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Intervista di Amanda Saviona

Amanda Saviona

Intervista ad Adrian Bravi di Armanda Savioni (dottore di ricerca in studi Americani e ricercatrice in lingua ellera tura ispanoamericane presso lUniversità di Macerata) (AltreModernità) n.2 10-2009

Adrian Bravi è nato a San Ferdinando, nella provincia di Buenos Aires, nel 1963. Vive da vent’anni in Italia, dove si è laureato in filosofia all’Università di Macerata. Nel 1999 esordisce in Argentina con Rio Sauce, il suo primo romanzo, cui seguiranno, in italiano, Restituiscimi il cappotto (Fernandel, 2004), La Pelusa (Nottetempo, 2007) e Sud 1982 (Nottetempo, 2008), che ottengono numerosi riconoscimenti di critica e pubblico. Autore anche di saggi dedicati a Jorge Luis Borges, Bravi sonda, nei suoi romanzi i temi dello sradicamento, delle ossessioni personali, della memoria, affiadti alla voce, a tratti ironica e lieve, di antieroi intenti a misurarsi con le proprie circostanze la propria inettitudine. Lo incontro a Macerata, dove lavora come bibliotecario. Sono certa che intuisca che sto per porgli delle domande cui ha risposto già un’infinità di volte, in virtù della sua peculiare appartenenza ad una “letteratura d’immigrazione” sempre più al centro dell’interesse editoriale ed accademico, ma non lascia trasparire per questo alcuna impazienza o rassegnato automatismo.

L’italiano ha occupato per te lo spazio della scrittura. E’ l’ultima fase di una conquista inesorabile della tua persona o c’è ancoraq una dimensione, onirica, intima o sociale, in cui prevale lo spagnolo?

Io parlo la mia lingua madre, lo spagnolo, in italiano. Perché la lingua nonn è solo un fatto sintattico, ma un modo di vedere il mondo, di confrontarsi con la realtà. A me sembra di appartenere a una lingua madre, che ad un certo momento è stata investita da un’altra lingua. Ma quel modo di vedere la realtà che era proprio della mia lingua originaria, ecco, a me pare che non si perda mai. Ho cambiato solo la sintassi, anche se poi sono entrato nell’italiano, che a sua volta implica l’assunzione di un altro punto di vista e un altro modo di vedere il mondo. Poi si cerca di conciliare le due cose…Ma credo proprio che la lingua madre non si perda mai.

Considerati nel loro insieme, io tuoi quattro romanzi sembrano tracciare un percorso linguistico obbligato, che dalla tua lingua madre doveva inevitabilmente all’italiano. “Rio sauce” reclamava di essere scritto in spagnolo, mentre Pelusa avrebbe potuto essere scritta solo in italiano. Sono9 le storie ad importi la lingua, o è la consuetudine con una lingua ad importi la storia?

Devo parlare un poi’ della mia biografia. Ho lasciato l’Argentina alla fine degli anno ’80 e mi sono trasferito in Italia, dove ho cominciato a studiare, ma non ho mai smesso di scrivere e di leggere in spagnolo. E’ stato così fino al 2000. Io non intendevo rinunciare allo spagnolo…insomma, il mio modello era Cortazar, che non ha mai abbandonato la lingua madre pur vivendo fuori dall’Argentina, e io volevo continuare a scrivere in spagnolo perché mi sentivo molto legato alla mia lingua, più che all’Argentina in sé, come luogo. Mi mancavano i modi di dire, di parlare del mio paese. Così continuavo a a leggere e a scrivere in spagnolo nonostante qui studiassi in italiano. Rio sauce è uscito nel 1999, quando ero in Italia da più di 10 anni. Poi è successo che nel 2000 è nato mio figlio e per me è stata una svolta. Ho capito che da quel momento in poi la mia terra sarebbe stata l’Italia, che le mie radici ormai erano qui. Ma cambiare lingua è stato anche un fatto pratico. Non sono le storie a determinare la lingua: se fosse così Sud 1982, che è una storia strettamente argentina, visto che racconta la guerra delle Malvinas, avrei dovuto scriverlo in spagnolo, scimmiottando il linguaggio legato a quell’evento. Io me lo ricordo bene perché all’Epoca facevo il militare e conoscevo il modo di parlare dell’esercito e3 dei comunicati ufficiale. Ma il libro è uscito nel 2008, quando erano già vent’anni che mi trovavo qui, e mi veniva più facilmente in italiano. E poi mi piaceva il fatto di investire lo spagnolo con un’altra lingua, di creare questo cortocircuito che mi piace. Insomma, immaginare come pensa un personaggio, un soldato che si trova nel remoto Atlantico del Sud, e come si fa a farlo parlare in italiano.

