina al bambino nero di Camara
Laye, in cui si riconosceva un narratore che manifestava, seppur con infinita
circospezione e tanti dubbi, quasi a giustificarsi di dover accordar credito a
ciò che i suoi stessi occhi avevano pur visto, la stessa volontà
di testimoniare della veridicità di un mondo di cui la
razionalità "occidentale" negava a priori l'esistenza, sono
indubbiamente passate tante narrazioni di successo che hanno diffuso in
occidente la tentazione del soprannaturale e del magico. In questi romanzi la
spiritualità è diventata ormai realismo magico, se non
allucinatorio, così come la visione della società umana assume
contorni sempre più allarmanti. La forza immaginativa, e anche
l'accuratezza filologica, delle opere di John Ronald Reuel Tolkien non hanno
solo alimentato l'importanza sempre più riconosciuta del genere fantasy,
stanno anche modificando la visione della realtà. In La luna che mi
seguiva, il viaggio nel mondo invisibile si situa fra The Palm-Wine
Drinkard 10 e l'iniziazione di Harry Potter, anche se la
classica lotta contro il Male ricalca le prove imposte dalla feroce strega
delle origini, la madre del disordine e della calamità, Njeddo Dewal
appunto, per i fulbe, o Musso Koroni per i Bambara, che viene combattuta e
vinta dal più piccolo e apparentemente innocuo degli eroi possibili,
come vuole la tradizione dell'Africa occidentale, anche se in questo caso
eccezionalmente l'eroe fondatore è una bambina, la cui investitura viene
per questo varie volte messa in dubbio dalla comunità. Tuttavia per
rendere pertinente questa differenza, occorrerebbe una distanziazione
più netta nei comportamenti di tale personaggio. Si è ancora in
diritto di chiedere, come fece rumorosamente il camerunese Mongo Beti nei
confronti di Camara Laye, che non si faccia "letteratura rosa" in Africa nera
11, ovvero se sia legittimo dipingere la realtà africana con
termini così eufemizzanti e distanti dal vivere quotidiano degli
africani in generale e di certi africani in particolare? Si può
veramente accettare che nella scena dell'escissione della narratrice, questa
l'accetti, tutto sommato, perché così fan tutte, e che l'unico
suo apporto, come eroina "eletta" e scelta dalla luna, eccezionalmente femmina
in una lunga discendenza maschile, sia di affrontare la prova "guardando le
cose bene in faccia", mentre l'unico dubbio su questa pratica viene lasciato ad
una parola in corsivo?
Faceva male, tanto. Non feci neanche un
accenno di pianto. Forse per il colpo veloce e deciso della lama affilatissima.
O forse perché io, Saduwa, avevo affrontato pericoli maggiori.
Bè, che fossero peggiori non ne ero più così
sicura.
Forse era anche quella la prova che mi aspettava?
Ma
aspettava tutte noi, quella prova, la differenza era che era meglio affrontarla
ad occhi aperti, senza paura, guardando bene le cose in
faccia.12
Il problema per chi ricalca i sentieri della letteratura orale è che deve per forza assumerne i parametri ideologici, e per quanto si sforzi di riflettere sui clichè che danno forma alla propria cultura essi continuano a funzionare, se non sono apertamente ripudiati. Ora la Strega contro cui lotta l'eroina è nel mito anche all'origine dell'identità etnica e della separazione fra uomo e donna, ciò che il rito dell'escissione segnala, sarebbe quindi impossibile per la protagonista situarsi narrativamente all'interno del quadro orale e contemporaneamente sottometterlo a critica13.
