Premessa
"Era già l'ora che volge il disio/ ai navicanti e 'ntenerisce il core/ lo dì c'han detto ai dolci amici addio; / e che lo novo peregrin d'amore / punge, se ode squilla di lontano / che paia il giorno pianger che si more".
Così si esprime Dante nei primi versi del canto VIII del Purgatorio per significare il sentimento che accompagna ogni persona che va via, dice addio ai "dolci amici".
L'emigrato si porta dietro un pezzo della sua terra d'origine, della comunità d'appartenenza.
Egli non vuole essere un isolato, un essere privo di legami e si carica di quel sentimento che nelle diverse lingue esprime da una parte il ricordo di qualcosa che si è lasciato e che ancora si desidererebbe avere, possedere, dall'altra il progressivo affievolimento della conoscenza di quella comunità, quel territorio lasciato. In italiano "nostalgia" (nostos e algos), "gurba" in arabo, "anaranza" in spagnolo.
La nostalgia, la gurba, ec., veicolano un altro sentimento che viene sostenuto e colmato da aspettative più diverse e più intense. E' il desiderio del ritorno. Quando ci si è allontanati dalla propria terra per qualunque ragione, lavoro, indigenza, amore, avventura, guerra, ecc, accanto alla nostalgia si sviluppa il desiderio del ritorno, quasi a cancellare il tempo, a cancellare le esperienze fatte fuori della propria comunità o a sentirle come non totali, non esaustive.
Questo tema è un topos poetico che risale agli albori della stessa letteratura ed è affrontato nella cultura occidentale da molti scrittori siano essi classici, o scrittori minori.
Ma una prima distinzione è da farsi rispetto a come si affronta la tematica. Il ritorno, infatti può essere visto in maniera totalmente diversa a seconda che il pubblico dei lettori appartenga alla comunità d'origine o sia quella della comunità di arrivo e di residenza post emigrazione.
La modalità di rappresentarsi il ritorno, di comunicarlo, di immaginarselo varia a seconda che i lettori siano della stessa lingua, appartengano allo stesso insieme di valori e alla stessa storia, oppure ad un'altra lingua, altra comunità che non sia quella di partenza.
Il tutto viene giocato sulla dimensione della relazione fra il ritornato e la micro comunità di appartenenza. Un'altra distinzione è da fare se chi scrive appartiene alla comunità da cui l'emigrato è uscito o chi scrive prende come soggetto narrante l'emigrato stesso.
Il tema del ritorno è affrontato da non pochi scrittori della cosiddetta letteratura della migrazione. Passato il momento del desiderio di comunicare, farsi conoscere, è arrivato poi il momento del dire cosa si prova a ritornare indietro.
Nella letteratura della migrazione la comunità ove si ritorna è del tutto diversa dagli ipotetici lettori, che non la conoscono, se non per sentito dire.
L'intenzionalità comunicativa è del tutto diversa rispetto alla trattazione di altre tematiche perché si pongono in gioco modificazioni che hanno necessità di essere ridefinite nel momento del ritorno e prodotte dall'allontanamento stesso.
Ma le diversità sottese alla trattazione del tema e che in modo sommario qui indichiamo, producono modalità letterarie diverse, producono strutture narrative contrapposte? Quali sono i significati poetici che ne vengono fuori? Rispondono al vero sentire umano o sono solo costruzioni immaginifiche e ideologiche che vengono colorite da produzione letteraria e fittiziamente vengono proposte valori umani e poetici?
La letteratura della migrazione quando affronta queste tematiche costruisce dei percorsi poetici diversi da quelli della consolidata letteratura classica che va da Omero a Dante? Vi sono affinità, vi sono diversità e in che cosa?
Il tema del ritorno nella letteratura classica
Il ritorno è stato uno dei topos letterari più significativi e pregnanti della letteratura classica. Uno dei capolavori di tutti i secoli, l'Odissea è centrato sul tema del ritorno, "nostos" in greco.
E' possibile fare delle catalogazioni, individuare cioè dei modelli di ritorno.
Nella nostra epoca, contrassegnata forse come non mai nella storia da spostamenti di individui e popoli in misura elevatissima; contrassegnata altresì da un ravvicinamento degli spazi, raggiungibili, anche se lontani migliaia di chilometri, nel giro di qualche ora, il ritorno potrebbe assumere un carattere diverso rispetto ai topoi letterari del passato.
