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Il mio primo giorno ad Arundales. Masud Sheikh, elegante come sempre con i capelli color argento impomatati e le toppe di pelle ai gomiti del tweed, aspetta alla porta quando il mio taxi si ferma. Ho indosso l’uniforme: camicia celeste e blazer blu, pantaloni blu navy con la piega, e scarpe con la punta tonda. Mi sento strano, un residuo di decenni passati.
“Buongiorno, signore”. (So che devo chiamarlo così, oppure Mr Masud; non sono ammesse confidenze qui.)
“Sei trasandato, Murad”, mi dice Mr M, “il colletto della camicia dovrebbe stare dentro o fuori, e invece è mezzo dentro e mezzo fuori. Tuo padre non ti ha insegnato come ci si veste?”
È maggio. Ho compiuto tredici anni un mese fa; è una settimana che sto nella città in cima alla collina. Sono arrivato qui con mio padre: da Bombay a Madras in un treno con l’aria condizionata, poi su un aereo fino a Coimbatore e in macchina da lì, salendo per le tortuose strade di montagna attraverso una riserva forestale. Ho guardato le scimmie spidocchiarsi l’un l’altra, ho starnutito per l’odore di medicina dell’eucalipto.
Perfino a casa, a Karachi, quando avevo sette o otto anni, mio padre mi faceva sedere sul bracciolo della poltrona per mostrarmi le fotografie delle sue case dei sogni in posti lontani, Hertfordshire, Hampshire, le Nilgiri. Siamo gente di città, ma lui ha sempre desiderato case nel verde, cascate, laghi, splendidi giardini. E adesso, otto anni dopo, ha realizzato il suo sogno: ha affittato per un anno una villa in riva a un lago in questa cittadina nelle Blue Mountain.
Fa fresco anche se è maggio, ma ci sono diverse cose da fare: mostre di fiori, mostre canine, gare di canottaggio, corse di cavalli. Non ho nemmeno il tempo di ambientarmi. La questione della scuola è sorta presto: ho perso sei mesi di lezioni, quindi urge che ricominci. Mio padre vuole mandarmi a Lovedale, a mezza costa verso la valle, dove la maggior parte degli studenti sono figli e figlie di coloni bianchi e di esuli che vivono in grandi città a centinaia di chilometri di distanza. Ma mia madre ha mandato un telegramma da Bombay per dirci che devo iniziare subito ad Arundales, la scuola teosofica di cui Mr Masud è vice preside.
Starò a convitto, dice lei. Rifiuto perché non mi piace l’idea; non sono mai stato prima in una scuola maschile, e il pensiero di dormire in una camerata di ragazzi puzzolenti è sufficiente a farmi ribellare. Interviene mio padre. Mi porteranno a lezione ogni mattina, promette, e verranno a riprendermi ogni sera.
Eccomi qui, dunque, nel portico della nuova scuola. Pronto per il mio primo giorno. Con la cravatta a strisce blu e nere in tasca perché non ne porto mai una.
Mi guidano verso una sala rivestita di legno, dove i ragazzi siedono su panche di legno e ascoltano musica registrata. È musica carnatica, che mi piace anche se l’ho sentita per la prima volta solo di recente. Quando la voce di Subbulakshmi comincia le sue ondulazioni di gola: ‘oooo, rangaaa shaaayeee’ i ragazzi si danno di gomito e ridacchiano, con un rituale consueto, evidentemente.
Il ragazzo che mi è seduto di fianco mi guida verso la nostra classe. Si chiama Akash; ha le guance rosa, è simpatico, è del Punjab.
“Parli hindi?”
Faccio una pausa prima di rispondere.
“Mmmm.”
(Tuttora penso che sia l’urdu la lingua che conosco. Sono andato via da Karachi solo da cinque mesi.)
All’ora di pranzo Akash mi porta al refettorio, dove ci danno riso scuro e colloso con uno strano odore, brodino di lenticchie disseminato di verdure miste, ciotole d’acciaio con dentro cagliata acida di latte. I ragazzi che vengono dal sud mangiano con le mani. Non ho mai sentito del cibo come questo; Akash si accorge del mio stupore.
