El Ghibli - rivista online di letteratura della migrazione

intervista a shirin fazel ramzanali

raffaele taddeo

Il tuo testo "Lontano da Mogadiscio" fu stampato a metà degli anni '90 e poneva l'attenzione, fra le altre cose, sul progressivo imbarbarimento della società somala. Qual è la situazione oggi, che cambiamenti si sono avuti da allora?

Con la cacciata del generale Siad Barre, abbiamo assistito a una pagina di storia somala che tutti vogliamo lasciarci alle spalle. Purtroppo, dopo diciotto anni, assistiamo ancora a una situazione politica, economica e sociale che definirla “disastrosa” diventa soltanto un bonario eufemismo. I fattori che causano il perdurare dell’instabilità sono molteplici, e vorrei citarne solamente tre: • L’interesse politico-strategico degli Stati Uniti d’America. • L’interesse economico delle potenze occidentali. • I giochi di potere di una ristretta minoranza di affaristi somali convertiti alla politica. In questi lunghi anni ci sono state delle grandi trasformazioni nel tessuto sociale della Somalia. Abbiamo una generazione di ragazzi che è nata con la guerra, che ha conosciuto soltanto la guerra e che, di conseguenza, ha sviluppato un “adattamento genetico” ad essa. Se consideriamo che oggi anche essi scappano questo ci dà un’idea sulla gravità della situazione nel paese. Questi giovani fuggono perché sanno di non avere un futuro, e pur coscienti di rischiare la vita affrontando i pericoli del viaggio, lo fanno lo stesso. Come i palestinesi nei campi di Sabra e Shatila, ci sono somali nati e cresciuti nei campi profughi fuori dal territorio somalo. Essi sono persone spogliate già alla nascita anche dal diritto fondamentale di appartenenza ad uno stato. E che dire poi delle centinaia di migliaia di famiglie somale sparpagliate per tutti i continenti?
Molto poco si sente parlare della diaspora somala ed assai meno dei sacrifici dei somali all’estero che nonostante il caos e la guerra in tutti questi anni, essi hanno saputo mantenere quel senso di solidarietà verso la famiglia rimasta indietro. Per gli esuli, essere riusciti a salvare la pelle non rappresenta un traguardo, bensì solamente un punto di partenza. Di fronte a loro si presenta un lungo calvario costellato di umiliazioni e sacrifici. Forse per un occidentale, o per una persona che non ha mai conosciuto la guerra, è difficile capire l’umiliazione ed il senso di smarrimento che si prova al pensiero di non avere una terra dove poter tornare. I figli degli esuli nati all’estero o che vi sono giunti in tenera età stanno progressivamente perdendo la loro identità nazionale (Se naturalizzati l’hanno già persa), quella linguistica, religiosa e culturale.
Basta andare sul Web per capire gli sforzi che sono in atto da parte delle comunità somale all’estero che attraverso la radio, la televisione e il passaparola cercano di riuscire a mantenere viva la lingua, gli usi, le tradizioni e la religione. Si usano mezzi più vari come la musica, la poesia, il cinema, le rappresentazioni teatrali, esperimenti di “fusion” , la moda e il cibo. C’è un fiorire di iniziative da parte degli intellettuali a recuperare, il grandissimo patrimonio della cultura orale somala mettendolo per scritto su libri e pubblicazioni varie o fissando su supporto magnetico canzoni e ritmi tradizionali (gabay-buraambur), storie e leggende, fotografie di oggetti e di luoghi, ricette culinarie e sermoni religiosi.
Nascono comitati che promuovono incontri e tavole rotonde per cercare di istaurare una pace duratura. Anche il senso di solidarietà è maturato. Oggi si moltiplicano le iniziative di fund-raising da parte di privati volte ad aiutare direttamente suole, ospedali e orfanatrofi con generi di prima necessità o danaro. Sono aiuti trasversali all’appartenenza tribale.
Il popolo somalo vuole la pace. Chi è rimasto è stanco di essere carne da cannone. Non dimentichiamoci che ancora oggi in Somalia si muore senza motivo. Sono anni che le grandi organizzazioni umanitarie internazionali lanciano appelli che purtroppo rimangono inascoltati dai governi. Si trovano risorse per pattugliare militarmente le acque di fronte alla Somalia per combattere i pirati, ma la popolazione continua a morire di guerriglia, denutrizione e malattie.
Abbiamo bisogno di un maggiore coinvolgimento dei media occidentali, non solo nel riportare le notizie sensazionali. Ma un giornalismo, corretto che porti alla luce i problemi di fondo. Purtroppo come tutte le tragedie dell’Africa si cerca sempre di etichettarle come se fossero soltanto delle guerre tribali o di religione.

