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Le parole indicibili. Intervista a Boubacar Boris Diop.

Intervista a Boubacar Boris Diop

Bologna, 14 marzo 2005

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Alessandro Corio

Alessandro Corio : Signor Diop, leggendo il suo romanzo Murambi, le livre des ossements sono rimasto letteralmente scioccato. Ho interrotto più volte la lettura perché quasi ogni pagina produceva in me un enorme conflitto; avevo la certezza che ciò che raccontate è l'orribile ed indicibile verità e che avete trovato il modo migliore per vincere la resistenza delle parole. Al tempo stesso il mio spirito e la mia razionalità si rifiutavano di accettare che tutto ciò fosse stato davvero possibile e continuavo a chiedermi: "come, perché tutto ciò è accaduto nelle strade, nelle chiese, sotto gli occhi di tutti ...". Qualcuno ha parlato di un "genocidio della prossimità" ed in effetti, se si paragona il genocidio del Rwanda con l'olocausto degli ebrei ... in quel caso lo sterminio è avvenuto all'interno dei campi, la maggior parte della popolazione civile non conosceva i particolari, tutto accadde nel mezzo di una guerra mondiale. In Rwanda, tutti si sono voltati dall'altra parte ed erano i vicini di casa che uccidevano, persino i padri o i figli. Vedo allora la necessità di un lungo processo di conoscenza e di memoria per poter comprendere ciò che sfugge alla ragione. Credo fermamente che il genocidio del Rwanda non sia un evento storico che riguarda soltanto i rwandesi e nemmeno gli africani, ma il mondo intero, l'umanità nel suo insieme ed ognuno di noi. Vorrei chiedervi, prima di parlare in modo più specifico di letteratura, qual è stato il vostro percorso personale, intimo se volete, verso la conoscenza e la comprensione di ciò che è accaduto in Rwanda.

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Boubacar Boris Diop: Sapete, oggi quando parlate con le vittime del genocidio, coi sopravvissuti che raccontano la loro storia, la domanda che loro stessi si pongono spesso è "Perché?". Non sono in grado di spiegare ciò che è successo. Hanno l'impressione che si sia trattato di una sorta di fatalità che gli sarebbe caduta addosso. Mi ricordo di aver incontrato una ragazza di nome Marina che è la vera dimostrazione che si è trattato di un genocidio della prossimità. Una ragazza di 26 anni, suo padre aveva cercato di ucciderla ma per fortuna questo non è avvenuto. Mi racconta la sua storia e mentre parla continua a ridere; rideva e piangeva al tempo stesso. Allora, questo dimostra l'eccezionalità della situazione e non è facile rispondere a questa domanda. Ora, che cosa mi ha portato ad occuparmi del genocidio in Rwanda, ciò che voi chiamate il mio "percorso personale". Bene, all'epoca degli avvenimenti, nella primavera del 1994, francamente non mi ero reso conto di nulla. E' per questo che non critico gli europei dicendo che sono stati indifferenti a ciò che accadeva. Io stesso, africano, ho pensato che il Rwanda fosse un po' come la Liberia o la Sierra Leone o l'Algeria: le persone si uccidono tra di loro e intanto noi ci guardiamo la nostra partita di calcio e poi si dirà "Oh, sono così sfortunati ...". Ecco qual è stata la mia prima reazione. Non ho capito niente! Ed il motivo di questa incomprensione è che, alla fine del genocidio, stavo scrivendo un romanzo intitolato Le Cavalier et son ombre. In questo romanzo parlavo del Rwanda, ma ne parlavo esattamente come un ignorante! Ossia, non ero bene al corrente di ciò che era accaduto, sapevo che non era giusto massacrare le persone e poi? Sono quasi soddisfatto di questo punto di vista, ho versato la mia piccola lacrima, ho fatto il mio dovere ... bene, la vita continua! Nel 1998, ho avuto occasione di recarmi in Randa, dunque quattro anni dopo il genocidio, in circostanze che sarebbero un po' lunghe da spiegare ora, non possiamo soffermarci su questo. Dunque, nel 1998 mi è stato proposto di recarmi in Rwanda con altri scrittori africani ed ho deciso di andare perché sentivo che era importante e che non avevo capito nulla. Devo confessare che, in quanto giornalista, ero d'accordo ad andare ma, in quanto scrittore, ero un po' reticente perché mi dicevo: "Oh, bene, i rwandesi si sono uccisi tra di loro, gli Hutu e i Tutsi, cosa vado a fare io laggiù? ... Lasciamo che i morti seppelliscano i morti... come dice il Vangelo". Poi, malgrado tutto, decido di andare e là ho avuto la fortuna di avvicinarmi ... sono venuto con dei pregiudizi, ma li ho lasciati da parte, ho messo tutto tra parentesi ed ho cominciato a guardare, ho cominciato ad ascoltare, ho cominciato a leggere, ho cominciato davvero a rimettere in questione me stesso e i miei giudizi e, nel giro di poco tempo, mi sono reso conto di una prima cosa. Mi sono reso conto che, nel mondo moderno, nel mondo delle tecnologie e delle telecomunicazioni, succede una cosa molto strana: si possono uccidere 10000 persone al giorno per tre mesi e in diretta alla televisione, tutti ne parlano, ma nessuno ne resta colpito! E' qualcosa di magico e di bizzarro, non si può nemmeno dire che non se ne parli, perché del Rwanda si è parlato molto, se n'è parlato tutto il tempo. Quando arrivi là ti rendi davvero conto che, in fondo, la caratteristica principale della stampa internazionale non è quella di mentire nascondendo i fatti, ma di mentire bombardando le persone di fatti! E si bombardano le persone di fatti allo stesso modo in cui si mandano in tilt i computer, sovraccaricandoli di dati e di messaggi così che, ad un certo punto, non capiscano più niente. In fondo, per quanto riguarda il genocidio, è accaduto un po' questo e poco a poco comincio a comprendere. Per prima cosa misuro l'enormità della catastrofe, misuro il suo carattere di unicità, anche nelle crisi africane. Il Rwanda non ha niente a che vedere con tutto il resto! Capisco meglio i meccanismi politici e culturali che sono stati messi all'opera in questo lavoro di distruzione, in questa "soluzione finale". Soprattutto, il genocidio non sono soltanto delle cifre e delle idee, ma ho la possibilità di parlare con delle vittime, vedo il loro volto che mi trasmette delle sofferenze autentiche. Di conseguenza, mi sono rimesso in questione e mi sono detto: "Ascolta Boris, sei un giornalista, hai studiato filosofia, sei uno scrittore eppure non hai capito nulla. Come può comprendere l'africano medio?". In quel momento ho avuto vergogna di me stesso e mi sono detto che in fondo, nelle scuole, non si impara niente. Non si impara nemmeno a guardare la realtà. Ripeto che ciò che è sconvolgente nel genocidio è che tutto è là, sotto gli occhi, ma nessuno vede niente! Si, è tutto là ...

