El Ghibli - rivista online di letteratura della migrazione

intervista
di irene claudia riccardi

L'inserto speciale di El-Ghibli è dedicato questo mese a Carmine Abate, scrittore e poeta di origine arbëreshe, tradotto in molte lingue, che incontriamo a Milano in occasione della presentazione del suo ultimo romanzo, La festa del ritorno, alla libreria Feltrinelli di via Manzoni.

Carmine Abate, prima di prendere la parola, lascia spazio alla musica. Francesco Mazza è un cantautore arbëreshe e, accompagnandosi con la chitarra, ammalia il pubblico con due pezzi struggenti. Uno tradizionale e uno da lui composto. Prima d'allora non avevo mai sentito una melodia arbëreshe, eppure è come se conoscessi questa musica. Dove l'ho già sentita?, mi chiedo. Non ci metto molto a ricordarmi dove: proprio nei libri di Abate. Nei suoi romanzi c'è qualcosa di simile allo struggimento di queste canzoni. Forse perché, nella scrittura di Abate, si fondono le molte facce della sua identità e le molte emozioni di una vita in bilico tra la cultura arbëreshe - con la sua lingua impastata di nostalgia - la Calabria, la Germania... Ci sono frasi in arbëreshe "condite" con i piccantissimi peperoncini di Calabria. Ci sono i modi di dire e di fare dei germanesi (i calabresi emigrati in Germania) e tante storie che arrivano da lontano e che, forse, proprio per questo, conquistano il lettore. Storie e leggende che sanno di antico, che si sono conservate, che non sono state scalfite dal tempo e dalla velocità dei nostri giorni, devono avere per forza valore. Eppure Abate non si accontenta di offrirci solo quanto gli viene dal passato e dai suoi avi, perché i suoi personaggi stanno attaccati alle loro radici come un tuffatore sulla punta di un trampolino. Pronti a spiccare il volo, verso il nuovo, verso l'ignoto. Purché spinti dalla passione. Per una donna, per un'idea e magari anche solo per tenere fede a una scommessa, costi quel che costi.

Rapporto padre-figlio, partenze, ritorni, grandi famiglie di stampo patriarcale, riti, fiabe, amori... tutti temi portanti della poetica di Abate, che si intrecciano armoniosamente nei suoi romanzi, smuovendo nel lettore molte, e profonde, emozioni. Il tutto reso agevole da una scrittura ricca, precisa, originalissima ma assolutamente percorribile. Il lettore non trova inciampi, difficoltà, tranelli e le pagine scorrono via veloci.
Quando si arriva all'ultima riga, all'ultima parola di ogni libro, si ha l'impressione che la puntina dello stereo si alzi dal disco, la musica si interrompa e, intorno, nell'aria, resti una sorta di ronzio. Sono i personaggi, le storie, i falò, i profumi di una cucina in cui ci pare di essere entrati a gustare brucianti specialità... che vagano nell'aria, che pervadono le nostre stanze. Il libro è finito ma qualcosa resta a farci compagnia.

Per concludere vorrei "rubare" la frase di una recensione del Washington Post riportata sul quarto di copertina del romanzo di un importante scrittore irlandese. Cito testualmente: "Avevamo bisogno di uno scrittore come... La nostra speranza è che molte persone lo leggano". Mi permetto di riproporre queste parole, riferendole qui a Carmine Abate.

El-Ghibli è un potente vento del Sahara. La rivista per cui ti intervisto, di letteratura della migrazione, ha scelto questo nome proprio alludendo agli scrittori, alle storie, alla narrativa che, come il vento, va da una parte all'altra, depositandosi e "contaminando" ciò che incontra. In questo senso, anche la tua narrativa è fatta di contaminazioni, di spostamenti, di incontri, di ritorni..., tutti argomenti che costituiscono il cuore dei tuoi romanzi... Da dove viene questo nucleo, questo cuore da cui attingi?

Viene da molto lontano: dalle rapsodie che sentivo da bambino e che raccontavano di un popolo (quello arbëresh) costretto ad abbandonare la propria terra e andare a vivere in una terra straniera; e poi dalle successive emigrazioni meno epiche ma ancora più sofferte: quelle di mio nonno, emigrato in America, quella di mio padre, emigrato in Francia e in Germania, e infine la mia. Queste partenze per costrizione sono come una ferita aperta, una rabbia dentro sempre viva, e proprio per rabbia e con rabbia ho cominciato a scrivere e a pubblicare in Germania negli anni settanta: volevo denunciare l'ingiustizia di chi è costretto ad abbandonare la sua famiglia, la sua terra, i suoi amici per andare a lavorare altrove. E anche oggi che finalmente valuto l'emigrazione come un'esperienza che ha mi arricchito umanamente e culturalmente e che dunque rifarei, la ferita si riapre ogni volta che riparto o vedo partire i miei amici e sta alla base dell'urgenza che sento per scrivere: senza questa urgenza, questa necessità, scriverei delle storie "finte", non radicate profondamente nel sociale, di nessuna utilità, in primo luogo per me. Fin dall'inizio ho utilizzato le storie portate dal mio mondo d'origine e le nuove storie che intanto vivevo altrove, spesso intrecciandole e raccontandole con la lingua mescidata dei miei personaggi.

Come hai cominciato a scrivere? Perché? Quando hai pensato di poter diventare scrittore, di poter mettere sulla carta il tuo ricco bagaglio d'esperienze?

Nei tuoi libri ci sono grandi famiglie, padri assenti eppure fondamentali, madri silenziose e caparbie, nonni, vecchie storie, magia. Eppure nulla è più lontano dal folklore di quello che tu scrivi. Come fai a mantenere questo equilibrio, che rende i tuoi romanzi tanto speciali?

Io non sopporto un certo tipo di folklore che può diventare la musealizzazione, la tomba delle culture. Dunque rifuggo coscientemente dalle storie "folkloristiche", aiutato in questo proprio dalla lingua italiana, che non è la mia madrelingua e che mi consente di mantenere un certo distacco dalle esperienze narrate e di evitare anche la retorica che spesso si rischia ad affrontare tematiche come l'emigrazione o le minoranze. Poi bisogna aggiungere un grande lavoro di "pulitura" del testo che può durare anche molti anni, oltre al fatto fondamentale che le storie che narro sono autentiche e dunque, proprio per questo, lontanissime dal folklore.

Dalle recensioni che ho letto, io che non sono una critica, ho notato che, come sempre, gli esperti sentono il bisogno di incasellare in un genere. E con te hanno delle difficoltà. Perché nei tuoi romanzi, anche nell'ultimo che è piuttosto breve ma molto intenso, si intrecciano gli elementi più diversi, spiazzando (fortunatamente!!!) chi ama inquadrare. Nelle tue storie ci sono tanti spunti, stimoli, emozioni: storia, tradizioni, riti, politica, questioni sociali, problemi attuali, amore, passioni... tu come ti definiresti?

Semplicemente un narratore a cui piace raccontare delle storie, storie "emotive", però, cioè non di testa, non costruite a tavolino, ma raccontate inseguendo questo ritmo interiore che devo alle antiche rapsodie arbëreshe che sentivo da bambino.

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(ISSN 1824-6648)

incontro con
carmine abate

di raffaele taddeo

 

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Anno 1, Numero 5
September 2004

 

 

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