El Ghibli - rivista online di letteratura della migrazione

a cura di raffaele taddeo

Abbiamo rivolto a Gezim Hajdari alcune domande sul suo metodo di fare poesia, sulla funzione del poeta oggi, sul valore della poesia.

Come avverti la tua posizione oggi nella cultura italiana? Ti sembra di essere riconosciuto, oppure i poeti, gli scrittori italiani, l’editoria italiana, mostrano diffidenza nei tuoi confronti?

La mia posizione di poeta e scrittore - per fortuna - viene collocata al di fuori delle gerarchie ufficiali. Vengo visto come una pecora nera fra i letterati di corte del bel Paese. Il motivo? La mia opera e la mia onestà intellettuale di fronte alla pagina bianca, fa loro paura. Sono tra quelli che hanno denunciato pubblicamente e senza mezzi termini la mafia letteraria. Basta pensare alla vecchia gestione del Centro Internazionale E. Montale, la quale aveva costituito una lettera circolare che promuoveva le iscrizioni all’Associazione, in cui si diceva esplicitamente che i “soci”, in regola con la quota associativa (lire trecentomila negli anni più recenti), che intendevano partecipare al premio, avrebbero potuto inviare i testi concorrenti in ogni momento, “specificando chiaramente sulla busta o sul pacchetto raccomandato: Riservato al Premio. In questo modo la Giuria potrà vagliare con maggiore attenzione le opere concorrenti”!!! Questo potrebbe portare rischi enormi al terreno poetico che è un terreno fragile, innocente e sacro, quindi deve essere sgombrato da ogni forma di apporto economico legato alla scrittura, perché i giovani autori potrebbero cadere nelle eventuali, facili lusinghe di chi ne sollecita le aspirazioni a pagamento. Le reclute-poeti si mettevano al lavoro, si chiudevano negli studi dei papà, leggevano molto, pagavano il pizzo, e, insieme alle loro filastrocche, andavano a confessarsi (vestiti di nero) davanti ai giurati (che davano loro i voti), aspettando l’assoluzione o la condanna dei loro destini. E’ così che si sono formate le gerarchie letterarie italiane, il sistema del sottobosco della cultura italiana di oggi. Tutto questo è conseguenza di una grave crisi politica ed etica che sta attraversando il suddetto paese e l’intero Occidente. Ovviamente, la cultura di un popolo non è altro che un riflesso della sua epoca. I miei editori e i miei amici scrittori, che apprezzano e promuovano la mia opera, sono gli “eretici” che abitano fuori della curia del sistema. Non mi interessa quel che pensano l’industria culturale e i suoi mercanti della mia opera, mi interessa quel che pensa il lettore e i miei lettori, sia in Italia che all’estero, sono numerosi. Il vero poeta se la deve guadagnare la stima e la fama, imponendosi con la forza espressiva della propria opera, perseguendo una strada orizzontale, faticosa e sudata. Per fare un buon vino ci vuole passione, tanto lavoro, piogge abbondanti, giorni di bel sole, venti del sud, conoscenza, mestiere, amore, gusto e qualità. Il primo editore che mi ha contattato, è stato Besa. Una media casa editrice, ma che fa un lavoro molto particolare e straordinario nello scoprire e promuovere la vera letteratura degli scrittori dei Balcani e non solo. L’altro mio editore prezioso e cosmopolita è Fara.

La maggior parte della critica ti definisce “poeta dell’esilio”. Ti senti ben interpretato, oppure la tua intenzione poetica si pone obiettivi diversi da quelli del mero canto dell’esilio?

“Ogni poeta è in esilio - diceva Eliot - da qualcosa è stato cacciato contro la sua volontà..”. L’esule è la figura centrale di questo secolo. Da quando il Tempio della Parola è stato distrutto dagli “scribacchini”, i veri poeti sono in esilio. Del resto è la nostra terra che è nata esule. Solo un esule potrebbe comprendere il mondo e cogliere il suo linguaggio, dando un senso nuovo alle cose. I santi, i mistici, Dio stesso sono stati esuli. E la storia dell’umanità è stata fatta sempre dagli esuli. Chi aspira oggi a diventare scrittore, deve migrare per confrontare la propria Parola con l’amore e le ferite del mondo. Solo la poesia di un esule potrebbe lasciare forti emozioni sulla memoria del Tempo. Ribadisco, la bellezza della vita non è viverla, ma attraversarla. “Il mio paese fa male”, scriveva Charle Breson. Il mio esilio ha mille occhi, mille bocche, mille fughe. Anzi, io sono sempre in fuga: anni fa sono fuggito dal mio paese, oggi in Italia fuggo ogni giorno dall’industria culturale, dalla letteratura castrata. E’ per questo che sono un poeta esiliato nell’esilio. L’esule è uno che è straniero dovunque; prima nel paese ospitante, poi nel proprio paese in cui non si ritrova più. L’unico rifugio in cui cerco di proteggere la mia anima tremante, e a cui affido la mia parola, è la scrittura.

