Nota biografica | Versione lettura |
Kamal al bar
La questione sicurezza è tornata non solo a occupare le prima pagine di tutti i giornali, ma è diventata anche il tema dominante delle chiacchiere da Bar, da parrucchiere, da… ogni qualvolta ci sia da colmare il vuoto imbarazzante che segue i convenevoli sul tempo che fa.
Mi soffermo su quelle da bar perché ne ho esperienza diretta.
Chi è solito far colazione con cappuccino e brioche sa come il piacere di questo rito mattutino sia inscindibile da quello di sfogliare i giornali ancora croccanti ( i giornali del bar al pomeriggio sono ridotti a uno straccio). Si dà un occhiata ai titoli e i più espansivi fra gli avventori danno il via ai commenti. “Non se ne può più”. “Vanno rispediti a casa”. “Si però i nostri non vogliono più fare certi lavori”…
Se sei un immigrato la mattina insieme al cappuccino e la brioche devi ingoiare anche molti rospi.
Che bei tempi quando i convenevoli si limitavano alle tasse, al caro vita dovuto all’euro e ad altre facezie.
Kamal e vu cumpra 2
I venditori ambulanti sono esasperati. Non appena espongono la loro mercanzia vengono caricati da squadre scelte di vigili e si vedono confiscare la merce ed affibbiare multe salatissime. E non riescono proprio a capire il motivo di tanto accanimento. Eppure i vigili non fanno che applicare il regolamento. Cosa dice il regolamento? In poche parole il regolamento dice che il commercio ambulante sulla battigia è permesso solo a coloro che rispecchiano in maniera fedele l’immagine che la gente ha del Vu-cumpra: una macchia scura carica di mercanzia che si aggira fra gli ombrelloni. Se uno vuole invece facilitarsi un po’ la vita usando un carrellino, o semplicemente esporre la sua mercanzia sulla spiaggia e aspettare che i bagnanti vengano di loro spontanea volontà a fare shopping o semplicemente a curiosare, non può farlo: glielo vieta il regolamento.
Qualcuno però deve prendersi la briga di andare a spiegarglielo ai commercianti ambulanti che non si tratta di pura cattiveria , né c’è la volontà di ridurli al lastrico e affamare le loro famiglie; tutt’altro.
Il fatto è che il turista che sceglie Senigallia per le sue vacanze lo fa non solo perché l’acqua è pulita, perché si mangia bene, perché ormai considera come casa sua l’alberghetto a tre stelle di cui è cliente fisso ormai da trent’anni, e dove, immancabilmente, ad allietare i suoi mercoledì sera c’è l’orchestra che suona le care belle canzoni d’una volta ( tutto Casadei, alcuni brani scelti di Celentano, Little Tony e, a chiudere, tintarella di luna o siamo i watussi) ma lo fa anche perché sa che incontrerà sotto l’ombrellone il suo amico vu-cumprà che cercherà di rifilare una qualche patacca a lui e un pareo alla consorte.
Ora questo genere di turista è abitudinario e il modo migliore per perderlo sarebbe quello di sconvolgere le sue abitudini da villeggiante.
Per un siffatto turista ad esempio un vumprà col carrellino è inconcepibile; inconcepibile almeno quanto little tony senza il ciuffo.
Tuttavia bisogna prendere atto del tempo che passa. Persino il più fanatico turista giapponese, in visita al Colosseo, sa che per la sua foto ricordo deve accontentarsi di un finto gladiatore. È ora che anche il nostro turista, fan sfegatato di little tony, cominci a prendere confidenza con i finti vucumprà.
Kamal e i ladri di biciclette
Era alta, bella, snella e dotata di un signor manubrio. Un manubrio altezzoso che la faceva sembrare un giovane maschio di muflone nel pieno delle forze. Mi bastava un colpo d’occhio per riconoscerla fra mille.
Qualcuno, approfittando di un mio attimo di distrazione, complice la confusione ferragostana creata dal clamoroso successo di pubblico che ha caratterizzato quest’anno le consuete Kermesse estive, me l’ha portata via forse per sempre.