Remember Ruben e quello che si presenta come la sua continuazione La ruine presque cocasse d'un polichinelle, di Mongo Beti14, si possono considerare come una alternativa romanzata all'Enfant noir di Camara Laye. Essi narrano di come tanti africani fossero costretti a lasciare il villaggio durante la colonizzazione perché l'amministrazione imponeva loro il lavoro forzato o appartenevano a clan particolarmente guerrieri ed erano invisi al potere coloniale, quindi erano perseguitati e costretti all'esilio. Tuttavia, quello che si propone in questi romanzi è la risposta combattente al degrado provocato dall'alienazione coloniale: l'insurrezione armata fallisce, perché le forze d'occupazione francesi sono troppo forti, ma memori dell'esempio del combattente Ruben i ribelli fanno ritorno al villaggio e, parlando con le donne e i ragazzi, riescono a rovesciare il capo imposto dall'occupazione francese. In qualche modo tramontata l'ipotesi della ribellione armata, tanto che anche gli ultimi romanzi dello stesso Mongo Beti, riuscito a tornare in Camerino dopo anni di esilio, adottano risolutamente altre scelte narrative, allo stesso modo si potrebbero considerare L'Intérieur de la nuit, e poi Contours du jour qui vient, della camerunese Léonora Miano, come una risposta a La luna che mi seguiva15. In effetti nel primo Ayané ritorna in luogo imprecisato del territorio bantu, al villaggio da cui molti anni di studio in Francia l'hanno allontanata, rendendola una Straniera che non capisce più usi e costumi tradizionali. Il clan che vive nel rispetto assoluto delle tradizioni ataviche la ostracizza, ma è pronto ad accettare di praticare un sacrificio umano quando un gruppo di ribelli che lo invade, al seguito di un'infinita guerra civile che imperversa nel pese, richiede al villaggio di sacrificare un membro della comunità per permettere il ristabilirsi dell'armonia fra le forze dell'invisibile. In Contours du jour qui vient una bambina viene quasi uccisa dalla madre, convinta da una veggente che è una mangia-anime che porterà alla rovina la sua esistenza. Rinnegata, intraprende allora un viaggio nel paese, venendo a contatto con la società sempre più corrotta e alla ricerca di una via d'uscita divina, di cui approfittano veggenti e nuove chiese millenarie che arringano le folle spingendole a purificarsi, per poi approfittarne economicamente. Fra nuovi Messia che in combutta con le forze dell'ordine organizzano il traffico della prostituzione verso i paesi europei, e i membri della famiglia e del clan pronti ad aiutare solo se c'è un tornaconto immediato, la piccola Musango si mette alla ricerca della madre e questo viaggio di ritorno le permette di scoprire una serie di figure femminili positive che sfidando luoghi comuni e superstizioni, le permettono di non perdere totalmente fiducia nell'umanità. Infermiere, insegnanti, semplici donne del mercato, tutte le permettono di proseguire un percorso che la porterà alla capanna in cui ritrova una nonna che non conosceva. Si tratta del vero ritorno al paese natale, la casa della nonna nel cui giardino è piantato il banano, sotto il quale la nonna aveva sepolto il cordone ombelicale di Musango. Visti dalla parte delle vittime, i misteriosi riti che tanto possono affascinare gli occidentali rivelano un viso mostruoso, lo stesso che certi integralisti pretenderebbero di ritrovare nell'Altro, in cui sono stati riconosciuti i germi del Male che permettono di farne la vittima designata. I romanzi di Léonora Miano non condannano certo tutte le pratiche animistiche, solo fotografano una realtà dolorosa, in cui l'umanità e la spiritualità non hanno più posto. In questa vita paragonata ad una fuga dalle responsabilità, lasciare il paese è come andare in guerra, ed è un viaggio di sola andata: Ora la foresta è solo un corpo che mutilano con la punta aguzza dei loro coltelli, per sottrargli scorze ed erbe, senza darsi la pena di ringraziarla per i suoi doni. Quando ne invocano le forze, non è più per chieder loro di essere congiunti al Supremo ma solo per ottenere immediatamente qualcosa con cui riempirsi la pancia. Tuttavia, se è vero che queste energie sono al servizio degli uomini, per loro è impossibile offrire ciò che Nyambey16potrebbe dare. Quindi non ne ottengono nulla di molto grande, nulla di molto valido, e soprattutto nulla di duraturo. Li sollevano dallo sforzo di trovare un senso alla vita. Dicono che è la nostra cultura, questa sottomissione all'immediatezza, questo