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Essere pioggia

raffaele taddeo

La silloge poetica di Anna Belozorovitch offre una serie di composizioni di cui è arduo individuare un nucleo poetico unitario perc hè molteplici sono gli spunti. Alcuni temi sono dominanti ed è opportuno riflettere su di essi. Dapprima è possibile focalizzare il tema di che cosa sia la poesia. “la poesia scappa nella luce/ la terra e le pareti”. La poesia è quindi nella realtà, nelle cose. Che funzione ha allora il poeta se essa è nel visibile? “Oggi la luce è opaca/ la terra è bagnata/ e le pareti sono vuote/…/ e torna verso me”. Il poeta si manifesta quando la realtà si opacizza, quando non è possibile più percepire la poesia in essa. Non è quindi una scoperta quella del poeta, ma diventa un’opera sociale nel senso che la poesia che non è più visibile riesce a manifestarsi per opera del poeta. Accanto a questo dato di individuazione della funzione del poeta ne abbiamo un altro. Anna Belozorovitch cerca di sfatare un luogo comune che pone la poesia e il poeta come qualcosa di deprimente, di triste, dal cattivo umore. La gioia di vivere, la felicità, la contentezza è anche e proprio del poeta. “Oggi mi sento crudele per non essere malvagia,/ e traditrice per essere di buon umore”. Chi si tradisce se non la schiera dei poeti che si sentono tali solo se sono di cattivo umore, se sono depressi e disperati? “Versi di poeti/delusi dalla vita, amari, incattiviti,/non sono per me./ Io amo il mondo/ e sogno quando vedo la bellezza pura,”. Vi è poi una composizione che tratta del senso della poesia. E’ un testo più complesso e presenta più elementi da considerare. Il primo è che il poeta non scrive, non racconta, ma trascrive, cioè riporta ciò che è già presente. E’ un po’ quello che aveva affermato in precedenza quando aveva rintracciato la poesia nella realtà. Ma la trascrizione è un “piangere per chi non abbia mai pianto”. Ancora una volta emerge la funzione sociale del poeta che non si rifugia in se stesso anzi il suo è un procedere dubbioso “senza sapere dove vado”. L’incertezza del procedere, l’incapacità di punti fermi è consostanziale al poeta. “Senza il forse, non lo so,/senza punti d’interrogazione,/ e senza perché la poesia non esisterebbe.” E tuttavia la nostra poetessa di origine russa non può fare a meno di rintracciare nella poesia un qualcosa di strano, misterioso, in fondo inconoscibile. “L’ho conosciuta. / Una notte sono uscita, ed ecco che Lei era seduta là/ con un bicchiere in mano,/occhiaie e calze bucate./ E’ scappata non appena le ho chiesto il nome,/e solo dopo anni ho scoperto/ che forse era lei/ che forse se l’avessi fatta sorridere/l’avrei assassinata. Che forse è per questo che scappa a così tanti:/l’insoddisfazione è il suo motto.” Sono da sottolineare i tanti “forse” in questi versi, parola che riprende il concetto espresso in qualche verso prima.
Accanto a questo nucleo poetico, ancora da decantare in qualche modo, ve n’è un altro che è preannunciato dal titolo della prima poesia della silloge: L’attesa. Ma più che di attesa è il desiderio di una epifania che coinvolge tutta vita e la realtà di ogni individuo. L’uomo non ha vita presente perché è tutto proiettato in una dimensione futura nella speranza, sogno di qualcosa che avverrà, che lo aspetta, perché è quasi prefigurato dal destino. L’uomo non costruisce una sua vita, ma è la vita che lo costruisce. L’uomo non si fabbrica un futuro, ma è il futuro che lo trasporta. “Nella realtà non saprò mai/ finché vivrò, finché camminerò, / se vado dove la mia vita porta,/ se sono io a portare la mia vita”. Questo concetto è ancor più rimarcato in un’altra poesia. La questione, che vorrebbe quasi essere il manifesto ideologico di Anna Belozorovitch. Afferma infatti: “E’ fare quello che il destino ha già deciso./ Perché deve aver deciso da tempo,/ perché deve aver segnato da qualche parte/dove e perché devo andare”. A volte questa attesa è quasi una rassegnazione senza più illusioni. “E’ strano: ogni oggi sembra/ che attendo una vita