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l’italia e la diaspora somala: un racconto ai margini della memoria storica

michele pandolfo

1 L’incontro con la Somalia e la nascita della colonia

Il colonialismo è una pratica di espansione e dominio che appartiene alla storia dell’umanità sin dall’età antica, ma sicuramente un’espansione notevole di questo fenomeno si è avuta nell’età moderna, dopo la scoperta dell’America nel 1492 1. Anche l’Italia, dopo aver raggiunto la sua unità nazionale nella seconda metà dell’Ottocento, cominciò a intraprendere una propria politica coloniale principalmente verso l’Africa. Nonostante questo, all’Italia, nei decenni in cui era ancora divisa e dominata dalle potenze straniere europee, non erano mancati contatti con il continente africano: dalla penisola italiana partirono infatti alla scoperta dell’Africa numerosi esploratori e missionari. L’Italia appena sorta come stato unitario nel 1861 individua nel Corno d’Africa, già controllato in parte da altre potenze europee come la Gran Bretagna e la Francia, una regione verso la quale estendere i propri progetti di espansione territoriale. La prima colonia italiana sarà l’Eritrea, una striscia di terra che si affaccia sul Mar Rosso meridionale, dove i primi italiani giungono nel 1869 presso la baia di Assab a seguito della spedizione organizzata dall’armatore genovese Rubattino. Il secondo obiettivo invece dell’ambizione coloniale italiana, dopo una seppur breve esperienza diplomatica e militare, è costituito dalla terra dei somali. Parlare di Somalia però significava indicare qualcosa di indefinito, di esotico e di non rintracciabile sulla cartina geografica dell’epoca. Già dare un nome singolo a quelle terre era complicato perché erano conosciute sin dall’antichità come il Paese di Punt o Terra di Punt. In Europa ben poco si sapeva di quella che sarebbe divenuta la Somalia e il motivo principale di questa ignoranza era sicuramente la complessità della situazione locale2.