abbandono al bisogno primario. Poi, dicono che è colpa degli altri se siamo sottosviluppati. Dovrebbero sapere che non ci si può sviluppare, quando ci si incatena così al giorno che fugge, invece di pensare a quello che viene. Non si può costruire nulla, quando si è inadatti a progettare il futuro. Siamo recalcitranti a tale esercizio. Vogliamo solo chiudere le pratiche correnti. Oppressi dalla loro quantità e urgenza, non ci resta che rischiare la vita per andare a fare l'Europa. Alla fine, chi è rimasto vedrà, grazie alle parabole che le diffonderanno in tutto il mondo, l'immagine dei nostri cadaveri carbonizzati in un palazzo laggiù. Diranno: ad ognuno il proprio destino. Anche loro prenderanno il cammino del deserto, per seguire come possono la linea tracciata della loro vita. Dimenticheranno che la linea era nelle loro mani, e non indicava la fuga. 17
è possibile che il dovere d'engagement sia ultimamente messo
in discussione nella letteratura africana, tuttavia sembra che soprattutto la
produzione in lingua italiana appaia priva dell'enorme astio rivendicativo che
gli ex-colonizzati rivolgono in un rapporto di odio-amore nei confronti delle
ex potenze coloniali, una tensione che però, come mostrano i romanzi
della Miano, di Bessora o di Fatou Diome, cioè l'ultima generazione
della scrittura femminile, sta per essere superata. è un fatto che
nella scrittura francofona i temi del realismo magico legati alla presenza
religiosa, rituale e spirituale dell'animismo sono presenti in modo piuttosto
criptico, oppure sono messi in rilievo con funzione di critica sociale e
politica. Per chi legge tali romanzi in un parallelo colla produzione
italofona, romanzi come Lo spirito delle sabbie gialle di Mbacke Gadji o
Neyla di Kossi Komla-Ebri stupiscono perché presentano il tema
del ritorno al paese natale legandolo strettamente all'iniziazione riuscita, il
che permette loro di rappresentare personaggi che riescono a padroneggiare sia
la parola tradizionale che quella occidentale, cioè nuovi eroi fondatori
che riescono in ciò che i loro precursori avevano fallito18.
Tale tendenza, che si riafferma in La sposa degli dèi dello
stesso Kossi o nel romanzo di Aminata Fofana, contrasta con le esitazioni che
nel mondo francofono hanno sempre circondato questo tema, su cui si misurano
veramente le pretese di costruire un orizzonte meticcio, come lo avrebbe voluto
Senghor, in cui accettare pienamente un'educazione occidentale non significa
rinnegare ciò che fonda la propria identità. Anche negli ultimi
romanzi francofoni in cui il mondo dell'occulto viene abbordato con
"spudoratezza", come in Mémoires de porc-épic, La
Phalène des collines, Temps de chien, la prospettiva è
data in realtà dagli antichi racconti tradizionali in cui i personaggi
erano lepri, iene, ragni, tartarughe, ma essi si muovevano ad immagine e
somiglianza degli uomini nelle società reali19. In questi
romanzi il grande effetto di sorpresa è dato nello spessore psicologico
che il protagonista del romanzo, un animale, assume, mentre la rappresentazione
sociale da stilizzata e simbolica, quale era nella letteratura orale, diviene
realista e quindi "spirituale" nel senso attribuito a questo termine da Xavier
Garnier nel suo saggio La magie dans le roman africani. Garnier
definisce le caratteristiche di un romanzo africano "spiritualista" in quanto
situato fra il romanzo "realista irrazionale" e "positivista": la differenza
sta nel punto di vista narrativo dominante che può operare un "distacco"
dall'universo logico che sta costruendo, per tradurre il contrasto tra il mondo
tradizionale e una modernità figlia della visone razionalista
occidentale. Se nelle prime due tipologie, il narratore è costretto ad
una scelta, o adotta il punto di vista "irrazionale" e concede verità
argomentativa al mondo dei riti e dell'invisibile, oppure lo rinnega come
superstizione, nel romanzo "spiritualista" il narratore opera continui passaggi
da un universo all'altro, come "se esistesse una zona comune di verità
nelle visioni del mondo 'razionalista' e 'religiosa'"20. In questo
senso la falena di La Phalène des collines è al tempo
stesso un personaggio credibile e problematico. Essa è la reincarnazione
di una donna che si trova in un ossario ruandese, con una croce piantata nella
vagina. Se la spiritualità non può più essere cercata
nelle chiese, che in Ruanda i massacratori usarono per sterminare le loro
vittime, essa si può ritrovare nelle antiche credenze animiste.