Intanto incominciamo a prendere in esame i modelli proposti dalla letteratura classica e quindi riferendoci ad Omero, troveremo quattro modelli di ritorno descritti dal poeta greco rispettivamente nel terzo, quarto, quinto canto dell'Odissea e poi in tutta la parte finale.
Si può dire che c'è il modello di ritorno rappresentato dal rientro di Nestore a Pilo, il modello di ritorno di Menelao a Sparta, il modello di ritorno di Agamennone ad Argo ed infine quello di Ulisse ad Itaca.
Incominciamo a vedere il primo modello. Nestore racconta come dopo la distruzione di Troia i greci si divisero, alcuni rimasero sulla costa Tracia con Agamennone che voleva sacrificare 100 buoi (ecatombe) agli dei per ingraziarseli, mentre lui con Menelao e inizialmente Ulisse partono per ritornare.
Ecco i versi in cui Omero ci parla di questo ritorno:
"Rovesciata l'alta
Città di Priamo, e i Greci in su le ratte
Navi saliti, si divise il campo.
Così piacque al Saturnio; e ben si vide
Da quell'istante, che un ritorno infausto
Ci destinava il correttor del mondo.
Senno non era, né giustizia in tutti:
Quindi il malanno che su molti cadde,
Per lo sdegno fatal dell'Occhiglauca,
Di forte genitor nata, che cieca
Tra i due figli d'Atrèo discordia mise.
A parlamento in sul cader del Sole
Chiamaro incauti, e contra l'uso, i Greci,
Che, intorbidati dal vapor del vino,
Gli Atridi ad ascoltar trassero in folla.
Menelao prescrivea che l'oste tutta
Le vele aprisse del ritorno ai venti;
Ma ritenerla in vece Agamennòne
Bramava, e offrir sacre ecatombe, il fiero
Sdegno a placar dell'oltraggiata diva.
Stolto! che non sapea ch'erano indarno:
Quando per fumo d'immolati tori
Mente i numi non cangiano in un punto.
Così, garrendo di parole acerbe,
Non si movean dal lor proposto. Intanto
Con insano clamor sorser gli Achivi
Ben gambierati; e l'un consiglio agli uni,
L'altro agli altri piacea. Funeste cose
La notte in mezzo al sonno agitavamo
Dentro di noi: che dal disastro il danno
Giove ci apparecchiava. Il dì comparso,
Tirammo i legni, nel divino mare,
E su i legni velìvoli le molte
Robe imponemmo e le altocinte schiave.
Se non che mezza l'oste appo l'Atrìde
Agamennòn rimanea ferma: l'altra
Dava ne' remi, e per lo mar pescoso,
Che Nettuno spianò, correa veloce.
Tènedo preso, sagrificî offrimmo,
Anelando alla patria: ma nemico
Dagli occhi nostri rimoveala Giove,
Che di nuovo partì tra loro i Greci.
Alcuni che d'intorno erano al ricco
Di scaltrimenti Ulisse, e al re de' regi
Gratificar volean, torsero a un tratto
Le quinci e quindi remiganti navi:
Ma io de' mali che l'avverso nume
Divisava, m'accorsi e con le prore,
Che fide mi seguìan, fuggii per l'alto.
Fuggì di Tideo il bellicoso figlio,
Tutti animando i suoi. L'acque salate
Solcò più lento, e in Lesbo al fine il biondo
Menelao ci trovò, che della via
Consigliavam; se all'aspra Chio di sopra,
Psiria lasciando dal sinistro lato,
O invece sotto Chio, lungo il ventoso
Mimanta, veleggiassimo. D'un segno
Nettun pregammo: ei mostrò un segno e il mare
Noi fendemmo nel mezzo, e dell'Eubèa
Navigammo alla volta, onde con quanta
Fretta si potea più, condurci in salvo.
Sorse allora e soffiò stridulo vento,
Che volar per le nere onde, e notturni
Sorger ci feo sovra Geresto, dove
Sbarcammo, e al nume dagli azzurri crini,
Misurato gran mar, molte di tori
Cosce ponemmo in su la viva brace.
Già il dì quarto splendea, quando i compagni
Del prode ne' cavalli Dïomede
Le salde navi riposaro in Argo:
Ed io vêr Pilo sempre il corso tenni
Con quel vento, cui pria mandato in poppa
M'aveano i numi, e che non mai s'estinse.
