Gnisci: Il mio sarà uno spot pubblicitario perché sono un suporter di Julio , ho anche scritto una Postfazione del libro Racconti italiani e per rendere subito l’impatto di questo spot dirò che Julio è il migliore scrittore straniero che scrive in Italiano. Va bene?!
Domanda del pubblico: Ma quanti sono?
Eh, domanda molto intelligente. Sono tanti... tanto è vero che io ho a Roma una banca dati dal 1996 in cui registro il fenomeno nuovo, degli anni ’90, degli scrittori migranti che vengono in Italia e che a un certo punto scrivono in Italiano. E ho registrato fino ad ora 250 testi. Gli scrittori saranno per lo meno una sessantina. Christiana de Caldas Brito sta seriamente sulle tracce di Julio. Questa frase mi è venuta così: perché? Perché prima mi è venuta: Cristiana è la migliore scrittrice straniera in Italiano che io conosca. La cosa mi è sembrata abbastanza maschilista, e cioè, Julio è il miglior scrittore in assoluto, lei è la migliore di quelle altre che sono le donne, le scrittrici. Io sono contro la ghettizzazione delle scrittrici in una categoria a parte delle letterature universali. O uno è bravo o no. Virginia Woolf, che è stata nominata prima da Julio, o la Lispector, o la Gordimer, sono più brave di Baricco, Busi, Bevilacqua, Tamaro, cioè, tutta la robaccia che voi leggete ogni giorno, che noi leggiamo ogni giorno: la grande letteratura italiana contemporanea del Ventesimo secolo e del Ventunesimo secolo. Oh! Compresa le nostre grande scrittrici, Dacia Maraini, e tutte quelle altre. Adesso basta. No, no. Volevo chiudere con la questione di come mi è venuta la frase. Se dico che Christiana è la migliore scrittrice straniera che scrive in Italiano la cosa non torna molto bene. E allora ho pensato di cavarmela dicendo: Christiana è seriamente sulle tracce di Julio. Ora, due brasiliani in testa alla corsa, come vedete. Direi che sono inseguite da uno stuolo di magrebini e di africani neri. Che quando “gli acchiappano”, come dicono a Roma... però loro stanno molto avanti. Parlerò di una questione che continua a darmi da pensare. Questi sono i primi testi in Italiano scritti da Julio, che ha già dietro una carriera di libri scritti nella sua lingua d’origine notevole. Non è un esordiente. È un esordiente in Italiano. Eppure lui, con me ha sostenuto sempre negli ultimi mesi, che questo libro fa parte della letteratura brasiliana. Questa questione continua, come dicevo, a colpirmi, e nella Postfazione che leggerete, se vi va, affronto proprio questa questione, e la risolvo in una maniera che oggi ritengo superata. Cioè, la risolvo a parole, non sono riuscito a pensare bene. Adesso invece penso di pensarla meglio, perchè? Perché la reciproca conoscenza tra Julio e me attraverso le famose e-mail, che ci mandiamo ogni giorno, alcuni giorni anche più di una al giorno, la differenza tra i miei testi e quelli di Julio è che i miei testi sono di due, tre, quattro righe, quelli di Julio di otto pagine, tanto è vero che io lo chiamo “oceano”, “oceano amazzonico”. “Caroceano” si intitolano le mie e-mail, lui invece mi chiama “proconsole”. Allora il nostro colloquio è andato molto avanti, in questi mesi. Se leggete “Sagarana”, la rivista on-line, potrete trovare nella sezione “Ibridazione” un pezzo di essi, che sta in fondo alla voce “sincretismi”, la parola proposta, scritta da Julio, in quella grande esperienza che abbiamo fatto questo estate in Toscana in trenta, che si chiama Porto Franco. E allora siamo arrivati, ragionando insieme attraverso la posta elettronica a costruire uno scheletro ancora imperfetto di una poetica a due, quella che interessa a lui che è quella del sincretismo, – non sto qui a spiegarvi cos’è, cliccate su www.sagarana.com, e vi leggete la parola “sincretismi”, e da parte mia l’interesse che ho per la migrazione e per gli scrittori migranti. Allora sono arrivato a questo punto: quello di pensare che gli scrittori migranti, come ho sostenuto da diversi anni – ho scritto anche un libriccino che si chiama La letteratura italiana della migrazione – entrano a far parte della letteratura nella lingua della quale arrivano a scrivere, che siano magrebini, brasiliani, filippini o giapponesi – abbiamo anche uno scrittore giapponese che scrive in