Nota biografica | Versione lettura |
Scendevano dal cielo alla luce dell'alba, con le loro tende attoppate e colorate, le loro cianfrusaglie e i loro animali. Eppoi, sparivano allo stesso modo: ascensione fulminea che la gente spesso ripeteva con sgomento: ma stanotte erano ancora qua!?
Venivano e andavano come una brezza istantanea senza avere il tempo ne' per sentire la sua carezza ne' il suo brivido, non ti lasciavano neanche il tempo per capire quale buon vento li aveva portato lì e quale inquietudine guidava i loro passi da cieli in cieli, abbracciando le nuvole dell'inverno e dileguandosi nel calore cucente dell'estate.
Erano avvolti di tante misteri, e come tanta gente, anch'io ero rapito dal loro fascino irresistibile. Di conseguenza, in parecchie occasioni, avevo avuto persino il coraggio di avvicinarmi al loro accampamento e di giocare con i cani che scodinzolavano nei dintorni. Nessuno mi disse nulla e soprattutto nessuno tentò di rapirmi come ci ammoniva mia madre. Avevo nove anni compiuti e mi sentivo come un giovane toro, agile e pieno di vita, con la testa tra le nuvole, e forse proprio per questo motivo che non esitavo a spingermi sempre di piu' oltre il limite imposto di tante dicerie sul loro conto. Tuttavia, pare che anche le leggende, a volte, non sono del tutto privi di verità, perche' la storia del rapimento era vera, anzi verissima. Infatti, all'inizio mi hanno rapito il cuore, poi il corpo, e infine l'anima, lasciandomi per sempre preda di una passione pare inguaribile, la passione per raggiungere spazi illimitati, annullare I confini che limitavano i miei pensieri e i miei movimenti. Nonostante fossero passati tanti anni, quando ricordo quell'episodio, provo ancora la stessa sensazione che provai in quel giorno e riprendo il volo, almeno con la fantasia, come lo feci in quella volta insieme alla graziosa e piccolo zingara Zahida, ombra sola ed ora palpito nella mia notte, che nei suoi capelli color miele respirai l'aria di tante regioni.
Era la terza volta, o forse di piu', che m'inoltravo in quel terreno proibito, perdendomi dietro trecce che si sbattevano sulle spalle minute e la foresta di fiorellini, sotto la quale due piedini candidi sollevano nugole di polvere argentate ed un sentiero fatto di silenzio, a volte, di sorrisi timidi, e infine, qualche parola sommessa e il dito magro che indicava il crepuscolo. Mentre volgevo sotto gli occhi azzurri, dall'estremo all'altro, ardevano fiamme vive nel mio cuore. Esitai. Uno degli uomini impegnati con il gioco d'azzardo nell'ombra di un carro di legno, mi gettò un’occhiata rapida e liberò i dadi dal pugno chiuso, battendolo poi fortemente sul petto. "Du shesh", doppio sei, esaltò, e prima di buttarmi una moneta da dieci piastre, corsi con tutta la mia forza verso di lei, attraversando in dragona l'area dell'accampamento. Alcuni cani si misero a seguirmi, ma io, in quel momento, non vedevo che le sue trecce, due ali che la tenevano sospesa sul campo di margherite che estendeva fino al cimitero armeno solcato da una stradina che serpeggiava tra le lapidi e sbucava poi in una discesa dove scorreva sotto l'ombra di una schiera di betulle un ruscello mansueto dell'acqua limpida.
Spontaneamente, avevo aperto le braccia, ed imitandola, corsi dietro di lei, piegando la vita a destra e a sinistra come un aliante che sta nuotando spensierato tra le correnti dell'aria ad alta quota. Abbiamo attraversato il campo in lungo e in largo, con il petto contro il vento, ripetendo strani ritornelli, forse nella sua lingua, o forse in una lingua che avevamo inventato noi in quel momento di assoluta armonia. Dopo un quarto d'ora, ci siamo buttati carponi sotto un albero di frassino, lontani l'uno dell'altro, poi, rotolando sull'erba umida, ci siamo avvicinati, toccandoci quasi le braccia. Un odore selvaggio emanava da tutto il suo corpo che convulsava ancora leggermente. Ad un certo punto, come se fosse spinta da uno strano moto, tolse lo sguardo dai ramoscelli che si piegavano seguendo i movimenti della brezza serale e mi fissò negli occhi. Io ero appogiato sui gomiti, intento ad osservare il suo petto liscio. All'improvviso, come lo scatto di un gatto impaurito, si avventò contro di me, e stringendomi con entrambi le braccia, mi baciòsulle labbra e scappò via verso l'accampamento. Rimasi immobile, scioccato al punto da svenire. Era il primo bacio ottenuto da una ragazza, o meglio da una femmina, come solevamo dire all'epoca. In seguito, passai un’ora circa a girare intorno a quel posto che aveva testmoniato la cosa più meravigliosa che abbia mai vissuto. Ero confuso, perso, disorientato e, soprattutto, maledettamente felice.