Così, mio caro figlio, ignaro io giunsi,
Emergono alcuni elementi importanti: alcuni eroi hanno un ritorno infausto perché "Senno non era, né giustizia in tutti". L'ira degli Dei si ha nei confronti di coloro che non hanno senno, e non hanno giustizia. Il ritorno non può essere felice se non in condizione di elevata eticità: saggezza e giustizia.
C'è un disaccordo far i due fratelli Menelao e Agamennone. Quest'ultimo voleva che si facesse il sacrificio di 100 buoi per ingraziarsi i favori di Minerva. Menelao preferisce partire subito. Evidentemente non era né importante, né fondamentale per la riuscita felice del ritorno un sacrificio di tal genere, più importante è il senno e la giustizia.
Menelao, Nestore e Ulisse arrivano a Tènedo e offrono sacrifici agli dei.
E' comunque importante, anche se prima Omero afferma che la volontà degli dei non si cambia facilmente, che si compiano sacrifici per ritornare.
Alcuni con Ulisse ritornano da Agamennone; lui e Diomede proseguono velocemente e vengono raggiunti da Menelao. Riprendono, interpretando il favore degli dei la via del ritorno e Nestore e Diomende giungono felicemte in patria.
Successivamente Nestore passa a raccontare il funesto ritorno di Agamennone, che viene ingannato da Egisto e da lui ucciso.
Omero ci dice poi nel canto successivo quale fu la sorte di Menelao, come questi fosse stato gettato dal caso in Egitto e qui aveva accumulato fortuna e poi era ritornato felicemente a Sparta proprio quando Agamennone veniva ucciso.
Se poniamo su uno schema il modello del ritorno dei quattro personaggi ci si può forse rendere conto in che cosa assomigliano e in che cosa differiscono:
| Nestore | Menelao | Agamennone | Ulisse |
|---|---|---|---|
| Sacrificio a Tènedo | Sacrificio a Tènedo | Ecatombe a Troia | Sacrificio a Tènedo |
| Viaggio in mare | Viaggio in mare | Viaggio in mare | Viaggio in mare |
| Prolungamento In Egitto | Tre anni di peripezie | ||
| Viaggio in mare | Residenza presso Calipso | ||
| Arrivo felice | Arrivo felice e ricco | Arrivo infausto | Arrivo con ostacoli |
Le azioni non sono livellate in ordine temporale, ma nella loro struttura.
Da questo non si capisce che cosa ci sia di diverso per cui ad Agamennone e Ulisse tocca un ritorno così travagliato. Se si guarda dal punto di vista dell'elemento di partenza, chi avrebbe dovuto avere un ritorno più felice doveva proprio essere Agamennone che vuole fare una ecatombe in favore degli dei. Ed invece è quello che patisce il ritorno più infausto. Si era comportato senza saggezza e giustizia? Omero l'avrebbe detto individuando la causa del ritorno infausto. Quindi la condizione di partenza non può essere un elemento di differenziazione ai fini della riuscita del ritorno. Ci deve essere qualcos'altro.
Se si va ad analizzare l'intero racconto del ritorno dei quattro eroi, ci ritroviamo davanti a questo dato. Né Nestore, come Diomede e altri eroi trovano, elementi di cambiamento nel territorio e nel tessuto sociale d'arrivo. A Micene e ad Itaca le cose o sono del tutto cambiate o sono in situazione di forte cambiamento.
Clitennestra non ha atteso il ritorno di Agamennone, ma ha diviso il suo letto con Egisto.
Penelope, pur tenendo in scacco i proci tuttavia deve dar loro l'illusione di volerli accontentare tessendo quella tela che poi disfa di notte. I proci nel secondo canto dell'Odissea rinfacciano a Telemaco il comportamento poco chiaro della madre.
I modelli del ritorno vedono quindi da una parte la permanenza della struttura socio-ambientale e dall'altra il mutamento. Il narratore del poema omerico non vede di buon occhio ogni cambiamento intervenuto e inizialmente non può che registrare come la mutazione porta al ritorno infelice o sofferto. Successivamente i fautori del mutamento vengono puniti nel tentativo di ritorno alla condizione quo ante. Infatti Egisto verrà ucciso insieme a Clitennestra da Oreste, e i proci saranno tutti ammazzati da Ulisse.