A fronte delle aree interne e desertiche teatro degli spostamenti delle popolazioni nomadi dedite alla pastorizia, le città della costa presentavano invece un’intricata sovrapposizione di storie e culture. Gli abitanti delle città portuali da secoli erano abituati a interagire con presenze straniere, dai portoghesi ai turchi, dagli indiani agli egiziani e, in tempi più recenti, con gli europei. Ognuna di queste esperienze aveva lasciato eredità durature, ma la frammentazione del grande territorio dei somali fu forse la realtà più evidente che gli europei trovarono al loro arrivo. Infatti i francesi avevano già occupato la zona dell’odierna Gibuti e da lì crearono la loro Côte française des somalis, la costa francese dei somali, mentre gli inglesi erano presenti sulle coste settentrionali somale, quelle che si ponevano di fronte allo Yemen nella penisola arabica e che andranno a costituire il Somaliland, cioè la Somalia britannica.
Nonostante questo complesso quadro interno e internazionale l’Italia vide una propria possibilità di insediamento in Somalia. L’occasione che le permise di entrare in gioco fu il momento in cui la Germania cercò di entrare in contatto con il sultanato di Zanzibar, che formalmente deteneva il controllo delle città somale meridionali quali Mogadiscio, Brava, Berca e Chisimaio. La Gran Bretagna, volendo ostacolare le trattative tedesche, agevolò l’Italia perché fosse lei stessa a siglare un accordo commerciale con Zanzibar. Il primo accordo di amicizia, poiché non prevedeva nessuna concessione territoriale, venne siglato il 28 maggio 1885 fra il sultano e l’esploratore Antonio Cecchi (1849-1896) 3 che aveva già organizzato delle missioni esplorative nelle terre somale. Più efficace risultò in seguito l’attività del commerciante Vincenzo Filonardi (1853-1916), che il 24 ottobre 1886 potè rilevare al sultano locale i porti di Chisimaio, Brava, Merca e Mogadiscio. L’azione di Filonardi però non si limitò a questo: infatti aiutato dall’interessamento di Londra e dalla presenza in loco di navi militari italiane, egli ottenne che il sultano di Obbia firmasse l’8 febbraio 1889 una richiesta di protettorato all’Italia. Una simile domanda venne in seguito firmata anche dal sultano dei Migiurtini il 7 aprile 1889. Questi accordi rimarranno per lungo tempo soltanto dei pezzi di carta poiché permisero una sovranità italiana più formale che sostanziale e perciò limitata alle principali città costiere. Essi costituivano comunque a livello nazionale e soprattutto internazionale nuovi titoli di possesso coloniale per l’Italia. Successivamente si giunse a una formale convenzione fra l’Italia e Zanzibar in data 12 agosto 1892, ratificata dal parlamento italiano solamente nel luglio del 1896. Il governo italiano decise di non esercitare un dominio diretto sulla colonia, bensì di affidarlo proprio alla società privata denominata Compagnia Filonardi.
L’attività coloniale risultava essere comunque deludente per l’Italia perché non vi erano concreti interessi pubblici in Somalia né dal punto di vista commerciale né da quello agricolo. Alla scadenza del contratto con la vecchia Compagnia Filonardi il governo affidò a una nuova società denominata “Società anonima commerciale italiana del Benadir” una convenzione d’affitto delle terre somale. Nel frattempo la presenza italiana si estendeva e ciò portava ad assegnare una configurazione stabile ai territori somali di Obbia e della Migiurtina. Venne così creato, il 9 ottobre 1905, il commissariato della Somalia italiana settentrionale 4. Intanto nella Somalia meridionale anche il destino della Compagnia del Benadir era già segnato: accusata d’essere soltanto una perdita economica per lo stato e di non essere capace d’ampliare la presenza italiana oltre le città costiere, essa venne privata della gestione della colonia il 14 aprile 1905 e quest’ultima passò nelle mani dello stato italiano. Dalle ceneri delle due passate compagnie nasceva quindi con la legge del 05 aprile 1908 la Somalia italiana. Ora che il controllo di tutta la costa somala era unificato, almeno formalmente, nasceva la seconda colonia italiana e da un dominio coloniale indiretto basato sul controllo economico e commerciale si passò a un dominio diretto, che non sarà per questo anch’esso privo di difficoltà.

2. Dalla politica coloniale fascista al secondo conflitto mondiale

Dopo la marcia su Roma del 1922 e l’avvento al potere del partito nazionale fascista guidato da Benito Mussolini (1883-1945), la situazione politica italiana cambiò radicalmente. Anche la sfera coloniale assunse toni e atteggiamenti sicuramente più cruenti e totalitari, anche se in parte già ereditati dall’età liberale.
In Somalia, che visse molti anni in uno stato che possiamo definire di quiescenza, l’unica concessione coloniale che l’Italia riuscì a ottenere alla fine del primo conflitto mondiale e dopo lunghe trattative con Londra, fu la regione dell’Oltregiuba, territorio britannico al confine fra Kenya e Somalia, ceduta all’Italia nel 1924 e successivamente inglobata nel 1926 nella Somalia già italiana 5.
Nel 1923 venne inviato come governatore in colonia il generale Cesare Maria De Vecchi (1884-1959). Giunto a Mogadiscio dove rimarrà sino al 1928, il nuovo governatore trovò soltanto una parte del territorio somalo sotto il controllo effettivo e reale del governo coloniale italiano. Per questo provvide a riconquistare direttamente con l’uso della violenza e delle armi anche i territori somali più settentrionali 6. Al termine del suo mandato l’opera di riconquista voluta e combattuta dal nuovo regime fascista portò ai risultati auspicati: sotto il fuoco costante di una violenta repressione la Somalia italiana si poteva finalmente mostrare come una colonia unita e pacificata 7.