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Gabriella Ghermandi: Sì, ma nessuno ha risposto alla domanda "Perché?". Inoltre, siamo stati bombardati dai messaggi, ma solo da quelli di tipo "economico", perché l'informazione è una fonte puramente economica. Possiamo ricevere immagini forti, possiamo vedere gli occhi delle persone in televisione, ma non sappiamo niente perché non capiamo niente di ciò che accade. E' una comunicazione vuota.

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B.B.Diop: Sono assolutamente d'accordo.

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A.C.: Si, l'informazione è completamente piatta. Se lo domandate ad un italiano, credo che il 90-95% non sappia nemmeno dove si trova il Rwanda e credo che sia all'incirca il 99% che non sa nulla di ciò che è accaduto. Forse l'associazione Rwanda-genocidio, ma non più di questo è passato attraverso i media.

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B.B.Diop: Nonostante questo, io sono ancora ottimista. Mi dico sempre che la memoria di un genocidio è una memoria paradossale, perché più passa il tempo e meno si dimentica. Prendiamo il caso della Shoà e di Primo Levi. Quando scrive i suoi libri al ritorno dai campi di sterminio, nessuno li vuole pubblicare, tutti gli editori gli rispondono "no". Poi, poco a poco la riflessione sulla Shoà si è imposta e penso che, anche per il Rwanda, stia avvenendo un po' la stessa cosa. Sia durante il genocidio che due o tre anni dopo, nessuno ne ha parlato. A partire dal decimo anniversario però, si sente davvero che le persone hanno capito che qualcosa di davvero importante è accaduto. Mi trovavo negli Stati Uniti in ottobre e ho visto un'intervista a Bill Clinton alla televisione. Gli domandavano che cosa si rimproverava maggiormente di quando era alla presidenza e lui ha risposto : "Mi dispiace di non aver potuto fare nulla per il Rwanda". Ciò vuol dire che ... sì, se lo avesse detto prima avrei detto che si trattava di qualcuno che cerca di piacere all'opinione pubblica. Ma oggi non è più presidente e ha terminato la sua carriera politica ed il Rwanda non è che un piccolo paese senza importanza. Allora, perché Bill Clinton ha detto questo? Inoltre, in questo momento sono usciti molti film e io credo che, malgrado tutto, nella coscienza umana si trovi l'idea di ciò che è successo in Rwanda e del perché! E' per questo che mi reputo ottimista. Se ne parla sempre di più.

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A.C.: Possiamo anche affermare che la memoria è una "costruzione" e quindi può accrescersi piuttosto che indebolirsi ...

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B.B.Diop: E' proprio questo che manda in collera, il fatto che la memoria sia una costruzione e questo vuol dire che non possiamo parlare di genocidio se non sulla durata; ciò significa che, nel momento in cui il genocidio ha avuto luogo, in generale nessuno ha voluto saperne nulla! Inoltre, il fatto che si tratti di una costruzione sulla durata significa che, come nel caso della Shoà, il crimine è stato commesso dai genitori, ma sono i figli che portano il peso del crimine. Sono loro che oggi si interrogano sui crimini commessi dai loro genitori. Allora, ci vuole del tempo perché si cominci a rompere il silenzio e l'indifferenza.

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A.C.: E' così che, nel vostro romanzo, è il figlio a scoprire che il padre è stato l'organizzatore dell'eccidio nella scuola tecnica di Murambi; si credeva innocente, ma è coinvolto dal crimine del padre.

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G.G.: Vorrei chiederti una cosa. Sono per metà italiana; mia madre è eritrea ed io sono cresciuta in Etiopia. Sai che, tra Eritrea ed Etiopia, c'è stata una lunga guerra che in parte sta continuando oggi. Ho una certa idea del perché, ma nessuno conosce le reali motivazioni del conflitto. E' lo stesso per il Rwanda? Puoi immaginare il perché ma non riesci veramente a trovare una risposta?

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B.B.Dio: Ma tu hai detto che sai perché ciò è accaduto tra Eritrea ed Etiopia ...

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G.G.: Sì, io penso che sia una conseguenza del colonialismo! Quando Menelik, l'imperatore dell'Etiopia, ha venduto un pezzo dell'Eritrea ad una compagnia navale per poter acquistare le armi con cui poi ha vinto la battaglia di Adua. Ha venduto l'unica cosa che era vendibile agli stranieri, la baia di Assab che era un porto importante e con i soldi che lui a preso ... *

B.B.Diop: Ora capisco!

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G.G.: ... e con i soldi che ha ricavato ha acquistato le armi con cui ha vinto la battaglia di Adua. In seguito questa compagnia ha venduto quel pezzo di terra al re d'Italia. Da questi fatti è cominciata la colonizzazione italiana. Così gli abitanti dell'Eritrea si sono sentiti venduti come schiavi al re d'Italia. Questo è accaduto nel diciannovesimo secolo, ma l'odio oggi non si è ancora spento.

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B.B.Diop: Nello stesso momento la stessa cosa è accaduta in Rwanda. Voglio dire che, anche in Rwanda, il colonialismo è stata la causa principale. Questo significa che dobbiamo fare un paragone tra il Rwanda da una parte e l'Eritrea e l'Etiopia dall'altra. C'è una guerra in Etiopia che continua fino ad oggi, ma nessuno ne conosce le ragioni. Avete appena spiegato che le ragioni sono da cercare nella colonizzazione. Io penso che, anche nel caso del Rwanda, è sempre alla fine del XIX secolo che si trovano le radici di ciò che accade oggi. E' la stessa base: si tratta della colonizzazione! Lavoro molto su questo tema. Oggi, quando dite che è la colonizzazione che ha trasformato il Rwanda e che ha fatto in modo che, nel 1994, vi siano stati un milione di morti, gli europei non vogliono sentirlo. Non vogliono.

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A.C.: Gli europei pensano che la colonizzazione sia finita nel 1945, anche prima. Questo non corrisponde alla verità perché, se gli Hutu uccidono i Tutsi è proprio perché il discorso e la pratica del potere coloniale ha imposto la distinzione etnica tra Hutu e Tutsi. Non sanno nemmeno ci è Hutu e chi è Tutsi, se non guardano sulle loro carte d'identità etniche, introdotte dai Belgi. Non c'è altro modo di distinguerli, perché hanno la stesa lingua, la stessa cultura, lo stesso di...

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G.G.: E' la stessa cosa che è accaduta tra Eritrea ed Etiopia, due regioni che si odiano per conseguenza del colonialismo. Gli anziani del mio paese dicono che Dio ha detto che se non smettono di odiarsi gli uni con gli altri trasformerà la loro terra in polvere, dove correranno solo i topi!

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B.B.Dio: potrei raccontare molte storie che evidenziano quest'aspetto, ma ciò che è importante sapere è che, prima della colonizzazione, il Rwanda non era una società giusta ed equilibrata, per niente. Era una società nella quale la minoranza, i Tutsi, dominava la maggioranza, gli Hutu. Questo è chiaro: si trattava di una dominazione politica. Gli Hutu sono lavoratori della terra, agricoltori; i Tutsi sono allevatori. Malgrado questa dominazione politica, peraltro più complessa di così, per molti secoli non vi sono stati massacri né uccisioni. C'era un equilibrio nella società. Ad un certo punto nel romanzo c'è una donna, Jessica, che dice: supponiamo che in passato i Tutsi siano stati molto crudeli e criminali nei confronti degli Hutu; questo non è vero, ma supponiamolo. Questo da forse oggi ai discendenti il diritto di dire che bisogna uccidere tutti i Tutsi? Ed aggiunge: è come se, dopo la fine dell'Apartheid, si fosse detto: "I neri hanno sofferto per tre secoli. Adesso dobbiamo uccidere tutti i Bianchi!". Nessuno lo accetterebbe. C'è qualcosa di assolutamente ingiusto in tutto ciò.

