El Ghibli - rivista online di letteratura della migrazione

Gabriel

shirin fazel ramzanali

Emily era poggiata allo schienale di una delle tante sedie nella sala d'attesa dell'aeroporto. Le sue gambe ciondolavano ritmicamente. Era stanca di stare seduta e non vedeva l'ora di poter correre di nuovo. Quella mattina sua madre l'aveva vestita e pettinata con più cura del solito. Le scarpette rosse e lucide era stata lei a sceglierle, ma per il vestito aveva deciso la madre. Un vestitino a fiori rifinito con il pizzo bianco. Il piccolo zainetto era gonfio, conteneva tutti i suoi giocattoli. Non ne aveva molti e la sua bambola preferita la teneva stretta fra le mani facendola girare nervosamente nell'attesa d'imbarcarsi. Era la prima volta che notava una luce così intensa nello sguardo dei genitori.
Gabriel ed Eveline si guardavano ogni tanto senza parlare, i loro occhi sorridevano. Soltanto la mano di lui stringeva forte quella della moglie, accarezzandole dolcemente l'incavo ruvido e calloso. Povera Eveline - pensò Gabriel - quanti cessi, pavimenti e vetri ha dovuto pulire! Non si è mai lamentata, è sempre stata una ragazza cocciuta e determinata nelle sue decisioni.
Si ricordò di quando, tanti anni prima, ad Accra, camminavano in silenzio uscendo da un cinema di periferia; intorno a loro il rumore della città africana che non dorme mai. Gabriel era da parecchio che sognava di emigrare in Occidente dove c'è il lavoro ... il benessere, era una febbre contagiosa che aveva preso molti giovani. Il suo diploma, costato molti sacrifici a suo padre e a lui lunghe notti a studiare al lume di una lampada a petrolio, era soltanto un inutile pezzo di carta.
Da quando l'idea di partire si era insinuata in lui non si era confidato con nessuno, ma sentiva che era arrivato ad un bivio: non poteva più continuare a fingere. Sapeva che doveva partire. Doveva andare via. La sua stava diventando oltre che una sofferenza psichica anche una sofferenza fisica. Aveva bisogno di lavorare, e ad Accra questo era diventato impossibile. Parecchie volte si era preparato mentalmente a come doveva affrontare quel discorso, ma alla fine quella sera riuscì soltanto a sussurrare:
"Eveline, ho deciso di partire"
Eveline, che non è mai stata una grande conversatrice, dopo un lungo silenzio che a lui sembrò una vita, rispose:
"Starai via molto?"
Lei sapeva che il verbo partire voleva dire attraversare il grande mare che divide l'Africa dall'Europa, e che tanti ragazzi non erano più tornati.
"Non lo so - rispose Gabriel - Ma non ho il diritto di legarti ad una promessa. Sei libera di non aspettarmi"
Eveline si fermò e con voce ferma e decisa gli chiese:
"Gabriel, tu mi ami veramente?"
Guardò quel viso illuminato a malapena dal lampione acceso. I suoi occhi grandi e neri come il caffè appena tostato aspettavano una risposta. Fu il suo cuore a rispondere:
"Sì, ti amo con tutto me stesso"
"Allora Gabriel io ti aspetterò"
Passarono cinque lunghi anni prima di rivedere Eveline, e in quel periodo lei divenne la sua unica vera confidente. Il primo anno in Italia fu un vero inferno sulla terra. Capiva solo qualche parola di italiano, gli sembrava di essere diventato sordo. La gente parlava troppo veloce. Si arrabattò con molti lavori saltuari, passò le notti come un ladro alla ricerca di un letto per dormire. Il pensiero di mollare tutto e tornare a casa era sempre in agguato. La solitudine divenne la sua compagna. Alle volte le parlava in silenzio, altre la prendeva a calci, non la voleva accanto a sé perché quella è una compagna che se ti prende ti distrugge senza pietà.