Eravamo, io e lei, un tutt’uno. E ora dopo tanto pedalare mi tocca re imparare a camminare. La riabilitazione procede bene e miglioro a vista d’occhio.( Ancora un po’ mulino le gambe e tendo a trasmettere un movimento rotatorio alle mie falcate: come se avessi i pedali al posto delle suole)
Mi spiace molto aver perso la bici, e ancor di più mi duole la perdita di quel magnifico manubrio. Del sellino, invece, quello non lo rimpiango per niente. Era scomodissimo, non c’era verso di tenerlo orizzontale; era un sellino al viagra: puntava sempre verso l’alto, con non poco disagio per i miei zebedei.
Kamal racconta il suo primo impatto con l’Europa
Il mio primo impatto con l’Europa è la stazione ferroviaria di Madrid ( o forse era Barcellona: non ricordo bene, è passato tanto tempo). Aspettavo una coincidenza e avevo deciso di mandar giù qualcosa. Mi sono scelto una panchina appartata, ho tirato fuori il pollo ( fatto dalle amorevoli mani materne) e stavo per dar il via al mio primo banchetto sul suolo europeo, sennonché vedo passare un venditore ambulante di bibite, mi alzo un attimo per comprare una Coca, torno verso la panchina e…il mio pollo era sparito. Fu il primo di una lunga serie di pasti saltati.
Kamal e bikesharing
Se l’intento era quello di incentivare l’uso della bici, allora non ci siamo. Sarà una decina di giorni che ho in usufrutto una delle bici arancioni che l’amministrazione comunale mette a disposizione della cittadinanza. Ed è da altrettanto tempo che lotto contro la tentazione di riportarla indietro per non usarla mai più.
Propriamente parlando, più che di bici, è meglio parlare di mezzo pesante. Sarà all’incirca una quintalata di roba, e tutta concentrata sul cestello. Per carità il cestello sarà anche capiente, su questo non ho nulla da eccepire. Solo che a me la bici serve solo per muovermi agevolmente in città, e non per farci dei traslochi. Anche se, e questo va detto, la bici che ho in dotazione non ha nulla da invidiare, per solidità, stazza e peso, ad un autoarticolato. Anzi, dopo questi dieci giorni di praticantato, potrei superare l’esame per la patente c senza problemi.
Usare questo genere di bici ha anche i suoi lati positivi.
Tutta la muscolatura ad esempio ne trae grande vantaggio: ho fatto due polpacci che neanche Cipollini…per non parlare poi dei bicipiti e di tutta la muscolatura del collo che si sono sviluppati in maniera spaventosa per via dello sforzo notevole richiesto per tenere in equilibrio il suddetto cestello con bici allegata.
Non so quanto ancora resisterò prima di riportarla indietro. Ormai stiamo andando incontro alla bella stagione, e tutti i tg dicono che sarà un estate caldissima: trascinarsi dietro una quintalata di bici non sarà per niente agevole.
Bici del genere possono andare bene per la Parigi Dakar ( il cestello andrebbe comunque alleggerito) e non per pedalate tranquille nei centri storici o a lungo mare.
Kamal e i festival delle culture
Da un lato la politica che mette in guardia dagli stranieri. Sempre dallo stesso lato fra le etnie vengono innalzate barriere anti commistione, netto discrimine fra il bene e il male. Le etnie con le relative culture d’appartenenza sono il bene quando ovviamente sono italiche. A difesa di tanta purezza stanno i soliti giovin politici le cui carriere veleggiano alla grande. I venti xenofobi che battono l’Europa soffiano sempre a loro favore, ce l’hanno sempre in poppa.
Ma ora siamo nella stagione dei festival e non sta bene parlare di queste cose.
In tutte le città c’è una sorta di armistizio. Una tregua. Si quietano le ronde. Scemano le aggressioni a sfondo razziale. O almeno questo sembra dai giornali locali che d’estate sembrano preferire altre prede, e per un po’ degli stranieri vittime e carnefici si sente parlare con meno insistenza. Anzi si scopre il lato gioioso e giocoso degli stranieri. E quindi via con le Kermesse, le rassegne, le feste ed i festival.
