El Ghibli - rivista online di letteratura della migrazione

Cinque passi

roberto maggiani

Roberto Maggiani La recherche 12/12/2008

Una pittrice e fotografa, Susanna Strapazzini, e una scrittrice, un poeta, Anna Belozorovitch, un’unione dal risultato formidabile, un libro dalla veste grafica sobria ma piacevole, quasi un quaderno di appunti, un diario di viaggio.
Spesso si trovano guazzabugli artistici, tentativi di unioni d’anime che hanno sensibilità espressive e compositive differenti, con risultati pessimi, scialbi, incapaci di creare quella sintesi di elementi atta a superare il dualismo iniziale fino ad arrivare ad una forma artistica che trascende gli elementi iniziali, non è il caso di queste due donne che riescono, in poche pagine a miscelare, con eleganza e nessun tipo di ostentazione artistica, una calibrata sequenza di immagini e poesia. Fotografie in bianco e nero, scatti effettuati dall’alto, che ritraggono una fanciulla dai capelli lunghi, che indossa i soli pantaloni, scalza, su un terreno compatto, e che si muove attorno a un vassoio lucido come uno specchio posato a terra, probabilmente sotto un albero che lascia cadere le sue foglie. Fotografie che sono simbolo e metafora di un viaggio, a partire dalle sensazioni iniziali, preparatorie alla partenza (“E non mi dite ch’è l’età, / e non mi dite ch’è il momento, / non crederò a nulla che non vedano i miei / occhi, […] / Io voglio tutto mio e nuovo”) fino al viaggio stesso, con i suoi passi, le sue pause, le sue meditazioni e un probabile arrivo rappresentato dall’unica fotografia in cui la ragazza rivolge lo sguardo in alto, ed ha tra le mani, adagiato sulle ginocchia, il vassoio, come a far intendere che ha compreso l’illusione della realtà, ovvero l’illusione di muovere l’anima attraverso lo spostarsi del corpo da luogo a luogo, del finto muoversi verso mete che sono illusorie; la bellissima poesia associata a questa ultima immagine è anche l’apice del percorso narrativo del libro: “E sento d’essere arrivata. / E sento che ogni cosa inizia ora. / Non c’è alcun viaggio che io debba fare, / non c’è alcuna vera meta, / nulla da conquistare, da raggiungere… Non c’è. / C’è solo il bagliore della’aurora. / E sono io, sono io la strada, / ed è la vita che percorre me”.
La Belozorovich è una poetessa che già conosciamo, su questo stesso sito abbiamo recensito il suo ultimo libro “L’uomo alla finestra”, Besa Editrice, inoltre ne abbiamo pubblicato una intervista; con questo testo conferma, in sole cinque lunghe poesie, la sua grande anima poetica e soprattutto conferma la sua fisionomia di scrittrice, fatta di versi chiari, semplici. Anna Belozorovich, senza una eccessiva e ostentata ricercatezza nel linguaggio, riesce, dalla profondità del suo meditare l’esistenza, a donarci versi capaci di sollevare il velo da qualcosa di essenziale nelle nostre vite e a riportare il pensiero, e oserei dire anche l’azione di vita, del lettore alle cose che realmente contano; come fuoco le sue parole insistono, e, dopo aver incenerito come inutili fuscelli i pensieri superflui che si accalcano intorno alla mente, vanno ad incendiare o ad alimentare le fiamme di quella parte lignea del nostro essere, continuamente a rischio di spegnersi.
Ci sono versi di forte ascesi: “Il mio viaggio è senza mappa / senza percorso stabilito, tappa intermedia, / senza aspettativa, quindi senza tragedia. / Il punto dove sono / non esiste. / Non potrei mai essere triste, / non lascio nulla. / io voglio sempre e solo oltre. / Io spero sempre ancora il dopo.”
Leggendo le sue poesie si arriva a pensare che forse l’asceta dei tempi moderni è il poeta e che, forse, per poter essere poeti bisogna tornare essenziali, veritieri, abbandonare le menzogne con cui giornalmente la nostra mente affatica il cuore: “Dove andare? […] / Io ora voglio solo verità”. Una ricerca che passa dalla partenza, dal muoversi che è un andare ma che in realtà è un restare poiché “sono io la strada”, “Io apro gli occhi, senza questionare: / su ogni cosa c’è il segno della mano / che ha dipinto l’alba e colorato il giorno”, versi bellissimi che aprono al divino, all’immenso, alla trascendenza dell’uomo che, per quanto possa essere oltraggiata, sia nel pensiero storico da talune ideologie, sia di fatto da un consumismo sfrenato, che è assai peggiore del tentativo ateista di annegarla nello scientismo, sempre emerge dal cuore dell’uomo come una primula portatrice di speranza: “Poi l’alba. / Un’alba come ogni mattino, ma diversa. /[…]”.

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Supplemento

(ISSN 1824-6648)

Anna Belozorovitch: la poetica dell'attesa

A cura di raffaele taddeo

 

Anno 10, Numero 42
December 2013

 

 

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