Anche la Bibbia nella Genesi presenta il suo modello di ritorno. E' un solo modello, ma la vicenda di Giacobbe è singolare. Dopo aver sottratto la primogenitura ad Esaù e essersi accaparrato anche una benedizione a spese del fratello, viene mandato dalla madre Rebecca presso suo fratello Labano che è in oriente lontano dalla Palestina, territorio ove risiede Isacco con Rebecca ed Esaù.
Dopo 20 anni Giacobbe ritorna, ma egli ha un timore forsennato del fratello. Manda avanti i suoi uomini per sondarne le intenzioni e quando vede arrivare il fratello con circa 400 uomini teme il peggio. Non solo, ma di fronte alla gentilezza di Esaù di lasciargli degli uomini che possano proteggerlo, rifiuta e si stabilisce in un territorio protetto naturalmente. Quello di Giacobbe è un ritorno felice al di là delle sue aspettative. Ma il timore che possa non essere accolto benevolmente è sintomatico della struttura di ogni ritorno. Il timore di Giacobbe non va attribuito agli antichi dissapori col fratello, quindi alla comunità d'origine, perché questa è la premessa di ogni fuoriuscita, di ogni emigrazione, ma alla struttura stessa del ritorno.
L'esito è felice come quello di Nestore e Menelao. Giacobbe non trova alcuna situazione mutata, il padre e la madre vivono ancora. La staticità storico-sociale permette l'esito positivo del ritorno.
La somiglianza fra il modello omerico e biblico è illuminante e paradigmatico e forse detterà i topos di ogni ritorno presente nella storia delle letteratura.
Anche il ritorno di Tobia non viene in alcun modo contrastato. Ancora una volta nella situazione socio-familiare non è cambiato nulla, nonostante siano passati 14 anni. Tobia era stato inviato dal padre a Ninive a riscuotere dei crediti e si era accompagnato a lui, col beneplacito del padre, l'arcangelo Raffaele nelle vesti di un giovane. Dopo anni ormai i genitori disperavano del ritorno del figlio e dall'altra parte Tobia desiderava rientrare presso la famiglia. Nel viaggio di andata Raffaele aveva suggerito a Tobia di conservare fegato, cuore e fiele del pesce che avevano mangiato. Quando ritornano, in realtà, un mutamento c'è stato ed è la cecità di Tobit, padre di Tobia. Il fiele spalmato sugli occhi di Tobit gli permette di rivedere il figlio e di riabbracciarlo.
La struttura narrativa sembra suggerire che Tobia debba procurarsi qualcosa, un fatto magico per scongiurare un equivoco al ritorno. Il lieve mutamento, pericolo di esito infausto del ritorno, deve essere neutralizzato mediante il mezzo magico.
Singolare è poi il fatto che l'Esodo non venga considerato un "ritorno", ma una vera e propria conquista. L'arrivo del popolo di Israele, dopo la servitù egiziana e la partenza da questo paese non è visto come un ritorno alla terra dei padri. La residenza dei Patriarchi, Abramo, Isacco, Giacobbe, non è il possesso di quella terra da parte di un popolo, anzi in qualche passo sembra quasi che la loro residenza debba essere considerata una ospitalità.
La spiegazione più semplice sembra indicare che non si possa considerare un ritorno perché il popolo non era ancora stato costituito.
Nella Bibbia ci sarà un ritorno, ma ciò avviene dopo la cattività babilonese.
Il ritorno biblico è sempre però associato al ritorno a Javhè e per questo non può che essere ritorno felice. "Questo Esdra dunque rientrò da Babilonia ed era uno scriba versato nella legge di Mosè che Javhe, Dio di Israele aveva dato. Poiché la mano di Dio era su di lui" C'è una identità fra il ritorno in Palestina, a Gerusalemme e il ritornare alla fedeltà a Dio, perché la cattività è stato segno dell'allontanamento da Dio, che è sempre una disgrazia, un danno. "All'andare se ne va in pianto / portando una gettata di semi / al tornare, torna in giubilo/ recando i suoi manipoli" (salmo 127,6).
La gioia non può esserci in terra straniera, lontano dalla patria e quindi da Dio: "Sui fiumi di babilonia eravamo seduti e piangevamo /ripensando a Sion./ Sui salici, nel suo mezzo, avevamo sospeso / le nostre cetre".
