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scrivere il mare, narrare un confine. i fantasmi di portopalo nelle pagine di bellu

anita pinzi

Scrivere il mare. Si può certo scrivere del mare, descriverlo nelle sue svariate forme, la bonaccia e la tempesta, nella luce del giorno e nel buio della notte, i suoi suoni e i suoi colori; si può scrivere persino sul mare, dalla riva guardando al largo, o sulla superficie delle acque, a bordo di una barca. Ma come si fa a scrivere il mare? Come si fa a farlo parlare, a leggere quei segni che attività umane di ogni genere tracciano sulla sua superficie e che immediatamente svaniscono? Il mare non è né terra né carta, il mare non si scrive, la superficie solcata si richiude, come un corpo che guarisce troppo velocemente e non parla di niente. Eppure il mare ha storia e storie da raccontare.

Come si fa a scrivere il mare e le sue storie? Giovanni Maria Bellu nel suo romanzo-reportage I fantasmi di Portopalo ha deciso di esplorare questa questione. Il libro di Bellu, nella sua molteplice forma di romanzo, di giallo, d’inchiesta, di denuncia, racconta la storia della sua inchiesta sul “naufragio fantasma” del natale del 1996, in cui 283 migranti persero la vita nel tentativo di arrivare sulle coste europee, a bordo di una ‘carretta del mare’, la F-174, affondata dalla più grande Yiohan durante un trasbordo. È un’inchiesta che, proprio come un romanzo giallo, ha delle prove e dei colpevoli da trovare, una verità da far riemergere dal fondo del Mediterraneo. La nave affonda al largo della Sicilia più meridionale, Portopalo, e con la nave gli uomini, e con gli uomini la loro verità. L’affondamento non resta scritto su quella superficie d’acqua liscia dalla “consistenza del miele”,1 e la stampa, con la sola eccezione de Il Manifesto, decide di non dare troppa risonanza alla tragedia, la giustizia preferisce non ‘smuovere le acque’ e non occuparsene. Per anni il mare non parla, o meglio non lo si ascolta, perché i corpi impigliati nelle reti dei pescatori vengono ributtati in mare.

“Ne sono stati ripescati a decine. Finivano nelle reti, venivano tirati su con i pesci. […] E’ andata avanti per mesi. Ma non risulta da nessuna parte. Dove sono finiti tutti i corpi? Sono rimasti là” (32). Con queste parole Bellu ci descrive il tentativo del mare di svelare il suo segreto inascoltato e ci immaginiamo quasi una lotta tra uomo e mare, una lotta per la restituzione di corpi (e responsabilità) che non appartengono né all’uno né all’altro. Gli uomini morti, infatti, non appartengono; hanno la pelle scura e non possono essere cittadini e compagni dei loro ritrovatori. Eppure non sono elementi marini e il mare tenta di renderli alla terra. Gli uomini morti non appartengono per definizione, perché sono migranti, e questo è il motivo per il quale la storia dell’Europa contemporanea li vuole in attesa sul confine, sia da vivi che da morti.

Quando ci sono i migranti c’è sempre anche un confine da attraversare. Molti studiosi come Rutvica Andrijasevic e Saskia Sassen2 parlano di come i trattati Schengen, nel rimuovere i confini interni all’Europa per permettere circolazione di merci e forza lavoro, abbiano spinto il confine verso est e verso sud. L’Europa si costituisce unita e, per la sua doppia filosofia di libertà di circolazione al suo interno e inaccessibilità al suo esterno, in molti la definiscono ‘fortezza’. Etienne Balibar nel suo saggio “World Borders, Political Borders” parla del confine come spazio delle antitesi inclusione/esclusione, centro/periferia, europeo/non-europeo, ma soprattutto come lo spazio non democratico dello stato, perché il confine è armato e militarizzato.3 Nonostante l’idea d’inviolabilità che simili definizioni conferiscono, il confine non e’ affatto una barriera ermetica e impenetrabile. Andriajasevic, nel suo saggio “From Exception to Excess: Detention across the Mediterranean Space”, fa riferimento al confine come ad uno spazio caratterizzato da mobilità e viabilità.4 Se il confine è poi fatto di mare, diventa una zona indeterminata dove il controllo non è posto in un luogo preciso, ma deterritorializzato, frazionato in più modi e luoghi di vigilanza. Il confine marino, in questo frastagliamento di barriere, sembra spaginarsi e moltiplicarsi all’infinito, come spaginate sono le storie che vi accadono.