Prima di rientrare a casa, che si trovava nella parte alta del paese, gettai un'occhiata timorosa all'accampamento che spiccava nella pianura come un cammeo, e alla domanda se ci sarebbero stati ancora lì all'indomani, mi sentii avvolto da un'ansia tremenda. In quella notte, non riuscii a dormire dall'agitazione, e quando il muazzin annunciò la preghiera del mattino dal minareto che si stagliava nel cielo grigio, uscii di casa. Le strade erano ancora deserte, tranne dai venditori ambulanti di latte e Sahlab, bevanda calda peraparata con latte, riso in polvere, amido e cosparso di cannella. Ne presi un bicchiere e incominciai a sorseggiarlo strada facendo. Per non farmi vedere da mio zio che faceva il guardiano di notte in quella zona, scesi giù verso l'ortomercato, e seguendo il sentiero del fiume, mi inerpicai verso la salita delle olive che, dopo un tratto di stradine, s'apriva alla pianura. Quando arrivai presso la bottega del maniscalco Mastro Artin Nalbatjian, che era intento ad esaminare la zampa di un mulo bianco, incominciarono a giungermi le voci e gli schiamazzi che provenivano dall'accampamento. Erano segno tranquilizzante, ma nello stesso tempo, motivo di una preoccupazione assillante: era quello il mio mondo, o ero spinto da una semplice curiosità infantile? Seppure con multa cautela e con qualche timore, stavo ancora procedendo, quando mi trovai faccia a faccia con Zahida. Portava un borsone di tela a tracollo e in una mano aveva un pezzo di pane spalmato col burro. Nel vedermi, gli occhi colore verdi intenso, ingrandirono in modo sproporzionato e la bocca cessò di masticare. Poi, passandomi vicino senza guardarmi, mi fece un cenno per seguirla. Capii subito che mi attendeva un duro esame. Quando mi misi alle sue calcagne, era già arrivata alla prima porta e stava bussando, ripetendo con voce acuta il solito ritornello dei mendicanti:
"Dio vi benedica, datemi qualche moneta o qualcosa da mangiare, Dio Vi salvi da ogni male, datemi qualcosa ..."
"Via ... Via ... non abbiamo nulla da darti!", replicava una voce femminile dall'interno, mentre Zahida ripeteva le sue suppliche da capo.
Non m'avvicinai a lei. Mi fermai sul lato opposto della strada, fingendo di non conoscerla. Alla fine, la porta s'apri rabbiosamente ed una mano ruvida spuntò fuori, tenendo tra le dita del pane secco e raggrinzito.
Toh! Ora vatteni!". "
Zahida prese il pane e, senza farci caso, lo infilò nel borsone. Saltellando sulle pietre sporgenti per evitare le puzzanghere, giunse alla successiva porta. Poi, si fermò e con uno sguardo sbieco, disse:
"Vieni, fallo anche tu".
Inconsciamente, feci un passo indietro, e non so proprio per quale motivo non diedi subito le gambe al vento: volevo stare accanto a lei, ma avevo paura della mia azione.
"Hai paura, vero?", m'incalzò.
Scossi la testa, abbassando lo sguardo.
"Ha paura ... ha paura ...", Zahida incominciò a saltellare, girandosi su se stessa e facendomi la linguaccia.
Lentamente, e con uno sforzo esausto, feci un passo avanti. Lei, nell'accorgersi della mia mossa, si fermò e si mise ad osservarmi incuriosita. Dovetti fare sforzi maggiori per compiere il successivo passo. Intanto, rivoli di sudore m'invadevano il collo e la schiena e il campo visivo s'abbassava fino a perdere ogni discernimento. Poi, una mano che mi tirava avanti, e un sussurro che pareva provenire da lontano:
"Dio Vi benedica ..."
"Dio Vi benedica ..."
"Dateci qualcosa da mangiare ..."
"Dateci qualcosa da mangiare ..."
"Che Dio Vi ricompensi benessere e felicita' .... "
"Che Dio Vi ri …."
Dopo ogni sillaba, ogni parola che pronunciava, mi sentivo più leggero e la mia voce diventava più nitida e risoluta. Mano in mano, ci spostammo da una porta all'altra, ridendo e scherzando con i cosidetti benefattori che spesso ci scacciavano brutalmente, e quando la nostra persistenza li seccava, ci rovesciavano addosso dell'acqua o ci correvano dietro con bastoni o una corda grossa. Tuttavia, al calare del sole, tornammo all'accampamento con il sacco pieno di pane, di dolci, di frutta secca e con qualche moneta in tasca. Anche questa volta, pur entrando con Zahida fin dentro la tenda dove si svuotava la raccolta giornaliera dei generi alimentari, nessuno fece caso della mia presenza. Zahida, come una donna matura, diede l'ordine ad una sua coetanea di prendere il suo sacco e svuotarlo in una cesta di vimini, poi, prese da un vassoio contorto due mele e usci fuori, correndo con agilità tra le tende e gli oggeti sparsi un po' ovunque. Io la segui, insieme ai cani che ci anticiparono di gran lunga e si fermarono sul ciglio del campo ad attenderci, abbaiando a tutto volume, e non mancarono momenti in cui ci trovammo a rotolare tutti insieme o guadare nell'acqua del ruscello. Alla fine, quando lasciammo il campo, eravamo bagnati ed inzuppati dalla testa ai piedi. Tranne un bacio furtuito, non scambiammo alcuna parola, ma ricordo che, mentre mi allontanavo, lei rimase per qualche attimo a guardarmi con aria assente. Forse lo sapeva, e forse perchè era abituata, non mi disse nulla. E malgrado i rimproveri e i due schiaffi presi da mio padre perchè mendicavo con gli zingari, non rinunciai mai a quella abitudine di spiccare il volo sui campi aperti, aprendo le braccia e dando il petto al vento, né all'idea che gli zingari viaggiavano abbracciando le nuvole, esattamente come aveva fatto Zahida, che non la vidi più, in quella notte fredda di novembre.
Aleppo, 17/03/2008