El Ghibli - rivista online di letteratura della migrazione

La casa accanto al fiume

Adrian Bravi

La casa accanto al fiume

Alcuni mesi fa ho ricevuto una lettera di un mio cugino (una delle poche persone che conosco che ancora usa carta e penna per scrivere) nella quale mi raccontava, oltre a informarmi della sua definitiva separazione dalla moglie, che avevano iniziato a demolire il vecchio casolare dei miei nonni, a San Fernando, a nord di Buenos Aires: “quattro o cinque muratori grossi come energumeni che sbattono con le mazze dalla mattina alla sera,” diceva. Nella lettera però non si accennava se la casa l’avevano iniziata a demolire per costruire qualcosa di nuovo, un edificio a più piani o un negozio di scarpe con magazino dietro, oppure se la demolivano per ricostruirla da capo, con una facciata più moderna e con delle fondamenta più solide. Per me non cambiava nulla, entrambe le prospettive erano drastiche e per un attimo, mentre leggevo la lettera di mio cugino, mi sono visto cancellare all’improvviso tutto il mio passato compreso quello della mia famiglia e delle famiglie che avevano abitato lì prima di noi. Allora mi sono chiesto che bisogno c’era di buttar giù una casa costruita cent’anni fa fino a raderla al suolo? A me piaceva molto quella casa perché oltre ad essere spaziosa, con un patio zeppo di piante di tutti tipi e una vecchia vetrata con dei vetri dipinti, custodiva i ricordi dei miei nonni, quando erano appena arrivati a San Fernando, dei miei genitori e del loro matrimonio, della mia infanzia e di quella dei miei fratelli. La casa, come ho detto, era grande perché i miei nonni, quando l’avevano comprata, avevano dei grandi progetti che solo lì potevano realizzare. Aveva un soffitto altissimo (o almeno io lo ricordo così) e quando il sole attraversava i vetri del lucernaio illuminava tutto il pavimento di legno che di per sé era abbastanza opaco e pieno di scarafaggi. Di là della strada c’era il fiume (il suo scopritore, Juan Díaz de Solís, ucciso dagli indigeni nel 1516, lo aveva chiamato el mar dulce, per via della sua estensione) e mi ricordo che certi giorni quando saliva l’acqua e s’inondava il quartiere, mia madre mi metteva sopra il tavolo della cucina insieme ai miei fratelli, mentre mio padre e il resto della famiglia toglievano l’acqua come meglio ci riuscivano. Il giorno dopo, quando il fiume si sgonfiava e tornava come prima, rimaneva attaccata alle pareti della casa una sottile crosta di fango che a me piaceva molto da vedere. I miei primi disegni e forse anche le mie prime parole le ho scritte col dito proprio sulle pareti infangate della cucina. Bastava inumidire il dito con uno sputacchio e poi potevi scriverci quello che volevi. Più tardi arrivava mia nonna o mia madre e puliva tutto con uno straccio. C’eravamo abituati ai giorni in cui ci alzavamo dal letto col pavimento inghiottito dall’acqua. Allora veniva mia madre con i pantaloni rimboccati e gli stivali di gomma addosso, mi prendeva in braccio e mi metteva sopra il solito tavolo. In quel periodo, e forse anche dopo, quella casa e io eravamo diventati un’unica cosa. Anche l’intrusione dell’acqua ne faceva parte. Lì ho imparato a camminare, a parlare, a leggere, a distinguere il dialetto molisano di mia nonna e il castellano dei miei genitori, o il tedesco dei Nebel, che abitavano accanto a noi e che avevano costruito una casa a due piani per via dell’acqua, e il guaranì dei paraguayani, che tutte le domeniche ascoltavano la musica chamamé a tutto volume e ogni tanto qualcuno di loro urlava con quel grido che chiamavano sapucay, una specie di strillo guerriero che io ho sempre associato al pranzo della domenica. Dopo di noi in quella casa era andata a vivere una famiglia di armeni, ma mi risulta che dopo tre o quattro anni siano andati via anche loro. Poi è passata in mano ad un’altra famiglia, dopodiché è rimasta chiusa per lunghi anni fino a quando l’ha occupata un vecchio barbone pieno di cani che suonava il violino all’uscita della stazione del treno. Un giorno, riferiscono i vicini, lo hanno trovato morto in mezzo al patio circondato dai cani che ululavano per la morte del loro padrone.