Il secondo aspetto che trattavi nel tuo libro riguardava l'imbarazzo della società italiana di fronte alla comparsa di immigrati anche di colore diverso. Racconti in qualche pagina del tuo libro l'esperienza diretta di questo fatto. E' cambiata la situazione in Italia da quei primi anni di fenomeno di immigrazione? Come?

Vorrei innanzitutto evitare di generalizzare, perché così facendo farei del torto a quelle persone che in tutti questi anni si sono date da fare per migliorare la situazione degli immigrati.
Certo che la situazione è cambiata! Mentre negli anni Settanta c’era alla base un problema derivato soprattutto dall’ignoranza della gente, oggi il fenomeno assume connotati diversi. Non dobbiamo dimenticarci che dalla caduta del muro di Berlino, sullo scenario internazionale si sono susseguiti con grande rapidità talmente tanti fatti dirompenti, che tra le persone comuni si è creato disorientamento e confusione dovuti principalmente dalla perdita dei punti di riferimento a cui eravamo abituati. C’era la necessità di creare dei nuovi punti di riferimento, quindi sfruttando la confusione dell’uomo comune, si è cercato di convogliare l’opinione pubblica verso direzioni di comodo.
In questa strategia i media hanno agito come strumenti di propaganda, creando ed alimentando stereotipi che sul lungo termine hanno provocato, allarmismo, xenofobia e odio.
Sulla base degli stereotipi si è creato un gran polpettone, e nell’immaginario collettivo si sono pericolosamente miscelati elementi che, in realtà sono ben distinti tra di loro (immigrazione, terrorismo, Islam e criminalità).
Credo che bisogna quindi prima di tutto chiedersi chi trae vantaggio da questa situazione. E siccome i media, sono tutti collegati con doppio filo ad una o ad un’altra corrente politica, ecco che scopriamo che la beneficiaria è soprattutto la classe politica. A questo punto desidero capovolgere la situazione, ossia vorrei partire da un’altro dato di fatto, e cioè: Siamo una democrazia, il popolo elegge i propri rappresentanti, di conseguenza il popolo è rappresentato dai suoi politici.
Purtroppo i messaggi che il popolo riceve dalla propria classe politica attraverso i media sono che gli immigrati portano terrorismo, criminalità e malattie. Gli immigrati ci portano via il lavoro, ci costano una fortuna e sono un pericolo per la nostra cultura e le nostre tradizioni.
Da qui a parlare di immigrazione illegale come reato punibile fino a quattro anni, di permesso di soggiorno a punti, di classi speciali per bambini immigrati ed altre trovate estrose il passo è breve.
Questi argomenti vengono generalmente usati per raccogliere consensi popolari, mentre, nella realtà dei fatti, gli immigrati rispondono ad una precisa esigenza del mercato europeo.
Tant’è vero che già meno di un secolo fa molti paesi europei, per controbilanciare le sempre maggiori richieste di diritti sindacali, avevano incominciato ad importare manodopera a basso costo dalle loro colonie ed ex- colonie.
Non dobbiamo dimenticare che l’immigrazione comporta anche aspetti positivi che si possono riassumere in: incremento demografico, contribuiscono in una maniera determinante al prodotto interno lordo (Pil) pagano le tasse, con i loro contributi permettono alla previdenza sociale di pagare le pensioni, lavorano in orari disagiati, fanno quei lavori che oramai gli europei si rifiutano di svolgere. Però difficilmente i media parlano di questi benefici.
A voler essere schietti l’immigrato viene pensato solo come una forza lavoro; uno che non porta nessun valore aggiunto alla società che lo ospita.
Pochi in verità riconoscono i grossi e difficili cambiamenti che l’immigrato mette in atto nella propria vita: egli inizia un percorso difficile, impara la lingua, lavora in un sistema produttivo molto differente da quello al quale era abituato nel suo paese d’origine. Si fa raggiungere dalla famiglia, manda i figli a scuola, si muove, si relaziona con gli altri individui e con le istituzioni, compra la casa, etc.
Purtroppo, spesso, è la società ospitante che è restìa nel creare quelle infrastrutture che possono favorire lo sviluppo di un tessuto sociale più “aperto”. Tanto per fare un esempio, assai poco si parla della perenne insicurezza che la Bossi Fini crea tra gli immigrati regolari e della loro costante paura di diventare irregolari. Sembra quasi che l’unico sistema per risolvere il fenomeno dell’immigrazione sia mantenere sulla testa degli immigrati una perenne spada di Damocle.
Parlando di immigrati, con molta frequenza sento ripetere il solito ritornello che essi non vogliono “integrarsi”. Allora viene spontaneo chiedermi cosa veramente intende l’uomo comune quando dice integrazione. Si riferisce ad essa come un dovere dell’immigrante di perdere la propria identità, lingua, cultura e religione per assorbire “in toto” quella dominante del paese ospitante? Per assurdo, se lo facesse, diventerebbe questo immigrato meno diseguale dagli altri? Nella realtà dei fatti la risposta è: NO!