La tua partecipazione a giurie su concorsi di poesia può darti la possibilità di esprimere un parere aggiornato sulla attuale poesia italiana. Che giudizio ne dai?

Vi sono due tipi di poesia italiana: quella ufficiale e quella che viene scritta al di fuori delle gerarchie ufficiali. La prima, in generale, è una poesia funerea, balbuziente, depressa, scritta dai malati patologici. La chiamerei una poesia eunuca. Il rischio che essa porta è grave: educa male la nuova generazione, crea confusione tra i lettori, denigra i veri valori letterari, allontana gli appassionati dalla poesia. Che poesia potrebbe scrivere un segretario di un consiglio comunale o un professore universitario? Senza parlare dei versi dei presidenti dei tribunali. La vera poesia è quella che viene rappresentata dai poeti cosiddetti “irregolari”, che errano per la loro strada, lontano dallo stagno e vivono con disincanto le aureole di gloria dei “fortunati”. La poesia ufficiale italiana, dopo la scomparsa dei grandi, vive il suo momento più tragico; si trascina in una agonia continua. Sono curioso di sapere che sensazione provano i poeti di corte quando vedono i loro libri sterili accanto ai poeti quali Dante, Petrarca, Catullo, Foscolo, Leopardi, Montale, Campana, Ungaretti, Pasolini, Omero, Rumi, Whitman, Baudelaire, Blok, Tagore, Celan, Lorca, Neruda, Borges, Hikmet, Senghor…? Forse non provano più nessuna sensazione. I veri nemici della poesia italiana sono i poeti stessi, chiusi negli studi e che non vogliono rischiare, anzi, per difendersi hanno creato delle sette. Hanno paura di colloquiare e confrontarsi con i viandanti che sono venuti a trovarli, violando l’ospitalità, una delle leggi più antiche dell’uomo. Una mescolanza con la scrittura dei nuovi mondi potrebbe dare un po’ di frescura alla loro poesia e alla loro dimensione umana. E’ per questo che tale poesia è destinata a morire, per non dire che già è morta. Su questo tema, - chi vuole saperne di più – può consultare Il catalogo delle voci, edito da Cosimo Iannone Editore, dove è riportata una mia lunga intervista.

Nei tuoi scritti oscilli fra una posizione montaliana sulla funzione della poesia e una funzione che possiamo dire ungarettiana. Cioè a volte sembra che la poesia possa essere inutile e quindi anche il poeta in sé nella società d’oggi potrebbe ritenersi inutile, dall’altra sembra che assegni al poeta una funzione importante, tant ‘è che ti diventa un cruccio quando la società non riconosce la tua grandezza. Qual è la tua attuale posizione al riguardo?

Stimo molto Montale e Ungaretti, ma direi che nella mia opera sono me stesso, e inizio lì, dove loro hanno lasciato, cercando, attraverso la mia parola, di suscitare più emozione. Oserei dire che, forse, nella mia poesia, c’è più corporalità. A volte, anche la tragicità dei miei versi non è altro che un canto epico. Questo avviene perché, la mia opera è stata scritta in un contesto storico e culturale ben diverso. Sono stato fortunato nel nascere e crescere in una famiglia cosmopolita. Nella mia casa paterna, oltre a leggere l’epica albanese, ascoltavamo la musica di diverse etnie: albanese, macedone, serba, croata, greca, turca, idish. Mio nonno paterno nell’ottocento commerciava tra l’Albania e la Bosnia, fino a Sarajevo, e mi raccontava che lì si parlava il turco, l’arabo, il persiano, il croato, il serbo, l’ungherese, il tedesco, l’italiano, e l’ebreo. Ancora oggi, mio padre saluta i suoi coetanei in arabo. Uno zio di mia madre è stato nizam (soldato, in turco, durante l’impero Ottomano) nello Yemen e in Iran. Mi affascinavano i suoi racconti sul deserto. Non si sposò, ma visse nel ricordo dei suoi viaggi e il desiderio di tornare in quei luoghi. La provincia dove sono nato, Darsìa, è la provincia più mistica del mondo. Prima di scrivere, ho iniziato a leggere il cielo e la terra, una sapienza trasmessa dai miei antenati. I primi versi non li ho scritti sulla carta, bensì sulla pietra. Nel mio villaggio i contadini non usavano l’orologio, vivevano giorno e notte, stagione dopo stagione con il cielo. La mia stirpe sorge da faide sanguinarie. Mio nonno paterno era conosciuto nel villaggio come guaritore di morsi di serpenti. Tutto questo ha lasciato segni indelebili nella mia formazione di poeta e scrittore Più tardi, nella mia gioventù, sono entrato in contatto con la grande poesia classica cinese, con i romantici e i simbolisti russi, con i mistici persiani… e cosi via.. Fino a ieri, noi poeti, siamo stati considerati pericolosi per la dittatura, oggi per la democrazia siamo inutili. Il ruolo della poesia è fondamentale nella vita dell’uomo. Dobbiamo salvare le cose “inutili”, perché non si può sopravvivere solo di tecnologia e consumo. Ciò che distingue l’uomo dall’animale è la parola, e ciò che allontana la malvagità dall’essere umano è anche la poesia. Creare valori poetici eterni è il compito di un vero poeta.