Intrappolata nel corpo animale perché morta "male", per mano dell'abate
Théoneste che la uccide e stupra, cinque anni dopo il genocidio essa si
manifesta a Pelouse, lontana nipote che torna dall'esilio in Occidente in
qualità di giornalista. Essa s'insinua nel suo immaginario, provocandone
allucinazioni e crisi d'identità, allo scopo di convincerla a tornare
per sempre su quella terra. Anche in questo caso la trasmissione, su basi
tradizionali ma abbastanza tenui da essere riconosciuta universalmente, si
compie da nonna, o zia, a nipote, saltando la catena di trasmissione che ha
fallito, quella intermedia dei padri che hanno permesso il genocidio e il
fallimento su scala nazionale del sogno di uno stato indipendente, abortito con
l'invenzione delle alterità etniche e sfociato nel disastro. La regina
delle falene lotta dunque per trasmettere un estremo messaggio di
umanità, che le viene da forme che umane non sono, e il contenuto di
questo messaggio riguarda la creazione di una coppia, un uomo e una donna uniti
dopo un lungo esilio, e il ritorno definitivo dal viaggio occidentale, in
virtù del rifiuto della nipote di ripartire. Anche le memorie del
porcospino si giustificano col fatto che, dopo il rito magico cui è
sottoposto, il destino dell'animale e dell'uomo si sono fusi, e mentre l'uomo,
ormai sullo sfondo della narrazione, diviene sempre più abnorme e
animalizzato, il porcospino si permette divagazioni filosofiche, pur
continuando a restare legato da un patto di schiavitù al primo. Il suo
girovagare nella foresta, nei racconti sempre lo spazio più vicino alla
rivelazione del sacro, divengono allora emigrazione ed erranza, allontanamento
dall'originale comunità dei porcospini che lo evitano, visto che ora
è altro rispetto a loro, però non è un uomo. Se la
liberazione dalla parte mostruosa e vorace, quella "umana", legata in modo
autodistruttivo all'ideologia della stregoneria mangia-anime (un elemento
ridondante in queste ultime produzioni, sia francofone che italofone) gli
permette di ritrovare un equilibrio nella foresta, difficile pensare che questo
porcospino possa porsi come una guida rispetto ad ulteriori viaggi iniziatici,
come succedeva nella letteratura orale tradizionale che lo vedeva protagonista.
Quanto a Temps de chien, anch'esso è legato al tema del viaggio
di ritorno. Il protagonista passa dallo status di cane domestico a quello di
randagio, quando le condizioni economiche del suo proprietario si degradano e
perde il posto di lavoro. Ciò lo costringe a mescolarsi con gli altri
cani di strada che, però lo rifiutano in quanto cane snob e borghese.
Comincerà a vagare nelle strade di una metropoli sempre più
degradata e fatiscente, prima di poter ritrovare la strada di casa. Nel
viaggio, la scoperta del cadavere di un cane abbandonato, gli riporta alla
mente "l'inno della sua canitudine dolorosa" : si tratta di versi fin troppo
famosi, quelli di Birago Diop in cui si celebra l'animismo, ma rielaborati
perché non si tratta più di negritudine, ma di "canitudine", e
dall'esaltazione dei valori negri si è passati al degrado delle
città né occidentali né africane, semplicemente globali e
prive di identità:
I morti non sono morti
Sono nel canaletto di scolo che scorre,
Dimorano sull'asfalto delle strade.