Molti non riescono a capire che avere in seno all’Europa, all’Italia in particolare, altri popoli, è una opportunità unica di arricchimento culturale e intellettuale oltre che economico. Purtroppo però non c’è la volontà politica di creare una società che sia veramente interculturale.
Il presupposto più importante per creare le premesse di una società interculturale, è quello di considerare l’immigrato soprattutto come una persona, un cittadino con una sua identità soggettiva. Se le relazioni non sono paritarie, allora sarà difficile uscire da questo sistema.
In Europa esistono già cittadini europei di origine turca, maghrebina, pakistana, somala o cingalese, però agli occhi e nella mente delle persone, essi sono e rimangono sempre degli stranieri. Questo perché le leggi da sole non bastano. E’ la mentalità che deve cambiare. E’ un lavoro lungo e continuo che deve essere svolto a diversi livelli, dalle istituzioni, dalle scuole e dai media. E con ciò, non mi riferisco solo alla stampa. Ma la tv, il cinema, la letteratura, programmi radio e televisivi devono contribuire a creare una immagine positiva di queste persone. Riconoscere i diplomi e le lauree di altri paesi, farebbe sì che più figure svolgano lavori diversi da quelli che invece sono cristallizzati nell’immaginario collettivo.
Si dovrebbero creare delle leggi chiare ed uniformi, per far in modo che lo straniero possa maturare il diritto di cittadinanza, senza lasciare margine a quella “discrezionalità” tanto cara ai nostri legislatori.
Se uno è onesto, lavora e paga le tasse, non ha mai commesso un reato, dopo un breve numero di anni (diciamo 5), bisogna dargli la possibilità di votare per le amministrative. Già dopo questa prima conquista, egli si sentirà più coinvolto nel tessuto sociale del paese che lo ospita.
Dopo 10 anni, il diritto di accesso alla cittadinanza deve essere garantito sulla base di norme semplici e chiare che possono essere riassunte in: • Fedina penale pulita. • Essere in grado di comunicare nella lingua italiana. • Conoscere i fondamenti di base della Costituzione (allo stesso livello degli studenti delle scuole medie), senza farne un costituzionalista.
Sono sicura che, con questa prospettiva di certezza di percorso, anche il futuro cittadino si sentirà motivato a sentire “propria” la patria di adozione.
Invece ci sono in programma investimenti importanti per costruire centri di identificazione ed espulsione (C.I.E. che sostituiranno gli attuali centri di permanenza temporanea (Cpt)), per potenziare la sorveglianza satellitare, navale, aerea e territoriale (aiuti e tecnologia ai paesi di lancio). Quindi il denaro viene e verrà comunque speso senza ottenere alcun risultato apprezzabile ... allora, mi chiedo:
“Perché non s’investe in capitale umano, scremare le persone che sono nel territorio, fuori i veri criminali, gli altri collocarli in mestieri in cui hanno le capacità , ed aiutarli con dei corsi professionali, così in un breve futuro, massimo quattro anni, possono tornare al loro paese muniti di un micro credito per portare avanti dei progetti utili al loro sostentamento?”
Gli altri invece, che provengono da paesi in guerra e che non possono farvi ritorno, dopo aver offerto loro adeguato asilo politico, dar loro la possibilità di qualificarsi … o riqualificarsi ed inserirsi.
Detenzioni, rimpatri forzati non fanno che aumentare i drammi di esseri umani. L’immigrato illegale è in balìa allo sfruttamento, al lavoro nero, e la sua condizione di illegalità lo rende ancora più vulnerabile … ma forse in fondo anche questa situazione rientra nella logica della massimizzazione del profitto!!
Se invece si vogliono importare solo professionisti, come suggerito con la proposta della Carta Blu europea ... io personalmente la trovo un’ulteriore forma di sfruttamento di questi paesi poveri, che hanno investito sui loro giovani, ed ora se li vedono sfuggire di mano per andare ad offrire i loro cervelli a paesi ricchi.
L’Europa dovrebbe rivedere la sua politica estera, e combattere il “double standard”. Lavorare senza ipocrisie per attuare una politica più equa nello scambio di risorse e ponendo un freno alla grandi corporation che vogliono il guadagno ora e subito. Dove c’è la guerra, negoziare una pace, che non sia soltanto cessazione delle ostilità. Permettere agli altri uno sviluppo compatibile con un modello di valori, che non sia necessariamente occidentale ed eurocentrico. Avere come esempio, solamente l’attuale modello occidentale, porterà inevitabilmente al collasso. Quindi bisogna rivedere il sistema capitalistico.
Dobbiamo imparare a ragionare togliendo il NOI e il LORO … il Nord e il Sud … gettare le basi per le future generazioni ... questo non solo per l’Italia o l’Europa, ma per tutto il nostro pianeta. E’ in gioco la nostra sopravivenza di essere umani.