E' inevitabile che ogni ritorno, proprio perché significa una conversione, un ritornare alla fedeltà di Dio, non può che essere felice e auspicabile. Il ritorno alla fedeltà a Javhè è ancora un non mutamento, chè nella Bibbia il mutamento viene inteso come allontanamento dalla fedeltà a Dio.
Anche Dante offre un suo modello di ritorno. E' possibile ricavarlo dalla vicenda di Ulisse.L'eroe greco dice "Quando/ mi dipartii da Circe che sottrasse/ me più d'un anno là presso a Gaeta, / prima che sì Enëa la nomasse, / né dolcezza di figlio, né la pieta / del vecchio padre, né 'l debito amore / lo qual dovea Penelopè far lieta, / vincer potero dentro a me l'ardore / ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto / e de li vizi umani e del valore;"
Ulisse non si ferma ad Itaca, Ulisse continua il suo viaggio, non ritorna. Il suo è un ritorno fittizio. L'unico ritorno possibile per Dante è quello della patria celeste, gli altri sono ritorni effimeri.
Che cosa rende possibile il non ritorno ad Ulisse? Il cambiamento che è avvenuto in Ulisse che ha acquisito "l'ardore a divenir del mondo esperto e de li vizi umani e delle virtù".
Ulisse è mutato. E' possibile allora supporre che il non ritorno, l'esito non positivo del ritorno si ha non solo quando mutano le condizioni dell'ambiente da cui si è partiti, ma anche che chi si è allontanato è mutato e cambiato.
Alcuni esempi del tema del ritorno nella letteratura italiana.
Alcuni autori del 900 affrontano il tema del ritorno sia con storie e vicende di personaggi che ritornano al luogo d'origine, sia anche solo e solamente attraverso parole chiave che sono una spia del pensiero dell'autore stesso.
Si prenda, per esempio Verga. Ne La Lupa all'inizio del racconto è scritto:"una volta la lupa si innamorò di un bel ragazzo che era tornato da soldato". La novella Cavalleria Rusticana inizia in questo modo: "Turiddu Macca, il figlio della gna Nunzia, come tornò da fare il soldato".
I protagonisti delle novelle su citate tornano da soldato e il ritorno altera l'equilibrio che è costituito nella comunità. Il pericolo dell'alterazione dello status quo conduce la narrazione a uno sviluppo che tende non a ingenerare nuovi equilibri, ma ripristina la situazione antecedente oppure a riportare le società ad una rinnovata stabilità.
Pirandello nel Fu Mattia Pascal pone a fuoco, quasi in maniera esemplare, il tema del ritorno. Il ritorno inaspettato, non voluto genera scompiglio, ma non altera il tessuto e il ritornato si riduce a una vita marginale. Nella comunità è cambiato qualcosa, ma si accetta il cambiamento e questo non porta alcuno scompenso nella comunità. Per la comunità, in fondo, l'esistenza seconda di Mattia Pascal non ha alcuna importanza avendone in fondo decretata la definitiva morte. Il Fu Mattia Pascal può essere letto anche a partire dalla volontà di tutta una comunità di dichiarare Mattia defunto. Lo hanno riconosciuto in molti in quell'annegato.
Sembra di poter cogliere il significato che la decisione dell'allontanamento da parte di qualcuno per qualsiasi motivo, sia esso economico che politico, determini la dichiarazione di morte dell'allontanato. Di fatto questi viene escluso dalla storia della comunità.
L'ignoranza di Milan Kundera
Sul tema del ritorno è significativo il romanzo di Kundera l'Ignoranza che sovverte facili luoghi comuni. Intanto, in alcune parti, il romanzo è più che romanzo. Sembra un saggio, proprio perché affronta razionalmente, come organizzazione di concetti il fatto del ritorno. La vicenda della narrazione sembra quasi un consolidamento di quanto si vuole dimostrare.
E' pur vero che Kundera parla del ritorno dell'esule, cioè di chi si è allontanato dal territorio d'origine per ragioni di ordine politico. Ma l'allontanamento per qualsiasi ragione venga fatto è sempre un allontanamento, assume sempre una stessa funzione sul piano narrativo, direbbe Propp.
Quindi quanto scrive Kundera ha valore in generale per chiunque abbandona il luogo di nascita per un altro territorio.