Le parole di Bellu ci fanno immaginare il Mediterraneo esattamente come un vasto confine che si estende oltre misura e che continua a riprodursi e ingrandirsi. “La Yiohan rallenta e comincia a seguire, a venti miglia di distanza, il perimetro dell’isola. Ci gira attorno. Riprende a zigzagare come se si fosse smarrita. A volte vira di centottanta gradi e ripercorre la strada appena fatta” (140). Con descrizioni come questa Bellu ci fa sentire lo spazio incontrollabile del mare, uno spazio difficilmente misurabile, inesauribile, ma che i migranti riescono a mappare nelle loro menti. Uno dei migranti testimonia che “[i]n quello stesso punto c’è già passato un mese prima a bordo d’un’altra nave. Ne è certo perché ha riconosciuto la lunga silhouette di quell’isola all’orizzonte che il capitano chiama ‘Heraklion’” (136). Così i migranti creano la loro personale geografia dello spazio che lo circonda, spazio così carente di riferimenti visivi. È come se anche i migranti, secondo le testimonianze dei superstiti della tragedia raccolte da Bellu, provassero a riprodurre una mappa e a dire come questo continuo incrociarsi di traiettorie abbia ‘scritto’ sul mare la loro storia d’immigrazione ed esclusione, malgrado l’assenza di tracce concrete.

La pluralità delle navi, il numero dei trasbordi, il continuo aggiungersi di nuovi gruppi di migranti che narrano agli altri le lunghe settimane e i mesi di viaggio sono ulteriori elementi che producono un senso di dilatazione continua, sia dello ‘spazio’ sia del ‘tempo’ del confine. La spazialità incerta del confine marino data dalla mobilità dei posti di blocco della polizia, si traduce in una dinamica spaziale di ‘avvistamento-cambio di rotta’, e in una dinamica temporale di ‘accelerazione-stallo’ in attesa di una nuova nave per un nuovo trasbordo. Il mare non e’ solo il confine da attraversare, ma lo spazio economico dello scambio e del profitto, lo spazio dell’attesa, lo spazio-prigione in cui le navi dei migranti restano intrappolate per evitare la polizia.
Tali dinamiche di elementi opposti e la mappa di fughe e intercettazioni, che caratterizzano la storia rimpaginata e resa pertanto visibile da Bellu, si possono anche leggere con le parole di Sandro Mezzadra. Egli parla di una “dialettica dei confini”, nella quale se da una parte i migranti rappresentano la possibilità di oltrepassarli, dall’altra “i loro corpi esibiscono le ferite e le lacerazioni inflitte dalla quotidiana riaffermazione […] del dominio dei confini stessi”.5 Il mare è lo spazio liquido e ampio il cui difficile controllo permette queste dinamiche, che Mezzadra definisce come vere battaglie. I corpi sui quali Mezzadra vede le ferite di tali battaglie, ovvero mappe di guerra incise sulla pelle, fanno eco a quelli di Portopalo che hanno perso la battaglia e che, annegando in un confine non localizzabile, non hanno la possibilità di farsi elementi di una mappa e condurre a quelli che Bellu chiama i ‘nemici’, coloro che attivamente o passivamente negano l’esistenza di questo complesso scenario concreto e teorico al tempo stesso.