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A.C.: Nel film Hotel Rwanda, appena uscito nelle sale, c'è un personaggio, Romeo Dallaire, che è il capo della missione dei caschi blu dell'ONU in Rwanda. Ad un certo punto esclama: "Tutto questo accade perché siete degli africani, dei negri! E' la verità e dovete accettarla. Tutti i Bianchi sono stati evacuati e voi resterete soli perché siete dei negri!". Anche se questo è un tabù del linguaggio politico, è la verità.

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B.B.Diop: Sapete, Dallaire ha detto anche un'altra cosa che non è riportata nel film (una produzione americana n.d.r). Egli dice che, durante questo periodo, ha parlato con un generale americano che gli ha detto: "Noi Americani non interverremo che ad una condizione: la vita di un soldato americano, secondo l'opinione pubblica, vale all'incirca come la vita di 89000 civili rwandesi". Ha detto proprio questo. Ed oggi, in Rwanda, c'è una nuova definizione di negazionismo. Quando si considera il negazionismo nel caso della Shoà, i negazionisti dicono che i campi della morte non sono mai esistiti e che non ci sono mai state camere a gas. Allorché le persone vogliono negare il genocidio del Rwanda non dicono che non è vero. Dicono che è vero, che tutto ciò è accaduto, ma che non è stato così importante. E' questo il problema. Dunque, il negazionismo nel caso del Rwanda si pone come un'affermazione. I negazionisti non negano. Dicono che è vero, ma aggiungono che in Africa le persone se non muoiono in un genocidio ... Sì, è la famosa frase di François Mittérand. Nel 1994, i suoi consiglieri gli hanno detto: "Signor presidente, ciò che stà accadendo in Rwanda oltrepassa i limiti ed è molto pericoloso per la Francia d'essere così schierata dalla parte degli assassini!". François Mittérand ha risposto: "In quel paese un genocidio non rappresenta per nulla un problema". E' questo che ha detto.

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A.C.: Al centro del vostro romanzo, quando Cornelius scopre che suo padre è stato uno dei responsabili dell'eccidio di Murambi, non piange. Comincia a ridere. Tutto ciò è talmente paradossale ed inconcepibile che l'unica reazione possibile è uno scoppio di risa, che è ancora più tragico della disperazione totale. Non riuscivo a capire, ma adesso comprendo. E' l'abisso più nero. Tutto questo oltrepassa la ragione.

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B.B.Diop: Ho visto varie volte delle persone in Rwanda che raccontavano ciò che gli era successo durante il genocidio e ridevano, perché era l'unico modo di tollerare questa assurdità. Per esempio, ho letto in un libro di una sopravvissuta che si chiama Yolande Mukagasena,(1) che c'è una persona che le ha detto: "Ho ucciso trecento persone, ma mi ricordo soltanto della prima". Ad un certo punto si diceva che, nelle prigioni del Rwanda che erano sovraffollate perché c'erano più di centomila prigionieri, erano costretti a liberare delle persone, quindi hanno deciso di liberare coloro che avevano ucciso meno di cinque persone. E' l'orribile verità. Nel romanzo, ci sono cose che non ho voluto inserire perché erano troppo orribili. Ad esempio, ho incontrato questa donna, che nel romanzo si chiama Rosa Karemera, che ci ha raccontato un episodio orribile. Ha raccontato di una donna il cui figlio era un prete. Lei era là ed ha assistito a tutto. I miliziani hanno costretto il prete ad avere un rapporto con sua madre di fronte a tutti, in pubblico. Poi, hanno ucciso la madre. Raccontando l'episodio ha aggiunto: "Fortunatamente poi hanno ucciso anche il figlio!". La domanda che tutti si fanno, e che ognuno dovrebbe farsi oggi è: "Che cosa stavo facendo mentre tutto questo è successo?". A mio avviso, gli africani sono in una posizione molto negativa rispetto al genocidio: si sono mostrati indifferenti! Noi, gli africani, siamo stati i primi a mostrarci indifferenti. C'è stata una sola eccezione: Nelson Mandela. E' stato il solo a gridare: "Attenzione a quello che sta succedendo in Rwanda!". Si dice che l'Africa è il continente dell'odio dell'altro, ma non è vero. Direi piuttosto che l'Africa è il continente dell' odio per sé stessi e le radici di quest'odio sono legate all'alienazione coloniale. Non ci sono mai stati problemi con gli europei o gli americani, ossia gli ex-colonizzatori. E' ciò che rende l'Africa un continente così paradossale. E' un continente che si dimostra accogliente per chi viene da fuori, ma si odia colui che ci sta accanto! Per me questo è l'odio dello "stesso". E' questa la base del problema; significa che abbiamo vergogna di noi stessi. Odio l'altro non perché è diverso da me, ma perché mi assomiglia! Ed è me stesso che odio attraverso lui. Bisogna risolvere innanzitutto questo problema.

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A.C.: Sì, credo che questa sia proprio la struttura dell'alienazione coloniale in Africa. Vi sono molte differenze, ma questo è un denominatore comune. La colonizzazione africana non ha avuto bisogno di molti uomini né di molte armi, perché ha sfruttato le differenze, gli odi e la volontà di potere degli africani gli uni sugli altri per dominarli! Il Rwanda è soltanto una delle conseguenze più visibili. Pensiamo anche alla Liberia, alla Sierra Leone, all'Eritrea oppure alla Somalia. Quando il potere coloniale si è spostato all'esterno (non è scomparso del tutto!) con la decolonizzazione, tutte le tensioni che si erano accumulate all'interno in conseguenza a secoli di dominazione dell'uomo bianco si sono scatenate!

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B.B.Diop: Non si possono distinguere tra loro. Prima, forse, era possibile, ma oggi ci sono stati così tanti matrimoni misti che questa distinzione non conta più. Se lei parla con qualcuno, comprende che è Tutsi, ma se guarda sui libri di storia si rende conto che è Hutu. E le persone si sono uccise per questo!

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A.C.: Primo Levi aveva detto, dopo l'olocausto, di aver scoperto la propria identità ebrea solo col genocidio. Non che non sapesse di essere ebreo, ma prima si sentiva italiano. Questo è paradossale e al tempo stesso rivela chiaramente come l'identità etnica sia una costruzione culturale. La costruzione dell'identità ebraica è storicamente più forte. Si è ebrei se si è figli di madre ebrea. Per gli Hutu e i Tutsi non è nemmeno questo. E' una costruzione al cento per cento.