Lo scrittore ceco mette in evidenza che il ritorno non è un fatto positivo sia per il ritornante che per la comunità d'origine.
Intanto fin dalle prime pagine pone in dubbio che la condizione di esule possa essere una sciagura: "Aveva sempre dato per scontato che la sua condizione di esule fosse una sciagura. Ma non era invece, si chiede in questo istante, un'illusione di sciagura, suggerita dal modo in cui tutti vedono un'esule?" (pag.27)
Questa riflessione dubbiosa può essere allargata alla condizione di migrante in generale.
Sembrerebbe scontato che uno debba essere legato senza condizioni e dubbi alla sua terra d'origine.
"Nel 1950, quando Arnold Schönberg viveva negli Stati Uniti da ormai diciassette anni, un giornalista americano gli rivolse alcune domande perfidamente ingenue: è vero che gli artisti emigrando perdono la loro forza creatrice? E' vero che l'ispirazione inaridisce non appena le radici del paese natale cessano di alimentarla? Ci pensate? Cinque anni dopo l'Olocausto! E un giornalista americano non perdona a Schönberg di non essere legato a quel lembo di terra dove, sotto i suoi occhi, si era scatenato l'orrore degli orrori!"(pag. 14)
Anche questo luogo comune, quindi, viene messo in discussione da Kundera che sottilmente fa comprendere come la condizione di esule, di migrato, se arriva a felici risultati non ha nulla da invidiare a quella di uno stanziale, che mai si è mosso dalla sua terra d'appartenenza.
Perché spesso "le stesse forze implacabili della Storia che attentano alla libertà rendono liberi”.(pag. 28)
Parlando di Ulisse Kundera dice che "per vent'anni non aveva pensato che al ritorno. Ma quando fu di nuovo a casa capì, con stupore, che la sua vita, il suo centro, il suo tesoro, si trovava fuori da Itaca, in quei vent'anni di vagabondaggio".(pag. 38)
L'altro luogo comune che l'autore ceco mette a fuoco è la percezione da parte della comunità d'origine che l'allontanamento derivi dalla mancata assunzione di responsabilità.
"E poi tutti pensano che ce ne siamo andati per avere una vita facile. Non sanno quanto sia difficile conquistarsi un piccolo spazio in un mondo estraneo."(pag. 43)
La comunità avverte l'allontanamento come un tradimento e quando si ritorna tende a ignorare completamente se non del tutto l'esperienza di migrante. La comunità d'origine, le sue amiche, ma anche i parenti avranno comportamenti sulla stessa lunghezza d'onda: "..col loro totale disinteresse per ciò che ..ha vissuto all'estero, le hanno amputato una ventina d'anni". (pag, 46) "Vent'anni della mia vita passati all'estero andranno in fumo nel corso di una cerimonia sacra. E le donne canteranno e danzeranno con me intorno al fuoco alzando i boccali di birra. E' lo scotto da pagare per essere perdonata. Per essere accettata. Per tornare a essere una di loro. Chi va via rischia di essere dimenticato."(pag. pag. 48)
"E' vero. Solo chi torna in patria dopo una lunga assenza può cogliere questa verità: nessuno si interessa alla vita degli altri ed è normale".(pag. 159)
In alcuni passi del romanzo si cerca di mettere a fuoco la figura di Ulisse e il senso del suo ritorno. Il ritorno positivo per Ulisse poggia sul fatto che alcune situazioni non sono cambiate. In questo il narratore ceco sembra concordare, pur senza aver esaminato i modelli di ritorno omerici, con quanto scoperto e riportato più sopra. Infatti scrive: "La gigantesca, invisibile scopa che trasforma, sfigura, cancella paesaggi opera da millenni, ma i suoi mutamenti, un tempo lenti appena percettibili, hanno subito una tale accelerazione che mi chiedo: sarebbe concepibile, oggi, l'Odissea? L'epopea del ritorno appartiene ancora alla nostra epoca? Svegliandosi un mattino sulla spiaggia di Itaca, Ulisse avrebbe potuto ascoltare in estasi la musica del Grande Ritorno se il vecchio ulivo fosse stato abbattuto e se nulla intorno a lui fosse stato riconoscibile?" (pag. 56)
Anche Penelope, afferma Kundera, si comporta con moltissima prudenza e con un certo distacco nei confronti di quell'uomo che aveva rinunciato alla immortale e bella Calipso per la mortale e corruttibile Penelope. "ho letto e riletto il passo in cui si ricongiungono. (Ulisse e Penelope). All'inizio lei non lo riconosce. Poi quando ormai le cose sono chiare per tutti, i pretendenti sono stati uccisi e i traditori puniti, lo sottopone di continuo a nuove prove per essere certa che sia davvero lui. O meglio il ritardare il momento in cui si ritroveranno a letto".
