Nota biografica | Versione lettura |
Mai in alberghi o nei letti
sontuosi della memoria, mai.
Pei vicoli, ti dico, fu tutta
la mia trepida lussuria.
Abbandonai la gialla casa
mediterranea, palpeggiata
nella malinconia degli aranceti
sotto piogge di primavera
(un vento aspro, lą, a redarguirci!).
Sparve presto il ricamato corredo materno
Specchiere, ninnoli e polsini
d'argento, ceramiche
medaglie, armadi accatastati
per vendita d'urgenza -
nessun malloppo cavai.
Le decorazioni sono aggettivi
di stanze altrui.
Il brillio degli ornamenti rapiti
ristagna su estranei corpi.
Non greggi, casolari
tonde anfore, mai pił!
Nella vasta pianura mal distinguo
la linea del dolore.
Qui son per caccia, migrante predone
abbandonato su spersa traccia.
tutte le istruzioni nella mano
della mente
(povera mano e mente,
muscolatura di intere vicende,
che lo schema suo semplice ripara).
Ma taciuta minaccia m'accresce
l'antico timore che troppo splendore
mortuario, assalendo, sconnetta case e piante
e le ferme loro ombre.
Al luccichio non cede
tufosa la mia inquietudine
chiusa a voluttą e geometrismi
porosa al gemito dell'ultimo condannato
quando insorge in incubo
in povertą, in assenza di mondo, in bende, in prigionia
in nomadiche zuffe attorno ai palazzi
nei soffi di terremoto
che creparono terrecotte gią eterne
e riaccende correnti d'eventi
riassuntivi e ardenti
in quella inappagata luminositą.
Torno allora a inseguire
la belva audace, tutta desiderio tenace
rapace che tace, sfugge, strugge
dilaniante nenie e pigolii
l'unghie scardinate in nuovi sogni.
E nel mai smesso immigratorio
pare meno accecante il luccichio di morte.
Lumi ed ombre, connettendosi
rimettono le cose a possibili sguardi umani.