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B.B.Diop: Sì, è una distinzione completamente inventata. Ma, perché si parla di Primo Levi, c'è un suo passaggio, credo che si trovi ne I sommersi e i salvati, dove ad un certo punto parla dei nazisti nei campi e li insulta; per insultarli utilizza una parola molto strana: "Pigmei". Lo ho notato perché sono africano. Questo per dire fino a che punto, nella coscienza umana, in ognuno di noi, c'è un angolo morto di questo tipo. Là, parlando della Shoà, di tutto ciò che ha sofferto, del rispetto che si deve all'essere umano, lo dice con una tale sincerità e poi "Hop!", salta fuori una parola ... E' terribile tutto ciò.

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A.C.: Anch'io ho notato in Primo Levi qualcosa di inspiegabile della natura umana. Ci racconta come, durante i processi ai nazisti ed alle SS che hanno seguito il genocidio, molti di loro avevano completamente dimenticato quello che era accaduto, quello che avevano fatto. E' paradossale! E non mentivano consapevolmente; il loro inconscio aveva rimosso tutto ciò dalla loro memoria!

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B.B.Diop: E' come quello che dice: "Ho ucciso trecento persone, ma mi ricordo solo del primo".

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A.C.: Questo è paradossale, che se qualcuno dice delle menzogne si può riconoscerlo o, per lo meno, ci sarà un senso di colpa che resta nascosto da qualche parte. Ma in quel caso il potere della rimozione era talmente forte che non mentivano quando dicevano che tutto ciò non era esistito, perché era stato cancellato dalla loro mente.

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G.G.: Vorrei farti alcune domande, ma prima devo spiegarti qualcosa. Sono in partenza per l'Eritrea, per casa di mia madre. Mia madre è una vittima della colonizzazione italiana, e a causa di ciò sono cinquantacinque anni che non torna al suo villaggio. Ora ha settantasei anni e mi ha chiesto di riportarla a casa ed ora ho organizzato tutto. Sono cresciuta in Etiopia, ma non ho un buon rapporto con l'Eritrea, questo a causa della colonizzazione. Mia madre è cresciuta con l'idea che avrebbe voluto essere bianca e non voleva essere eritrea perché aveva sofferto molto. Questa è una conseguenza dell'apartheid e della deculturazione prodotte dal colonialismo italiano. Anche dopo la guerra, molti anni dopo la fine della colonizzazione, molti neri volevano diventare bianchi. Così mia madre si spostò in Etiopia perché in Etiopia non c'era razzismo. Per questo non ho mai avuto un buon rapporto con l'Eritrea, non mi è stato trasmesso. L'Eritrea resta qualcosa di molto distante da me. Ora, vorrei chiederti alcune cose. So che hai scritto un romanzo in wolof. Anche Pap mi ha detto: "Per favore, dì a Boubacar che ho il suo libro a casa, ma che non riesco a leggerlo molto bene perché il suo wolof è troppo difficile per me. Il mio è un wolof di strada!". Presumo che la tua decisione di non scrivere più in francese e di cominciare a scrivere in wolof sia anche una conseguenza della tua esperienza in Rwanda. Ma Pap mi ha detto che, secondo lui, questo non è un libro per la gente wolof, ma qualcosa per te. E' come un passo nella tua personale evoluzione di scrittore. Vorrei capire meglio le motivazioni della tua scelta di questa lingua e se in futuro hai intenzione di continuare a scrivere in wolof.

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B.B.Diop : Innanzitutto, spero che continuerò a scrivere in francese, anche se adesso non ne ho molta voglia. Dunque non ho detto: "Adesso smetto di scrivere in francese". Continuerò, forse, perché una lingua, anche quando ci è stata imposta, è qualcosa di buono, ci permette di comunicare. Penso comunque che le cose più importanti per me le scriverò nella mia lingua madre, che è il wolof. Ho sempre pensato che scrivere nella propria lingua madre sia una cosa positiva, ma al tempo stesso ho sempre pensato che non ne sarei stato capace. Un po' come Pap Khouma adesso. Ma, quand'ero in Rwanda, ho visto davvero fino a che punto la questione culturale sia importante. Mi sono reso conto che il fatto che non siamo ancora indipendenti dalla Francia è estremamente pericoloso e che l'indipendenza vera e propria è l'indipendenza culturale. Ed io dico sempre che, senza la lingua, l'identità gira a vuoto. L'identità senza lingua è un'identità cava e vuota. Ho cominciato a scrivere nella mia madrelingua che è il wolof. All'inizio era molto difficile, ma ho insistito, ho forzato e sono felice di aver scritto questo libro in wolof! E sono sicuro che, se Pap si fermasse e decidesse di scrivere in wolof, si renderebbe conto che non è la stessa cosa. Adesso dice che il mio wolof è troppo sostenuto, ma non è per niente così. Anche il mio è un wolof della città, è molto semplice, ma è la struttura del romanzo che è estremamente complessa. E forse il fatto che lui viva da lungo tempo in un altro contesto linguistico costituisce il suo vero problema. Lui si trova in un contesto linguistico italiano. Io vivo in Senegal, in un contesto linguistico dove si parla la mia madrelingua. La grande differenza di cui mi sono reso conto, dopo aver scritto dei romanzi in francese e questo romanzo in wolof, è che quando scrivo in francese scrivo con delle parole, mentre quando scrivo in wolof scrivo con delle sonorità. Non è la stessa cosa.

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G.G.: Io sono sia italiana che amari, ma quando penso in italiano è qualcosa di mentale e di razionale, quando penso in amari è qualcosa di più emozionale e sensuale.

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B.B.Diop: Spesso resto solo. Mi piace stare da solo e quando resto solo per qualche giorno comincio anche a parlare da solo e parlo sempre nella mia madrelingua. Perché questo viene da molto lontano. Penso che non si debba nemmeno credere che il fatto di ritornare alla propria lingua madre risolva tutti i problemi! Vi sono molte difficoltà e forse se ne deve parlare.

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A.C.: Perché ha detto che non vuole che il suo ultimo romanzo venga tradotto in francese o in altre lingue?

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B.B.Diop: No, solamente in francese. Perché il Senegal è un paese francofono. Se voi proponete nelle librerie il libro in francese e in wolof, la cosa più semplice per le persone è leggere il romanzo in francese e così il libro in wolof morirebbe a poco a poco. Ecco, è per questo. Qui, in Italia o in Germania i senegalesi non leggono in italiano o in tedesco, dunque non è un problema. In Senegal, se tutti leggono in francese e gli diamo il libro in francese è la fine, perché per loro è più semplice. Effettivamente, in questo momento il libro sta per essere tradotto in francese, vi sono due persone che lo traducono in francese, ma gli ho detto che, quando avranno terminato di tradurlo, lo si terrà da parte. Lo si potrà pubblicare, ma più tardi, tra cinque o sei anni. Bisogna prima che il libro si affermi nella lingua in cui è stato concepito. Perché è anche una lotta politica. Perché è come se le persone mi dicessero: "Ah, è molto importante che tu scriva in wolof, vuol dire che possiedi una cultura nella tua madrelingua. Bravo! Ma adesso, dacci il libro in una vera lingua".