“Fa bene allo spirito”. Mi dà un colpetto col gomito e strizza l’occhio.
Di pomeriggio stiamo in laboratorio a sezionare rane, mescolare sostanze chimiche nelle fialette. Non sono mai stato in un laboratorio prima; non mi piace. Ma ci sono le lezioni di arte, di inglese e di storia in cui sono bravo; anche quelle di hindi, che ho imparato a leggere e scrivere piuttosto bene nei pochi mesi che ho vissuto al nord, anche se conosco poco i vocaboli sanscriti.
Durante la pausa Akash mi dice che gli piacciono Biggles e Billy Bunter, dei quali non ho mai sentito parlare; io leggo solo romanzi da grandi. Si offre di prestarmi uno dei suoi libri.
Torno a scuola in agosto. Ormai la cittadina mi è familiare; i suoi edifici che sembrano giocattoli con i tetti rossi e verdi simil-gotico, le chiese e i cimiteri inglesi, le comunità tribali dei Toda.
Durante le vacanze ho fatto amicizia con l’insegnante d’arte e ho trascorso parecchi pomeriggi estivi a casa sua tentando, senza successo, di dipingere. Ho scoperto la biblioteca nel centro della città, coi romanzi inglesi quasi nuovi al piano terra e i volumi antichi di sopra. È sufficiente a tenermi impegnato anche quando piove, e quando piove in montagna è uno spettacolo: venti che ululano, rami che cadono, giornate grigio-scure. A casa accendiamo i ceppi nel camino.
Akash non divide più il banco con me né la merenda nelle gite all’Orto Botanico. Per tutta l’estate avevo pensato di avere un amico, ma poi un altro ragazzo mi ha riferito di aver saputo da Akash che si occupava di me, in quei primi pochi giorni, solo dietro richiesta di qualcuno. Visto che tutti chiamano Akash “il cocco dell’insegnante”, mi posso immaginare chi gli abbia detto di tenermi d’occhio. Il distacco è stato reciproco: forse si è allontanato lui perché ha portato a termine il suo compito, o forse io, perché sono offeso e insicuro.
Ho paura di fare amicizia. Sto sempre sui libri, non sono bravo a fare la prima mossa; mi hanno permesso di lasciare fisica e chimica, ma ho sempre matematica e devo iniziare geografia fisica, in cui vado altrettanto male. I ragazzi con cui parlo sono i due Ramesh. Il primo è un malayali che vive a Singapore, un genio nelle scienze e un lettore incallito di Biggles e Bunter. L’altro, un gujarati jainista di Calicut è gioviale e corpulento. Singapore Ramesh sopporta Ramesh il Grosso perché lo considera l’incarnazione di Bunter. Non impazzisco per Bunter; probabilmente si sono interessati a me solo perché anch’io sono diverso dagli altri e goffo. Qui un sacco di ragazzi vengono dall’Africa, dall’Asia, dal Golfo e il fatto che io sia di Karachi sembra proprio essere una variazione sul tema dominante: sono troppo giovani per occuparsi di una guerra che dura da tre anni, e in realtà sono esattamente come qualsiasi altro ragazzo musulmano del nord, tranne che per il mio aspetto leggermente da straniero e per quello che chiamano il mio buffo accento inglese.
Mi importa poco dei due Ramesh quando non sono con loro. Ma mi piace l’insegnante di matematica, Miss Rajalakshmi. È giovane, carina; la seconda migliore amica che ho a scuola. La mia migliore amica è l’insegnante di storia; la maggioranza delle insegnanti qui sono ragazze, ma Mrs Pratap Singh è una grassoccia signora di una certa età di Bhopal, che mi ha detto che i miei temi sugli imperatori e imperatrici Moghul sono affascinanti come fiabe. Dice che dovrei scrivere ancora e che pubblica qualcosa di mio nel giornale della scuola. Ma quando sono a casa la sera non scrivo mai, a meno che non debba farlo. Invece leggo: romanzi, biografie e opere teatrali dell’Ottocento che porto a casa dalla biblioteca e l’Illustrated Weekly che la zia Annie, l’amica scrittrice di mia madre, manda da Bombay. Nei fine settimana vado a vedere tutti i nuovi film nell’unico cinema in inglese della città. Quando non piove mi sdraio sulla pancia nell’erba assolata, ad ascoltare canzoni, colonne sonore dei film hindi alla radio, Nancy Sinatra e Lee Hazelwood sul giradischi portatile a batterie, cantando insieme a loro.