Incominciò a memorizzare i volti che incontrava per le strade, i nomi delle vie, le fermate degli autobus, le frasi in italiano se le ripeteva mentalmente fino a diventare pazzo. Parlava con altri immigrati, raccoglieva notizie. Nei bar cercava di leggere il giornale e ascoltava la televisione. Il suo diploma di perito industriale non gli servì a nulla, in quanto non riconosciuto. Dopo più di un anno trovò una vera occupazione. Finalmente venne assunto come operaio in una conceria. Il lavoro era pesante, i suoi compagni per la maggioranza tutti africani. Credeva che alla fine i suoi problemi si fossero risolti. Si sbagliava di grosso! La casa era un bene introvabile. I proprietari non la davano tanto volentieri in affitto agli extra-comunitari, e quando lo facevano chiedevano cifre che gli italiani non avrebbero mai pagato. Si sistemò in un centro di accoglienza. Era come stare in collegio. La fila per i bagni, stare attenti che non ti rubino i soldi, in intimità al punto tale da riconoscere i propri compagni dal loro modo di russare. No, non voleva pensare a quel periodo della sua vita. Scriveva alla sua famiglia e con un'entrata fissa su cui contare, incominciò a mandare regolarmente dei soldi a casa. Le lettere di Eveline arrivavano sempre ricche di notizie. Gli parlava di quello che succedeva nel loro quartiere, dei loro amici. Leggendo le sue lettere cercava di risentire il suono della sua voce. Alle volte gli pareva di non riuscire a focalizzare il contorno del suo viso. Veniva preso dal panico, ma immancabilmente in sogno la ritrovava.
Come in una lunga processione, anche i suoi cari lo venivano a trovare. Una notte sentì suo nonno che gli accarezzava la testa. Si svegliò improvvisamente, quel sogno era così reale che gli pareva di aver sentito il tocco della sua mano. Dopo qualche giorno seppe che suo nonno era morto. Leggendo quella lettera non riuscì a piangere, non riusciva a provare nessuna emozione. Camminò per lungo tempo, non sentiva il freddo, si fermò a guardare una distesa di terra coperta dalla brina, si inginocchiò e iniziò a grattarla con le unghie, a sbriciolarla con le dita e a impastarla con le mani. Pian piano sentì quel freddo tramutarsi in un calore. Soltanto allora le lacrime gli sgorgarono in silenzio.
Decise di partire, era in regola con i documenti e con il lavoro. Si rendeva conto che, inoltre, come uomo non poteva rimanere così a lungo lontano dalla sua gente.
Non aveva potuto partecipare ai funerali del nonno. C'erano i vivi a cui pensare. Quando si torna dall'Europa, tutti quelli che sono rimasti si aspettano un regalo da te, e lui aveva tante persone che lo aspettavano.
I suoi amici erano rimasti quelli di sempre allegri, ironici, lo guardavano dicendogli di quanto fosse fortunato a vivere e lavorare in Italia. Facevano un sacco di domande, ma lui non era capace di raccontare loro la verità.
Il lavoro duro in conceria, la puzza nauseabonda che era costretto a respirare per tutta la giornata, gli straordinari pagati male, la gente che non lo guardava mai in faccia: era una non persona, un nero invisibile in un mare bianco.
I suoi silenzi venivano interpretati come se fosse un uomo arrivato, ma che per modestia non voleva pavoneggiarsene.
Pensò che aveva fatto aspettare Eveline abbastanza, si sarebbero sposati ora o mai più.
Quel periodo trascorso a casa era volato via. I suoi familiari lo guardavano come se fosse un altro, anche lui si sentiva diverso, ma non capiva in che cosa. Il suo amore per Eveline era rimasto solido. Lei lo aveva aspettato con pazienza e con tanto amore. Il giorno del loro matrimonio la chiesa era gremita di parenti e amici.
Eveline sapeva che non poteva portarla con lui. Ci voleva molto tempo per avere le carte in regola. Non pianse in aeroporto quando arrivò il giorno della partenza, ma fu la madre di Gabriel a non potersi controllare. Quanti anni doveva aspettare prima di rivederlo ancora? Gabriel era un bravo figlio, non si era mai dimenticato di loro, i soldi arrivavano puntuali, potevano contare su di lui. Ma una madre non mette al mondo dei figli per vederli partire, vuole averli vicino anche quando crescono. Quando Eveline gli annunciò di essere incinta, era euforico. Sarebbe diventato padre.
Non poteva tornare a casa a vedere suo figlio. Doveva trovare un alloggio adeguato e preparare le carte per il ricongiungimento familiare.