Trascorsi gli anni Trenta e scoppiata la seconda guerra mondiale tutto il Corno d’Africa fu il teatro del rapidissimo crollo dell’impero coloniale italiano. Infatti sconfitta militarmente su tutti i fronti dalle forze alleate, l’Italia aveva visto le proprie colonie occupate dalle truppe britanniche già nel 1941 8 e nonostante il capovolgimento delle alleanze avvenuto nel 1943, l’Italia alla fine del conflitto mondiale si trovò seduta al tavolo dei vinti. Alla stipula del Trattato di pace di Parigi nel 1947 all’Italia non venne riconosciuto alcun diritto di rientrare in possesso delle sue ex colonie, sebbene una soluzione definitiva della questione sarebbe stata demandata alla neonata Organizzazione delle Nazioni Unite 9, che stabilì il 21 novembre 1949 la piena indipendenza delle ex colonie italiane tranne di quella somala. Per quanto riguarda la Somalia, che è stata parte integrante del passato coloniale italiano 10, il suo destino fu infatti diverso rispetto a tutte gli altri ex possedimenti italiani in Africa.

3. Il destino della Somalia e la nascita dell’Afis

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite affidò all’Italia una speciale tutela fiduciaria sulla Somalia, mediante il trusteeship system, per accompagnarla nel difficile cammino verso la sua futura indipendenza:

La teoria del trusteeship pretese di porre la questione coloniale in termini nuovi, attraverso l’esperimento di un’amministrazione che, a differenza di quella coloniale, non si riducesse al dominio di una potenza europea su popoli altri, ma si proponesse obiettivi di sviluppo, sotto la responsabilità delle Nazioni Unite, nell’interesse dell’ordine internazionale e del popolo amministrato con il fine di prepararlo al conseguimento della piena maturità politica, sociale ed economica entro un certo periodo di tempo 11.

L’amministrazione fiduciaria italiana sulla Somalia (Afis) divenne operativa il primo aprile del 1950 e si concluse il primo luglio del 1960, quando l’ex Somalia italiana e il Somaliland britannico si unirono per dare vita alla nuova repubblica somala. I compiti che il mandato internazionale affidava all’Italia erano molti e tutti estremamente complessi: dalla formazione di una classe politica e amministrativa adeguata alla preparazione di un esercito moderno ed efficace, dal risanamento economico alla costruzione di infrastrutture per i trasporti, dall’ambito sanitario al campo dell’istruzione. Durante questi dieci anni l’Italia tentò di portare a termine la propria missione nel miglior modo possibile 12. Ci furono però molte difficoltà derivate sia dalle tragiche eredità del passato coloniale italiano sia dal difficile contesto postbellico e postcoloniale, infatti:

L’amministrazione Fiduciaria Italiana della Somalia (AFIS) rifletteva, almeno fino ad un certo punto, il nuovo profilo democratico dell’Italia. Le autorità italiane accantonarono le diffidenze e gli odi precedenti e fecero passi decisivi al fine di riconciliarsi con il più impegnato dei movimenti nazionalisti somali, la Somali Youth League (SYL) o Lega dei giovani somali13.

Dal punto di vista dei somali invece la situazione viene descritta così da Mohamed Aden Sheikh (1936-2010), intellettuale e medico somalo, più volte ministro durante i governi degli anni Settanta 14, che alla domanda su come reagirono i somali all’incarico affidato alla vecchia madrepatria, risponde:

Male. Credo che gli italiani, quando fu loro affidata l’amministrazione fiduciaria della Somalia, si chiesero quali fossero, nella pubblica amministrazione, i possibili “esperti d’Africa”. E si fecero subito avanti i funzionari del disciolto ministero delle Colonie, assorbiti in vari dicasteri. A noi somali capitò di ritrovare nel nostro paese, in veste nuova, vecchie conoscenze dell’epoca coloniale. […] Puoi immaginare la nostra diffidenza 15.