Novembre. Spesso la macchina si guasta per strada o l’autista non si fa vedere; devo andare a scuola a piedi per quasi cinque chilometri, con la pioggia, nel fango, nella melma.
L’ultimo giorno del trimestre c’è la brina. Luccicante sull’erba, brillante sull’asfalto. Questa sera c’è una festa. Le giovani insegnanti cantano motivetti sdolcinati: “Somewhere my love”, “Those were the days”. La solista è Saramma, che insegna biologia. (È molto carina, ha giocato a tennis con un sari molto grazioso col palla rimboccato in vita per tutto il trimestre, e tutti noi le fissavamo il ventre bruno e piatto e l’ombelico ben fatto finché Mrs Pratap non le ha detto di coprirsi).
Si spengono le luci. Silenzio, poi un rullo di tamburi e il lamento di una chitarra elettrica. Qualche nota al pianoforte, e poi una voce maschile ruvida e alta che canta i primi versi di Lucy in the sky with diamonds. Il gruppo è dietro uno schermo bianco; si vedono le loro ombre proiettate. Il cantante solista è di profilo: naso aquilino, capelli ricci. È Jayasurya, noto a tutti come Singapore Jay, lo zio da parte di madre di Ramesh. Non lo avevo mai notato prima. Non mi piace la canzone; ancor meno il modo nasale, gutturale in cui la cantano.
(il 1968 sta morendo, morendo.)
Ce ne andiamo a Bombay. Sarò di nuovo in una grande città; rivedrò il mare, il Mare d’Arabia che porta le navi da Karachi in ogni dove. Vedrò mia madre dopo sei mesi. Tornerà sulle Blue Mountains con noi a gennaio.
Dall’inizio del nuovo anno proviamo uno spettacolo, e ne faccio parte anch’io. Mi è stato assegnato un ruolo doppio, principe e mendicante: il mendicante è in realtà il Principe Diamante travestito. Non sono il protagonista, Jay lo è. Elviro, il capitano della nave, va alla ricerca di una perla preziosa per la sua amante zingara (impersonata da Saramma). Diamante, travestito da povero, gliela ruba. Jay indossa stivali e calzoni; io una tunica dorata alla greca.
Sono cresciuto; a quattordici anni sono 1 metro e 78, alto come un uomo, quasi quanto Jay. Anch’io sono popolare, con la mia raccolta di dischi, i libri audaci che leggo, le maglie a collo alto e i pantaloni a zampa d’elefante che mia madre mi aveva comprato nel negozio di una cugina a Karachi. I migliori ragazzi della classe mi fanno compagnia; i Ramesh, che mi ammirano a distanza, sono contenti della mia nuova sicurezza come se mi avessero avviato loro al successo. Vado in giro con Sirish il giocatore di cricket e Jitendra il tennista, gli idoli della classe, tuttavia non ho un amico speciale.
Ma quando sono cominciate le prove, Jay e altri tre ragazzi sono stati buttati fuori dalla scuola per aver violato le regole. Di notte hanno scavalcato i muri di cinta e sono andati in città: hanno visto film e mangiato pollo biryani. Alcune voci poco chiare dicono che sono stati visti con la sgualdrina del posto, la moglie del proprietario del ristorante cinese, a fumare e bere birra, a mangiare manzo e maiale.
Mi è stato offerto il ruolo di Jay e le sue canzoni. La sua voce è potente e la mia è proprio esile, ma sono intonato.