L’arte oggi si divincola fra autenticità e commercialità. Spesso opere di valore non sono neppure conosciute, opere mediocri acquistano notorietà e fama. Il successo di un’opera letteraria può essere un criterio di giudizio e di valore estetico?

Nella Cina di Confucio, nell’Atene di Pericle e nella Roma di Cicerone, il livello letterario non è mai stato così basso come accade oggi nel terzo millennio. Attualmente è la grande industria editoriale che decide la notorietà e la fama di un’opera letteraria o di un autore, i premi letterari, la comparsa in televisione, la gloria, l’essere ricevuti al Quirinale. E se non c’è uno scrittore di valore, lo si inventa, proprio come la storia dello scemo del villaggio che raccontava Nitzse. Non è più il lettore a giudicare i valori letterari. I lettori di oggi sono come le pecore...si va per opinione…nessuno legge…basta ciò che scrivono i giornali. E’ la grande industria culturale che manipola il consenso. I redattori della grande editoria si sono improvvisati poetucoli e scribacchini e non danno spazio alla vera letteratura, anzi, sono nemici accaniti della vera letteratura e ne promuovono una sterile, eunuca. Un tempo, redattori di grandi editori erano Calvino e Pavese, oggi sono gli incompetenti, Ormai, si tratta di prodotti di laboratorio, non di opere letterarie vere e proprie. Lo scopo non è quello di dare un valore estetico/letterario, bensì commerciale, che dipende dalle vendite sul mercato. I libri in Italia sono diventati come le scarpe che vanno di moda.

Che progetti ci sono per il futuro? La tua scrittura si confeziona in base ad una progettualità, oppure è essenzialmente spontanea e quindi le raccolte sono costruite a posteriori?

Ho tanti lavori in corso da pubblicare, come traduzioni, saggi, raccolte poetiche, libri di viaggio. Dovrebbero uscire nuove ristampe di alcuni miei libri che sono esauriti e non si trovano più sul mercato. Oltre alle conferenze nelle università italiane e in quelle francesi, dovrei tornare in Africa, in Oriente e nei Balcani. Uno dei miei progetti più importanti è quello di ridare dignità alla Parola, attraverso la mia opera, quindi di partecipare alla ricostruzione del Tempio del Verbo. Per noi albanesi la parola è sacra. Per cinquecento anni, ci siamo autogovernati attraverso la parola, e la besa. Tutto si basava sull’oralità. Per uno scrittore non conta solo scrivere bei libri, ma mandare avanti dei manifesti letterari. I tragici greci affidavano la suggestione alla parola. Oggi è scomparso l’elemento lirico e musicale, epico e civile. E’ stato il decadentismo che ha trascurato l’epica. I grandi epici non usano astrazioni; cercano di esprimere il mondo interiore con immagini e suoni molto precisi e concreti. “Noi occidentali pensiamo che tutto sia concentrato nell’essere umano, E’ questo il grande errore della psicologia occidentale: la sua soggettività. E Socrate la porta fuori. L’intera discussione psicologica è fuori”, ci insegna J. Hilman. Per dirla con le parole di Senghor, ogni libro deve essere “un parto di dolore”. Non scrivo su una progettualità, i miei libri nascono secondo varie circostanze creative.

A quando una nuova pubblicazione di poesie?

Penso il prossimo anno.

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(ISSN 1824-6648)

Gëzim Hajdari: Il poeta della migrazione

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Anno 2, Numero 11
March 2006

 

 

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