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lettera al padre

federico federici

Padre,
ti dedico il verbo sfiorare
perché s’addormenta in esso
tra le dita il fiore, e rompono
i legami al cielo rami e ghiaccio,
han tremito le rose, la terra vibra,
le foglie fremono battendo nella polvere,
e l’aria infiamma la pupilla, la luce
cade e pesano le mani aperte e sole
prima che avvengano le cose,
perché oggi hai detto addio
tremando, ed io non t’ho
baciato al pianto, e la parola
alta, la più alta che conosco
dopo il tuo nome è già terrena
e dislocata da tutte le altre
cose non sa trattenerti.

E per seguire te un istante dopo
ho consacrato gli occhi uscendo
e tu toccavi la mia stessa ombra
estesa – di noi ciascuno era metà –
premevi sulla bocca il dito
ad inghiottire piano il fiato
all’aria scossa, la sillaba
strappare del dolore e richiamarmi
un tempo silenzioso a te.
Ma solo a non guardare un’ora
indietro, nell’assoluto battito
del cuore, ti avrei toccato
il petto, sarei rimasto lì
a calmare forse la bufera,
riunire insieme i giorni,
contare oggi come ieri l’ombra.
Mi sporgo invece in marzo
a un davanzale scuro sulla neve
e guardo l’orbita già chiusa
dell’insetto che mi cade a fianco.
Imparo io così a scoprire gli angoli
dov’è raccolto il vento.

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Anno 9, Numero 38
December 2012

 

 

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