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stabile instabilità: la questione dell'alloggio nelle letteratura di immigrazione di khouma e scego

francesca messmer

New York University

Stabilità, sicurezza, alloggio garantito – sono queste tre condizioni che a volte anche i cittadini italiani fanno fatica a raggiungere: cosí per un immigrato è naturalmente ancora più difficile stabilirsi in un posto sicuro. Spesso marginalizzati e sprovvisti di una voce politica, questi immigrati possono dare visibilità alle proprie esperienze solo tramite la parola scritta, trovando nella letteratura l’opportunità di raccontare le proprie vite e di esprimere le proprie emozioni rispetto alle nuove situazioni in cui si trovano. Esaminando i lavori di due immigrati italiani – Pap Khouma, immigrato della prima generazione, e Igiaba Scego, della seconda generazione (cioè, nata in Italia da genitori immigrati)1 – il valore dell’alloggio diventa evidente, in quanto crea la stabilità e la sicurezza necessarie per mettere radici in un paese nuovo e per integrarsi. Le differenze fra queste due generazioni includono la vita estremamente mobile di un nuovo arrivato nel paese, in confronto al desiderio di sistemarsi e mettere radici, rintracciabile molto spesso nella seconda generazione. I due lavori selezionati – Io, venditore di elefanti (1990), il memoir di Khouma, e Dismatria, un racconto di Scego incluso nella raccolta Pecore nere (2006) – mostrano chiaramente il contrasto fra le esperienze dei due scrittori. Presi nell'insieme, comunque, questi testi sono rappresentativi di una letteratura capace di fornire una lettura più profonda di una questione che altrimenti sarebbe ridotta all’interpretazione socio-politica o all’analisi statistica.

Nel tempo narrativo del testo, il protagonista/narratore Khouma è un immigrato arrivato di recente e senza documenti che lavora in Italia come venditore ambulante, e la cui vita sembra non fermarsi mai. Il suo lavoro è un turbine di attività che lo portano da strada a strada, da casa a casa, e anche da paese a paese, qualche volta da solo, altre volte con amici, ma sempre cercando di sfuggire strategicamente alla legge, che è una minaccia costante. In realtà, sembra che l’unico elemento stabile della sua vita sia la sua instabilità. Per diversi mesi, l’unico posto affidabile che Khouma ha per dormire è una macchina, un rifugio che in sostanza non è per nulla stabile, ma che va spostato da un luogo all’altro. Khouma racconta che una casa era “il sogno irrealizzabile” per clandestini di ogni nazionalità, non solo senegalesi come lui.2 Spesso Khouma deve dipendere dalla gentilezza di amici o altri immigrati dal Senegal per farsi ospitare per una notte o due. Sembra che gli appartamenti cambino frequentamente e siano sempre sovraffollati – non il tipo di posto dove si vorrebbe stare in modo permanente, insomma. In più, la mancanza di documenti aggiunge un ulteriore grado di difficoltà nella ricerca dell’alloggio. Senza i documenti giusti, gli immigrati possono andare incontro non solo a problemi legali ma anche a pregiudizi razziali quando cercano appartamenti; cosí sono costretti a vivere in appartamenti sovraffollati o a dormire dove possono – per esempio, in una macchina. Questo stile di vita vagabondo è di fatto la definizione di instabilità.

Vale la pena menzionare che nel lavoro di Khouma l’immagine della macchina è cruciale per la comprensione di questa instabilità. La macchina, di proprietà di Khouma e alcuni amici, non è solo una casa per loro, ma è usata anche come un luogo di divertimento e, talvolta, come uno spazio religioso. Certamente, la macchina è una presenza costante nella vita di Khouma per diverso tempo. Ma per come è usata nel libro, la macchina non fa che rafforzare la mancanza di stabilità che affrontano gli immigrati, data la sua natura di oggetto mobile. Nel mondo che Khouma descrive, è un’ironia significativa che la stabilità costante nella sua vita sia una cosa necessariamente instabile. In modo interessante, in mezzo a questa incertezza anche le identità personali diventano mobili: tanti immigrati senza documenti danno alle autorità generalità sbagliate per non fare inserire le loro vere identità nei registri della polizia. Comunque, le esperienze di Khouma non sono uniche; lui è stato solo il primo a dare voce a situazioni condivise da tanti altri che sono andati in Italia per cercare un futuro migliore.