Ultimamente hai pubblicato su El-Ghibli un racconto. Hai ripreso a scrivere? Ci sono tuoi progetti di produzione letteraria? Se sì, che tematiche affronti?

Si sto lavorando ad un romanzo che affronta le tematiche del meticciato in Somalia. Ovviamente, trattandosi di un romanzo e non di un saggio, questo tema viene sviluppato in maniera meno cruda, però abbastanza realistica attraverso gli occhi di una ragazza meticcia abbandonata dal padre e che cresce in un orfanatrofio cattolico con lo stigma sociale dell’essere rifiutata da entrambe le etnie di provenienza pur rappresentandone l’anello di congiunzione. Spero che questo scritto possa costituire in un prossimo futuro un’occasione per aprire un dibattito anche in questa direzione.

Ultimamente si stanno pubblicando parecchi testi letterari di scrittori migranti del Corno d'Africa che mettono a fuoco la politica e il comportamento degli italiani in quei paesi durante l'occupazione coloniale. E', a tuo parere, un tema che va ancora sviluppato?

Sicuramente. Anche perché ognuno di noi ha una prospettiva diversa di vedere le cose. Più testimonianze ci sono, e maggiormente, secondo me, si riesce ad avere un raggio di vedute più ampio. Gli storici tracciano le grandi linee, mentre lo scrittore mette a fuoco le singole storie, dà importanza ai dettagli.
Non dobbiamo dimenticare che buona parte della storia dal 1850 ai giorni nostri dovrà essere riscritta. Inoltre, a oltre sessant’anni dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale e malgrado fosse richiesto a gran voce da sempre più numerosi studiosi italiani, le forze politiche italiane hanno sempre nicchiato sulla necessità di una revisione storica del periodo del colonialismo italiano in Libia e nel Corno d’Africa. Mentre tutte le altre potenze coloniali abbiano avviato il processo di revisione, in Italia è avvenuto l’opposto.
Come scrive Prof. Marco Mozzati nell’articolo a cura di Silvia Torti: “La fabbrica del colonialismo: Il caso Italiano” di cui voglio riportare alcuni brani estratti .. “ [..] Sul fronte storiografico, nel 1952 viene fondato un comitato - formato da universitari e alte personalità dell’amministrazione coloniale di allora – per la documentazione dell’operato italiano in Africa. In questo modo, tutto ciò che riguarda la storia coloniale italiana viene radunato e messo sottochiave, bloccando ogni accesso alla vera storia, e permettendo così la creazione di una storia ad hoc. Iniziò così una processo di “rimozione” storica.
Nel 1953 chiude il Ministero delle Colonie, nato nel 1912, e con esso vengono messi a tacere tutti quei saperi riguardanti la cultura coloniale – saperi organizzati per amministrare i problemi della “gestione dell’Altro” – che avrebbero permesso l’evolversi di un articolato dibattito sul periodo imperialista italiano.
La tendenza generale fu quella di una completa rimozione del periodo imperialista vissuto dall’Italia.
Nel secondo dopoguerra, l’Italia non viene minimamente toccata dal processo di decolonizzazione che invece riguarda tutte le altre realtà imperiali. È come se l’Italia, svegliatasi da un lungo sonno, conducesse una battaglia antimperialista volgendosi alle vicende di altri paesi europei - si pensi al sostegno dato al Fronte di Liberazione Algerino – e dimenticandosi completamente della sua storia.
Assistiamo ad una profonda censura che ha portato via con sé ogni accenno di dibattito sulla questione coloniale italiana.
Conoscere più a fondo la storia di quel periodo rimane comunque un dovere, soprattutto a fronte del fatto che lo stesso Ministero delle Colonie rappresenta un momento fondatore dell’identità degli italiani nei confronti del proprio Stato; costruzione identitaria che avvenne anche, benché in minima parte, attraverso la conoscenza dell’Altro”.
Perciò visto che è mancata questa revisione, penso che tocchi a noi, scrittori migranti provenienti dal Corno d’Africa e dalla Libia, attraverso le nostre storie, stimolare un dibattito che porti a un pacato dialogo costruttivo. Il passato storica dell’Italia esiste e continuerà ad essere ricordato perché la storia, quella vera, è patrimonio dell’umanità.

Tu appartieni alla sparuta schiera di scrittori immigrati che all'inizio degli anni '90 avevano deciso di scrivere in italiano. Ora il fenomeno si è dilatato diventando se non un fiume un robusto torrente. Si contano a centinaia ormai gli stranieri che, scrivendo in una lingua diversa da quella materna, si stanno cimentando nella produzione letteraria. Come giudichi questo fenomeno? A tuo parere questa schiera numerosa di scrittori aiuta a rendere positiva l'immagine dello straniero, o italiano di origine straniera, in Italia?

E’ un fenomeno positivo. Aiuta moltissimo colui che scrive perché vuole esprimersi e raccontarsi. Si crea uno scambio di idee che ci fa scoprire soprattutto chi siamo noi. Lo straniero, attraverso questi scritti, viene finalmente visto come una persona con sentimenti, con una mente che pensa. Questa massa, dai contorni nebulosi che viene definita costantemente “immigrati” assume una personalità e un volto. Non dimentichiamoci che scrivere in lingua italiana è anche un tributo all’Italia. E’ l’immagine dell’Italia soprattutto a venirne fuori positivamente. Perché scrivere in una lingua diversa non è facile. Scrivere è anche pensare, amare, sognare … ci sono delle emozioni che vengono coinvolte. La lingua vive con noi, fa parte di noi. Ovviamente ci sono dei vocaboli delle frasi o delle parole che fanno parte della nostra lingua materna che non potranno mai essere tradotte. E con questo non dobbiamo scordarci della nostra lingua di origine. Fare in modo che i nostri figli e nipoti non perdano questo patrimonio.