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G.G.: Dunque, se ho ben compreso, è un modo per te di fare un passo indietro rispetto alla colonizzazione e all'alienazione culturale che passa anche attraverso la lingua e di restare in Africa, di scrivere per l'Africa in un modo impegnato. E' una pratica di decolonizzazione.

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B.B.Diop: Assolutamente sì, sono d'accordo; si tratta di una scelta politica. Ed ora, tutti i crimini del continente africano, li leggo attraverso la colonizzazione.

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A.C. : Questo ritorno all'Africa significa un ritorno all'Africa precedente la colonizzazione, oppure, come credo, questo non è possibile e si tratta di ricostruire una "nuova Africa", separandosi dal potere politico ed economico, ma anche culturale dell'Occidente?

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B.B.Diop: Ho appena scritto un articolo sulla Costa d'Avorio su Le Monde Diplomatique del mese di marzo e lì spiego la crisi della Costa d'Avorio sottolineando il ruolo della Francia. Per me si tratta di una lotta politica, cioè penso che sia soprattutto una lotta di liberazione. Ma, come ha mostrato Amilcar Cabral, una lotta di liberazione politica non è possibile senza una lotta di liberazione culturale. Le due cose vanno di pari passo. Ed oggi non si tratta di dire: "Ritorniamo all'Africa di prima della colonizzazione". No, bisogna essere nel mondo moderno, ma apportando la propria forza, credendo in sé e poi sapendo che, in fondo, i nostri problemi possono trovare soluzione da noi. Ma il grande problema in Africa oggi è che, se da un lato si critica la colonizzazione con la mano sinistra, al tempo stesso si utilizza la mano destra per domandare. Ma se voi criticate senza avere dignità e fierezza, si dirà: "Sì, critica, ma al tempo stesso prende ciò che gli si dà". Ma sono ottimista e a volte penso che in Africa, in questi ultimi tre anni, soprattutto nel mondo anglofono, la situazione sta a poco a poco migliorando. C'è ancora molta corruzione, povertà e ingiustizia, ma se facciamo il paragone con dieci - quindici anni fa, si ha l'impressione che dei paesi come il Kenya, il Ghana, la Tanzania, l'Uganda, stiano lentamente migliorando. Purtroppo non è la stessa cosa per i paesi francofoni.

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G.G.: Sono rimasta molto sconvolta da una cosa. La Francia è, insieme alla Germania, l'unico paese europeo ad essersi opposto alla guerra globale di Bush, dimostrando un sincero attaccamento agli ideali democratici europei. Questo però stride fortemente con le orribili implicazioni di questa nazione (post)coloniale in quello che è accaduto in Rwanda e che sta accadendo oggi in Congo. Mi rendo conto che queste differenti scelte geopolitiche non sono altro che strategie che nascono da interessi di tipo politico-economico, e non da sinceri ideali democratici.

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B.B.Diop: Sì, sono d'accordo. A proposito delle implicazioni dello stato francese nel genocidio del Rwanda, vi consiglio di leggere un testo sconvolgente, intitolato L'horreur qui nous prend au visage : l'état français et le génocide au Rwanda, edizioni Karthala, Parigi. Vi consiglio davvero di leggerlo. E' scritto da dei francesi, non da degli africani. Si tratta di un processo e contiene molte testimonianze. Si tratta di testimonianze raccolte in Rwanda e in Francia sul ruolo della Francia nel genocidio. E' un libro di seicento pagine, estremamente importante.

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A.C.: Non si conosce molto a proposito delle implicazioni del potere nel genocidio; si è parlato del ruolo del figlio del presidente Mitterand e di altri uomini di potere del governo francese. Vorrei percorrere adesso questo tema delle responsabilità "esterne" nel genocidio. Ho identificato almeno cinque soggetti che hanno partecipato direttamente o anche passivamente al genocidio: la Francia, l'ONU, il Belgio, gli Stati Uniti, la comunità internazionale, la chiesa ecc. Ad un certo punto, il personaggio del Dottor Joseph Karekezi afferma cinicamente: "Ciò che è successo in Rwanda è, che questo vi piaccia o no, un momento della storia della Francia nel ventesimo secolo". Qual è stato il ruolo di questi attori politici? Ci troviamo ancora oggi, secondo voi, in pieno colonialismo?

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B.B.Diop: Sì, innanzitutto, a mio avviso, bisogna evitare le posizioni caricaturali come "Sì, i rwandesi non hanno fatto niente, vivevano tranquillamente e poi gli altri sono arrivati, gli hanno dato le armi e loro si sono uccisi". E' troppo facile dire così. Credo che i rwandesi debbano accettare, lo ho detto d'altra parte nel romanzo, la responsabilità della loro storia. Devono accettarlo. Ma vi sono anche persone che hanno un'altra posizione caricaturale. Dicono: "Ah, no! Non questo. Lasciate gli occidentali tranquilli. Là gli africani si uccidono e poi dicono che siamo noi!". Anche questa è una caricatura. Credo che il mondo sia governato da forze terribili e che il miglior modo di contrastare queste forze sia veramente quello di riflettere molto lentamente e con oggettività e serenità. Se ci si sbilancia da un lato o dall'altro è la stessa cosa; sono due opposti che si toccano. Bisogna vedere quali sono i meccanismi e, per me, bisogna cercare quali sono i fatti nella storia. Non bisogna giudicare le persone sulla semplice base della loro nazionalità, perché, se sono francesi, diranno "Sì, i colonizzatori belgi ... " ecc; è troppo filosofico. E' un processo molto lungo, che bisogna portare avanti a piccoli passi. Il processo storico che ha condotto al genocidio è cominciato, per quello che ho letto nei libri, nel 1959, con l'indipendenza che è avvenuta in certe condizioni. Vi sono state molte date importanti, ma una delle più importanti è il 5 luglio 1973, quando ha avuto luogo il colpo di stato. Habyarimana prende il potere, i belgi si ritirano un po' ed i francesi diventano i padroni del Rwanda. E' il governo francese che ha sostenuto il colpo di stato. L'aereo sul quale Habyarimana è morto era un aereo militare del presidente Mitterand. E' ancora un enigma storico, ma forse si scopriranno i responsabili: si accusa l'FPR, si accusa l'Hutu Power, si accusa la Francia. Sono i tre sospettati. La questione è affrontata nel libro, ma mi sono rifiutato di dare una risposta definitiva. Bisogna cercare, ma questo è molto difficile. Comunque, dopo il 1973 è la Francia che ha formato l'esercito rwandese, che ha addestrato le milizie, i militari, che ha comprato le armi, che ha sostenuto il paese all'ONU, ha fatto davvero tutto. E quando si è reso evidente che i protetti della Francia avrebbero perso il potere, nel 1994, hanno organizzato l'Opération Turquoise che ha permesso di condurre al potere l'FPR. E' quindi il governo che ha organizzato il genocidio; sono dei francesi ad affermarlo nel libro di cui vi ho parlato, non io. E' l'ambasciata di Matignon che ha organizzato tutto. E come si può chiamare tutto ciò? Ora, dopo aver enumerato le responsabilità, si possono cercare le ragioni.