Torniamo un momento a Rio sauce. Il protagonista è costretto a lasciare da bambino la sua casa natale, sommersa dalle acque di un’inondazione, che da adulto scoprirà essere stata causata dal crollo di una diga. Ma parte della sua famiglia rimane ostinatamente legata legata al villaggio sommerso, aggrappata a quel poco che ancora emerge dalle acque. Rispetto ai suoi libri successivi, si nota in Rio sauce una varietà di registri linguistici, un’oscillazione fra il tono densamente metaforico, e persino allegorico, delle parti riferite allo spazio sommerso, e quella della voce disincantata dell’antieroe nel corso delle sue peripezie. Quest’ultimo tono è quello destinato a prevalere nei tuoi romanzi italiani, fino a costituire la tua personale cifra stilistica. ,E’ statol’iatlainaio a portarti a scegliere questo registro che invece non riusciva ad emergere completamente in spagnolo?

Devo confessare che quel libro era molto ingenuo e se potessi lo rinnegherei. Anzi a me piacerebbe riscriverlo in italiano per poter trovare un’altra voce per quella stessa storia. Sì, inconsapevolmente l’italiano mi ha imposto un registro diverso da quello che usavo prima. L’italiano ha determinato un cambiamento non solo nello scrivere, ma anche nella percezione del tempo, nell’organizzazione sintattica del racconto, che fa sì che io veda diversamente le storie. Il mio primo libro in italiano, Restituiscimi il cappotto, se lo dovessi scrivere in spaqgnolo non mi verrebbe così, sarebbe yuna cosa completamente diversa. E$ invece quel tono che mi ha imposto l’italiano mi ha permesso di tracciare un personaggio esattamente come volevo che fosse.

Da che cosa è dipesa questa variazione di tono secondo te?

Forse dipende dal fatto che non conoscere una lingua profondamente ti porta a non dare per scontate tante cose, a confrontarti con la lingua parola per parole. Ecco se lo avessi scritto in spagnolo questo libro, così incentrato com’è sulla lingua, sarebbe stato diverso proprio perché avrei dato per scontate troppe cose. Non conoscere l’italiano mi ha permesso un altro approccio, un altro modo di confrontarmi con quello che volevo raccontare. C’è un passaggio di Sud 1982 , che si trova a pag.ina 109, in cui il protagonista esplicita qualcosa di simile a questa spiegazione: “Me l’aveva detto mio padre: ‘Dovresti imparare daccapo una lingua, così puoi pensare e sognare senza il ricordo di quelle vecchie parole. Nuova lingua, nuova libertà’. E’ stata la prima volta che gli ho dato ragione.”

Riscrivere Rio sauce in italiano vorrebbe anche dire tornare, dopo dieci anni, al tema dell’espatrio, e con esso al tema della memoria. L’espatrio, in effetti, è una condizione in cui il luogo natale si identifica perfettamente con il passato, cosa che non succede allo stesso modo a chi rimane nel luogo dove è nato…

Di fatto ci sto lavorando sto provando a tornare al tema dell’espatrio, ma con un’altra voce. Di quella storia adesso mi interessa molto la famiglia del protagonista che si rifiuta di abbandonare il villaggio nonostante l’inondazione e nonostante il paese sia evacuato. Questa idea la vorrei riprendere, ma questa volta abbandonando la prima persona e cercando di raccontare la stessa storia usando la terza persona. La prima mi crea difficoltà, mi sembra troppo egoista, troppo centrata sul sé, e invece a questa storia dell’inondazione, la storia di chi resta e chi abbandona il luogo, mi piacerebbe dare un respiro collettivo, vederla da fuori, da punto di vista del luogo e non del personaggio. Ecco mi piacerebbe far parlare l’assenza di persone nel paese.