Sebbene Khouma descriva un stile di vita molto precario, racconta anche come il prolungarsi della permanenza in Italia renda il Senegal sempre più attraente per lui e i suoi compatrioti. Molto spesso, Khouma e i suoi amici parlano del “futuro, il ritorno, e [le loro] speranze. Dakar cresce nei sogni e nella nostalgia finché sale in paradiso” (74). Questo desiderio della propria patria sottolinea la mancanza di radici di un clandestino perché in fondo alla mente c’è sempre un altro paese e un’altra cultura a cui sente di appartenere veramente. Non importa quanto Khouma rimanga in Italia, il Senegal sarà sempre la sua patria e l’Italia il suo paese adottivo, anche se nell’ultima riga c’è un senso di cambiamento inevitabile che tanto la società quanto i suoi individui subiranno.

Il desiderio di ritornare in patria o meno è una questione fondamentale che distingue la prima dalla seconda generazione di immigrati, come Scego dimostra nel suo lavoro.3 Oltre a essere della nuova generazione, Scego ha un diverso atteggiamento mentale. La narratrice di Dismatria si trova divisa tra le culture di Roma e della Somalia, il paese da cui proviene la sua famiglia. Per lei l’instabilità della sua famiglia è simboleggiata dal bagaglio. I membri della famiglia scelgono di tenere i propri beni nelle valigie, un’idea folle per lei. Lei, invece, vorrebbe avere un “solido e robusto armadio,” che per lei rappresenta la stabilità.4 Scego spiega che parole come “armadio” non venivano usate a casa sua, assieme ad altre parole come “casa,” “sicurezza,” “radice”, e “stabilità’” (10). A questo proposito sembra che la narratrice si ribelli contro la generazione precedente all’interno della sua famiglia. Infatti, la vera ragione dell’esistenza di queste valigie è che fungono da nascondiglio per l’angoscia e la paura provate dai suoi familiari. Per sua madre avere queste valigie già pronte significa che se il giorno fatidico dovesse arrivare, la famiglia non dovrebbe prepararsi di fretta, ma potrebbe partire con calma e tornare in modo trionfante in Somalia. La cosa che Scego vede, ma la famiglia non riconosce, è che la Somalia che hanno lasciato non esiste più, e che questo sogno di tornare non è nient’altro che un sogno. Comunque, per mantenere in vita il sogno devono vivere con queste valigie; devono cercare di non stabilirsi e di non diventare italiani perché altrimenti assisterebbero alla distruzione del sogno di tornare alla vita che la madre faceva un tempo, prima del trasferimento in Italia. Accettare la stabilità nella cultura di destinazione significa staccarsi dalla cultura d’origine, cosa che molto spesso gli immigrati della prima generazione sono incapaci di fare. D’altra parte, gli immigrati della seconda generazione (quelli nati in Italia da genitori immigrati), o gli immigrati della prima generazione che hanno traslocato in età molto giovane, molto spesso non hanno questi stessi problemi dato che hanno passato la maggior parte della loro vita in Italia e quindi si pensano come italiani. Come dice la protagonista di Scego, la sua famiglia viv[e] di quel sogno [di tornare in Somalia], di quell’attesa [...] in cuor nostro sapevamo che non saremmo più tornati nella nostra Somalia, perché di fatto non esisteva più la nostra Somalia [...]. Ecco perché avevamo tante valigie, ecco perché non compravamo armadi, ecco perché la parola casa era tabù. La sicurezza, la stabilità, diventare sedentari, diventare italiani...tutto avrebbe infranto il nostro bel sogno. Mentivamo apertamente a noi stessi e purtroppo ne eravamo consapevoli. Io però io mi ero stufata! Mi ero rotta! Mi ero stancata! Volevo un armadio, anche piccolo. Una casa, anche piccola. Una vita, anche breve (11-12).

