La letteratura italiana è stata segnata dalla modalità narrativa normata da Boccaccio, imitata nei secoli successivi, riproposta a noi attraverso i vari Verga, Pirandello, Calvino, Moravia, ecc.
La struttura narrativa che va dallo scrittore del ‘300 fino ai nostri giorni, se ha registrato mutamenti sul piano stilistico e linguistico ( al periodare ampio e ricco di subordinate se ne è sostituito un altro fatto di piccole frasi, a volte monofrasi), non ha invece registrato significativi mutamenti su altri piani.
La centralità dell’azione è l’aspetto costitutivo di tale struttura. La narrazione si organizza intorno ad una serie di azioni, quelle che Roland Barthes chiama funzioni cardinali o nuclei, secondo un rapporto di causa effetto che ne segnano ritmo e significato. Nella tradizione italiana insomma il racconto è prevalente rispetto alla descrizione.
Il significato si determina comunque proprio a partire dal racconto e dal rapporto fra le azioni del racconto.
E’ qualcosa di simile a quanto avviene per la struttura filmica ove la successione delle immagini, la loro relazione fonda il senso del fatto filmico.
Il modo di narrare di Julio Monteiro Martins è diverso. Non sono le azioni e la loro successione a costruire un significato, ma è il significato che genera azioni limitate, appena accennate quasi costruite sul “discorso”.
In genere nel fatto narrativo si va dall’azione al significato. Nei racconti di Monteiro il percorso è rovesciato, dal significato all’azione. E’ pur vero che il senso, secondo Genette, è precostituito rispetto alla grammatica e alla sintassi del racconto, ma per scoprirlo, per manifestalo il narratore prima e poi il critico passa dalla sintassi, dalla grammatica al senso. La sensazione che si ha è che nello scrittore italo-brasiliano non solo preesista il senso ma che sia immanente all’interno del narrato e che il narrato ne scaturisca.
Armando Gnisci nella postfazione a Racconti italiani parla di “queste sue storie, brevi e intoccabili, nitide come fotografie canadesi”. L’idea della fotografia da associare ai racconti di Julio Monteiro mi sembra puntuale, perché la struttura narrativa presente all’interno della fotografia è statica, fissata in un momento istantaneo. E’ come se il fotografo, inquadrata l’immagine con l’obiettivo ne abbia colto prima il senso e poi abbia operato lo scatto. Il fotografo ha proprio il pregio di saper cogliere il senso di una inquadratura e di fissarla facendovela vedere in stampa. Ai comuni mortali la stessa inquadratura non direbbe niente e non la fisseremmo, fotografando su altre inquadrature tutt’altro che poetiche.
Per questi motivi sostengo che il racconto dell’autore brasiliano va dal senso all’azione. Egli ha colto il senso di un qualcosa, ha disposto gli elementi, oggetti, spazio, tempo, personaggi così che possano essere fissati in una immagine fotografica o in varie immagini fotografiche che poi ne formano una unità.
Dopo la lettura sembra di essere stati in una galleria di fotografie ove a volte sono le singole immagini a colpire, altre volte sono gruppi di fotografie che ti fanno soffermare.
I racconti più lunghi di Julio Monteiro sono dei polittici fotografici.
Proprio per queste caratteristiche la narrazione dello scrittore brasiliano si colloca in un punto intermedio fra narrativa e poesia. Ne è una dimostrazione la ricchezza di metafore, di simboli, per cui la sua prosa risulta polisemica proprio come la poesia.
I testi di Julio Monteiro sono ricchi di dialoghi, a conferma dell’analisi precedente. Dialoghi che a volte fanno sì che il testo diventi qualcosa di diverso dal racconto e acquisti quasi la forma di piccolo saggio, ove il racconto è estremamente diluito.
I dialoghi sono misurati e condotti con linearità. Essi riproducono sovente il modo di parlare, di esprimersi di una classe sociale media, mediamente colta e proprio per questo privatasi ormai di valori consolidati e secolarizzati da ogni punto di vista, religioso, ideologico, etico.
Ciò non significa che i personaggi manchino di umanità, ma in questo mondo ove i sentimenti sono assorbiti dalla tecnologia o inseriti e manifestati all’interno di essa, le passioni non possono che essere attutite, accennate, rese tecniche.
Lo scrittore inserisce personaggi in dimensione tecnica, come nel racconto contiguità l’uso del P.C per comunicare, ma proprio per questo manca il dramma che per manifestarsi ha bisogno della coralità, come avveniva nella tragedia greca.
I personaggi manifestano la loro sofferenza eliminando, ad esempio, l’e-mail; in altri tempi, in altre classi sociali ancora prese dal “fondamentalismo” religioso, ideologico, la sofferenza sarebbe stata comunicata con azioni forti, dirompenti, con la totalità della voce perché la comunità potesse sentire.
Ancora qualche accenno sull’uso della lingua che è usata in modo sapiente dallo scrittore italo-brasiliano. Il tono, lo stile è sempre elevato e rivela una conoscenza non comune dei suoi segreti e risvolti sul piano linguistico e sintattico.