El-Ghibli è sorto come strumento per dare voce alla produzione letteraria degli immigrati che avevano e forse hanno poca voce nella cultura letteraria italiana. A tuo parere serve uno strumento come questo? Non rischia di confinare in una nicchia gli immigrati scrittori?

Vorrei congratularmi di nuovo con tutti i collaboratori della rivista El-Ghibli.
Con impegno e tanti sacrifici stanno portando avanti un ottimo lavoro. E’ uno strumento che crea quel punto di incontro importante per diffondere idee e dare voce a molti scrittori provenienti da altri paesi e culture. Però, secondo me, il rischio di confinarli in una nicchia è sempre presente, e questo dipende principalmente dall’atteggiamento di chiusura della società, ma è una base di partenza per conoscersi e dare un trampolino di lancio a chi ha un valore letterario.
Quindi a mio parere la rivista El-Ghibli non deve costituire solamente uno strumento che poi alla fine verrà letto soltanto da immigrati o studiosi del settore, bensì deve diventare un ponte interculturale e riuscire ad eliminare tra i lettori autoctoni i pregiudizi e gli stereotipi che si sono creati.

Quali sono i tuoi suggerimenti perché la rivista possa migliorare?

Non sono un’esperta di marketing quindi lancerei l’idea (e non so quanto fattibile sia) di proporre El-Ghibli come inserto a un quotidiano importante a diffusione nazionale.
Oppure andare in stampa con una copia cartacea e riuscire a proporla alle più importanti biblioteche comunali di tutta Italia che si impegnano con un abbonamento annuale.

Da ultimo affrontiamo un tema attualissimo. Chi sono i pirati che dalla Somalia attaccano navi e petroliere? Che cosa cercano e qual è la loro strategia?

