Gli artisti, quelli veri, hanno intorno a sé un’aurea speciale, che
li rende diversi, unici, intoccabili in un certo senso. E’ come se la
capacità di offrire opere d’arte li ponesse su un piedistallo,
distinguendoli dai comuni mortali. Hanno ricevuto un dono e, se sono
generosi, lo condividono. Ken Saro-Wiwa doveva essere un artista così.
Eppure, dal suo piedistallo l’hanno fatto scendere a forza, la sua
aurea speciale non ha potuto niente contro l’arroganza e la violenza di
un governo che, il 10 novembre del 1995, ha spento per sempre la sua
voce, condannandolo a morte per impiccagione a soli 54 anni. La comunità
internazionale si era mobilitata per ottenere la grazia, ma non c’è
stato nulla da fare: la voce di Ken Saro-Wiwa tuonava troppo forte
contro le compagnie petrolifere che stavano devastando il suo paese e il
delta del Niger. Questa premessa alla recensione del suo primo libro
pubblicato in Italia era doverosa perché Saro-Wiwa ha portato fino agli
estremi la sua “vocazione”, non si è accontentato di essere uno
scrittore affermato (aveva già pubblicato ventisei libri) nonché autore
radiofonico e televisivo molto popolare in Nigeria. Il suo senso
“artistico” – che nulla ha che fare con la mera estetica – gli ha
impedito di tacere di fronte a scempi e ingiustizie! “Foresta di
fiori” è una raccolta di diciannove racconti brevi. E proprio nella
brevità si esprime la grandezza dello scrittore: in poche pagine riesce
a delineare personaggi a tutto tondo, che colpiscono l’immaginazione
del lettore. Ai nostri occhi si presenta un’Africa in fermento, piena
di vita e anche di morte. Attraverso casalinghe, spose, madri,
professionisti, accattoni, “matti del villaggio”, stregoni… Saro-Wiwa
ci conduce per le strade della sua Nigeria. Ma l’autore non si limita a
tratteggiare un affresco popolare: il suo tono è ironico, è vero, ma le
situazioni che descrive mettono in luce, senza fare sconti a nessuno, le
piaghe di un paese e di un popolo che si dibattono ogni giorno tra
tradizione e modernità, corruzione e superstizioni, miseria e miraggi di
ricchezza facile. Come per la giovane protagonista di “Casa dolce
casa”, che torna al villaggio dopo aver studiato in città ed è
dibattuta tra il mondo che ha appena lasciato – la modernità - e quello
che ritroverà, più arcaico. Un’amara sorpresa la attende nello scoprire
che la sua cara amica d’infanzia è stata vittima di antiche credenze
crudeli e, per lei, ormai prive di senso. E anche Ezi, giovane e
diligente funzionario del ministero, vive una crisi fortissima, che
rischia di annientarlo (nel racconto “E giù, le stelle”).
Professionista diligente e integerrimo si scontra ogni giorno con
colleghi disordinati e sciatti e con un sistema imperniato sulla
corruzione. Ne “La divorziata”, invece, la giovane e bella Lebia, paga
cara la sua infertilità, ancora una volta vittima di credenze che la
relegano ai margini della società.
Ma questi racconti sono solo un assaggio. Speriamo di poter leggere ben
presto in italiano qualche sua opera più corposa e complessa!