El Ghibli - rivista online di letteratura della migrazione

Del Piantar chiodi sui rami degli alberi

Adrian Bravi

Del piantare chiodi sugli alberi

Non ci posso fare niente, mi è sempre piaciuto piantare chiodi sui rami degli alberi. Lo faccio dai tempi della scuola, pianto chiodi in solitudine, senza fretta. Mi piace. Prendo un chiodo tra le dita, l’appoggio sul legno e poi gli do una martellata o due, dipende, quelle che sono necessarie. Certe volte lo pianto fino in fondo, altre, invece, lo lascio a metà. Su qualsiasi albero, duro o molle, spoglio o frondoso, basso o alto, come lo trovo. Non ho preferenze in proposito. E quando pianto i chiodi cerco di non farmi vedere, ma se qualcuno, putacaso, mi trova con il martello in mano in cima a un albero, pazienza. Nessuno è perfetto a questo mondo. Poi i chiodi rimangono sui rami, arrugginiti, per sempre. Mi piace tanto. Sono chiodi piantati sui rami. Non ne pianto molti, diciamo una decina al giorno. È più che sufficiente. Cinque per albero, non di più. C’era un tempo in cui ne piantavo molti. Era il periodo che i miei litigavano dalla mattina alla sera, si tiravano i posacenere addosso, spaccavano i piatti per terra, oppure si minacciavano con i coltelli della cucina; allora io, che non sopporto vedere litigare le persone, li lasciavo discutere da soli, salivo sul primo albero che trovavo e ne piantavo quindici o venti, di chiodi. In silenzio, così, uno dietro l’altro. Poi mio padre è morto e non ci sono state più liti, allora sono tornato a piantarne dieci al giorno. Mia madre, dopo che mio padre è morto, era molto triste e la sera, prima di addormentarsi, la sentivo che si colpiva con i pugni sul petto o si tirava i capelli. Anche io ero triste dopo che era morto mio padre, ma continuavo lo stesso a piantare dieci chiodi al giorno. Li piantavo piano piano, colpendoli appena: non riuscivo a schiacciarli fino in fondo. Con il tempo ho capito che nella vita si muore tutti e allora sono tornato a piantarli come dio comanda. A volte, quando mi sento in pace con me stesso, penso che l’ideale sarebbe piantarne uno al giorno o addirittura nessuno: un colpo di martello a vuoto. Sarebbe come raggiungere la perfezione: un poema senza parole, una musica senza strumenti che suonano, un martello senza chiodi. Piantare chiodi sui rami degli alberi rimane tuttavia la mia passione. Non serve a niente, lo so, ma non posso smettere di farlo.
Avevo una compagna a scuola che si era affezionata pure lei a piantare chiodi sui rami. Ci arrampicavamo insieme, sceglievamo un ramo, ci guardavamo un po’ negli occhi e poi piantavamo cinque chiodi a testa. All’inizio lei ne voleva piantare altri cinque, tanto le piaceva questa cosa, poi, piano piano, ha capito che cinque erano più che sufficienti. I primi giorni avevo paura che si colpisse un dito con il martello. Una volta, mentre cercava di piantarne uno su un ramo abbastanza esile, le ho detto di starci attenta col martello: “... potresti farti male”. “Nessuno mi deve insegnare niente, pensa ai tuoi chiodi,” mi ha detto. Con il tempo ho imparato ad avere fiducia in lei. Una sera che i suoi erano andati a un ballo in maschera siamo andati in camera sua a baciarci sulla bocca. Poco dopo lei si è scoperta un seno davanti a me e gliel’ho succhiato. Quel giorno non ho resistito alla tentazione, quando lei è andata in bagno io sono rimasto in camera e ho piantato due chiodi sul parquet, uno sulla finestra e altri due sull’armadio. Erano così belli, tutti diritti. Lei non mi volle più vedere, e quel giorno capii che non potevo limitarmi solo ai rami degli alberi. Ma non sono mai stato capito, neanche da mia madre, che mi chiedeva ogni volta di non rovinare i mobili. “Non li sto mica rovinando,” le dicevo. Sua sorella avrebbe voluto rinchiudermi in un istituto, lo so per certo: “come hai fatto a mettere al mondo uno così,” diceva. Io non mi facevo influenzare né dalla mamma né dalla zia, se non potevo piantare chiodi sui mobili o sulle finestre, e visto pure che non avevamo il parquet, uscivo e mi arrampicavo sugli alberi, senza dare fastidio a nessuno. So che un giorno smetterò di piantare chiodi, che appenderò il mio martello su uno dei chiodi e guarderò sui rami per cercare i miei chiodi in silenzio. Ma chissà, nessuno può sapere come vanno a finire le cose.
Per ora, mi alzo al mattino e m’incammino con il mio martello in tasca e una piccola scatola di chiodi verso il bosco (non è proprio un bosco ma io preferisco chiamarlo così). Al mattino ne pianto cinque, la sera altre cinque, dieci in tutto, circa. Ci tengo. Non riuscirei a campare senza poter piantare dieci chiodi al giorno. Per il momento non ho altre attività e sono orgoglioso di non essermi mai colpito un dito. Mai. E mi piace vedere l’ombra dei chiodi distesa lungo il ramo. L’ombra di un chiodo è la cosa che mi dà più serenità. Da quando ho iniziato non ho mai smesso. Neanche il giorno del funerale di mio padre. Quel giorno avrei voluto piantarne uno sopra il suo feretro, povero babbo, era stato un uomo così buono e comprensivo nei miei confronti. Sono sicuro che sarebbe stato felice di imbarcarsi verso l’aldilà con un chiodo piantato sul legno della cassa. Mi ricordo che quel giorno, a un certo punto, come se mi stesse leggendo nei pensieri, mia madre mi guardò brutto negli occhi e io capii che mio padre avrebbe dovuto andarsene senza nessun chiodo. “Pazienza, saprà farne a meno,” pensai.
Magari un giorno avrò un figlio cui insegnare a piantare chiodi sui rami degli alberi. In fondo mi spaventa pensare che non ci siano altri piantatori di chiodi al di fuori di me. Che oltre ai chiodi arrugginiti, rimasti sugli alberi, potrebbero non essercene di nuovi. Per ora continuo a piantare, e poi si vedrà.

Uscito nella rivista “Caffè Michelangiolo”

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(ISSN 1824-6648)

Adrian Bravi: l'antieroe

A cura di raffaele taddeo

 

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Anno 8, Numero 32
June 2011

 

 

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