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A.C.: Dunque, il presidente ed il primo ministro francesi erano al corrente di tutto quello che stava accadendo?

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B.B.Diop: Tutto ... tutto ... tutto. Una sola volta sono intervenuti. L'Hotel Milles Collines, di cui si parla nel film, apparteneva al Belgio, alla Sabena. C'erano molti rwandesi rifugiati lì.

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A.C.: Sì, viene detto nel film; è il capo della Sabena che chiama il governo francese e parla con l'ufficio del primo ministro ed è quest'ultimo che, attraverso una catena di comandi, all'ultimo momento fa rientrare le milizie.

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B.B.Dio: Questo mostra molto bene il potere della Francia; questo è successo soltanto perché l'Hotel apparteneva al Belgio. Ma non credo che il governo francese abbia detto: "Bene, c'è un genocidio, lo sosteniamo". No. In Rwanda è nel '59 che si è cominciato ad uccidere. E sono stati dei massacri. A volte hanno ucciso 5000 persone, a volte 30000, negli anni '70 hanno ucciso 200000 persone, ma è sempre passato sotto silenzio. Tutto ciò è una tragedia della decolonizzazione, una tragedia post-coloniale. Ma non tutti i processi di decolonizzazione hanno portato ad un genocidio. Non vi sono state buone decolonizzazioni, ma qui la questione è se ci sono stati o no dei genocidi, sia quali sono le conseguenze della decolonizzazione. Voglio anche segnalarvi una cosa. Il primo occidentale ad aver parlato di genocidio in Rwanda, e non lo avevano ascoltato, è stato il filosofo Bertrand Russel. Quello che aveva voluto i tribunali sulla guerra del Vietnam. E aveva detto questo sulla Radio Vaticana. Era il 1961.

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A.C. : Per quanto riguarda l'espressione "genocidio", so che, nel 1994, non è stata utilizzata fino al mese di giugno, mentre veniva utilizzata soltanto l'espressione "atti di genocidio", per esplicito ordine degli Stati Uniti di non utilizzare questa definizione perché, secondo la convenzione di Ginevra, questo avrebbe costretto l'ONU ad intervenire.

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B.B.Diop: Sì, era la metà di giugno e i massacri sono terminati il 14 luglio, dunque restavano solo tre settimane; era quasi terminato. In effetti gli americani non volevano che si pronunciasse la parola "genocidio". Vedevano tutto attraverso i loro satelliti, esistono molti filmati effettuati dai satelliti americani. Ma il problema degli americani era che, se si fosse utilizzata la parola "genocidio", sarebbero dovuti intervenire. In Somalia, diciotto soldati americani erano stati uccisi e trascinati per le strade di Mogadiscio. Questo aveva traumatizzato l'opinione pubblica americana. Hanno detto: "Non vogliamo entrare in questa storia". L'opinione pubblica è troppo importante, è questo che gli ha impedito di intervenire! Tutti gli storici sono d'accordo su questo, compresi gli storici americani. Sappiamo bene, anche vedendo quello che accade oggi in Iraq, che un morto americano vale come diecimila morti iracheni.

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A.C.: Potete spiegarci l'occasione che ha portato al progetto " Écrire par devoir de mémoire " , chi ha partecipato al viaggio in Rwanda, che cosa avete fatto là, come avete raccolto i dati e le testimonianze ecc.? Siete ritornati in Rwanda in seguito? Come ha reagito il pubblico rwandese al vostro romanzo?

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B.B.Dio: L'idea è partita nel 1995 a Lille, nel nord della Francia, dove ogni anno si svolge una manifestazione letteraria che si chiama "Fest'Africa". Ci trovavamo là quando, in Nigeria, hanno ucciso lo scrittore Ken Saro-Wiwa. L'abbiamo appreso a Lille e tutti siamo rimasti molto scioccati, perché alcuni conoscevano bene Ken Saro-Wiwa. Poi ci siamo detti che l'implicazione degli scrittori africani nei problemi del continente non è sufficiente, perché si scrivono dei libri, si scrivono nelle lingue straniere, sono poche le persone che li leggono e questo è davvero poco efficace. Che cosa si può fare per arrestare la mano dei dittatori? Non abbiamo trovato delle risposte, ma abbiamo continuato a riflettere e, dopo aver lasciato Lille, ci siamo resi conto che, comunque, la cosa più grave accaduta in Africa era il Rwanda. E nessuno di noi aveva davvero scritto qualcosa su questo argomento. Io avevo scritto, ma ci ero passato di fianco, non avevo davvero capito. Allora ci siamo detti che quello che dovevamo fare era andare in Rwanda e, una volta là, provare a testimoniare, a scrivere. D'altronde, all'inizio, si era detto: "Quelli che hanno voglia di scrivere scrivano. Chi non vuole è libero di farlo". C'erano un autore del Kenya, un autore del Senegal, anche due autori del Rwanda, di cui uno viveva a Roma, Jeanne-Marie Vianney Rurangwa, poi un autore di Gibuti, uno della Costa d'Avorio, un autore del Burkina Faso, due autori del Ciad. Vi consiglio soprattutto di leggere il libro di Koulsy Lamko, che si intitola La phalène des collines e che considero un ottimo libro.

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A.C. : Lei ha cambiato completamente modo di scrivere passando da Le Cavalier et son ombre a Murambi; vorrei chiederle di parlare un po' del suo percorso letterario per capire che cosa è cambiato nel suo modo di scrivere con l'esperienza del Rwanda, per esempio nella complessità dei personaggi, nella lingua, nella struttura del racconto ecc.

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B.B.Dio: Spete, quando eravamo in Rwanda e quando dicevamo alla gente che eravamo degli scrittori e che eravamo venuti per sapere quello che era successo e per testimoniare, ci hanno detto: "D'accordo, ma non dovete scrivere dei romanzi!", perché per loro, ciò che era davvero importante era far comprendere. Quindi era impossibile scrivere Murami come avevo scritto Le Cavalier et son ombre. In quel caso ero immerso nel gioco letterario, avevo a che fare con dei personaggi; con murambi avevo a che fare con delle persone! Non è la stessa cosa. E delle persone con le quali avevo parlato. Ho parlato con loro e sapevo che quelle persone avrebbero fatto parte del mio libro. Quindi dovevo rispettare la loro sofferenza, dovevo veramente trovare le parole più semplici. Era anche una scrittura d'urgenza, e questo spiega perché il libro ha una struttura così semplice: era necessario soprattutto far capire! Ho anche scritto questo libro pensando alle persone più giovani di me. Per me era molto importante ed è per questo che il testo non è soltanto molto semplice, ma anche molto ritmato. Non ci sono frasi molto lunghe, cose troppo complicate. E' molto semplice. Volevo che i giovani di diciotto anni, di vent'anni ecc. lo leggessero senza annoiarsi; che, anche se dopo averlo letto non hanno capito il Rwanda, che almeno gli trasmettesse il desiderio di comprendere. Mi ricordo che, quando ho terminato di scrivere il romanzo, ho scritto una mail ad un amico dicendogli: "Ho appena terminato Murami; è un libro che ho scritto con molto cinismo". E gli ho spiegato che cosa voleva dire. Per me il cinismo significava che avevo scritto Murami con molto disprezzo per la critica letteraria e per la letteratura. Vedete, ne Le Cavalier et son ombre c'è una sorta di labirinto letterario, c'è un racconto oscuro ma delizioso perché si gioca a nascondino con le storie, ci si perde nel gioco narrativo ecc., era scritto per il piacere del testo...