E adesso, dopo le vacanze di Pasqua, prima di avere avuto il tempo di infilarmi nei suoi calzoni e stivali (lui è più alto di me, ma io sono più grosso, così come lo sono i piedi) Jay è tornato. Ho paura. Da quando Rajam, di cui mi ero preso una cotta lo scorso trimestre, se ne è andata per sposarsi, sono diventato amico di Saramma; mi ha fatto confessare di aver visto i ragazzi in città al cinema Regal e al Three King Dosa Palace. L’ha detto a Mrs Pratap. Sono stati denunciati, ricercati ed espulsi. Ma qualcosa ha fatto cambiare idea a Mr M; ha richiamato Jay. Con restrizioni nelle uscite, immagino.
Così lui è di nuovo l’idolo. E io il cattivo.
Adeila, mia cugina di secondo grado è venuta a stare da noi. È nei guai perché usciva col ragazzo sbagliato nella sua città, Secunderabad. Sua madre pensa che un mese alle Nilgiri la distrarrà. Adeila ha l’aspetto e il modo di vestire di una modella di Vogue: orecchini bianchi optical ed enormi occhiali con la montatura bianca, ciglia col mascara, capelli di taglio geometrico alla Vidal Sassoon, pantaloni bianchi a zampa. È elegante quasi come una ragazza di Karachi.
È anche sveglia. Sa che la guardo. Sebbene sia più piccolo di due anni, ne è lusingata. Lascia che le tenga la mano e mi ha insegnato a baciare con la lingua, ma negli ultimi giorni si è tenuta a distanza.
Non so come comportarmi con lei.
Sono stato senza la compagnia di ragazze per più di un anno. Quando Adeila è nelle vicinanze ho la bocca asciutta, sento una tensione all’inguine; a letto sento il suo odore, non lo Chant D’Arome che usa, ma qualcosa di più eccitante, che sa di capelli, di pelle e di alterità femminile. Nei sogni premo il cuore sul suo seno, sento il sapore dell’interno delle sue labbra. Mi sveglio con una bava argentea sulla pancia o tra le cosce. Mi sciacquo con un secchio pieno di acqua fredda che devo riempirmi da un rubinetto all’aperto; non c’è acqua corrente e la mattina fa fresco, anche d’estate.
Ho in mente Adeila il giorno in cui c’è un allarme antincendio e dobbiamo uscire dalla sala della musica. Oltre il campo da tennis, vicino al pozzo, mi ritrovo a guardare Jay fisso negli occhi. Indietreggio.
Come ti va?
Be’, va. E tu?
Sei stato davvero bravo oggi. Quando mi hai chiesto di perdonarti…
Oh, sì. Avevo altro in testa…
Tipo?
Ragazze. Una ragazza.
Mi ritrovai a raccontargli di Adeila.
Andiamo ai campi da gioco, dice.
(Più tardi mi sono reso conto che si era accorto di altri che ci fissavano.)
Ecco tutto. Un’unica occasione, un caso. Non si prenderà più la briga di parlarmi di nuovo. E io non sarò più sulle spine, non dovrò dirgli del ruolo che ho avuto nella sua espulsione.
Resto a scuola fino a tardi oggi, per le prove. Dopo le lezioni vado in biblioteca ad ammazzare la mezzora di tensione prima che comincino. La sua mano sulla mia spalla. È dietro di me; sento il suo fiato sull’orecchio.
Facciamo tardi. Andiamo.
Di che parli?
Singapore. Karachi, i nostri progetti per domani, il mare.
Parlano di te, dice Saramma. Insieme, tutto il tempo. Sussurrano. Quest’amicizia improvvisa. E lui è dell’ultimo anno.
Io sono dell’anno precedente. Siamo insieme nello spettacolo.
Lo conosci. E se scopre che l’hai fatto espellere?
Non sono stato io. Sei stata tu. E comunque mi perdona.