Ahimè, ecco purtroppo ancora un esempio del cattivo servizio che i media ci propongono! Tra i metodi più utilizzati dai media occidentali ed in particolare dalla stampa e televisione italiana per addomesticare, o distorcere la verità è quello di prendere un elemento secondario in un fenomeno complesso ed utilizzarlo per definire un intero fenomeno.
Venendo all’argomento della domanda, non posso negare che al largo delle coste della Somalia siano avvenuti e stanno avvenendo atti di pirateria, ma da questo indicare i somali come gli unici pirati, è a mio parere, fare della cattiva informazione. Sempre parlando di informazione, c’è da dire che i telespettatori italiani si sono ormai abituati a questo sistema televisivo che propone, a chi vuole saperne di più, approfondimenti che vengono trasmessi nelle ore più impossibili perché il prime-time è riservato al gossip o allo svago o allo sport. In Italia si legge poco e quel poco è frutto di un giornalismo “pigro” che consiste principalmente nel riportare i comunicati delle varie agenzie d’informazione oppure di una informazione spezzettata in maniera da impedire al lettore di riuscire a collegare tra loro fatti disparati o ancora di notizie date con fumosità e giri di parole che impediscono di avere immediatamente una visione chiara dei fatti. Ad onor del vero, ci sono anche i giornalisti che fanno del vero giornalismo investigativo. Purtroppo sono troppo pochi, mal pagati e lavorano per testate minori o di nicchia. Se diamo ascolto a questi bravi giornalisti, a cui va tutta la mia stima, allora si scoprirebbero che i cosiddetti “pirati somali” sono in realtà individui che provengono da diverse parti del mondo. La Somalia, con i suoi 3.300 km. di costa, da sempre vanta avere uno dei mari più pescosi del mondo. I suoi fondali brulicano di tonni, aragoste, gamberi, squali e pesce bianco. Però è dal 1991 che la Somalia non ha un governo effettivo, quindi neppure una guardia costiera che possa proteggere le sue pescose acque dalle navi da pesca straniere. Quanto danno è già stato fatto dalla pesca indiscriminata è sconosciuto. Pescatori da tutto il mondo si muovono nelle acque somale, come se gli appartenessero e razziando ciò che vogliono.
Se controlliamo sul dizionario, alla voce “pirateria” troviamo la definizione “rapina in alto mare”. Sulla base di quella definizione direi che è la Somalia ad essere vittima dei pirati di tutto il mondo. Secondo le F.A.O., un’armata di predoni commerciali, forte di una flotta di circa 700 navi, sta depredando le acque somale.
Prima che la Somalia precipitasse nel caos, 30.000 pescatori ed altre 60.000 nell’indotto traevano il loro sostentamento dal mare. Questi pescatori non possono competere con le moderne navi straniere per la pesca d’altura e non possono contare su nessuno che tenga lontano i “pirati di pesce” stranieri.
Gli interessi stranieri nel settore della pesca cercano di dare una parvenza di legalità alle loro attività di saccheggio acquistando “licenze” dai vari signori della guerra che pretendono di rappresentare l’autorità centrale. Ciò è molto simile alla diplomazia praticata dai primi coloni bianchi negli Stati Uniti; quando con trattati-truffa sottoscritti da capi indiani non riconosciuti hanno depredato delle loro terre i nativi del luogo in cambio di collanine e liquori.