In tutta Italia, da Nord a Sud, si innalza un inno alle culture.
Laddove per tutto l’anno non si trovavano due lire per un corso d’italiano, o un simil tetto per proteggere dal freddo i tanti senza casa, o per mettere qualche mediatore in più nelle scuole… all’improvviso budget di tutto rispetto vengono sperperati nel giro di due o tre giorni. Vengono messe su delle carnevalate in cui le culture sono chiamate a mettersi a lustro e sfilare per le piazze inscenando ipocrite pantomime pseudo-culturali, pagliacciate di pessimo gusto in cui si mischia il cuscus ai balli tribali, la paella alla danza del ventre, un orgia pagana, un vero insulto alle tradizioni, un meltingpot alle vongole, numeri circensi tirati fuori direttamente dal cilindro di una società scopertasi magicamente multietnica. Il tutto con la complicità di alcuni nostri cosiddetti rappresentanti di noi marocchini, algerini, peruviani, ecc, che non venendo mai interpellati per alcunché nelle politiche che li riguardano, interpretano il loro coinvolgimento in queste kermesse, quando sono in buona fede, come un riconoscimento al loro presunto ruolo di guida delle loro comunità di riferimento. Quando invece sono in malafede, questa è solo un occasione per racimolare qualche soldino. Le amministrazioni non mancano mai di elargire qualche briciola a questi stranieri perché inscenino i loro usi e costumi.
Davvero siamo alla svendita delle culture. Un mercato rionale dove nelle bancarelle si mercanteggiano feticci identitari. Siamo anzi alle marchette culturali. Sento impellente il bisogno di dissociarmene.
Dopo anni di leggi razziste e di dichiarazioni da apartheid, dopo i morti ammazzati di Castelvolturno , dopo le umiliazioni che quotidianamente ci vengono inflitte, ora, con il bene placido dei migliori di noi va in scena questo scempio delle culture.
I migranti intellettuali spesso fanno da testimonial a questi festival, sono chiamati come consulenti, o a recitare le loro poesiuole sulla migranza, a presentare i loro volumetti sulla diaspora, e tutti giulivi ad autocelebrarsi, mai che si alzi una voce da parte di costoro per denunciare i soprusi e le ingiustizie di cui sono vittime gli immigrati.
Invece di spendersi in queste cause si accontentano di fare i saltimbanchi; girano da una fiera all’altra, da un festival all’altro riducendo e svilendo il ruolo di intellettuali della diaspora a mere comparse folkloristiche in queste sagre della cultura.
Invito tutti a boicottare questi festival. Perché finché ci fanno la festa non abbiamo nulla da festeggiare.
Kamal e gli oroscopi
Una volta sono entrato in un bar per prendere un caffè e dentro al bar c’era una signora cinese, in piedi, tutta intenta a leggere il giornale aperto su un tavolino dove c’erano anche altri giornali.
Dopo un po’ che leggeva, la signora cinese, ha preso il giornale ed è andata dal barista chiedendo lumi sul significato di una certa parola. Non ricordo più che parola era. Ma ho visto che quello che leggeva così con tanta serietà era l’oroscopo.
Mentre prendevo il caffè è entrato un altro cliente ed ha ordinato un limoncello.
La cinese gli si è avvicinata, sempre molto seria, e gli ha chiesto cosa voleva dire la parola coscienza. Il cliente ha risposto e mi ha colpito il fatto che spiegava usando parole comunque difficili. Alla discussione poi si è unito anche il barista. E, divertito e con fare spigliato, ha detto che è da più di duemila anni che l’occidente e i suoi filosofi e pensatori cercano di dare una definizione a quella parola. Ma anche in questo caso a me è sembrato che il barista usasse parole troppo difficili per una signora cinese ( una di quelle cinesi che si vede che sono di campagna) che era evidente non comprendesse bene la lingua italiana.