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A.C.: Anch'io in Murambi ho percepito lo sforzo di arrivare ad una scrittura quasi "depurata", con delle frasi molto brevi che dicono tutto ciò che bisogna dire, senza lasciare nulla di ambiguo, senza nascondere nulla; si percepisce davvero lo sforzo di oltrepassare il muro delle parole. Il narratore dice, ad un certo punto: "Tutto questo è assolutamente incredibile. Anche le parole non possono andare oltre. Anche le parole non sanno più che cosa dire".

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B.B.Diop: Se si trattasse di musica, potrei dire che ho scritto "un tono sotto". Così, sapete, il lettore abituale ha voglia di credere che le cose che si leggono sono immaginarie! Così può dormire tranquillo. Se avessi raccontato certe cose, il lettore avrebbe detto: "Ah, ma ha molta immaginazione! Ma tutto questo non è vero per fortuna". L'essere umano ha voglia di credere che il mondo funziona bene. Le persone vogliono guardare le partite di calcio, vogliono restare con la loro famiglia ecc. Noi abbiamo la tendenza a fuggire dalla realtà. E se voi siete là e raccontate tutte quelle cose assolutamente orribili, la gente si dirà: "Questo non è possibile!". Ed io volevo veramente, con dei fatti molto semplici, dare l'impressione che tutto ciò è vero. Era importante che in nessun momento il lettore potesse affermare : "Sta esagerando!". E' per questo che il romanzo è così semplice.

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A.C.: Leggendo il libro mi sono fermato molte volte. Ero costretto a chiudere il libro e a riflettere per riuscire a comprendere e ad accettare che tutto ciò fosse vero! Non era questione di sfiducia, si è trattato davvero di un processo interiore che ha accompagnato la lettura.

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B.B.Diop : Anch'io ho sofferto scrivendolo, è facile capirlo. Mi sono ammalato due volte e per due volte ho dovuto interrompere la scrittura.

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A.C. : Ritornando alla questione della lingua: secondo voi, in che modo è legata alla questione dell'identità culturale, all'alienazione coloniale, alla questione del pubblico? Che cosa pensate degli scrittori che utilizzano la lingua francese de-strutturandola e re-inventandola come, ad esempio, Ahmadou Kourouma nel suo ultimo romanzo, Allah n'est pas obligé ? Quello non è più francese, ma un "francese africano", una sorta di creolo, anche se, in quel caso, si tratta più di una re-invenzione, di una creazione linguistico-letteraria. Voi credete che questo possa essere efficace oppure che sia, al contrario, un limite?

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B.B.Diop : Detesto questo, veramente! Per me Kourouma è un grande scrittore, ma io detesto questo concetto, perché si basa su alcune idee che sono estremamente pericolose; vuol dire che il destino delle lingue africane è quello di morire lentamente all'interno della lingua francese. Quando si fa un lavoro come quello di Kourouma, poi il malinké occupa una parte molto insignificante, resta come svuotato! Non mi sento per niente d'accordo. E' un processo di creolizzazione. La seconda cosa è che, per Kourouma, si tratta di rivoluzionare la lingua francese. Penso che sia compito degli scrittori francesi di rivoluzionare la propria lingua! Perché uno scrittore africano dovrebbe rivoluzionare la lingua francese? Questo è un po' bizzarro! Non solo ci colonizzano, ma dobbiamo anche portare un soffio di rinnovamento alla lingua del colonizzatore, lasciando morire la nostra. In realtà, credo che dietro a tutto ciò vi sia un'intenzione politica; penso che, tra i popoli colonizzatori, i francesi siano i più attaccati alla loro lingua ed hanno capito molto bene la dimensione politica della lingua. Si sforzano di fare di tutto per mantenere gli africani all'interno della lingua francese. E' l'unico modo per la Francia di restare un paese che conta nel quadro dell'imperialismo della globalizzazione. E' una manovra politica e al tempo stesso una forma di neocolonialismo culturale. E vi faccio notare una cosa: da quando ci sono degli africani che scrivono in francese, mai nessuno di loro è stato ritenuto degno di ricever il premio Goncourt. Il solo scrittore nero a vincere il premio Goncourt è stato il martinicano René Maran, credo nel 1921. Quasi un secolo di scrittori africani in lingua francese. I francesi sono strani; dicono : "Sì, venite nella nostra lingua. Parlate anche a modo vostro, come quell'Ahmadou Kourouma, non capiamo molto bene, ma restate al vostro posto!". Nelle teste dei francesi c'è una grande differenza tra l'essere uno scrittore francese e l'essere uno scrittore francofono. Non è la stessa cosa. Lo scrittore francofono è sempre un gradino più sotto! E' molto paradossale, quindi sono assolutamente contrario al progetto Kourouma, perché è un processo di creolizzazione della lingua francese che, ad ogni modo, ritarda lo sviluppo delle lingue africane.

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A.C. : Suppongo che lei non sia del tutto d'accordo con gli scrittori martinicani della créolité, come Patrick Chamoiseau o anche Édouard Glissant.

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B.B.Diop: Sì, ma c'è una differenza, perché il creolo è una lingua che esiste, ma la lingua di Kourouma non esiste nella realtà; nessuno parla come nei libri di Kourouma. Non sono contro l'utilizzazione del creolo, perché non conosco questa lingua né la sua storia, ma diffido del movimento della créolité. Sto scrivendo un testo intitolato: De la créolité, ou comment tuer l'ancêtre Barbara. Voglio dire che per me il movimento della créolité è un modo, per gli antillesi, di rimproverare a Césaire di aver fatto credere che le Antille erano africane. C'è qualcosa di vero in questo, perché il movimento della créolité afferma: "Noi non siamo solamente di origine africana, noi siamo di origine asiatica, noi siamo di origine europea, siamo una mescolanza". E' vero, ma ciò che mi interessa è: perché lo dicono adesso? Penso che il problema di certi martinicani che si vogliono francesi è che li si considera degli africani. Per me il movimento della créolité funziona un po' in quel senso ed è questa la ragione per la quale diffido molto. Posso darvi un esempio: negli anni trenta Aimé Césaire e Léopold Sédar Senghor, l'antillese e l'africano nero, si sono incontrati sulle rive della Senna e per tutta la loro vita hanno parlato, hanno avuto delle cose da dirsi. Ad un certo punto, quando hanno fatto la prima antologia della poesia negro-africana, vi hanno incluso Roumain, Césaire, Senghor, Birago Diop, Mongo Beti, c'erano tutti dentro. Oggi, quando incontro degli scrittori delle Antille, non ho assolutamente niente da dirgli. Possiamo salutarci, prendere un caffè e poi ... basta! E' così. E quando gli autori africani organizzano qualcosa sulla letteratura, non partecipano. Per me, il movimento della créolité oltrepassa le loro intenzioni di definirsi creoli; indirettamente, si definiscono francesi! Nel Cahier d'un retour au pays natal, Césaire parla del suo antenato Bambara e penso che la créolité consista proprio nell'uccidere l'antenato Bambara di Césaire. Dunque, penso che l'aspetto letterario e linguistico sia molto diverso dall'aspetto ideologico di questi movimenti. Kourouma scriveva in una lingua che non parla nessuno, mentre il creolo è una vera lingua.