Italiano, che vive in Italia, a Milano – se scrivono in Italia entrano nella letteratura italiana. La letteratura italiana, anche se nessun manuale di Storia Letteraria del Novecento ne tiene ancora conto – la Letteratura Italiana è trasformarta, come diceva Elliot, dall’ingresso di questi nuovi scrittori, che gli si riconosca o no, e ancora non vengono riconosciuti. E sono poco conosciuti. Ma – e qui le integrazione con quello che sostiene Julio, che da parte sua quando io gli chiesi che significava mai che i suoi racconti Italiani facessero parte della letteratura brasiliana mi disse: “Devi capirlo tu”. È il lettore italiano che lo deve capire. E quindi era una sfida. Allora, lo straniero che scrive nella nuova lingua del luogo dove si è accatastato, è andato ad abitare, entra a far parte della Letteratura di quel paese, ma nello stesso tempo fa parte della letteratura del suo paese d’origine in una maniera misteriosa, perché? Perché di essa – letteratura, cultura, lingua – porta dentro di sé le tracce, le tracce invisibili, che entrano nella nuova lingua di arrivo. E attraverso queste tracce rinnova la lingua in arrivo, cioè quella italiana, e rinnova le tracce, non permette cioè che le tracce diventino ossi, si ossifichino, diventino oggetti da museo, ricordi, pura nostalgia. Questo concetto di traccia lo derivo da un grande scrittore caraibico che si chiama Eduard Glissant, il quale dice: i neri, catturati lungo le coste del Golfo della Guinea, messi nella nave negriera, nella pancia della nave negriera, disimpararono a parlare, perché quei farabutti dei portoghesi, o degli olandesi, o degli inglesi, o dei francesi, o degli arabi, sulla costa d’Avorio, sulla Costa del Senegal, dividevano i clan, dividevano le famiglie, così come facevano le SS – le abbiamo visti in tanti films – lo abbiamo inventato già molto prima, non lo ha inventato Hitler, lo abbiamo inventato noi altri europei quando abbiamo cominciato la tratta degli schiavi neri – dividevano ognuno da tutti gli altri legami e mettevano in ogni nave uomini, presi da clan e tribù diverse, tanto che tra di loro additrittura non si capivano. Già nell’atto di forza della cattura c’era lo spossessamento di qualsiasi identità, oltre che la perdita di tutti i legami con la propria patria. E arrivati nella terra straniera, il luogo che era normalmente il porto de La Habana, dove si vendevano, era il più grande mercato di schiavi, che andavano nelle piantagioni del Nord, piantagioni di cotone della Virginia, eccetera, oppure nelle piantagioni del Sud, nel Brasile. Arrivati nei nuovi posti, anche lì si parlava un’altra lingua, allora “il migrante nudo”, come lo chiama Glissant, cioè il migrante che non si portava appresso la valigia con lo spago come i nostri nonni italiani, che partivano appunto con la valigia legata con lo spago e con gli spaghetti dentro, le moglie e i bambini, né il migrante armato, Cortez oppure gli eserciti di Sua Maestà Brittanica. Il migrante nudo veniva messo nella nave negriera senza nulla, nemmeno la sua lingua, portava dentro di sé le tracce della propria cultura e le ha tirate fuori nel momento in cui ha inventato quello che Hobsbaum, il grande storico del “secolo breve”, del secolo passato, ha chiamato “l’arte del ventesimo secolo”, il jazz. Da dove nasce il gospel, il blues, o il jazz. E poi tutta la pop music che è la musica che vive dentro di noi, che ci attraversa in continuazione, sia come techno insopportabile, sia come soul music o funk, oppure come pianismo eccelso, viene da lì. Viene dalla traccia, dalle tracce, della musica africana che è la madre delle musiche del ventesimo secolo e si applica a strumenti che gli africani non conoscevano, non avevano mai visto, il pianoforte. Quello che aveva suonato Mozart, adesso lo suona Thelonious Monk, Errol Gardner o Keith Jarrett, neri. E lo suonano inventando una musica completamente diversa, tanto che un musicista classico fatto in conservatorio non riesce a leggere addirittura uno spartito di jazz, ammesso che esista, poiché lo spartito di jazz, come sapete, è fatto di poche indicazioni. È una musica che addirittura chi si laurea in pianoforte non riesce a capire se non ha una sensibilità particolare. Bene, questa musica che ci traversa