In ogni caso la signora cinese non si è fatta impressionare e neanche distrarre dalle loro parole né dai loro sorrisi. È stata ad ascoltarli per un po’ e dopo aver colto quanto le bastava non si è più curata di loro ed ha rivolto di nuovo tutta la sua attenzione alla pagina del giornale con l’oroscopo.
Non mi sembrava il caso di indugiare oltre con il caffè e facevo per andarmene; lei, la signora cinese, intanto era passata ad altri giornali (sempre alla pagina dell’oroscopo) e con tenacia tutta contadina continuava a spigolare frammenti di senso fra le parole straniere degli avventori e quelle dei maghi delle stelle.
Me ne sono andato pensando a lei e ai tanti altri destini alla deriva dei nostri tempi: i cosiddetti migranti. Navigatori maldestri, senza più l'arte di farci guidare dalle stelle. Sappiamo solo partire. Che poi perdersi è un attimo in questa babele di oroscopi.
Per Kamal il divano non è un luogo comune
Durante la mia lunga carriera di studente squattrinato fuorisede, fuoricorso e forse anche un po’fuori di testa, più d’una volta mi son trovato nella necessità di dovere chiedere ospitalità ad amici e conoscenti. Non che avessi difficoltà a trovare casa, è che facevo fatica a tenermele e dopo qualche tempo venivo regolarmente sfrattato.
Deve essere durante questo periodo, io credo, che ho sviluppato una spiccata sensibilità per i divani, nei confronti dei quali nutro tuttora un profondo sentimento di riconoscenza.
Ma messa in questi termini la questione può apparire molto più prosaica di quanto, in effetti, non lo sia.
In realtà l’idea che col tempo sono andato facendomi del divano esula decisamente dal tipico sguardo estetizzante o dal pratico utilizzo con cui di solito si usa abbracciare ed accomunare indifferentemente tutta la mobilia.
Insomma, per me il divano è una materia dello spirito e non c’è comodino o credenza che possano reggere al confronto.
Il divano non è un luogo comune.
Anche questa notte mi sono addormentato sul divano. Mi piace dormire sul divano. Sul divano, in genere, si dorme scomodi. Su un divano scomodo ti addormenti solo quando sei veramente stanco e appena sei sveglio non puoi indugiare sdraiato, senti il bisogno di alzarti in piedi e sgranchirti le membra.
Dormire sul divano è un vizio. Un po’ come le sigarette: si sa che fanno male eppure, come tutti i fumatori sanno, fumare aiuta ad essere lucidi, da quest’illusione, è un modo per non perdere tempo perché anche nei momenti d’ozio completo, il rito della sigaretta aiuta a mantenere il rapporto con se stessi, permette ai sensi di non essere passivi in balia di elementi a noi estranei, mantiene la volontà a nostro servizio. Mentre fumo, il naso sente un odore di cui io sono l’artefice, i movimenti della mano, della bocca sono al servizio di un mio desiderio. Piccolo particolare non trascurabile: il fumo fa male mentre il divano… per niente.
Come ogni vizio, dormire sul divano, (anche se dormire non è il verbo esatto: crogiolarsi, indulgere, forse la parola più adatta è divanare), anche questo vizio deve essere gestito con saggezza. Ad esempio io evito il divano quando sono in pigiama, e tanto meno leggo sdraiato sul divano. Per me il divano è qualcosa di speciale. Qualcosa che ha che fare con lo spirito, o con l’arte se vogliamo. Sì, divanare è proprio un’arte. E sempre mi stupisce il fatto di non vedere altri che la pratichino. Eppure viviamo in tempi dove prolificano ed abbondano varie ed anche strampalate forme d’ascesi, dove c’è una fame di trascendenza che spinge la gente a cercare in religioni esotiche, o nei tanti manuali promettenti felicità in ventiquattrore, un po’ di pace per le loro anime inquiete. Ma al divano nessuno ci pensa.
L’errore, credo, è che tutti vedono il divano solamente come un mobile qualsiasi.