In Somalia, che è parzialmente occupata dall’esercito etiopico, popolazioni locali e milizie appartenenti ai clan hanno rimpiazzato l’autorità centrale. L’invasione etiopica che è stata istigata e orchestrata dagli Stati Uniti alla fine del 2006 ha causato milioni di profughi, e molti di loro rischiano di morire di denutrizione. I pescatori della costa sono anche membri delle milizie. I media occidentali li chiamano pirati, ma come uno di loro ha detto al New York Times: “Considerateci come delle guardie costiere!”.
E’ indubbio che qualcuno deve salvaguardare le risorse marine della Somalia, ma certamente non lo fa la Quinta Flotta americana e neppure il Comando Centrale della Marina degli Stati Uniti che stanno pattugliando il Mar Rosso, il Mare Arabico e l’Oceano Indiano lungo le coste della Somalia. Inoltre gli Stati Uniti bombardano i somali che si oppongono all’occupazione etiopica e prendono di mira persone per i loro presunti legami con Al-Qaida. Purtroppo, la flotta americana fa poco o niente per impedire che nelle acque somale vengano scaricati rifiuti tossici, rifiuti radioattivi o impedire crimini contro l’ambiente e il depauperamento delle ricchezze del paese.
Quando si parla di pirateria, i Somali alla fine appaiono più come vittime che perpetratori: E’ stato stimato che i pescatori stranieri pescano di frodo pesce per un ammontare di 300 milioni di dollari l’anno, mentre ciò che i “pirati” somali riescono ad estorcere dalle società armatrici o che riescono a rubare nei loro assalti dalle casseforti di bordo raggiunge i 100 milioni di dollari. Viene spontaneo chiedersi: “Chi sono i veri pirati?”.
Gli Stati Uniti hanno aiutato l’Etiopia a rapire l’intera nazione Somala. E’ un crimine contro la pace e lo “Zio Sam” è il più grande pirata tra tutti.
Come mai in quel tratto di mare sono state sequestrate navi di tutte le nazionalità e, stranamente, neppure una nave americana?
Come ho appena accennato sopra, l’utilizzo della Somalia e delle sue acque come discarica per rifiuti tossici e materiale radioattivo è un altro aspetto su cui i media sottacciono. Dopo il maremoto causato dallo tsunami nel 2004 sono emersi sulle coste somale ingenti quantitativi di rifiuti tossici anche radioattivi. A denunciarlo è l’Unep, l’agenzia Onu per l’ambiente. Nick Nuttal, portavoce dell'agenzia Onu ha denunciato una diffusa contaminazione da materiale estremamente nocivo come uranio, mercurio e cadmio, rifiuti ospedalieri e di industrie farmaceutiche contenute in cisterne adagiate sui fondali o appena interrate nella sabbia della battigia, a volte sigillate in maniera rudimentale, distrutte dall'urto violentissimo delle onde. Negli anni tutto questo materiale ha causato nella popolazione patologie tipiche dell’inquinamento. Anche l’entroterra della Somalia non è stato risparmiato. Nel passato i signori della guerra hanno ottenuto molto danaro in cambio della concessione di “pass” per seppellire ovunque gli scarti del mondo industrializzato. Quando si avranno tutti i dati, il disastro ambientale che si prospetta è immane e metterà una pesante ipoteca di danni irreversibili sulle generazioni future. La storia dei rifiuti non è un fulmine a ciel sereno. Sono notizie risapute sin dal 1990, ma che per gli interessi in gioco, tutti preferiscono non parlarne, specialmente dopo l’omicidio della giornalista Ilaria Alpi nel 1994. Gli interessi economici in primo luogo: smaltire legalmente rifiuti tossici o speciali in Europa costerebbe US.