Forse rifuggi la prima persona anche perché in fondo il tema dello sradicamento ti tocca profondamente, anche se non c’è nessuna inondazione, immagino alle tue spalle.

Come no! Quando vivevo a San Fernando, fino a 5 anni, noi abitavamo nel “Bajo”, e quindi casa nostra s’inondava in continuazione. Io non me lo ricordo bene, ma i miei genitori mi raccontavano che quando la casa si inondava noi dovevamo salire sui tavoli. E io conservo questa immagine di una famiglia seduta sopra un tavolo. Ecco, l’idea di rimanere nel posto nonostante tutto ora mi interessa mo0lto. Io, ovviamente, sono il primo ada essere andato viua dal mio posto, ad abbandonare il mio paese, ma sono sempre stato colpito dalle persone che nascono in un posto e ci vivono tutta le vita. Mi piace pensare che la vita possa trascorrere in un unico luogo, senza mai spostarsi. A me darebbe sicurezza, un grande senso di appartenenza. Anch’io mi sento di appartenere al mio paese ma di appartenergli da lontano. Invece vedo persone, gran parte della mia famiglia, per esempio, che sono cresciute e hanno vissuto tutta la loro vita nello stesso posto. Questo mi sembra affascinante, forse proprio perché io non sono riuscito a farlo. E allora l’idea era questa: raccontare una storia in cui qualcuno rimane non solo per scelta, ma a dispetto di tutte le difficoltà, pur sapendo che l’acqua che inondato il paese non torna più indietro, e nonostante la terra non esista più.

Nel Iibro affermi che il ricordo è possibile unicamente nella finzione. Questo è il luogo che continua ad occupare l'Argentina per te, il Iuogo del recordo dell'invenzione, della scrittura?

Sono sempre stato legato alla scrittura come forma di ricordo. Quando ci si mette a scrivere non si fa altro che creare una autofinzione, perchè ci sono tratti autobiografici ed altri no. Quasi tutti i libri che ho pubblicato hanno un tratto autobiografico, però investito anche da altre storie, da altre invenzioni. Per esempio, Sud 1982 è una storia che mi ha toccata da vicino. Io non l'ho vissuta in prima persona, ma ho sentito tante testimonianze. E nonostante il protagonista racconti in prima persona di essere stato al fronte, io non ci sono stato, ma mi piaceva il fatto di vedere il mio passato come una possibilità aperta, immaginare quello che sarebbe potuto accedere. Bastava che l'esercito chiamasse me piuttosto che il mio campagno. Scrivere permette di giocare con le proprie possibilità. Questa è una sorta di autofinzione. La storia di mio nonno, invece è vera, perchè lui sì che è stato in guerra. Ma alla sua, nel libro, s'intrecciano altre storie che appartengono ad altre vite: sono vere tutte allo stesso modo.

Witold Gombrowitcz è vissuto in Argentina vent'anni e diceva che gli era servito moltissimo per capire il suo paese natale, la Polonia. Ti capita lo stesso?