Il desiderio di integrarsi completamente nella realtà italiana in cui si vive segna una netta distinzione fra la seconda e la prima generazione di immigrati in Italia. In Dismatria le valigie assomigliano alla macchina di Io, venditore di elefanti, dato che una valigia può simboleggiare allo stesso modo la mobilità e l’instabilità. Ancora una volta queste realtà sono essenzialmente gabbie, sia fisiche che mentali. Senza una casa materiale e stabile si vaga di luogo in luogo per sempre, senza avere nessun posto dove tornare. Per Khouma la macchina diventa l’unica scelta, e rappresenta non la libertà ma piuttosto una prigione. Allo stesso modo, attaccati alle loro valigie e al sogno di tornare un giorno in Somalia, gli immigrati di Scego rifutano di accettare la realtà, preferendo i propri bagagli a qualcosa di più permanente. Cosí, mentre la prima generazione tende a mantenere la sicurezza della casa (in questo caso la patria), la seconda generazione spesso si rende conto che la sua casa è in Italia e desidera stabilirsi.

Questa letteratura è fortemente legata alla questione concreta dell’alloggio per gli immigrati in Italia. Come Fabio Amato riporta in una breve sezione di Atlante dell’immigrazione in Italia, di cui ha curato l’edizione, l’alloggio è un grande problema per molti immigrati. Nel corso di diversi anni, un immigrato è costretto a cambiare quartiere residenziale quasi continuamente, anche all’interno della stessa città o provincia. Per di più, secondo Amato, le condizioni di vita in questi quartieri residenziali sono anche peggiori di quelle sopportate nel paese d’origine.5 Trovare un posto in cui vivere è reso ancora più difficile della mancanza di disponibilità di alloggi pubblici in Italia, con una percentuale annua di alloggi assegnati agli stranieri in diminuzione. Amato sostiene l’“autocostruzione” degli alloggi, già sperimentata nel resto d’Europa, e ancora solo ai suoi inizi in Italia (94-95): in pratica, le unità abitative vengono costruite da coloro che ci vivranno.

Un certo numero di immigrati ha potuto comprare la propria casa, come desidera fare la narratrice in Dismatria. Amato dice che, nel 2006, 131.000 stranieri in Italia erano proprietari di casa (93); inoltre, il Dossier Statistico Immigrazione del 2008, pubblicato dalla Caritas, calcola che il numero dei residenti stranieri alla fine del 2006 è arrivato a quasi 3.000.000, che significa che soltanto una percentuale molta bassa possiede una casa.6 Inoltre, il sondaggio dimostra che 8 italiani su 10 sono proprietari di casa, ma soltanto un immigrato su 10 lo è, sebbene questo numero sia in aumento. Secondo lo stesso studio, nel 2007 gli immigrati hanno portato a termine 120.000 acquisti e il numero degli immigrati disponibili a fare un acquisito e a stabilirsi con le loro famiglie sta chiaramente aumentando (2).

Rispetto a questi dati, la cosa che Khouma e Scego riescono fare è dare una faccia e delle emozioni umane ad eventi che altrimenti rimarrebbero soltanto fatti. Sebbene leggere studi statistici e politici sia senz’altro utile a livello informativo, tali documenti non mostrano l’aspetto emotivo necessario per produrre azioni e pratiche sociali. Graziella Parati, nel suo lavoro sulla migrazione, allude a questa questione quando afferma che, mancando una voce legale, deve essere usata una voce narrativa per raccontare i problemi che migliaia di immigrati affrontano quotidianamente.7 Entrambi i lavori, quello di Khouma e quello di Scego, dimostrano come gli immigrati spesso si trovino in mezzo a due mondi. Invece di essere completamente nell’uno o nell’altro, questa gente rimane in mezzo, incapace di lasciare andare il passato o di andare avanti verso il futuro. Scrivendo le loro storie, Khouma e Scego riescono a dar voce a questi sentimenti di inerzia, ma anche di desiderio di azione. E questa voce, dipingendo le situazioni così come sono, dà forma al mondo in cui vivono.

