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z.l.

barbara pumhösel

Z. L.1

anche per te  il passato non è passato
          amore mio dove sei?
sterilizzata e  senza i nostri figli 
sei morta di crepacuore dopo il ritorno 
ti sei voltata indietro finché hai potuto
alla strada fatta insieme, in cinque
non avevi più occhi per guardare avanti
non avevi più giorni, non ce ne erano
giorni e non hai più saputo che molto 
         non è cambiato
non hai saputo della cacciata dal Kosovo 
dei tanti ordini di espulsione ovunque
dei pogrom proprio uguali a quelli 
        di secoli fa  
e  non sai delle visite ginecologiche 
forzate, delle sterilizzazioni cinquanta
anni dopo, tu questo, grazie a dio,
non l’hai saputo, e nemmeno di Lione, 
e degli attentati a Oberwart in quello 
 stesso anno
amore mio, io ho visto per te e ti vedo 
nei blocchi di granito, grezzo nelle cave
lisco nei negozi e spezzato lungo le strade
non soltanto in quelli 2 di Buchenwald
tu non puoi ricordare, amore mio
sei morta, ma puoi dirmi come è 
il paradiso di quel tuo dio in cui credevi?
ci sono i campi anche lassù, quei campi
che permettono ai buoni cristiani 
e a quelli più buoni ancora, di stare tra sé?
e dimmi infine, ce la fanno senza 
o tengono, per la solita questione 
di sicurezza, in un magazzino nascosto
la solita e sempre attuale 
  		  matassa di filo spinato?

1In ricordo di Z. L. di Wieselburg (Bassa Austria), sopravvissuta a Auschwitz, Ravensbrück, Mauthausen e Bergen-Belsen dove è morto l’ultimo dei suoi tre figli; deportata il 4/04/43, è stata liberata il 26/05/45 dagli inglesi . Ha potuto sposare il padre dei suoi figli morti soltanto nell’agosto del 45, in quanto “matrimonio misto”.

2Sul terreno del campo di sterminio di Buchenwald, dove sorgeva il Blocco 14, una folla di blocchi di granito ricorda i Rom e Sinti e ognuno reca il nome di un Lager in cui furono internati.

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ci sono uomini che camminano

barbara pumhösel

ci sono uomini che camminano
ancora e altri, nati e da sempre 
fermi, intenti a interrompere 
la strada dei primi, a ostruire 
la via e a forza di stare 
        appostati, a controllare
a comandare gli altri obbedienti 
controllori, pensano pensieri che
vanno in cerchio, che escludono
ciò che è oltre l’orizzonte 
non imparano le parole né di qua 
              né di là non vedono
l’anima, occupati come sono
a riguardare scene già viste 
registrate dai loro occhi 
elettronici non conoscono sentieri 
di terra soltanto barriere confini
soglie invalicabili studiano
l’esclusione anche di se stessi
protezione forzata 
          da mondi che non sanno 
immaginare

tutto questo lo fanno, dicono,
per il nostro bene

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autoritratto zingaro

barbara pumhösel

autoritratto zingaro1

non mi sento tanto austriaca
e nemmeno italiana forse
casualmente europea e un po’
tutti e tre 
             contadina sicuramente
da bambina volevo essere
maschio oggi vorrei 
         cambiare pelle ogni tanto
ho antenati di origine varia e 
     di religione non so 
ci sono stati cambiamenti imposti
dall’alto nel corso della storia 
spesso ho incontrato farisei e ora
giro alla larga porto scarpe da uomo
che aderiscono alla terra
e appena posso me le levo
spero di non diventare stanziale 
come quelli che si distanziano 
da chi è Rom Sinti Kalé Jenischer 
o semplicemente alla ricerca
viaggiante attraverso paesi lingue 
labirinti di cemento e di dolore
da chi è confinato per sempre 
                   nello stesso 
campo dove tutto si offusca 

o come me viandante soltanto 
nell’anima tra storie parentesi
e versi comunque e ovunque
      io sono zingara 

1la parola zingara qui si riferisce soltanto all’io che parla

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Anno 5, Numero 20
June 2008

 

 

 

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