V’invito, quando entrate in casa, ad osservare il vostro divano, a guardarlo con occhi nuovi. Per prima cosa vi accorgerete che da sempre il divano ha suscitato in voi un certo timore reverenziale di cui voi non siete stati mai consci. Poi provate un po’ a pensare a tutti i divani che vi è capitato di vedere o scorgere nella vostra vita. Vi verrà in mente certamente quella volta che, accanto ai cassonetti della spazzatura, ne avrete notato uno che serbava intatta la sua dignità nonostante l’irriverente collocazione subita. Quelli più sensibili fra di voi intuiranno anche il travaglio interiore, la lacerazione profonda di chi ha voluto disfarsene. Non è impresa facile liberarsi di un divano. Di solito il compito è affidato a due o tre robusti giovanotti. Ma quasi sempre vi è una donna che, con scaltrezza tipicamente femminile, avrà aizzato i malcapitati a mettere in atto questa profanazione, facendo passare il divano dalla porta stretta e studiando il modo più brillante per portarlo giù dalle scale senza strisciare i muri. Va da sé che questa operazione si fa di notte: nell’ora in cui già per le vie gatti spavaldi consumano crudeli amplessi.
Nessuno potrà negare, lasciatemelo dire, che la nostra amica senza più il divano sentirà, ogni volta che varcherà la soglia di casa, un vuoto, un’assenza, una solitudine, un mal di vivere che né la televisione né i cioccolatini, né le sigarette, né le oceaniche telefonate serviranno a lenire. Lei non lo sa, ma noi sappiamo che quello che le manca è un divano, l’energia positiva, la pace spirituale, quella presenza amica che esso ci dona e che noi, presi come siamo a correre dietro al tempo, a vedere gente ad affannarci e a fare carriera, a ricordarci le scadenze che sono tante e che mettono ansia, non sappiamo più apprezzare.
Fra i tanti divani che avrete incontrato nel corso della vostra vita ricorderete, anche, senz’altro quel divano che avete scorto dietro una vetrina o chissà dove era, ne sono sicuro, il divano dei vostri sogni; ognuno di noi sogna un divano, e noi tutti siamo intimamente convinti che senza quel particolare divano non saremo mai del tutto felici. Eppure troviamo sempre un buon motivo per non averlo subito. Rimandiamo. Oppure ripieghiamo su altri modelli.
Non so, è come se avessimo paura di star bene.
Talvolta giungiamo a compromessi a dir poco bizzarri; e finisce che ci compriamo una poltrona o, che so, un divano letto.
Ora, il concetto stesso di divano letto è dannoso per il nostro equilibrio psicofisico. È un minare alla radice la nostra forza di volontà. Se uno vuole un gatto, vuole un gatto, non può essere soddisfatto con un cane-gatto.
E poi un divano è già anche un letto, è qualcosa di più: è un letto senza il concetto di letto.
Si diceva dell’effetto benefico che ha su di noi il divano. Uno di questi è che ci aiuta a capire il mondo, a distinguere il bianco dal nero e soprattutto ci aiuta a capire che il grigio, non è bianco e nero è grigio e basta; dove il bianco non è più che un ricordo e così pure il nero. Ci aiuta a vedere le cose per quel che sono, il ché, in questi tempi, non è poco.
In un’epoca in cui il caffè è decaffeinato, il latte è senza grasso, dove lo zucchero è in pillole, dove cioè a tutto viene tolto il principio vitale, abbiamo il sacrosanto diritto di aggrapparci con tutte le nostre forze alle poche cose rimaste vere, integre, su questo dobbiamo essere assolutamente intransigenti.
Si parla tanto di scontro di civiltà, d’occidente e d’oriente. Bene il divano è un pezzo d’oriente che noi tutti abbiamo in casa. Nonostante i tanti secoli dacché è entrato a far parte dell’arredo occidentale, un’aura d’estraneità lo avvolge e un confine invisibile lo separa e lo protegge dalla quotidianità domestica del resto della mobilia. Il divano è irriducibilmente diverso da qualsiasi altro elemento d’arredo. Il divano è un mobile non integrato. Non a caso il divano sta bene col tappeto, sono entrambi d’origine orientali.