Emily nacque all'alba, quando il cielo africano si colora di rosa. Gabriel non riuscì ad essere presente neppure per il giorno del suo battesimo. Eveline gli mandava le foto e gli scriveva della bambina che cresceva bene. Emily aveva due anni e mezzo quando lo raggiunsero in Italia. Per sua figlia era un estraneo. La prese in braccio, ma il suo corpicino era rigido e lo respingeva. Lo guardava con quegli occhi ovali come due olive nere, lucidi e furbi. Era timida con lui, si vergognava di parlare e solo quando si rivolgeva alla madre veniva fuori la sua linguetta vivace. Decisamente aveva preso da lui. Cercò di conquistarla facendola ridere, le chiese dei nonni, degli zii e dei cugini. Faceva il buffone, cantava le canzoni di quando era bambino.
Allora Emily emetteva una risatina. Pian piano fu lei a venire da lui, finalmente quel muro di ghiaccio si era sciolto.
Non ci furono problemi nel suo inserimento all'asilo, era una bambina socievole. Apprendeva ad esprimersi con molta rapidità. Purtroppo notarono che, tornata dall'asilo, per le prime due ore la bimba rispondeva solo in italiano e si rifiutava di parlare sia inglese che akan, anche se capiva benissimo tutto ciò che le dicevano in quelle lingue. Questo fatto li faceva riflettere molto sul futuro della loro figlia.
Anche Eveline faceva progressi nell'imparare il nuovo idioma. Andava a lavorare a ore presso alcune famiglie e se le capitava del lavoro extra per stirare non si rifiutava. La vita era cara e, dopo aver mandato dei soldi ai parenti, non riuscivano a risparmiare nulla. Sapeva che a sua moglie mancava la famiglia, il clima e i colori dell'Africa. Eveline aveva sempre freddo, ma non si era mai lamentata.
Un giorno, un gruppo di naziskin attaccarono una casa abitata da famiglie africane con bambini. Per fortuna c'erano gli uomini e loro si difesero. I giornali e la televisione ne parlarono. Quella sera Eveline gli chiese se valesse la pena rimanere in un paese dove non erano bene accetti. Gabriel tacque.
Allora, con una voce che cercava a malapena di trattenere la rabbia, Eveline domandò:
"Non ti è mai venuta voglia di scappare da qui e tornare a casa?"
"Più di quanto immagini cara", le rispose con voce sorda.
Gabriel voleva cancellare dalla mente gli anni trascorsi da solo in questo paese, ma i brutti ricordi sono indelebili come le cicatrici che uno si fa da bambino. Passa il dolore ma rimane il segno.
Oggi non sapeva se sarebbe riuscito di nuovo a separarsi da loro. Quegli anni di solitudine invece di indurirlo, gli avevano insegnato a essere più sensibile.
L'altoparlante che annunciava il ritardo del loro volo lo riportò alla realtà. Si alzò per sgranchirsi le gambe ed Emily pronta saltò giù dalla sedia, così si incamminarono per le vetrine. Entrò nella tabaccheria e mentre era in coda per la cassa, il suo occhio si posò sui biglietti del "Gratta e Vinci" esposti.
Sorrise debolmente, anche lui era stato baciato dalla fortuna, ma dopo l'euforia dei primi momenti, sembrava che quei soldi avessero solo moltiplicato i loro problemi.
Di giorno non riusciva a concentrarsi sul lavoro, camminava sulle nuvole, la sera con Eveline parlava, faceva progetti: potevano dare la caparra e fare un mutuo per comprare finalmente una casa, in quindici/vent'anni al massimo avrebbero finito di pagarla; con un lavoro fisso era possibile fare questi progetti. Dovevano lavorare sodo tutte e due, e lui poteva contare su Eveline.
Sua moglie lo guardava, lo ascoltava, ogni tanto, quando Gabriel si infervorava in uno dei suoi monologhi riguardo di questi progetti, gli sorrideva.
Con il trascorrere delle settimane il viso di Eveline si faceva sempre più teso e lo sguardo sovente si perdeva nel vuoto. Era rimasta abbastanza a lungo lontana dal suo paese e ciò le permetteva di riuscire a vederlo con un certo distacco. Non come i primi tempi che soffriva di nostalgia e piangeva di nascosto. Ora riusciva a ragionare con la mente e non solo con il cuore.
Decisamente, rimanendo in Italia con molti sacrifici potevano continuare ad aiutare finanziariamente i loro parenti, i viaggi erano molto costosi e non se lo potevano permettere con facilità. Quando avrebbe rivisto le sorelle, i genitori e la nonna che non era più tanto giovane? Che buffo quella volta che avevano chiamato sul cellulare la nonna nel villaggio: per l'anziana donna era come se fosse una cosa naturale, oramai non si meravigliava più di nulla, erano loro ad essere commossi.
