El Ghibli - rivista online di letteratura della migrazione

l'oralitÓ nella scrittura di lina unali

elisabetta marino

L'interesse per il mondo esterno al proprio io, oltre che per l'interioritÓ, la tensione verso la ricerca della veritÓ nelle cose e il desiderio di ascoltare, di comprendere in profonditÓ liberando la mente da percezioni stereotipate e pregiudizi, hanno portato Lina Unali (professore ordinario di letteratura inglese all'UniversitÓ di Roma "Tor Vergata") a pubblicare alcuni tra i contributi critici pi¨ interessanti sulla letteratura d'immigrazione britannica e americana, di cui Ŕ uno dei massimi esperti in campo internazionale.

Lo stesso spirito sembra animare la sua carriera parallela di scrittrice, come si evince giÓ dai titoli di alcuni tra i volumi recentemente pubblicati, in cui l'autrice ha saputo attingere a varie fonti, tra cui l'oralitÓ: la narrazione in tre parti intitolata Trilogia della Somalia Musulmana (2001), la raccolta poetica dal titolo Materia Cinese (2003) e il romanzo Generale Andaluso (2004).

Di contro a un panorama letterario che spesso appare stanco, dominato da una pagina scritta la cui vitalitÓ, comunicativitÓ e capacitÓ di condivisone autentica dell'esperienza narrata si avvertono in sordina, le opere di Lina Unali hanno la straordinaria capacitÓ di aprire canali di comunicazione tra culture erroneamente percepite come distanti, aliene, riuscendo a parlare al lettore, a spingerlo ad ascoltare i venti e le storie di epoche e terre pi¨ o meno lontane, e a sciogliere, di conseguenza, il nodo dell'inconciliabilitÓ apparente tra oralitÓ e scrittura.

E.M. Com'Ŕ nato il suo interesse nei confronti dell'oralitÓ e come si coglie nelle sue opere?

L.U. Naturalmente la base del mio interesse per l'oralitÓ, Ŕ una tautologia, nasce da un preciso interesse per le parole pronunciate dagli altri intorno a me, dal mio apprezzamento per esse e dalla mia naturale memorizzazione di ci˛ che sento. Ben poco di quel che si dice mi Ŕ indifferente. A ci˛ si aggiunga che mi sono ben presto accorta che il discorso orale conteneva informazioni che la pagina scritta a volte non offriva, che a volte il discorso orale illustrava la pagina scritta e la completava. Il discorso orale poteva contenere inoltre incastonate delle gemme di grande valore letterario che sentivo di poter valorizzare lavorandole appunto come gemme. Per gemme intendo formulazioni particolarmente convincenti, piccoli testi artistici, brani magnifici esprimenti emotivitÓ, passionalitÓ, preoccupazione, paura, esperienza del mondo.

E.M. Ha iniziato a scoprire queste gemme di raro valore partendo dall'oralitÓ della Sardegna, fino ad arrivare alla Somalia, alla Cina. Pu˛ illustrarci brevemente questo percorso?

L.U. Succede che quel Ŕ diverso dal consueto susciti maggiore attenzione. Ho fondato la Compagnia del Racconto Sardo nel 1975 con colleghi dell'UniversitÓ di Cagliari, presso cui allora insegnavo, soprattutto con l'intenzione di conservare quelle che dentro di me definivo cose strane che fluttuavano nell'aria, questo era il mio modo di rappresentare un certo tipo di discorso orale che sentivo si allontanava dall'esperienza quotidiana. In particolare mi interessava fissare i termini di una strana antichitÓ che intuivo come formata da residui di culti solari e della madre mediterranea, pratiche come l'ordalia, figure di un mondo magico di fate e cavalieri che parecchio si discostavano dai loro corrispondenti europei di cui ero a conoscenza. Abbiamo composto parecchi pezzi di un certo valore, li abbiamo pubblicati e recitati alla radio. Dall'oralitÓ alla scrittura all'oralitÓ. Con questa frase sintetizzo la possibilitÓ della parola scritta di ritornare qualora lo si desideri alla pronuncia a voce alta.
La pratica dell'ascoltare attivamente Ŕ continuata in Somalia. Ricordo il momento preciso in cui ho deciso di trascrivere e ricomporre quel che sentivo in casa dalla mia aiutante musulmana di nome Madina. Nel nostro telegrafico discorrere una volta semplicemente le chiesi: "E la boscaglia?" Lei fece un balzo indietro, si illumin˛ e cominci˛ a darmi ragguagli riguardanti la sua infanzia nella boscaglia che mi apparvero subito congeniali. Per qualche ora trascrissi di nascosto, poi in modo aperto. Sentendo vicina la fine della sua vita, a causa degli effetti di una disastrosa guerra civile che avrebbe afflitto il paese per molti anni e che giÓ allora appariva funesta nelle sue possibili conseguenze, ella fu contenta di comunicarmi esperienze che sarebbero forse rimaste per sempre nella pagina scritta, nero su bianco. Sentivo che mirava a una permanenza del suo essere nel tempo.
Mi chiede della Cina. La mia risposta Ŕ che per me lo scrivere Ŕ legato a un processo di conoscenza e di comunicazione secondo modalitÓ proprie della musica. Quindi non mancano luoghi e tradizioni da cui attingere. Dalla cultura cinese sono particolarmente attratta e molte conoscenze mi vengono dalla tradizione orale o da composizioni di altri basate sulla tradizione orale. Mi riferisco in particolare ad alcune grandi scrittrici cinesi americane che hanno versato sul desk dell'Europa e dell'America mondi culturali precedentemente sconosciuti, interessanti seppure alterati dalla lontananza, da loro prevalentemente avvicinati non tramite la pagina scritta, ma tramite la voce delle mamme e delle nonne. Si tratta di prevalentemente di ereditÓ ottenuta per via non patrilineare.

E.M. In sintesi, quale contributo pu˛ dare l'oralitÓ alla letteratura?

L.U. Se ben usata pu˛ darle nuova vita. Pu˛ servire a dissipare quel tanto di artificioso che Ŕ spesso presente nell'invenzione solitaria di un testo letterario.

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Anno 2, Numero 8
June 2005

 

 

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