Primi aspetti del tema del ritorno nella letteratura della migrazione
Il tema va approfondito perché la tematica del ritorno è piuttosto ampia nella letteratura nascente o della migrazione. Come anticipazione di un'analisi che può essere più ampia e articolata indichiamo alcuni esempi di testi in cui il ritorno è tema centrale.
Immigrato di Salah Methnani
Già nel primissimo testo della letteratura della migrazione "Immigrato", nelle ultime pagine, in maniera sfumata appare il tema del ritorno. Il protagonista di tutta la vicenda ritorna in Tunisia, dal padre, da cui si era allontanato quand'era ancora bambino. E' un ritorno che vuole significare ringraziamento a quell'uomo che con il suo insegnamento gli aveva dato la possibilità di superare le avversità, di sentire la propria identità e di non perdersi.
Ma il narratore del testo "Immigrato", vede nel ritorno anche la possibilità a volte di ribellarsi alla desolazione, alle esperienze umilianti che si sono fatte in terra straniera. Il protagonista verso la fine scrive: "Avevo sì trovato un lavoro decente, una casa, una qualche identità, pure non potevo fare a meno di ripensare di continuo a Wahid. A ciò che aveva sussurrato, quando gli avevo chiesto che cosa pensava di fare dopo la legge che ci consentiva di rimanere in Italia mettendoci in regola. Lui aveva risposto:"Probabilmente, tornerò a casa".
L'incontro del protagonista col padre è un incontro positivo, carico di comprensione, rispetto ed affetto. E' il suo un ritorno ad esito felice? Intanto è temporaneo, poi è limitato ad una relazione ristretta della vecchia comunità d'appartenenza, tanto che quando egli è in mezzo alla comunità tunisina si era sentito straniero. "Durante la breve fila per il biglietto, mi ero sentito per metà uno straniero. Era come se la realtà mi arrivasse di colpo dopo aver superato un qualche filtro che la rendeva contemporaneamente comprensibile e ignota. Mi chiesi se, in qualche modo sconosciuto, io avessi smesso di essere un tunisino".
Il protagonista avverte l'estraneità, qualcosa che lo rende diverso.
L'incontro positivo col padre si ha perché quest'ultimo sostanzialmente, anche se più avanti negli anni, non è cambiato. La situazione d'arrivo è simile a quella che si era lasciato alla partenza, l'insieme dei valori sono rimasti immutati o sono inespressi.
Quando attraverserò il fiume di Kossi Komla Ebri
Nukuku, madre di Abra non è d'accordo con la figlia sulla scelta dell'uomo che questa vuole sposare. Poiché Abra non le dà retta, le lancia una condanna dicendole che quando avrebbe attraversato il fiume anche lei l'avrebbe seguita.
Dopo parecchi anni quando ormai Nukuku è molto anziana incomincia a star male e si avvia alla morte.
Anche la figlia incomincia a sentire un malessere generale e allora si ricorda della condanna della madre.
Si convoca l'assemblea del paese e viene invitato, nonostante la sua età anche il giovane figlio di Fofoè, che studia in Europa e che è ritornato al suo villaggio per un breve periodo.
Viene scelto dagli anziani del villaggio per parlare con Nukuku e convincerla a ritrattare la condanna che aveva fatto nei confronti della figlia Abra.
Il figlio di Fofoè con le sue parole la convince e così Abra è liberata dalla condanna della madre.
Nel racconto non si parla dell'allontanamento , ma si indica il ritorno: "Ricordo, un'estate, quando ero un giovane studente in Europa, un mio ritorno a casa in Africa, al villaggio, quel nostro villaggio agganciato alla montagna."
Ed è un ritorno accettato, anzi esaltato perchè il figlio di Fofoè non solo è accettato all'interno dell'assemblea del villaggio, ma anche incaricato di qualcosa di importante. Un ritorno sul modello di Nestore o di Tobia.