tutti quanti, la musica del ventesimo secolo, è nata da questo miracolo, cioè dalle tracce portate dentro di sé dai neri schiavizzati dai bianchi, , all’incontro con la musica occidentale. E così dall’altra parte, dice Glissant, è nato quel grande fenomeno, tipicamente caraibico. Ma, dice Glissant, tutto il mondo, da questo punto di vista, si va creolizzando, cioè, la “creolità”, la “crealizzazione”. Quindi essere straniero, scrivere in terra straniera, in lingua straniera, significa appartenere a due letterature, e la fortuna della letteratura italiana è che oggi scrivono in Italiano tutte le letterature del mondo, cioè tutti i migranti che vengono da diverse parti del mondo, dallo Sri lanka come dall’Africa nera o dal Brasile. Scrivono e rinnovano la letteratura italiana con le tracce di tutte le loro culture, il che è invisibile ancora, non ce ne accorgiamo, ma se ne accorgono per esempio i nostri bambini – i vostri bambini, perchè le mie sono molto grandi – quando a scuola hanno a fianco un bambino che viene dalla Polonia, un bambino che viene dall’Albania. Il migliore poeta italiano, e loro non possono prendersela perché sono narratori, il miglior poeta straniero che scrive in italiano è un albanese, Gezim Hajdari, ha vinto il Premio Montale, come dicono a Napoli “Scusate se è poco”, un albanese, non ha vinto il Premio Montale per gli albanesi, eh? Non esiste all’interno del Premio Montale un particolare premio per gli albanesi venuti in Italia nell’anno, eccetera, eh? Ha vinto proprio il Premio Montale per gli inediti, per cui concorrevano evidentemente anche degli italiani, da qui la mia battuta molto quotidiana “Scusate se è poco”. Allora in questo modo, dicevo, la letteratura italiana contemporanea sta diventando una letteratura mondiale, in quanto viene irrorata, seminata, da tutte le letterature, gli immaginari linguistici del mondo, che sopravvivono, e si rinnovano, come ho detto prima, nelle tracce che ognuno di questi scrittori porta con sé. Julio Cesar – e qui bisogna dirlo, se qualcuno non lo sa, che Julio si chiama Julio Cesar, ha fatto una inchiesta tra tutti i suoi amici prima di decidere se mettere sulla copertina del suo primi libro italiano Julio, Julio Cesar, Julio Cesar Monteiro Martins, Julio Martins, eccetera, le varianti son quattro, e alla fine ha vinto Julio Monteiro Martins, e io invece ero per tutti e quattro i nomi, lui si è convinto che questo Julio Cesar è pesante; per questo mi chiama proconsole me, che mi chiamo Armando poi, e che quindi non ho nulla a che fare con i nomi romani e imperiali. Che cosa ha in più Julio Cesar, perché dico che è il più bravo di tutti? Beh, dico che è il più bravo di tutti perché inventa storie, inventa storie, vedrete in questo libro, che dovete assolutamente comprare, se non lo avete già fatto, e poi anche perché avete l’occasione straordinaria di farvelo firmare dall’autore, presente il postfattore, cioè io gli sarò a fianco, è una fortuna veramente incredibile, se volete, perché lui inventa storie diverse, non è il narratore di storie belle ma tutte un po’ uguali, del tipo: divertenti, sì, una più divertente dell’altra; noiose, sì, una più pizzosa dell’altra; tristi, sì, belle, ma poi lui alla fine sempre si ammazza, lei ammazza lui o lui ammazza lei. No, sono storie completamente diverse, come se ogni storie avesse un suo stile, o meglio, come se ogni storia fosse scritta da uno scrittore che abbia un proprio stile, evidentemente diverso dagli altri scrittori. Questa è la capacità di questo grande scrittore italiano-brasiliano, che trasforma tutte queste storie in una specie, direbbe Glissant, di “tutto mondo”. Un “tutto mondo” di storie. Voglio dire, in definita, che quando Julio ha dato il nome di Sagarana alla sua scuola e anche alla rivista – e “sagarana”, me lo insegnate, significa “più storie”, “tante storie” – incrociando – invenzione di Guimarães Rosa – una parola occidentale, europea, “saga”, con una parola Tupi, “rana”, che vuol dire pluralità, bene quando ha trovato quel nome, parlava di sé: Sagarana è lo stile di Julio, cioè di inventare una pluralità di storie, un “tutto mondo” di storie, una diversa dall’altra, e tutte, ve lo assicuro come se si trattase di un dentifricio, belle!”