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Il quartiere dei destini incrociati: corso di scrittura creativa

remo cacciatori e mihai butcovan

L’indice e la mappa
Impossessarsi di certe tecniche, utilizzarle senza soggezione, vedere sulla carta i significati che, quasi involontariamente, riescono a fissare, verificare sugli altri le reazioni che generano, sono alcune delle emozioni che può produrre un corso di scrittura creativa. Soprattutto se chi vi partecipa è libero dall’ansia di diventare scrittore ed è animato invece dal proposito di conoscersi e di conoscere. Così, ci pare, è accaduto nel nostro corso, pensato per italiani e stranieri con lo scopo di servirsi della scrittura per permettere a italiani e stranieri di esprimersi ed ascoltarsi. In questa direzione finalizzata a creare il clima di una comunità interpretativa piuttosto che quello di un salotto erudito o di una competizione letteraria, grazie all’apporto di tutti è stato possibile confrontare, discutere i propri testi, oltre, naturalmente a quelli dei veri scrittori.
Questa logica, che, pur partendo da un impegno individuale, si realizzava nel piacere di una condivisione di gruppo, la si può vedere in tanti particolari, come ad esempio nella stessa organizzazione che i lavori prodotti hanno assunto nel sito de “La tenda”, che ospita l’intera documentazione del corso. Là, infatti, i singoli testi sono raggiungibili attraverso la mappa del quartiere Bovisa, nelle cui vie e piazze, come in uno spazio vero e immaginario, anonimo e identitario allo stesso tempo, si svolgono i fatti narrati: cliccando su alcuni punti sensibili della carta digitale, appaiono delle storie, non si sa quali, non si sa di chi. Questo espediente ha una doppia valenza: da una parte offre ai racconti un comune contenitore, simulando nei casuali accostamenti dei testi nella mappa i casuali rapporti di vicinato delle persone nel quartiere. Dall’altra propone a chi visita il sito una peculiare modalità di lettura. Una mappa offre una quantità di informazioni tra loro simultanee, che tocca alla progettualità di chi la legge mettere in ordine. In un caso o nell’altro sulla scacchiera della cartina si vede bene che è il nome degli autori dei testi a venire volutamente penalizzato, quasi sia una variabile secondaria del gioco delle circostanze o del lettore.
E qui sta invece la novità, non da poco e per noi molto gratificante, della pubblicazione dei testi de “Il quartiere dei destini incrociati” su “El Ghibli”, che concretizza uno dei possibili esiti, auspicabili ma inaspettati, della nostra iniziativa. Infatti la disposizione nella rivista dei testi in ordine alfabetico per autore, gli conferisce un significato nuovo. Il chi e il che cosa hanno preso il posto del dove e come. Immaginiamo che le voci di un dizionario enciclopedico siano elencate non rispettando l’ordine alfabetico dei singoli argomenti, ma quello degli esperti che li hanno trattati: ciò ribalterebbe il modo d’uso del volume e i suoi criteri di valorizzazione. Alla stessa maniera l’indice degli autori qui proposto dà autorevolezza, dignità letteraria ai racconti e conferisce una inedita forma di legittimazione a chi li ha scritti (basti pensare all’importanza che in questo modo assume chi abbia prodotto più testi).

Il testo e l’esercizio Questo timido ingresso nella vastissima sala d’attesa della letteratura non solo è provvisorio e inatteso, ma realizzato da veri e propri intrusi. I testi qui proposti, infatti, nelle intenzioni originarie, non dovevano essere pubblicati, ma costituire delle prove in funzione di testi più lunghi e organici da produrre a fine corso. Durante gli incontri erano stati dati degli esercizi, compiti a casa sugli argomenti trattati: era un modo per cimentarsi con alcune tecniche narrative, per familiarizzare con certi trucchi, per vedere l’ effetto che potevano fare. Da parte dei curatori del corso ci si aspettava la semplice esecuzione di consegne, lavori incompleti, zoppicanti, incomprensibili senza le domande a cui facevano riferimento. E’ successo, invece, che, nella quasi totalità dei casi, quelle che dovevano essere semplici esercitazioni avevano una loro dignità formale e complessità semantica. Analizzati, discussi, a volte sottoposti a piccole varianti da parte del gruppo dei corsisti, questi pretesti diventavano testi, brevi ma autonomi racconti che stavano in piedi senza l’impalcatura dell’esercizio da cui erano partiti. Camminavano sulle loro gambe. Era successo che sollecitazioni esterne avevano toccato istanze interne, nascoste, inibite, smosso desideri, bisogni. E così venivano a galla storie, che, invece di essere risposte a richieste da manuale scolastico, ponevano ai lettori altre domande, altre richieste ben più coinvolgenti. A volte a sorprendere era un intero racconto, a volte un giro di frase inaspettato, una parola. La rinuncia intenzionale a un criterio selettivo, che non guidava a scegliere il testo migliore ma a cercare ciò che di buono c’era in ogni testo, ha senz’altro aiutato a mettere tutti a loro agio. Ed è questo l’atteggiamento che, nel nuovo contesto di lettura de “El Ghibli”, può permettere di apprezzare questi brevi racconti, disomogenei nella qualità, ma accomunati dalla stessa ricerca di autenticità e dalla tonalità dimessa e autoironica di chi, anche quando esercita una critica impietosa alla realtà sociale che racconta, sa non prendersi troppo sul serio.
La Bovisa, storico territorio operaio e industriale ora alla ricerca di nuove identità, è stato l’argomento di molti testi, animati dal bisogno di testimonianza e dalla spinta della memoria, divisa tra nostalgia e indignazione; ma spesso gli spazi del quartiere (i suoi negozi, i suoi condomini, la biblioteca, la stazione…) hanno fornito semplicemente lo sfondo per piccole epifanie del quotidiano, incentrate sulle relazioni familiari, sui conflitti di lavoro, su lampi del ricordo, su ritratti di gente comune.
E qui la nostra attenzione si rivolge ai testi di autori stranieri, che durante il corso hanno affidato per la prima volta le loro storie alla lingua italiana. Raccontare se stesso con la lingua dell’altro significa entrare in territori dai confini insicuri, che i manuali di grammatica non possono disegnare, significa adattare i propri pensieri in stampi linguistici inadeguati, esprimere i propri valori in un sistema simbolico grossolano, perché non ci appartiene. Tutto questo comporta una scelta coraggiosa e un atto di fiducia nell’altro, che meritano rispetto, suscitano sempre interesse e aprono nuovi spazi di confronto, per capire ciò che ci divide, cercare ciò che ci può unire e arricchire la nostra convivenza, non solo con gli stranieri, ma tra noi italiani.
Su questo fronte moltissime sono ancora le cose da fare. Per questo “Il quartiere dei destini incrociati” potrebbe essere un modello da esportare, o almeno un metodo da approfondire. Senz’altro, per tutti noi, è un’esperienza da continuare.

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Supplemento

(ISSN 1824-6648)

Il quartiere dei destini incrociati: corso di scrittura creativa

A cura di remo cacciatori e mihai butcovan

 

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Anno 9, Numero 37
September 2012

 

 

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