Anche qui la positività del ritorno dipende dal fatto che nel villaggio nulla è cambiato rispetto al mondo preesistente e lo stesso allontanamento viene percepito come qualcosa di positivo per la comunità. E' un periodo di formazione che la stessa comunità ha predisposto. Il giovane figlio di Fofoè è totalmente inserito all'interno della comunità, quasi senza distinzione individuale, identitaria. Nella narrazione non viene neppure fatto il suo nome, ma indicato come figlio di Fofoè.
Tutto gli insiemi dei valori della comunità d'origine resistono e sono vitali. Il narratore insiste molto nell'affermare la persistenza dei valori attraverso la modalità con cui le persone che si incontrano si salutano, oppure nella permanenza dei tradizionali rituali delle assemblee.
"Mal di..." di Kossi Komla Ebri
Una giovane ragazza parte per l'Italia e inizialmente va a vivere in un paese del Bergamasco con il fratello Fofo, medico e sposatosi con una italiana. Ma ben presto il suo modo di fare, di comportarsi urta con le nuove abitudini acquisite dal fratello, che sempre più ha accentuato la sua integrazione in Italia, vivendo proprio come un italiano, instaurando relazioni umane individuali e discrete, al contrario di come si usa in Africa ove l'importanza è la dimensione corale e di gruppo.
Decide quindi di trovarsi un'occupazione col proposito di ritornare in Africa non appena possibile.. Dopo qualche anno di lavoro come badante ritorna in africa col proposito di aprire una boutique. Al suo paese, però, rimane poco tempo perché mancano le strutture fondamentali di luce e acqua mentre lei è ormai abituata a queste comodità. E' in contrasto, anche, con la consuetudine di ricevere un marito, predisposto dai familiari, e va a vivere in città dove apre la sua boutique e diventa amica di un'altra rimpatriata che aveva aperto un negozio di parrucchiera proprio di fronte al suo. Con lei di tanto in tanto rifanno un tuffo in modi e abitudini propriamente europee e sentono quasi una nostalgia della vita che si svolgeva in Europa, in Italia per lei, in Germania per l'amica.
Ancora una constatazione: manca il nome della protagonista. Kossi vuole ancora una volta sottolineare la priorità dell'appartenenza al gruppo, alla comunità piuttosto che a se stessi. Il nome individualizza, distingue.
L'elemento più significativo del racconto è il fatto che la ragazza in effetti non ritorna perché quando rimette piede nel suo paese natale, sente il bisogno di riallontanarsi e andare da un'altra parte perché ormai non può assumere i comportamenti di vita della comunità originaria. La struttura del ritorno qui diventa simile a quella descritta da Verga. La comunità mantiene i suoi ritmi, le sue abitudini mentre nella protagonista ci sono dei cambiamenti che non permettono un rientro semplice, anzi diventa impossibile.
L'esito positivo del ritorno è dato dalla permanenza delle condizioni non solo nella comunità d'origine, ma anche dell'emigrato.
Il telefono del quartiere di Gabriella Ghermandi
Gennet ritorna in Etiopia per ritrovare le sue origini. E' sempre accompagnata da un anziano di nome Zeggu che abita a Kecenè, un quartiere distante dallialbergo in cui alloggiava.
Ogni mattina Gennet telefonava a Zeggu il quale rispondeva senza molta sollecitudine ai suoi richiami.
Dopo aver cercato invano, Zeggu invitò la giovane rimpatriata a recarsi al suo quartiere per capire la vita che vi si svolgeva e così comprendere le sue origini. Gennet vi si reca e scopre la vita che si svolgeva attorno a un telefono, unico del quartiere, vita che era povera, ma dignitosa e nel medesimo tempo caotica e lenta.
Ritrova così il rimodella vita dell'Africa a tal punto da rinunciare al suo orologio, che le dettava il tempo e le faceva perdere la comprensione umana.
Ritorno vissuto felicemente. Gennet è ben accolta, accettata dalla comunità da cui lei proveniva.
Ma anche qui tutto è condizionato dal fatto che nel quartiere la vita non è cambiata, nulla è mutato. Anche il telefono, strumento di progresso, modernità e tecnologia, viene riassorbito all'interno del ritmo e della cultura della comunità e Gennet riaccetta i valori della comunità, li rifa propri.