Sempre più immigrati traslocano in Italia con le proprie famiglie e diventeranno sempre più integrati nella società italiana. La formazione delle radici è un passo molto importante in questo processo di integrazione, e avere una residenza permanente è senz’altro una sua componente importante. Senza una casa propria e spesso sprovvisti della documentazione necessaria per ottenerla, tanti immigrati, come riportato nel libro di Khouma, sono obbligati a traslocare costantemente, e non sono mai capaci di costruire un posto vero per se stessi in una città. Libri come Io, venditore di elefanti raccontano le lotte che i nuovi immigrati in Italia fanno per costruirsi un proprio posto, malgrado il richiamo del luogo di provenienza. Khouma ha pubblicato il suo lavoro quasi 20 anni fa, ma le lotte che racconta sono ancora valide per le migliaia di nuovi arrivati in Italia ogni anno. Altri lavori, come Dismatria, esplorano il desiderio di sistemarsi e mettere radici in Italia per diventare parte del nuovo paese in modo più concreto. Ma entrambi i lavori esprimono anche le emozioni umane associate a queste fasi di transizione nella vita di un immigrato, da una generazione a quella successiva. Dunque, circostanze reali (i numeri degli immigrati che acquisitano case in Italia stanno aumentando) insieme alla letteratura di immigrazione (autobiografie come quella di Khouma e racconti come quello di Scego) stanno facendo posto agli immigrati in Italia, sia fisicamente che intellettualmente.

1Per maggiori informazioni su Khouma e Scego, si vedano le loro biografie sul sito di El-Ghibli a www.el-ghibli.provincia.bologna.it/chisiamo/khouma.html e www.el-ghibli.provincia.bologna.it/id_1-issue_00_03-section_1-index_pos_1-author_27.html, rispettivamente.
2Pap Khouma, Io, venditore di elefanti. Una vita per forza fra Dakar, Parigi e Milano, 1990, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2006, p.60. Successivi riferimenti alle pagine saranno inclusi fra parentesi dopo le citazioni all’interno dell’articolo.
3Per una recensione della raccolta di racconti, Pecore nere, che include Dismatria, si consulti il saggio di Raffaele Taddeo sul sito di El-Ghibli: www.el-ghibli.provincia.bologna.it/index.php?id=6&sezione=4&idrecensioni=24. Per l’analisi degli scrittori della seconda generazione, tra cui anche Igiaba Scego, si veda il saggio di Raffaele Taddeo L’espressione letteraria nelle seconde generazioni su El-Ghibli a www.el-ghibli.provincia.bologna.it/id_1-issue_05_22-section_6-index_pos_2.html.
4Igiaba Scego, Dismatria, Pecore nere di Gabriella Kuruvilla, Ingy Mubiayi, Igiaba Scego e Laila Wadia, a cura di Flavia Capitani ed Emanuele Coen, Bari, Laterza, 2006, p. 10. Successivi riferimenti alle pagine saranno inclusi fra parentesi dopo le citazioni all’interno dell’articolo. 5Fabio Amato, a cura di, Atlante dell’immigrazione in Italia (Societa’ Geografica Italiana), Roma, Carocci, 2008, p. 93. Successivi riferimenti alle pagine saranno inclusi fra parentesi dopo le citazioni all’interno dell’articolo.
6Dossier Statistico Immigrazione 2008 Caritas-Migrantes, Scheda di sintesi, www.caritasitaliana.it/pls/caritasitaliana/v3_s2ew_consultazione.mostra_pagina?id_pagina=1090, p.2.
7Il titolo del suo lavoro riassume la tesi centrale in maniera incisiva. Graziella Parati. Migration Italy: The Art of Talking Back in a Destination Culture, Toronto, University of Toronto Press, 2005.

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Anno 6, Numero 24
June 2009

 

 

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