Non ci sono più valori, non c’è più religione, siamo tutti irrequieti, non ci sono più capisaldi, punti fermi, tutto è labile, effimero e sfuggente; mancano figure di riferimento. Il terrorismo, il ritorno dei saraceni, il buco dell’ozono, il surriscaldamento del pianeta e intanto i senza tetto che d’inverno muoiono di freddo; Woody Allen che si sposa la figlia, la disoccupazione, le tante minoranze che ormai sono una maggioranza, l’ordine pubblico, insomma è tutto un caos. In mezzo a tutto ciò quindi, ben si capisce come il divano abbia un grande potere rilassante. Lo consiglio vivamente in casi di stress, d’insonnia, di cefalea, per i dolori della cervicale, per le crisi mistiche, nei casi di lite con la moglie (ma questo già si sa), prima e dopo un esame, oserei dire per tutti quei disagi d’origine psicosomatica che ci avvelenano la vita. Ormai ne sono quasi sicuro, il benessere economico da solo, senza un sapiente e oculato uso del divano, spesso, molto spesso è fonte di seri malanni. Dunque quella che propongo è la terapia del divano. Ma più che una terapia, è una disciplina o come ho già avuto modo di dire è un’arte.
Non basta stravaccarsi sul divano per avere dei benefici. Taluni per fare i furbi possono essere tentati di provarla su qualche poltrona. Non possono commettere errore più grande, poiché sia chiaro, l’arte di “divanare” non ha niente a che fare con il poltrire. Non che io abbia qualcosa contro il poltrire, semplicemente non condivido. Vi è una notevole differenza fra una poltrona e un divano.
Certo, ne sono ben consapevole, a questo punto, a qualcuno, questo mio elogio del divano può sembrare del tutto gratuito, aleatorio o peggio ancora. Sono il primo a dirlo, non vi è nulla di scientifico in ciò che vado dicendo. Ma detto questo, intendo subito mettere in chiaro una cosa: qui non siamo a cospetto di una televendita; io non sono un imbonitore, non vi sto tessendo le lodi del divano perché ve ne voglio affibbiare uno, no niente di tutto ciò. Perciò ai signori smaniosi di dire la loro, agli ipercriticoni e similari consiglio di interrompere subito questa lettura, di rimettersi subito i paraocchi e di riprendere le loro consuete abitudini. Questa non è una passeggiata rassicurante fra i loro luoghi comuni.
Ma torniamo a noi, torniamo all’arte di divanare.
Premetto che non è una panacea, non voglio illudere nessuno. Non aspettatevi neanche delle istruzioni per l’uso. Semplicemente voglio farvi partecipi di una mia intuizione. Qui e là forse troverete nelle mie parole qualche indicazione sul modo più appropriato per trarre benefici dall’uso del divano. Non ho in mano teorie da snocciolare; tutto ciò che dirò non è altro che il frutto di una mia antica consuetudine col divano.
Consuetudine che fra l’altro è causa dei molti rimproveri che tuttora mi muovono amici e parenti che non capendo, e preoccupati per questo mio esagerato attaccamento al divano, mi consigliano di darmi da fare e di scuotermi da questa insana pigrizia. Mi esortano a trovarmi un’occupazione che mi dia da vivere. Mi scongiurano di smetterla nell’insistere a cercare interrelazioni geopolitiche, disquisendo delle mie pezze al culo come fossero conseguenza inevitabile di un capitalismo impazzito. Io da parte mia li lascio dire. Del resto come fai a dialogare con gente cui la massima aspirazione è lavorare. Un’entità abile e crudele ha inculcato nel profondo del loro essere che la loro essenza è il lavoro, che loro esistono in quanto lavorano. Un’ipnosi collettiva, attraverso il lavoro, rinnova e rinsalda continuamente il suo influsso manipolatorio e ne fa dei robot programmati per lavorare. Come faccio a spiegargli che io e loro abbiamo una diversa visione del mondo, una diversa scala di valori. Come faccio a spiegargli che abbiamo una diversa nozione del tempo ma soprattutto del “tempo libero”? Che nella mia scala di valori viene prima il tempo libero e solo in un secondo momento il tempo “occupato”?