Emily, invece, ormai non si ricordava più dei parenti, anche se c'era la casa piena di foto e la sua mamma le faceva memorizzare i nomi di tutte le zie, cugini, zii e nonni. I bambini per ricordare sono come delle spugne devono assorbire attraverso i pori tutte le sensazioni: la mano rugosa della nonna che ti lava in una tinozza, la zia che ti massaggia i capelli con l'olio e te li tira forte fino a farti piangere per farti le trecce, i giochi e le litigate tra cugini, il gusto della cassava fritta camminando lunghi i marciapiedi polverosi. Rimanendo in Italia, loro non potevano offrire alla figlia tutto questo, ed Eveline era consapevole che non si possono costruire ricordi solo attraverso le foto.
"Cosa c'è Eveline? - le chiese il marito - Non sei contenta che adesso possiamo fare dei progetti concreti? Lo sai che posso fare anche la richiesta di cittadinanza? Non è detto che me la diano, dovrò aspettare, forse non arriverà mai, ma si può sempre sperare!"
Eveline abbassò il capo senza dire una parola.
"Allora dimmi cosa c'è?", incalzò Gabriel.
La moglie senza alzare lo sguardo gli rispose:
"Ho paura per Emily!"
"Paura? ... Paura per che cosa?", domandò il marito stupito.
"Paura che diventi come loro!"
"Ma di chi stai parlando, spiegati meglio, io non ti capisco!", la voce di Gabriel si stava alzando di tono.
Fu allora che Eveline sollevò fieramente la testa, gli occhi erano due fessure fiammeggianti:
"Paura che quando cresce diventi come le ragazzine di questo paese. Tu Gabriel forse non vedi quello che vedo io! Io lavoro nelle loro case, le vedo ... le sento! Lo sai che non abbassano lo sguardo nemmeno quando parlano con il padre? Lo sai che rispondono ai genitori urlando, non rispettano le mamme? Lo sai che fumano per strada come i maschi? Lo sai che sugli autobus ragazzine giovanissime si baciano davanti a tutti. Lo sai che si bucano l'ombelico, si dipingono il viso e si mettono jeans strappati; hanno tutto ma non sono mai contente?
Trasse un profondo respiro e continuò:
"Io nelle loro camere da letto vedo un sacco di vestiti, gioielli, tante scarpe, trucchi, Tv, computers e impianti di musica. Buttano tutto per terra, sulle pareti hanno enormi poster di maschi. Nei mezzi pubblici ti spingono e non ti chiedono neanche scusa, non ti guardano, ti disprezzano. Ho paura che Emily possa vergognarsi di noi, un giorno; ho paura che Emily non sarà mai accettata da loro... in fondo ha sempre la pelle nera. Ho paura di invecchiare in questo paese, ho paura di perdere nostra figlia. Ho paura che Emily non si sentirà a casa in Africa, e non si sentirà completamente a casa neanche qui!".
Le ultime parole le uscirono come un soffio strozzato.
Gabriel non ci aveva pensato a tutte le cose che la moglie gli diceva. Pensava al suo lavoro ai problemi di tutti i giorni, a come risparmiare sulla spesa, alle bollette che aumentavano e tutto il resto.
Gli venne in mente che non aveva dei veri amici su cui contare in questo paese, per non parlare poi di nessun amico italiano.
Lo sfogo rabbioso di Eveline lo fece riflettere, lo portò a considerare le cose anche da un'altra prospettiva e giunse alla seguente conclusione: aveva sì vinto cinquantamila euro, che poi non erano molti anche per il suo paese, però non era preoccupato, perché l'Africa offre la possibilità anche a chi ha risorse limitate di inventarsi mille lavori.
Ora aveva la possibilità di scelta, conosceva entrambi i mondi. Poteva aprire un piccolo negozio di ferramenta, un internet-point, oppure acquistare un mini bus usato da adibire al trasporto collettivo o qualunque altra attività nel terziario che gli permettesse di vivere decorosamente. Era come se si fosse tolto dalle spalle un peso che lo opprimeva da un pezzo.
Partivano per tornare a casa propria... per sempre.

Pubblicato su "el-ghibli" n.19

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(ISSN 1824-6648)

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A cura di raffaele taddeo

 

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March 2009

 

 

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