Quelli che sono morti non sono mai
partiti21.
Questi versi erano stati posti da Birago Diop sulla bocca del sergente Sarzan, nel racconto omonimo, in cui si criticava la furia del sergente che tornava a casa con la missione civilizzatrice di sradicare gli antichi riti per suscitare un mondo nuovo. Anch'esso simbolo di un ritorno mancato all'universo tradizionale, Sarzan non aveva saputo conciliare i due mondi e la sua furia devastatrice era stata punita dai ginn che gli avevano "stravolto la testa" rendendolo folle, condannandolo a vagare senza meta per il villaggio ripetendo i versi sui morti che non sono mai partiti. L'ideologia di una certa negritudine si è impadronita di questa poesia facendone il vessillo dell'autenticità della tradizione africana, mentre era semplicemente il resoconto di una sconfitta. In questi ultimi romanzi, l'animale umanizzato, che fornisce anche il punto di vista narrativo, non è né un vero animale né un vero essere umano. Strutturalmente "fuoriposto", esso è in realtà la rielaborazione del personaggio classico reso "altro" da un'esperienza alienante di solito riconducibile alla colonizzazione, non più vero africano né completamente occidentale, una condizione un tempo espressa per mezzo del tema classico del viaggio in Occidente, seguito dal ritorno al paese natale. è lecito chiedersi se la scarsità di romanzi africani veramente "spiritualisti" - questi appena citati sono a metà fra il vero romanzo spiritualista, il fantasy e il realismo magico - e la difficoltà di coniugare in modo positivo il grande tema del viaggio di ritorno, non dipendano dalle stesse cause. Questa forma e questo contenuto talvolta si presentano legati, e nel romanzo di Florent Couao-Zotti, Notre pain de chaque nuit, il protagonista vede nel fatto di tornare vincitore da un campionato di pugilato internazionale la possibilità di ottenere fama e ricchezze, e soprattutto la donna dei suoi sogni22. Tuttavia fama e ricchezza impensieriscono il potere in certi stati africani, e all'arrivo in aeroporto egli è vittima di un attentato, da cui, però misteriosamente si salva, grazie agli amuleti del fido stregone che gli assicurano la facoltà di scomparire nel nulla. Dato il tono strettamente realistico dell'insieme, si tratta di un romanzo spiritualista in quanto il narratore lascia aperto il dubbio sulla realtà dell'occulto che, a quanto pare, dopotutto funziona, anche se non per ciò egli avrà la donna che ama. Anzi, tutto era un imbroglio e alla fine la donna lo rifiuta. Il suicidio del protagonista e la follia finale della donna testimoniano il fallimento del progetto esistenziale del protagonista, anche se la responsabilità sembra legata al destino individuale. In ogni caso anche in questo viaggio iniziatico non vi sono apporti fondamentali, né surplus di saggezza da condividere con un gruppo o una comunità23. Non c'è in molti di personaggi una dimensione che in psicologia si chiama "sentimentale", la capacità empatica di mettersi nei panni altrui e di comprenderne le motivazioni, e che può essere definita "spirituale" o semplicemente "umana", se si riesce ad uscire dal circolo vizioso di ciò che sembra "naturale" agli uni e "mostruoso" agli altri, cioè dal peso dei luoghi comuni . La rappresentazione dell'alterità attraverso il ricorso all'animalità sembra in questo caso esemplare.