La fragilità politica ed economica e l’incapacità culturale dell’Italia erano in parte palesi, ma nonostante ciò venne affidato all’Italia un compito più gravoso delle sue reali possibilità come testimoniano le parole dell’ultimo ambasciatore italiano a Mogadiscio che, rimpatriato nel 1991 dopo lo scoppio della guerra civile, prende in esame l’attività svolta dagli italiani negli anni Cinquanta con queste parole:

In fondo, se l’Italia, […], ha lasciato sola la Somalia, ciò si deve, credo, a un’immaturità dell’Italia. Non avevamo alcuna esperienza di guida di un altro paese all’autogoverno e poi all’indipendenza. Ci è toccato, nel 1950, il paese certamente più difficile, per via della tensione che vi è tra le esigenze di programmazione, di manutenzione ecc. dello Stato moderno e la mentalità nomadica (non va dimenticato che, nel 1950, l’80% della popolazione somala era ancora nomade o seminomade); in cui la nostra precedente esperienza coloniale aveva preparato ben poco, a causa di una politica particolarmente chiusa a qualunque prospettiva di associazione anche modesta dei somali alla cosa pubblica (nella Somalia italiana era italiano anche il postino e i somali non potevano andare al di là della terza elementare) 16.

4. Dall’indipendenza della Somalia alla guerra civile

Con questi difficili presupposti si arrivò alla conclusione del protettorato italiano: dal primo luglio del 1960, giorno della proclamazione dell’indipendenza, la democrazia in Somalia durò solo nove anni, cioè fino a quando il 21 ottobre 1969 il generale Mohamed Siad Barre (1919-1995) prese il potere con un colpo di stato militare.
Diverse furono le fasi della lunga dittatura di Siad Barre: al primo periodo parteciparono alla gestione del potere un gruppo ampio di professionisti somali, tra cui medici, ingegneri, economisti, giuristi che credettero di poter trasformare la Somalia in un paese moderno adottando l’ideologia del “socialismo scientifico” sostenuta fortemente dal dittatore. L’opera di modernizzazione prestò grande attenzione all’economia e al mondo dei nomadi, con la costruzione per esempio di centri di assistenza sanitaria. Una delle grandi conquiste del regime fu poi la codificazione scritta della lingua somala nel 1972 che fu accompagnata da una grande campagna di alfabetizzazione 17.
Questa fase iniziale del regime finì a cavallo fra il 1974 e il 1975, quando Siad Barre decise di dare vita a una dittatura di tipo più tradizionale, improntata al culto spregiudicato della propria persona. Questa nuova linea di governo condusse, nel 1977, alla guerra con l’Etiopia per il possesso della regione confinante dell’Ogaden, da sempre territorio conteso fra le due nazioni e problema rimasto irrisolto anche durante il periodo dell’Afis. La guerra portò al collasso le già precarie finanze somale e condusse ad un forte isolamento internazionale il regime di Siad Barre. Inoltre il mito di costruire dal punto di vista politico una grande Somalia che riunisse tutte le popolazioni somale sparse nel Corno d’Africa andò definitivamente in frantumi 18.
Gli anni Ottanta furono infine quelli della decadenza, dell’imbarbarimento del potere e delle persecuzioni contro gli intellettuali e gli uomini di cultura, in un crescendo costante di violazione dei diritti umani 19.
La guerra civile esplose nel dicembre del 1990: la situazione interna del paese era drammatica, nonostante le esorbitanti donazioni economiche internazionali dei paesi occidentali e anche dell’Italia. Il vecchio dittatore Siad Barre aspettava l’esplosione della rivolta contro il suo potere e infine prese la via dell’esilio, ma nel frattempo la guerra contro di lui si era trasformata in una cruentissima guerra civile. Il tribalismo, prima combattuto da Siad Barre, poi rianimato per strumentali fini politici, prese il sopravvento e la guerra divenne fratricida. Nessuna delle numerose conferenze di riconciliazione fra le parti ha saputo sinora porre un freno alla tragedia: la Somalia non esiste più come nazione e non c’è alcuna sede rappresentativa all’estero a livello internazionale. Il territorio entro i cui confini fino al 1991 esisteva lo stato somalo è da allora terra dei cosiddetti “signori della guerra”. A conferma di questo:

E’ stato scritto che ciò che sta accadendo in Somalia da qualche anno è molto probabilmente la più grande tragedia di questo fine secolo. […] la Somalia, priva di un governo legale e di ogni altra forma di autorità riconosciuta, è allo sbando, ha perso la dignità di nazione, è frantumata in una mezza dozzina di staterelli a signoria clanica, come alla fine dell’800, prima che l’Italia iniziasse la sua penetrazione nel Corno d’Africa 20.