Si, ho riscoperto e capito moltissime cose dell'Argentina. Ad esempio il tango: io l'ho scoperto in Italia. Appartengo alla generazione che in Argentina aveva rifiutato il tango, ci apparteneva talmente tanto che non l'ascoltavamo. Negli anni '70 e '80 i ralazzi argentini non ascoltavano il tango, che è stato riscoperto solo dalla generatione successiva. E poi qui ho scoperto moltissimi scrittori argentini. Devo dire che quasi tutta la letteratura argentina l'ho scoperta stando in Italia. In Argentina leggevo Borges, Sàbato, Mujica Lainez e poco altro. Il resto l'ho scoperto solo più tardi, forse anche per un fatto di eta. La distanza ti avvicina al posto che hai lasciato. Il fatto di stare lontano mi porta ad essere più obiettivo con il mio passato. E' vero anche che molte delle persone che rimangono nel luogo dove sono nate percepiscono il passato come diluito nel tempo. Per me, invece, il passato è fermo, tanto è vero che quando torno a Buenos Aires mi dicono che parlo come si parlava negli anni '80. Per me l'Argentina è rimasta in quel passato, fermo. Chi ci vive, invece, vive nel tempo che scorre. La distanza mi porta a vedere in modo diverso, non so se più o meno obiettivo, un tempo che per me si è immobilizzato. Ma il destino degli argentini è quello di vedere l'Argentina da lontano.

Juan Jose Saer diceva che ogni scrittore argentino è un esiliato, che sia rimasto o no in patria. E diceva pure che si rappresenta il mondo a partire da un grado zero dell'identità, e a partire da un non luogo, che è la condizione dell'esule.

Sono d'accordo. Il fatto di sentirsi argentino, essendo l'Argentina terra d'immigrazione, è un po' sentirsi parte di nessun luogo, perchè in fondo l'Argentina è un non luogo, o un luogo di tanto luoghi che si sono incontrati lì. Io non credo di sentirmi legato a un'identità argentina, piuttosto a una memoria d'infanzia, e a una lingua madre. Ti pipeto, quello che mi manca dell'Argentina è la lingua, il modo i parlare, il modo di ascoltare.

Edgardo Cozarinski, che risiede da anni in Francia, si autodefinisce scrittore e argentino, ma non uno scrittore argentino. E' un pop' così anche per te?

(Ride) E' vero, è vero, direr lo stesso, anche perchè le cose che ho scritto sinora non mi sembra che dialoghino tanto con la tradizione letteraria argentina.

Pelusa, che narra dell'ossessione patologica del protagonista per la polvere e la sua evidenza nel pulviscolo illuminato controluce, trascorre in parte in una biblioteca. La presenza di una biblioteca, nella narrazione, è spesso indizio che questa non lavori direttamente sulla realtà, bensì su una rappresentazione della realtà mediata da una determinata metafora di cultura. In quale biblioteca tu scrivi? Dentro quale tradizione o quale metafora di culture?

Scrivendo qui e appartenendo a una cultura diversa, è come se fossi affascinato dalla cultura italiana e alto stesso tempo dalla mia estraneità Mentre scrivevo Pelusa lavoravo presto la Biblioteca di Treia, catalogando libri antichi e lì di polvere ce n'era tantissima. Anche se la biblioteca del romanzo non è quella, poichè è completamente diversa, mi sembrava comunque bello, attraverso l'ossessione del personaggio per la polvere illuminare un dettaglio piccolissimo della realtà, come il pulviscolo, in spagnolo la pelusa, appunto, e ingrandirlo al massino per vedere cosa succede. L'invenzione consisteva in questo: guardare con la lente d'ingrandimento la quotidianità. Per far questo sono partito dalla mia quotidianità, la biblioteca e la polvere Cosi è nato il personaggio che, tornando alla domanda, poteva essere ovunque, poteva essere argentino o italiano. A me piacerebbe raccontare storie che non appartengano a luoghi determinati, anche se poi mi contraddico con l'ultimo Iibro, che più argentino non si può. Ma quella era una necessità storica con cui dovevo fare i conti. Invece l'intento si è realizzato con Restituiscimi il cappotto, dove il personaggio non ha un nome e il luogo non è identificabile. Per me è questa la direzione ideale: creare un personaggio e un'ambientazione che potrebbero essere ovunque.

perchè un libro sulla guerra delle Malvinas?