in cui nulla possa sorprendermi/ per piangere, poi, la mancanza di sorprese.” Ma il domani è sempre e comunque incerto e lascia l’io nel dubbio che a volte è inconsolante e lo priva della propria identità, comunque desiderata ricercata. “Se un aprire delle nuvole mi portasse/ promettendo che là potrei trovare un nome,/ io non esiterei./ Perché non c’è nulla di più spaventoso/ dell’essere il proprio animale di compagnia”. C’è un terzo filone tematico che riguarda la riflessione sull’io, sui propri desideri, sulle proprie credenze, sui propri sogni. Sarebbe quasi opportuno analizzare tutte le poesie perché il ritratto che ne viene fuori è la struttura di un puzzle dai colori delicati, mai violenti, difficile da comporre ma appagante perché restituisce serenità, tranquillità. L’io ritrova se stessa quando si riposa sulla penna, quando può adagiarsi nella scrittura. “Dicendo, vivo. Scrivendo,/ ho un cammino./E non c’è niente di male, se io non lo vedo,/perché è la parola/ a reggere il mio piede, laddove io lo metto.”
Infine c’è il filone dell’amore. E’ un tema accennato, non declamato, in cui è possibile scorgere alcuni elementi interessanti, perché non banali o stereotipati. Significativa ad esempio è la poesia “Goccia al sole”, che potrebbe essere riferito ad un ricordo, ad una esperienza passata, ma l’ultimo verso restituisce di forza il senso e significato all’intera poesia, ma forse a tutta la concezione dell’amore. “Sei stato …. dimenticato come solo si dimentica l’amore”. Brutale perché luogo comune è che l’amore rimane comunque una esperienza incancellabile, in questa poesia di Anna Belozorovitch si afferma esattamente il contrario e cioè della possibilità che l’amore svanisca come una goccia al sole e scompaia completamente. Anche nella poesia “Il nostro amore”, siamo di fronte a qualcosa che non ci aspetteremmo. Intanto la struttura metrica fa sì che sopravanzi il senso e significato. Si prenda il primo e secondo verso: “Il mio amore, sì, è amore,/ il nostro amore, non è/….”, infatti la lettura in silenzio o ad alta voce non fa latro che far soffermare su quel “non è”, quasi a dimostrare che l’io può solo giurare sulla propria capacità di amare e non su quella reciproca che può solo essere descritta. La prudenza nei confronti dell’amore è ancora espressa nella poesia “L’amore”, in cui ci si domanda “dove starà l’amore, nelle persone?” e aggiunge “Forse io devo aspettare:/di crescere e capire” sia come possa nascere l’attenzione verso una persona, ma come anche può andar via; e conclude: “Forse, ancora, io non conosco proprio l’amore”.
Sul piano della organizzazione della poesia e del linguaggio. Certamente è una poesia discorsiva, a volte più prosa che poesia, ma intense e inusitate sono le immagini poetiche. A volte qualche termine (lo chiamerei termine in senso leopardiano) è stridente o leggermente duro al suono, e forse, ma sarebbe da appurare con maggiore analisi se la sonorità portoghese e russa sono diverse da quella dell’italiano per cui alcuni aspetti sonori sono sentiti come piacevoli per la Belozorovitch, mentre possono essere sentite sgradevoli all’orecchio di un italiano. Ma accanto a questo ci sono delle modalità di organizzazione della poesia molto elevate. Si prenda ad esempio la poesia “Sordo il mondo”, sembra di leggere Montale sia per alcune immagini come “E lo sguardo si schianta/ sopra i muri pesanti, rigidi senza malvagità”, ma anche per la struttura della poesia costruita con scenografie più che con descrizioni. Una vera perla è l’ultima poesia “Essere pioggia “ che dà il titolo all’intera silloge, per la sobrietà, per il linguaggio misurato e intenso nello stesso punto. E’ quest’ultima composizione il vero canto alla poesia, capace di lenire le ansie angosce che ogni giorno ci assalgono e ci sorprendono.

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Supplemento

(ISSN 1824-6648)

Anna Belozorovitch: la poetica dell'attesa

A cura di raffaele taddeo

 

Anno 10, Numero 42
December 2013

 

 

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