Adeila e io siamo stati al club nautico. È sabato. Un bel cielo, e il lago è verdastro prima del tramonto, mentre chi è in barca è ancora in acqua e striscia con le dita le increspature delle onde. Siamo andati al cinema a vedere Vanessa Redgrave in Camelot. Ci fermiamo a comprare coca e patatine prima di sederci.
Venite a sedervi con noi.
(È Singapore Ramesh. Certo, è la loro serata al cinema; me lo sarei dovuto ricordare.)
Grazie. Abbiamo un palchetto.
No, venite qui.
Li seguiamo. Ci sediamo.
Cinque minuti dopo vedo Jay nell’ombra, le gambe troppo lunghe, la sua incurvatura familiare, i capelli ricci. Si lascia cadere nella poltrona accanto alla mia.
Ciao.
Sento la sua spalla che tocca la mia, la lunghezza del suo braccio, il ginocchio. (Non è bello, mi dice Adeila più tardi. È scuro e ha le labbra grosse. Non è carina, dice Jay. Piatta; sembra Barbra Streisand).
Lunedì sera. Torno a casa dalle prove e trovo i miei genitori ad aspettarmi.
Abbiamo saputo che ti mescoli ai ragazzi sbagliati. Sei stato al cinema con lui. (Madre.)
Chi?
Non essere maleducato. Sai bene chi. (Padre.)
È un mio amico. E sono con lui nello spettacolo. Non posso evitarlo.
Be’, ai tuoi insegnanti non va bene. Dicono che c’è un che di losco. (Madre.)
E che travia gli altri ragazzi. (Padre.)
A Masud Bhai non piace. (Madre.)
Non so niente di ragazzi “in quel modo”, come li chiamano loro. Una volta ho visto i due Mohan, noti come amici, litigare per una palla sul campo da gioco, diventando sempre più volgari finché uno, il più alto, sembrò arrendersi; il più basso gli si mise a cavalcioni, inguine contro inguine sfregandosi contro di lui, poi gli assestò una testata.
Non farci caso, sono amici. Aveva detto Ramesh il Grosso.
Gli amici litigano così?
E dai, non essere stupido, voglio dire amici… in quel modo.
Mi sono sentito come se avessi visto qualcosa che non avrei dovuto.
E ora:
Che facciamo? Non penseranno mica che siamo…
Be’, siamo qui in bella vista, come si suol dire, ci hanno visto tutti, cosa abbiamo da nascondere?
Facciamogli vedere che non ci importa.
Stai deludendo tua madre. La rendi molto triste. Se non lasci stare Jay lo manderemo via di nuovo. Quindi dacci un taglio.
Mr M mi afferra per un braccio e quasi me lo storce.
Nel camerino assegnatoci in comune non gli parlo. Non recepisce il mio tacito messaggio. Va avanti a parlare. Sul palco mi esibisco in una grande performance, in particolar modo quando Diamante tradisce Elviro.
Mr M dice che ho mostrato gambe troppo pelose e muscolose. Hanno chiamato Mrs Pratap per allungare l’orlo della mia tunica in tempo per il prossimo spettacolo.
La seconda sera Jay non parla mentre ci vestiamo. Quando Diamante chiede perdono ed è previsto che Elviro mi prenda la mano, si scorda le battute.
Per un attimo il silenzio si impadronisce del palco.
(Vorrei morire. Il suicidio è un peccato. Non posso saltare nel lago o impiccarmi; avrei troppa paura, quindi prego Dio che semplicemente mi porti via durante il sonno.)
Prima della fine del trimestre riferisco ai Ramesh quel che è successo.
L’estate piovosa passa. Adeila è tornata a casa a Secunderabad; ho portato i miei genitori alla disperazione con la perdita dell’appetito e l’umore scontroso, e Mr M non riesce a tollerare la mia vista. Mio padre parte per l’Inghilterra; quando siamo arrivati aveva detto che sarebbe rimasto solo per un anno. Ha promesso di mandarmi a prendere, devo aspettare la fine del trimestre. Anche mia madre è d’accordo; non avrebbe mai voluto venir via da Karachi e odia questa città, la pioggia e il vento e la fredda solitudine della montagna. Così lascerò presto questo posto bizzarro, questa terra estranea, per un paese lontano che non ho mai visto, un paese ancora più estraneo e più bizzarro.
