Già autore nel 1999 presso lo stesso editore parigino di un saggio intitolato Le piège ethnique, il ruandese Sehene non era in Ruanda durante il genocidio ma nondimeno riesce a denunciare tutte le trappole etniche di cui è stato vittima il suo paese. La stessa visione realistica della situazione ruandese si ritrova ora nel suo romanzo, che - occorre sottolinearlo - è la prima opera di fiction ambientata durante il genocidio del 1994 pubblicata da un ruandese e, proprio per questo, è meritevole di una particolare attenzione. Ispirata alla storia vera di un prete cattolico, rispettato notabile della sua città, che sprofonda nel giro di pochi giorni nell'abisso dell'abiezione la vicenda è narrata mediante scelte lessicali e metaforiche che concorrono, con il ricorso a una terminologia infernale e apocalittica, a restituire egregiamente quel clima di fine del mondo. Oltre ai meccanismi psicologici che portano il protagonista al crimine, la narrazione affronta anche la dibattuta questione del ruolo della Chiesa durante i cento giorni del Ruanda e più generalmente i paradossi della cosiddetta "identità etnica" e lo sterminio e l'orrore che ne sono risultati. Pur ossessionato da incubi tremendi e da sensi di colpa ambigui, il prete riesce a rifugiarsi in Francia in una parocchia di campagna, dove finisce per essere denunciato e incarcerato.