In realtà ciò che le ultime tendenze della scrittura africana
raccontano è che non c'è un viaggio di ritorno, perché non
c'è un luogo verso cui tornare. Come in Ventre de l'Atlantique,
in cui la narratrice sa bene di essere colei che il padre adottivo tentava di
eliminare esponendola da bambina alle intemperie24. Soccorsa dalla
nonna, e dopo aver costruito un proprio destino con la testarda volontà
di frequentare la scuola per poi andare in Francia, essa è il simbolo di
un disonore per la famiglia in quanto figlia di un uomo che non l'ha
riconosciuta, mentre contemporaneamente la stessa famiglia rapace tenta di
succhiarle tutto, alimentando i suoi sensi di colpa. Difficilmente, se tentasse
di ritornare stabilmente al suo villaggio, cosa che a parole tutti mostrano di
volere, la sua presenza potrebbe essere tollerata. Di fatto è una
Straniera non avendo né un posto fra le donne, né fra gli uomini,
e non può, ogni volta che torna, non pensare subito a ripartire. Questa
è la consapevolezza che finalmente trasmette al fratello, che da figlio
maschio e legittimo continua a credere che non voglia aiutarlo ad andare in
Europa solo per egoismo. Alla fine accetterà invece i suoi soldi per
metter su un negozio e farsi una vita sull'isola, e il motivo per cui arriva a
questa conclusione, resta misterioso. Il lettore è indotto a pensare che
solo parlando con la nonna il fratello apprende che la vita della sorella al
paese è minacciata25, e che per quelli come lei in quella
società, non c'è scelta. Sempre il lettore può concludere
che, se la società essi intendono cambiarla, occorre che quelli come il
fratello della narratrice invece restino. Come dice la Miano, in questa terra
dell'oralità si parla solo per non dire nulla: "noi non diciamo che la
superficie delle cose che non è mai la verità"26, in
quanto ciò che è veramente importante viene taciuto, e in una
società disarticolata, ormai priva dei meccanismi di sicurezza che la
tradizione garantiva, si scardinano i principi su cui si basava la
comunità : "Non c'è più una vera comunità [...]
questo sono ciò che noi chiamiamo i valori ancestrali del nostro popolo:
la solitudine di gruppo"27. Boris Boubacar Diop, nella novella
Retour à Ndaar-Geej28, ripercorre il teritorio in cui
si svolse l'avventura di Samba Diallo nell'Aventure Ambiguë, il cui
autore è citato nel testo, ma immagina un narratore in una situazione
cronologicamente e spiritualmente molto diversa, accompagnato dalla moglie
originaria dell'Isola Maurizius. Ritornato in una famiglia in cui si continua a
chiamare Saint Louis col nome originario di Ndar, "i due spazi, mentalmente
disgiunti, non per questo non costituiscono un unico luogo", (p. 121) sembra
che il testo ritrovi le ambiguità che assalirono Samba Diallo nel paese
dei Diallobé, come quando accusato di non saper più le preghiere
il protagonista assicura che in occasione del suo ritorno, quel giorno
dirigerà la preghiera, ma lo sguardo pieno di orgoglio dei suoi a questa
notizia non occulta la perplessità nello sguardo della moglie, sorpresa
per un ruolo in cui non lo riconosce e per il quale egli si riserva di
rassicurarla al più presto (p. 125). Ora se, secondo il narratore,
Saint-Louis è "degna di regolari ritorni al paese natale", è
perché questi ritorni non impongono più alla società di
dover scegliere fra l'uno e l'altro modello di società come successe a
Samba Diallo. Ciò può verificarsi perché Saint Louis in
realtà non è più la stessa, non è abitata dagli
stessi personaggi, la sua identità è trasformata, un nuovo
quartire povero le è cresciuto in grembo e la rende simile ad altre
città: "come ritornarci tuttavia senza la sensazione forte di avere
tradito o di essere stato tradito dai propri fantasmi?" ( p. 138.)