La guerra delle Malvinas era un evento storico con il quale bisognava fare i conti, prima o poi. Ma non tanto perchè dovevo raccontare proprio quella storia che, in fondo, m'interessava anche poco raccontare. Il fatto è che mi sono sempre portato addosso i ricordi di un mio amico che era stato in trincea, e che poi è diventato un personaggio del libro, il Negro Pelè. Questo palazzo, che abitava in una favela e col quale io giocavo a pallone (era bravissimo!), mi ha raccontato, alla fine di una partita, che era stato una ventina di giorni in trincea. E mentre lo raccontava gli veniva quasi da ridere. Lo raccontava con una leggerezza, e in un modo così disincantato che ho sempre pensato quanto sarebbe stato bello raccontare con quella stessa voce una storia tanto terribile. Mi raccontava, ad esempio, che il rancio non arrivava mai in trincea e i soldati dovevano sparare ai volatili cha capitavano lì sopra. Più che la storia in sè, mi piaceva il modo in cui lui ce l'aveva raccontata quel giorno, alla fine della partita. Mi sono portato addosso questo recordo per anni, pensando che prima o poi avrei dovuto provare a scriverlo. Questo è state il motivo principale che mi ha spinto a scrivere il libro. Poi su questa guerra non c'è moltissima narrativa, giusto Fogwill con Los Pichiciegos, o anche La isla dove però la storia si complica con degli hackers che cercano di invadere il territorio attraverso il computer... insomma, è una storia un po' diversa.

E se traducessi Sud 1982 in spagnolo?

Mi piacerebbe. So che la casa editrice lo ha proposto in Argentina, ma è bastato che sapessero che si trattava di una storia sulle Malvinas perchè lo rifiutassero a priori, senza neanche averlo letto. Io non so se sia pigrizia, o piuttosto la mancanza di volontà di fare i conti con la realtà storica. Io credo che l'Argentina abbia, in qualche modo, fatto i conti con un suo certo passato. Certo, rimangono taste verite aperte, ma sono più propenso a credere che il fatto di non pubblicare cose che riguardano i desaparecidos o le Malvinas dipenda piuttosto da una specie di stanchezza. Non è vera e propria censura, almeno spero, è pigrizia nei confronti del passato. Si è stanchi di sentir parlare di morti, guerre e disperazione. Non mi stupisce neanche che molti degli ex combattenti che hanno la mia età ancora oggi non abbiano nessun tipo di assistenza. Sono stati completamente emarginati proprio perchè non si vuole più sentir parlare di quell'evento.

Scrivendo in italiano sei entrato, a tutti gli effetti, in un sistema Ietterario "di accoglienza'', intervenendo in esse, attivando nuovi circuiti, accendendo nuovi dialoghi. Che rapporto hai con questo sistema e con la letteratura italiana contemporanea?

Io mi senti molto fortunato. E' chiaro che uno scrive anche perchè viene pubblicato, altrimenti sarebbe tutto più duro. Per me è stato molto importante e stimolante I'incontro con gli editori italiani, ad esempio con la casa editrice che ha pubblicato i miei ultimi due romanzi, la cui direttrice è Ginevra Bompiani. Già con il primo libro Restituiscimi il cappotto, devo dire che non ho fatto fatica a trovare un editore disposto a credere e a pubblicare un mio libro, e questo è stato molto incoraggiante. Ho diversi punti di riferimento nella letteratura italiana. Uno di questi è Claudio Magris. Ci sono autori italiani contemporanei che leggo molto volentieri con cui sento delle affinità, come Cavazzoni, Gianni Celati, molti autori dell’area emiliana. Abbiamo fondato una rivista, L’Accalappiacani, con lo stesso gruppo che veniva da un’altra esperienza, quella della rivista Il Semplice uscita negli anni 90. Con questo gruppo sento di condividere un progetto e un clima culturale, anche se facciamo cose completamente diverse, dal tono diverso.

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(ISSN 1824-6648)

Adrian Bravi: l'antieroe

A cura di raffaele taddeo

 

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Anno 8, Numero 32
June 2011

 

 

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