Faccio fatica persino a differenziare fra i canonici passato, presente e futuro: figuriamoci fra tempo libero e tempo occupato. Questa banale suddivisione continuiamo a riservarla tutt’al più ai soli bagni pubblici. I sacrifici che loro sono disposti a sostenere pur di ritagliarsi un po’ di tempo libero, io sono disposto a sostenerli purché nell’economia del tempo a mia disposizione quella “occupata” sia la più esigua possibile.
Bisogna tenere la mente sgombra, liberarci dagli schemi prefissati, allargare gli orizzonti. Non è facile, lo so. Ma solo dopo che ci saremo in qualche modo appropriati della nostra mente, del nostro pensiero, della nostra volontà, potremo renderci conto dell’efficacia di questa nuova disciplina, di questa nuova arte.
Spero mi scuserete il tono enfatico e l’entusiasmo talora eccessivi con cui vi faccio partecipi di questa mia scoperta, ma l’efficacia di questo modo di rapportarsi al divano, i suoi benefici, ne fanno, anche, una sorta di fitness dello spirito dai risultati davvero sorprendenti…
Questo però non è tutto. L’esempio sulla salute è puramente indicativo.
Un buon rapporto col divano è la premessa indispensabile per la buona riuscita di qualsiasi attività umana. Non importa se siamo architetti, vescovi o netturbini, chi sa godere del divano adotterà sempre un metodo interdisciplinare, avrà sempre presente che gli eventi sono concatenati, sa, anche senza poterlo spiegare, come uno sbattere d’ali di farfalla in un dato posto possa scatenare a distanza di migliaia di chilometri una tempesta di sabbia nel deserto e per questo motivo limita il suo agire al minimo indispensabile: serenamente infischiandosene se altri chiamano tutto ciò pigrizia, ozio o, come va più di moda adesso, depressione.
Mi viene la nausea solo a pensarci. Termini come depressione, esaurimento nervoso sono sulla bocca di troppa gente e atrofizzano sul nascere, banalizzandolo e distorcendolo, qualsiasi discorso sull’anima. Sì, ho usato la parola anima. Lo sento anch’io che suona retrogrado. È una parola che non si usa più e quelle rare volte che capita d’imbatterci (come adesso) si ha la sensazione del vecchiume, la sensazione quasi tattile delle ragnatele. Vi prego però non fate gli schizzinosi e continuate a leggere.
Spero non abbiate un approccio all’ars divanandi, come dire, consumistico. La riterrei un’offesa personale se vi avvicinate a tale materia alla stregua di come lo si fa per una nuova dieta, o ad un viaggio esotico, un corso di origami o a un tatuaggio sul fondo schiena. Mi piacerebbe che aveste, invece, un approccio serio ma non serioso. Leggero ma non frivolo. Intelligente ma non cervellotico. Entusiasta ma non fanatico. Critico ma non polemico e pretestuoso. Quindi niente eccessi, meglio la giusta misura e per finire sobrietà ed equilibrio.
La divanologia è una strada non battuta, una pagina non scritta, un fiore non sbocciato, una creatura innocente. Sta a noi percorrerla, scriverla, aiutarla a fiorire, non corromperla.
Io sono un inguaribile ottimista e credo fermamente in questa speranza. Sono un sognatore, credo ancora nel genere umano e sono persuaso che questo giorno prima o poi arriverà: il giorno che ogni persona avrà diritto a un divano ma, di rimbalzo, anche il dovere di farne un buon uso. E le incomprensioni, i fraintendimenti, gli scontri di civiltà, saranno solo un brutto ricordo. L’ars divanandi è alla portata di tutti se solo noi lo vogliamo. Il giorno che ognuno di noi riuscirà ad avere un buon rapporto con il suo divano, il domani non potrà che essere migliore.
È bene che ce lo mettiamo in testa: il divano è una questione che riguarda tutti noi, non solo i tappezzieri.
PS Questo è quanto anche se nel pezzo in arabo c’era un che di non detto che sono sicuro il mio traduttore non sarà riuscito a rendere.
