Nota biografica | Versione lettura |
La lettura di due testi molto diversi sul piano degli argomenti trattati e i cui autori sono nativi in parti del mondo distantissimi, ma pure distante penso sia la loro cultura di base mi ha fatto riflettere perché c’è una coincidenza sostanziale sulle basi su cui si fonda l’essere. Questo assunto filosofico che in Parmenide e in Aristotele sembra immobile (l’essere è e non può non essere, il non essere non è e non può essere), dinamicizzato da Heidegger, ma pur sempre riferito ad una unità, all’unità dell’io che nell’esserci progetta, in due autori molto distanti l’uno dall’altro diventa totalmente dinamico. Sia Edoard Glissant nel suo “Poetica della relazione” che Vito Mancuso nel suo “L’anima e il suo destino” pongono l’essere come essenzialmente Relazione. Non perché ci siano due unità che si pongano in relazione, ma la relazione è di per sé la struttura dell’essere senza principi costitutivi preliminari alla relazione.
Scrive Glissant: “La relazione, l’abbiamo sottolineato non fa leva su elementi primordiali, separabili o riducibili – in questo caso sarebbe possibile ricondurla ad una meccanica suscettibile di essere smontata o riprodotta. Non precede se stessa nel suo agire, non presume alcun a priori. E’ lo sforzo senza limiti del mondo: che si realizza in totalità, sfuggendo cioè al riposo. Non si entra in relazione come si sarebbe entrati in religione. Non la si concepisce prima, come si è voluto concepire l’essere.”
Per Glissant questa affermazione serve a fondare una nuova poetica che non si basi sull’identità e a demistificarla totalmente per cui non c’è un io e un altro io, ma c’è solo Relazione tra due soggetti che senza relazione sarebbero nulla.
Per Mancuso la Relazione è il fondamento stesso del Cristianesimo. Non si spiegherebbe la Trinità senza la visione dell’essere come pura relazione. Così si esprime: “In principio era il logos – così si esprime il Quarto Vangelo. Il che significa: in principio era la relazione. Il significato principale di Logos è relazione. La traduzione corrente con parola o verbo è secondaria” e poco più oltre afferma: “La parola procede dalla relazione, la quale è il vero principium, la vera arche, di questo nostro mondo.”
Due studiosi che per finalità diverse convergono su un unico punto: la messa in discussione della staticità dell’essere, della inconsistenza di ogni identità perché base della realtà è l’alterità.
La letteratura-mondo e in special modo quella italiana non possono prescindere da una poetica che veda nella relazione il principio cardine del suo farsi, crearsi, costituirsi. Ciò non vorrà dire non assumere anche come argomento l’io, ma proiettarlo nell’alterità con la consapevolezza che senza la relazione l’io sarebbe un vuoto.
Il secondo aspetto connesso ad una poetica della Letteratura-mondo è la deterritorializzazione.
Nel testo di Edoard Glissant richiamato in precedenza il territorio in poetica acquista una dimensione secondaria perché la dimensione di riferimento è il territorio mondo. Ciò non vuol dire non partire dal piccolo territorio, che anzi solo questo può universalizzarsi, ma il piccolo mondo non può essere il riferimento ad quem, ma tuttalpiù, il termine a quo.
L’esaltazione della territorialità si accompagna molto spesso all’esaltazione dell’identità. Ogni poetica-mondo, ogni poetica che vuol avere la caratteristica della leggerezza e la prospettiva del futuro non può che emarginare sia l’identità che il territorio.