Bellu promette di trovare quei nemici, quando la carta d’identità di uno dei migranti della Yiohan, Anpalagan Ganeshu, riemerge dalle acque, e inizia a ricucire le informazioni, a mettere insieme tessere, a seguire tracce, a scrivere il non scritto, a rimpaginare quelle storie spaginate sul mare, dal mare. Ma come sfidare il mare per ricomporre l’enorme puzzle sommerso? L’indagine di Bellu inizia a “scavare” il mare che smette di essere una superficie piatta, una linea orizzontale e omogenea, una materia sulla quale si galleggia, una forza che espelle verso l’alto. Bellu narra del mare la sua profondità, la verticalità, l’abisso che di tracce ne conserva molte. Sono tracce che parlano di quello che la superficie tace. Molte sono le pagine di questo romanzo-reportage che insistono su un movimento di verticalità, dalla superficie al fondale e viceversa. In un primo momento ci vengono descritti i ‘divergenti’ della paranza che “agiscono sul fondale come vomeri, tracciando solchi profondi, rompendo banchi d’alghe e conchiglie nello stesso modo in cui in un campo il passaggio dell’aratro rompe le zolle di terra” (29). È un’azione violenta quella dei pescatori locali, ma invisibile e, anche se possiamo immaginarla, è ancora troppo distante dalla calma della superficie.

La narrazione comincia poi a ‘immergersi’ con l’ecoscandaglio del peschereccio di Salvo Lupo, che graficamente riproduce il fondale, lo “scrive” sul monitor come una linea retta, “una specie di deserto sottomarino di sabbia, una desolata pianura subacquea interrotta solo da qualche rifiuto più grosso degli altri: bidoni di metallo, casse di legno marcio e altre schifezze. Le ‘nuvole’ sono banchi di pesce molto grossi e fitti” (31). Sono parole come ‘deserto’, ‘pianura’ e ‘nuvole’, scelte per descrivere questo quadro sottomarino, che ci fanno assistere a una sorta di rovesciamento in una dimensione acquatica di ciò che per natura appartiene all’emerso e al visibile. L’indagine e la scrittura di Bellu si propongono di far riemergere ciò che si e’ inabissato.

Il fondale disegnato dall’ecoscandaglio prende tridimensionalità e vita con l’impiego finale del ROV, il robot sottomarino che filma i resti della nave affondata, la F-174. E’ questo il momento in cui le tessere del puzzle che riemergevano nelle reti dei pescatori, veri e propri resti di una battaglia come i corpi, le ossa, i vestiti, e l’albero di una nave, trovano il loro posto in un quadro ampio e completo. È il momento della verità sul naufragio, definito ‘fantasma’ perché ne mancavano le prove. La F-174 viene descritta nella sua posizione, come adagiata orizzontalmente sul fondale, squarciata su un fianco dalla speronata dàtale dalla Yiohan. E poi la vediamo nelle foto dell’inserto che accompagna il libro, come a ricordare al lettore che Bellu non sta solo scrivendo un romanzo giallo, ma sta indagando su un fatto vero. Come già detto, il libro di Bellu è molte cose: un romanzo, un giallo, un’inchiesta, una denuncia; ma è soprattutto questa discesa verticale nella profondità del mare/confine per poter localizzare, mappare, e scrivere una delle storie invisibili di immigrazione, esclusione e morte che il Mediterraneo nasconde.

1 Giovanni Maria Bellu, I fantasmi di Portopalo, Milano, Mondadori, 2004, p. 28. Le citazioni successive sono indicate con i numeri di pagina tra parentesi nel testo.
2 In particolare si veda Saskia Sassen, Guests and Aliens, New York, New Press, 1999.
3 Etienne Balibar, World Borders, Political Borders”, «PMLA» n. 117, v. 1 (gennaio 2002), pp. 68-79.
4 Rutvica Andrijasevic, From Exception to Excess: Detention and Deportations across the Mediterranean Space, in The Deportation Regime: Sovereignty, Space, and the Freedom of Movement, a cura di Nicholas de Genova e Nathalie Peutz, Durham, NC, Duke University Press, 2009 (saggio in via di pubblicazione, citato con il permesso dell’autrice).
5 Sandro Mezzadra, Diritto di Fuga. Migrazioni, cittadinanza, globalizzazione, Verona: Ombre Corte, 2006, p. 25.

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Anno 6, Numero 24
June 2009

 

 

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