Kamal, Don Chisciotte
Ci sono libri che ti aspettano al varco, pazientemente. Senza averli mai letti, la loro storia ti ha sempre accompagnato e in qualche modo ti è famigliare. Con essi sai di vere un appuntamento anche se l’incontro è sempre rimandato.
Poi, può capitare che per una serie di coincidenze l’incontro diventi imminente. Di solito sono altri libri che rendono chiara tale urgenza. O perlomeno è questo che mi sta succedendo con Don Chisciotte.
Ultimamente in quasi tutto quello che mi capita di leggere c’è un riferimento a Cervantes, ai mulini a vento e alla Spagna di Sancho Panza. E sono tutte citazioni piene di lodi e di ammirazione.
Pare sia un libro intessuto di storie mirabili che incantano il lettore. In questo libro - dicono gli intenditori - c’è tutta la vita nelle sue diverse sfaccettature. Ci sono i sentimenti nobili della cavalleria e la melma vitale della miseria umana; affabulazione, fascino, avventura.
Un viaggio dentro quel che siamo, quello che non siamo, quello che vorremmo essere e mille occhi per vedere gli altri noi che sono gli altri. Praticamente con Don Chisciotte il libro ha assolto in pieno al suo scopo ultimo, e cioè estendere i sensi al di là del limite contingente della corporeità. Rendendo unica quella porzione ed esperienza del mondo che cerchiamo nei libri e che è anche sete di conoscenza e di bellezza.
Questo mi dice Don Chisciotte che ancora non ho letto, e che dovrei affrettarmi a farlo. Ma questo lo dico oggi e forse già da domani non ci penserò più.
Ritornerà ad essere (Don Chisciotte) uno dei tanti sospiri che imbrattano i nostri taccuini di note velleitarie e solenni, ripromettendoci irrinunciabili viaggi in contrade favolose, imprese audaci fra libri fondamentali, o solo altre e più pratiche utopie.
Così, tanto per tenere a bada quel che rimane dell’istinto di partire; che ogni tanto ancora ci fa fiutare nel vento il richiamo dell’altrove. Ma poi passa il vento, e non è più questione di sospiri ma di sbadigli. Poco male, quel che importa è che siamo comunque in cammino. Prossima tappa dunque Don Chisciotte.
Kamal e il gratta e vinci
Nei Bar, le vetrinette portaliquori, alle spalle del barista, sono oscurate da tendine che vengono giù come cascate sgargianti: sono i biglietti del Gratta e Vinci.
Ce n’è per tutti i gusti, anzi per tutte le tasche. Si va da 1 euro ai 30 euro. Più sale il prezzo e più le vincite (sempre eventuali) si fanno allettanti. L’ultimo modello sfornato dalla premiata ditta dei Monopoli dello Stato, ha un nome da sogno: Turista per sempre. E va ad aggiungersi agli altri biglietti con altrettanti nomi da favola: miliardario, portafortuna, il tesoro del faraone, magico natale… Tutti nomi che inducono a sfidare la sorte, confidando, con una sola grattata, di risolvere tutte le preoccupazioni del fine mese e dei relativi grattacapi.
Ormai al bar ci si va più per rifornirsi di grattini che per i soliti caffè o ammazza caffè che siano.
Nessuno però vuol passare per giocatore incallito. E tutti s’ingegnano di far passare il momento dell’acquisto del grattino come se si trattasse di un gesto estemporaneo e puramente fortuito. Le signore più manierate di solito non consumano in loco. Infilano il biglietto nella borsetta e rimandano l’appuntamento con la fortuna a luoghi meno promiscui.
Ma a grattare ovviamente non sono solo le signore. È una vera pandemia che non sta risparmiando nessuna categoria: dal manovale al professionista, maschi e femmine, giovani (e persino bambini) e anziani, oriundi ed immigrati. Tutti, indistintamente, grattano.
Anch’io, nel mio piccolo, l’ultima volta che sono entrato in un bar ho avvertito un insistente prurito, e ho dovuto per forza di cose grattare. Non ho vinto ma non ritenterò, e sarò senz’altro più fortunato.