Sul fronte italiano la necessità di un esame di coscienza sarebbe il sintomo di una maturità nazionale consapevole e responsabile dei numerosi errori del passato che vanno dai primi insediamenti italiani lungo le coste somale alla fine dell’Ottocento fino all’appoggio ultimo al regime di Siad Barre. Sempre l’ambasciatore italiano a Mogadiscio, che assistette agli ultimi giorni di potere del dittatore, invita a riflettere tutti gli italiani perché:

sarebbe il caso che in Italia si facesse una riflessione su ciò che in relazione alla Somalia non ha funzionato. Giacché non c’è dubbio che nella politica verso un paese che l’Italia ha aiutato, negli ultimi quarant’anni, più di ogni altro, e che oggi è in una situazione peggiore di ogni altro, qualcosa deve pure non aver funzionato 21.

La missione Restore Hope voluta dalle Nazioni Unite negli anni 1992 e 1993 ha dimostrato l’incapacità della comunità internazionale di porre fine al caos somalo 22. Il motivo reale di quel fallimento e dell’inevitabile ritiro della missione sta forse in due punti ai quali non si riesce o non si vuole ancor oggi trovare una soluzione adeguata: il primo è di carattere internazionale dovuto alla delicata posizione geopolitica della Somalia, l’altro è un problema interno causato dal cambiamento del comportamento dei vari clan che hanno perso il loro antico ruolo sociale e politico e sono stati strumentalizzati per fini diversi 23.
Lasciando ad altri l’analisi della situazione somala intercorsa dagli anni duemila del nuovo secolo fino a oggi, che ha visto intervallate nel tempo sia nuove possibili soluzioni alla crisi che momenti di grave tensione politica e militare 24, l’interrogativo più grande che dovrebbe assillare l’attenzione collettiva è quello che riguarda il ruolo dell’Italia in questo delicato quadro che ho cercato di ricostruire.

5. La diaspora somala tra passato storico e presente culturale

Il termine diaspora è oggi molto indagato negli studi storici e antropologici 25. La diaspora associata al contesto somalo assume dei caratteri specifici che è molto interessante indagare: quella somala infatti ha radici profonde nella complessa storia della regione che ho cercato di ricostruire nella prima parte del mio intervento e che inizia con i primi insediamenti italiani nel Corno d’Africa fino ad arrivare allo scoppio della guerra civile degli anni Novanta. La diaspora ha delle conseguenze altrettanto profonde nel presente che ancora circonda la Somalia e che avvolge pure l’Italia. Difatti uno dei paesi che ha visto fermarsi un gran numero di somali è stato proprio l’Italia, sia per i legami passati della lunga storia coloniale sia perché la penisola italiana ha rappresentato la prima porta di accesso verso altre nazioni europee. L’Italia quindi è stata ed è ancora oggi in prima linea nella ricezione della diaspora anche se essa poi non ha rappresentato la meta finale di tale percorso.