$ 1.000 alla tonnellata, mentre scaricandoli nelle acque somale costa soltanto US.$ 2,50 alla tonnellata. La convenienza è evidente. I vari governi attribuiscono le responsabilità ai singoli individui privati, ma risulta poco credibile che si possano muovere tonnellate e tonnellate di rifiuti senza che nessun governo se ne accorga. E’ possibile dunque che siano tutti così concentrati sul terrorismo e l’immigrazione da tralasciare questi strani movimenti che non si limitano soltanto allo smaltimento dei rifiuti? Devo quindi dedurre che TUTTI traggono profitto dal fatto che le acque somale sono e debbano rimanere terra di nessuno. La Somalia un paese governato da un governo debole.
Così dopo che la Somalia sarà diventata una bomba biologica, potrà partire il grande business del risanamento che porterà miliardi di dollari nelle tasche di coloro che l’hanno inquinata!
Poi c’è anche un altro aspetto prettamente strategico di cui si sente parlare poco in assoluto; però basterebbe guardare una cartina geografica per scoprire che la zona in questione è di vitale interesse per l’occidente per due motivi, e cioè:
1. Controllo delle rotte del petrolio estratto nei paesi dell’area compreso il monitoraggio delle economie nascenti (Cina e India) ed estensione delle aree di influenza (geografica, politica ed economica), ma da non sottovalutare il remunerativo business che si sta prospettando dei contratti di scorta armata al naviglio commerciale gestite da forze militari clandestine immuni a ogni legge o controllo (Le operazioni in Iraq insegnano).
2. Con il pretesto della pirateria, avere la possibilità di assemblare una poderosa flotta militare (Usa 5th Fleet non meno di 20 unità) – Nato (7 unità) – Unione Europea (7 unità) – Altri: India, Malesia, Russia e Svezia (4 unità)) nell’eventualità di: • A breve: Un attacco contro l’Iran. • Sul lungo termine: Strumento di intimidazione politica (ritorno alla politica delle cannoniere).
Non dobbiamo dimenticarci che episodi di pirateria continuano a verificarsi anche in altre aree del mondo. Mi riferisco in particolare alla pirateria del Far East nello stretto di Malacca. Quella pirateria, ha radici e diramazioni ben più profonde e vaste di quella somala; causa danni per 10 miliardi di dollari l’anno secondo il IMB (International Maritime Bureau) però sui giornali non si notano titoli allarmistici. Come mai? Se vogliamo considerare il fenomeno somalo solo dal punto di vista economico, poca cosa sono i pochi milioni di dollari chiesti - totalizzando tutti i riscatti - dai pirati somali in confronto agli oltre millecinquecento miliardi di dollari che sono stati vaporizzati nella recente crisi economica o nei grandi scandali. Qualcuno ha pagato per questo? La verità è che sullo scacchiere internazionale si è deciso che in questo momento bisogna dare grande rilevanza alla pirateria in Somalia. Perché?
Immagino che gli eventi futuri presto ce lo faranno scoprire.

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(ISSN 1824-6648)

lontano da mogadiscio

A cura di raffaele taddeo

 

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Anno 5, Numero 23
March 2009

 

 

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