Insomma, quando ho letto la lettera di mio cugino mi si è stretto il cuore, se si può dir così, perché ho chiuso gli occhi e ho visto a rallentatore quei quattro o cinque energumeni che distruggevano la storia della casa a colpi di mazza; una storia che era entrata da tempo nella mia testa e che aveva costruito dentro di me una specie di identità, che non saprei bene come definire, perché in fondo sono cose che si sentono senza capirle del tutto. Per la prima volta mi sono sentito un uomo in esilio, cosa che non mi era mai successa, anche se manco da vent’anni dal mio paese. Nessuno mi aveva costretto ad andarmene, ma mi sentivo una specie di orfano senza terra. Uno cui era stato tolto il sostegno sopra il quale aveva costruito tutto il suo corredo di ricordi. Al di fuori di me nessuno riusciva a ricordare quella casa, gli scarafaggi che attraversavano il pavimento da una parte all’altra e sparivano sotto le tavole, l’acqua infangata, le piante e quando ho chiamato uno dei miei fratelli per comunicargli il contenuto della lettera di nostro cugino mi ha detto, in quel tono un po’ sufficiente di dire le cose: “Ah, be’, era ora che buttassero giù quella vecchia catapecchia inumidita...” Non solo mi sentivo lontano da un luogo che non c’era più, ma dal tempo che avevo vissuto in quel luogo, perché, evidentemente, quella casa rappresentava un’altra cosa per me rispetto a quello che rappresentava per i miei fratelli o per i pochi vicini che sono rimasti. E ogni volta che tornavo a San Fernando e andavo a vederla, e provavo a infilare l’occhio sul buco della serratura, mi ricordavo subito degli stivali di mia madre, del lucernaio quando entrava il sole dall’alto, del tavolo, del triciclo, di un disegno fatto col dito sulla parete. Mi ricordavo anche dei Natali, quando mangiavamo tutti insiemi di fuori all’aperto e dopo la mezzanotte venivano i vicini del quartiere a salutare i miei nonni e poi si buttavano giù i petardi e si attaccava a ballare fino a tardi, mentre si continuava a mangiare il torrone e a bere il sidro a quantità. Mi ricordo che in uno di quei Natali era venuto a ballare a casa nostra un ragazzo sui ventidue o ventitré anni che tutti chiamavano il tano Carmelo. Portava un pantalone verde a zampa d’elefante e ballava il rock saltellando sulle gambe. Improvvisava addirittura delle acrobazie che gli riuscivano benissimo. Era venuto con una sua amica e mentre ballava lo abbiamo circondato per guardarlo da vicino, come si faceva sempre con uno che si esibiva. Aveva i capelli tutti ondulati e le guance un po’ infossate. Nel quartiere si diceva che avesse delle strane compagnie, ma nessuno sapeva bene quello che combinava il tano Carmelo. Un giorno d’inverno però abbiamo saputo che mentre dormiva la siesta a casa sua sono entrati quattro o cinque militari in borghese, hanno buttato giù la porta a calci e senza chiedergli nulla gli hanno sparato sei pallottole a bruciapelo. Poi sono andati via e l’hanno lasciato lì, morto sul letto. Alcuni vicini dicevano che nascondesse delle armi, ma nessuno ha mai saputo niente di preciso. Comunque, a casa dei nonni abbiamo continuato a festeggiare i Natali come sempre e a ballare di fuori sul patio, tra le zanzare e i rospi, che si nascondevano in mezzo all’erba e gracidavano tutta la notte.
Ma il ricordo più vivo che possiedo di quella casa, e che mi ritorna in mente spessissimo, è stato il funerale di mio nonno. Era morto, povero nonno, qualche giorno dopo Natale, mentre toglieva l’erba dal patio. Eravamo rientrati a casa col resto della famiglia e lo abbiamo trovato per terra accanto al limonero che non respirava più. In una mano aveva ancora il rastrello e gli occhi gli erano rimasti aperti. Fino all’ora io pensavo che quando una persona moriva gli occhi si chiudevano da soli, invece no, era stato mio padre a tirargli giù le palpebre. Poi, quando l’ho visto durante la veglia funebre, ricomposto nella bara, con un completo nero, la camicia bianca inamidata, il gilet e le scarpe a punta, mi sembrava un uomo bellissimo, una specie di cantante di bolero. L’hanno messo nella sala d’ingresso con quattro candelabri intorno e un mazzo di fiori sotto la bara. La gente entrava, si faceva il segno della croce, poi andava a prendere il caffè, chiacchierava con i vicini di com’era successo tutto all’improvviso, eccetera. La notte prima del funerale però il fiume, estraneo al sentimento degli uomini, era cresciuto all’improvviso e la mattina dopo c’era circa un metro d’acqua dentro casa. A me piaceva quando entrava l’acqua dentro casa e quel giorno, vedere la bara rialzata appena sopra la superficie dell’acqua, mi faceva pensare che il nonno sarebbe stato ben accolto nell’aldilà. Lo trovavo di buon auspicio, anche se mia madre diceva che il fiume non ci risparmiava neanche la morte del nonno. Con le gambe dentro l’acqua, mio padre, mio zio e altri vicini hanno caricato la bara sulle spalle e camminando pian piano hanno portato il nonno fino al cimitero, che stava dall’altro lato della piazza, cioè in un punto rialzato dove l’acqua non sarebbe mai arrivata.

Racconto uscito nella rivista In pensiero

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(ISSN 1824-6648)

Adrian Bravi: l'antieroe

A cura di raffaele taddeo

 

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Anno 8, Numero 32
June 2011

 

 

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