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A.C. : Ho sempre pensato alla lingua, o piuttosto al linguaggio di Kourouma, come uno sforzo di de-colonizzazione della lingua francese, di rompere la sua unità e la sua purezza che corrispondono al suo universalismo. Di solito i puristi della lingua francese difendono la lingua classica dalle contaminazioni, le quali invece rappresentano sempre un fattore decolonizzante e di innovazione per la lingua.

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B.B.Diop: Ma credo che bisogna domandarsi perché i francesi amano tanto Kourouma; bisogna porsi questa domanda. Secondo me è perché hanno capito che, se vogliono rinchiudere gli scrittori africani nel recinto della lingua francese classica, bisogna lasciarli scrivere in un "francese impuro", come la lingua di Kourouma.

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A.C. : Quindi, è meglio accettare delle varietà di "francese impuro" piuttosto che perdere tutto, non è così? Ho scritto una tesi su Édouard Glissant, studiando tra l'altro le sue teorie sulla "creolizzazione" e sulla "Relazione". Egli ha preso le distanze dal movimento della créolité affermando che correvano il rischio di una nuova "fissazione identitaria", dimenticando che ogni identità non è altro che un processo che non si arresta mai; volendosi creoli, correvano il rischio di dimenticare anche l'importanza delle radici africane, di quello che lui chiama, nel suo linguaggio poetico, "il Grande Paese oltre le Acque". Anch'io penso che la contaminazione identitaria, se non è impoverimento o deculturazione, può diventare una grande ricchezza per il mondo intero. Questo non vuol dire una perdita di radici, ma è qualcosa di nuovo che si aggiunge alle radici; non bisogna rifiutare, bisogna dialogare.

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B.B.Diop: Sì, bisogna integrare il proprio "lato" africano; non bisogna svegliarsi tutte le mattine dicendo "Sì, sono africano!", ma ciò che io gli rimprovero non è nemmeno di volersi francesi, ma di volersi parigini! E' terribile e un po' tragico. E' per questo che non abbiamo niente da dirci. La loro Africa è l'Africa delle televisioni, ma uno scrittore deve andare al di là di questo! Se si rompe questo legame profondo, non si può più comunicare. Sono così lontani da Fanon! Lui era martinicano, ma ha rischiato di morire per la rivoluzione algerina. Bisogna riallacciare il dialogo, ma nella verità, e questo vuol dire anche nel dolore; se no, ci si continua ad ignorare!

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A.C. : Se penso alla condizione culturale dei DOM, che Glissant descriveva già neLe Discours antillais, è spaventoso. Sono a tutti gli effetti delle colonie completamente dipendenti dalla Francia e non più che un mercato.

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B.B.Diop: Ho parlato con un autore della Guadalupa, Ernest Pépin, e gli ho detto che avrei capito il movimento della créolité se si presentassero come un movimento di liberazione nazionale, perché loro sono comunque delle colonie francesi. Gli autori della créolité *

A.C.: Durante gli anni '70 era diverso; c'era un movimento politico per l'indipendenza di cui Glissant faceva parte. La generazione successiva ha abbandonato questa lotta ed ha accettato la propria condizione svuotata di identità politica e culturale, trasformandosi in un mercato per automobili e in un villaggio di vacanza per i ricchi dell'"esagono"!.
Ora vorrei farvi un'ultima domanda a proposito del ruolo dell'oralità nella scrittura africana e nei vostri romanzi e in ultimo qual è, secondo voi, il ruolo della letteratura in Africa e nel mondo, anche attraverso gli scrittori della migrazione. B.B.Diop : Dunque, bisogna dire che, per quanto riguarda l'oralità, vi faccio notare che è molto difficile trovare un autore africano, anche quando scrive in modo molto classico, nel quale non vi sia traccia di oralità. Anche inconsciamente, credo che da noi credo che l'oralità sia qualcosa di molto forte e mi sono reso conto, scrivendo il mio ultimo romanzo in wolof, Doomi Golo, che ha una forte carica orale. Credo che l'oralità sia un po' l'avvenire e non il passato delle letteratura africana ed è per questo che, al posto di pubblicare la traduzione in francese del mio romanzo, ne stiamo producendo una versione audio da incidere su CD. In fondo, la nostra possibilità è che nel mondo intero si sta manifestando un ritorno all'oralità: versioni orali di libri, letture alla radio, alla televisione, e credo che sia un po' questa la possibilità oggi della letteratura africana, anche se noi ancora non siamo in grado di coglierla. Oggi ci sono due letterature africane: quelle scritte in inglese, in francese e in portoghese, sono delle letterature di transizione. Per me la questione della madrelingua non si pone; detto altrimenti, ciò che è importante per la letteratura è la lingua della vita: qual è la lingua che si parla attorno ai testi? Se fossi in Italia da vent'anni e tutti attorno a me parlassero italiano sarebbe normale che io scrivessi in italiano. La lingua della letteratura è un eco del mondo reale e noi scriviamo con queste eco. E' per questo che penso che i libri degli autori africani scritti nelle lingue europee facciano parte di una letteratura di transizione che è destinata a scomparire. Prendete l'esempio di Ngugi Wa Thiong'o: lui scriveva in inglese e adesso scrive in kikuyu. Ciò che è sorprendente è che in Africa, contrariamente a ciò che si crede, ci sono più libri scritti nelle lingue nazionali che libri scritti nelle lingue europee, ma il problema è che non se ne parla mai. Nel 2003 in Zimbawe sono stati pubblicati cinquanta romanzi in inglese ed un migliaio di romanzi nelle lingue parlate in quel paese. Ma il problema è che non se ne parla sui giornali, alla radio ecc. Se prendo l'esempio del Senegal, molti credono che io sia stato uno dei primi a scrivere in wolof: è una questione sia politica che culturale perché, nei paesi francofoni, la Francia non vede di buon'occhio lo sviluppo delle lingue africane.

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A.C.: Desidero raccontarvi un piccolo aneddoto: quando ho cominciato a leggere le letterature africane ed in generale le letterature post-coloniali, quando parlavo di questi argomenti tutti mi guardavano quasi stupefatti dicendo: "Davvero? Ci sono degli africani che scrivono dei romanzi?". Qui conosciamo soltanto le letterature europee ed americane. La nostra ignoranza è incredibile!

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(1) Yolande Mukagasena, La morte non vuole saperne di me, La Meridiana, 1998, traduzione di Joshua Massarenti.

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(ISSN 1824-6648)

rwanda - scrivere per dovere di memoria

A cura di Alessanrdo Corio

 

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Anno 2, Numero 9
September 2005

 

 

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