In
effetti, e potrebbe essere la conclusione, il viaggio di ritorno al paese
natale al di fuori dello schema del racconto iniziatico, che attribuisce al
simbolo il suo valore, è privo di significato. Nel momento in cui l'eroe
che attraversa gli spazi non è portatore di un'identità e non
intende contribuire a cambiarla, o a perpetuarla, ci si accorge che viaggiando
non si fa che restare al centro della propria umanità, se c'è, e
anche quello identitario è un mito come un altro. Allora il viaggio
diventa pienamente illusorio, e un romanzo come Un Aller simple del francese
Didier van Cauwelaert potrebbe fornire la lettura paradossale verso cui tendere
narrativamente. In questo romanzo Aziz, è un francese figlio di francesi
e nato a Marsiglia, ma l'auto su cui è stato momentaneamente lasciato
dai genitori (gli dicono) viene rubata da uno zingaro... il bambino adottato
dalla comunità zingara prende il nome dell'auto: una citroen Ami 6, e
A-six diviene facilmente Aziz, una volta che, cresciuto, gli vengono procurati
documenti falsi e visto che già si chiama Aziz, di cognome gli mettono
Kemal. è dunque col nome di un arabo e con documenti contraffatti che
viene denunciato alla polizia dagli stessi zingari (quando si mette in testa di
sposare una di loro) e, in qualità di immigrato clandestino, deve per
forza essere espulso. Gli si chiede di indicare Irghiz, la presunta
città d'origine in Marocco, e lui si ricorda dell'Atlante, il libro
illustrato di quando era a scuola, e dunque sarà fatto ritornare in
Marocco, nell'Atlante. Naturalmente, il luogo d'origine ha un'esistenza
unicamente letteraria, ma visto che il suo accompagnatore "umanitario",
Jean-Pierre Schneider, insiste, Aziz inventa per lui una storia di una valle
originaria la cui popolazione in pericolo per la costruzione di un'autostrada
l'avrebbe inviato in Francia per trovare aiuto. Insieme si mettono in viaggio,
accompagnati da una guida francese che sta al gioco, perché Aziz si
preoccupa per il suo accompagnatore. Jean-Pierre Schneider infatti ha gravi
problemi di identità, è in rottura con sua moglie, ha sensi di
colpa per aver rinnegato la famiglia e intrapreso una carriera redditizia ma
che lo ha portato altrove rispetto ai suoi ideali. Il raggiungimento del luogo
d'origine di Aziz e il compimento della sua missione divengono per lui un
obiettivo primario, su cui è pronto a rivoluzionare tutta la sua vita.
Purtroppo nelle varie peregrinazioni alla ricerca della valle che non
c'è, egli si ammala e alla fine muore. Aziz non vuole abbandonarlo, e
del resto nulla lo lega al Marocco, quindi recupera la sua salma e torna in
Francia. Ma quando vede i genitori non ha il coraggio di raccontare tutta la
storia, "non era quello, il ritorno del figliol prodigo, avevo sbagliato
leggenda"29. Aziz voleva solo far ritornare il figlio dai genitori,
ma come un eroe, qualcuno che aveva bisogno del loro aiuto, che li amava e
aveva considerazione per loro, prima di portar loro la salma. Purtroppo, quando
torna a prendere l'auto (in cui c'è il cadavere di Jean-Pierre
Schneider), non la trova più, gliel'hanno rubata. Allora non può
che restare e recitare il suo ruolo, consapevole che la realtà aveva
dato ragione alla sua finzione. Lentamente, egli è adottato dalla
famiglia di Jean-Pierre Schneider, ne prende il posto, dorme nella sua camera,
porta a termine il libro iniziato da lui che non avrebbe mai completato.
L'adozione di Aziz come sostituto di Jean-Pierre Schneider all'interno della
famiglia francese rende più eclatante la tesi che lo scrittore difende:
l'identità non è che l'ideale verso cui tendere, nessun viaggio
è più vero di quello immaginario e forse si può tornare a
casa solo inseguendo un'idea.
Nadia Valgimigli
Docente di Letterature Francofone
Università di Ferrara
1 Si confronti il celebre manuale di Jacques Chevrier, Littérature Nègre, ripubblicato da Edisud nel 2006 e cui venne attribuito il premio dell'Académie française nel 1975.