Torno a scuola.
Singapore Ramesh mi dice:
Mio zio capisce. Aspetterà.
Poi so cosa devo fare.
Scrivo a Jay. Mi risponde.
Per settimane ci scambiamo lettere, nascoste dentro libri lasciati in posti prestabiliti. Impariamo a infrangere le regole che sono state fatte per essere infrante.
A volte devo attendere le sue risposte per due giorni, tre, una settimana. Gli scrivo e poi strappo i messaggi, giuro di non scrivere più. E poi, come se sapesse quello che penso, scrive un altro messaggio. A volte le sue lettere sono lunghe, altre solo biglietti, di una riga o due. Si firma “Il tuo affezionato amico.”
Qualche volta ci incontriamo, di nascosto, nel laboratorio e nel campo da gioco sulla collina. Incontri furtivi, come se fossimo destinati alla colpa. Adesso ho paura a stare con lui. Mi sento come fossimo di nuovo sul palco, provando senza un copione da leggere. Quando ci separiamo, mi vengono in mente cose che non ho detto; è più semplice, molto più semplice scrivere.
Sono spavaldo quando parliamo, ma vedo che lui si trattiene. Deve finire la scuola quest’anno; è stato leale con me, ma io so a quale costo. Per quanto mi riguarda, ho smesso di preoccuparmene: ho sconvolto tutti. Saramma non mi ha più parlato da quando l’ho messa di fronte a quanto ho scoperto da Mrs Pratap: è stata lei a diffondere le voci, a lamentarsi con Mr M. La maggior parte dei miei conoscenti hanno tagliato i ponti con me quando sono stato dichiarato una compagnia da evitare.
Singapore Ramesh si è mantenuto fedele, e Mrs Pratap.
Te ne devi andare via da qui, bachche, mi dice. Questo posto ti va troppo stretto. Manderà in frantumi tutti i tuoi sogni.
Anche quando Saramma trova uno dei nostri biglietti in biblioteca non ho paura. Me ne andrò da qui tra un paio di settimane, e Jay poche settimane dopo di me; nessuno si prenderà la briga questa volta di fare una scenata su di noi. Mr Masud mi dice che posso prendere liberi gli ultimi pochi giorni, non mi devo disturbare a tornare indietro prima di dirigermi a nord, verso l’Inghilterra. Tuttavia, quando partiamo, è alla stazione per salutarci. Sarà felice di sbarazzarsi di me, ragazzo ostinato, sognatore, cocciuto quale sono. È novembre, di nuovo grigio-porpora e umido.
Jay scrive una volta sola. Siamo a Secunderabad. Mia madre trova la lettera e la strappa. In ogni caso non posso rispondere: non ha messo il mittente. La storia è finita, tranne quando la ritrovo tra le righe dei libri che leggo.
È rimasto ben poco da dire. Arrivo a Londra in maggio, un anno dopo il primo incontro con Jay. Mr Masud viene a trovarci un mese o due dopo il mio arrivo in Inghilterra. Viviamo a Bayswater Road, di fronte a Hyde Park. Adesso ho quindici anni e sono alto un metro e ottantatre; sono già alle scuole superiori, mi son fatto nuovi amici, prendo biglietti ridotti per vedere film e spettacoli teatrali con una ragazza del Venezuela, vado a pomiciare al parco. Vedo Mr M qualche volta; lo chiamo di nuovo Mamunsaheb. Mi aveva conosciuto come un ribelle: quando sono partito da Arundales deve avermi segnato come il suo unico fallimento, essersi scusato per il mio comportamento e la mia defezione. Ma nemmeno una volta fa cenno al mio soggiorno alle Nilgiri. Si è trattato di un lapsus temporale, un’aberrazione, meglio dimenticarla. Sono, a conti fatti, uno di quelli che si perdonano: un membro della famiglia, l’unico figlio di sua sorella più piccola.