2 Mohammadou Kane. Roman africain et traditions. Dakar, Nouvelles Editions. Africaines, 1982.
3 Amadou Hampaté Ba, Contes Initiatiques Peuls - Njeddo Dewal, Mère De La Calamité Suivi De Kaidara, Paris, Pocket, 2000
4 A Alain Mabanckou Bleu, blanc, rouge. Paris, Présence Africaine, 1998; Essomba, Jean Roger. Le paradis du nord. - Paris ; Dakar, Présence africaine, 1996madou Hampaté Ba, Contes Initiatiques Peuls - Njeddo Dewal, Mère De La Calamité Suivi De Kaidara, Paris, Pocket, 2000
5 Daniel Biyaoula, L'impasse, Présence Africaine, Paris, 1996, p. 87. Grand prix littéraire de l'Afrique Noire 1997
6 Biyaoula, p. 192
7 Biyaoula, p. 193
8 Pap Khouma, Nonno Dio e gli spiriti danzanti, Milano, Baldini Castaldi Dali 2005.
9 Aminata FOFANA, La luna che mi seguiva, Einaudi, Torino, 2006
10 Amos Alexandre Biyidi Tutuola, The Palmwine Drinkard and His Dead Palmwine Tapster in the Dead's Town (1952).
11(Mongo Beti), « L'enfant noir ", in Présence africaine, n. 16, 1954, p. 420; Mongo BETI, "Afrique noire, littérature rose", Présence Africaine, avril-juillet 1955
12 Aminata FOFANA, p. 115
13 Cfr. Christine BELLAS CABANE, Fondements sociaux de l'excision dans le Mali du XXIème siècle (http://terra.rezo.net/article485.html)
14 Mongo Beti, Remember Ruben. Paris, Union Générale d'éditions, 1974;Mongo Beti. La ruine presque cocasse d'un polichinelle. Remember Ruben II.1978. Paris, Le Serpent à Plumes, 2003
15 Léonora Miano, L'intérieur de la nuit. Paris. Plon, 2005; Contours du jour qui vient. Paris. Plon, 2006 - prix goncourt des lycéens.
16 Il Supremo.
17 Contours du jour qui vient, pp. 77-78.
18 Mbacke Gadji, Lo spirito delle sabbie gialle, Edizioni dell'Arco, 1999; Pap Khouma, Nonno Dio e gli spiriti danzanti, Baldini e Castoldi Dalai Editore, 2005. Kossi Komla-Ebri , Neyla. Edizioni Dell'Arco; La sposa degli dèi. Nell'africa degli antichi riti, Edizioni Dell'Arco-Marna, 2005.
19 Alain Mabanckou, Mémoires de porc-épic. Paris, Seuil 2006 - Prix Renaudot 2006; Koulsy Lamko, La Phalène des collines, éditions du Serpent à plumes, 2000. Patrice Nganang, Temps de chien, Paris, Serpent à plumes 2001 - Prix littéraire Marguerite Yourcenar 2001, Grand Prix de l'Afrique Noire 2003P. Nganang, p. 240.
20 Xavier Garnier, La magie dans le roman africain, Paris, P.U.F., 1999, p 52.
21 P. Nganang, p. 240.
22 Florent Couao-Zotti, Notre pain de claque nuit, Paris, Le serpent à plumes, 1998.
23 Come dimostra il mancato congiungimento della coppia, avvenuto all'inizio del loro rapporto, quando ancora il protagonista non provava amore, e mai più verificatosi. Questo stravolgimento temporale del "colpo di fulmine", in cui prima c'è un incontro carnale e solo alla fine il riconoscimento di un'attrazione fatale, può inquadrarsi all'interno della rilettura del viaggio mitico. La terra madre in cui i sogni erano permessi è quella delle origini, verso cui non c'è ritorno.
24 Fatou Diome, Le ventre de l'Atlantique, Paris, éditions Anne Carrière, 2003
25 Ancora una nonna, e la sensazione che la generazione intermedia sia stata sacrificata.
26 Contours... p. 66
27 Ibidem, p. 104
28 Boris Boubacar Diop, Retour à Ndaar-Geej in Amours de villes. Paris, Dapper, 2001.
29 Didier van Cauwelaert. Un Aller simple, Paris, Albin Michel, 1994, p. 114