Una prima diaspora parte dalla Somalia in seguito al fine della democrazia e all’avvento del potere del dittatore Siad Barre. Nei primi anni Settanta giungono in Italia le famiglie di numerosi politici e intellettuali che fuggivano da un regime che loro sapevano avrebbe dimostrato di lì a poco il suo vero volto totalitario. Una di queste famiglie è quella di Igiaba Scego, nata a Roma nel 1974 da genitori somali fuggiti dalla loro terra. È cresciuta e ha frequentato le scuole in Italia, recandosi nei mesi estivi in Somalia e si è poi laureata presso l’Università La Sapienza di Roma. E’ ormai ricca la sua bibliografia: con il racconto Salsicce ha vinto il premio Eks&Tra nel 2003. Sempre nel 2003, per la casa editrice romana Sinnos ha pubblicato, nella collana «I mappamondi» dedicata ai libri interculturali per ragazzi, un testo bilingue dal titolo La nomade che amava Alfred Hitchcock. Nel 2004 presso la stessa casa editrice Igiaba Scego ha pubblicato il suo primo romanzo Rhoda. Altri suoi testi sono presenti nelle raccolte Pecore Nere (Laterza 2005), Allattati dalla lupa (Sinnos 2005), Italiani per vocazione (Cadmo 2005) e Amori bicolori (Laterza, 2007). Nel 2007 è uscita la raccolta di interviste a ragazzi italo-africani di seconda generazione Quando nasci è una roulette. Giovani figli di migranti si raccontano per la casa editrice Terre di mezzo. Nel 2008 è uscito il romanzo Oltre Babilonia per la casa editrice romana Donzelli. Nel 2010 è uscito il testo autobiografico La mia casa è dove sono per l’editore Rizzoli. Questo stesso testo, trasformato in edizione scolastica, è stato riedito nel 2012 dalla Loescher. Inoltre Igiaba Scego ha scritto e scrive sempre articoli e interventi per numerosi giornali e mantiene costantemente un contatto diretto con la società e la cultura italiana, impegnandosi in questioni di urgente attualità come quelle della migrazione e delle seconde generazioni.
Un’altra scrittrice che percorre il fiume della diaspora è Cristina Ubax Ali Farah che è nata a Verona nel 1973 da padre somalo e da madre italiana. È vissuta a Mogadiscio, in Somalia, dal 1976 al 1991, quando è stata costretta a fuggire a causa della guerra civile scoppiata nel paese. Infatti dal 1991, seguendo il filo di una seconda diaspora nata dall’emergenza e dalle macerie dello stato somalo, partono dalla Somalia moltissimi profughi che arriveranno in Italia chiedendo rifugio e asilo politico. Cristina Ali Farah ha vissuto in Ungheria, poi a Verona e a Roma dove, nel 2001, si è laureata presso l’Università La Sapienza. Si occupa di educazione interculturale, con percorsi rivolti a studenti di ogni ordine scolastico, agli insegnanti e alle donne migranti. Affianca a queste attività di educatrice e mediatrice culturale, quella di redattrice, di scrittrice e poetessa. Nel 2007 è uscito presso l’editore Frassinelli il suo romanzo Madre Piccola.

Alcuni concetti teorici ci aiutano a comprendere il complesso fenomeno della diaspora e a tracciare un quadro seppur essenziale dove però poter riconoscere e inserire alcune caratteristiche della situazione somala. Un senso diasporico della cultura viene proposto infatti in Travelling Cultures, uno dei saggi che compongono il testo Roots: Travel and Translation in the Late 20th Century di James Clifford pubblicato nel 1997, dove l’autore invita gli studiosi impegnati nelle diverse aree della ricerca sociale a considerare le culture non più entro una prospettiva stanziale o locale bensì nella dimensione del viaggio. In base a questo invito egli propone l’espressione «travelling cultures», tradotto in italiano come “culture in viaggio”, che sta a indicare proprio un nuovo modo di intendere, rispetto all’etnografia tradizionale, i rapporti che intercorrono tra luoghi, spazi e produzioni culturali. Il termine viaggio tuttavia deve essere qui inteso in senso più metaforico che non letterale: per Clifford infatti pensare le culture in quanto «travelling cultures» non significa soltanto che il sapere antropologico si costituisca quasi esclusivamente nella pratica del viaggio e nel dialogo tra soggetti e universi culturali diversi, bensì significa concepire le culture come fenomeni in perenne movimento, come il prodotto mai finito di contatti, di incontri e fusioni ma anche di conflitti e di resistenze. La rottura epistemologica portata da Clifford all’interno dell’ambito del sapere etnografico sta nell’estensione della categoria dei «travelling cultures» anche alle culture delle società occidentali, considerate da loro stesse statiche, immobili e autoreferenziali. È un cambio di prospettiva radicale quello offerto da Clifford, ma che ha comunque dei limiti. Il viaggio assume anche su di sé molti altri aspetti, tra i quali si può prendere in considerazione l’eventualità di un ritorno al punto di origine dal quale lo spostamento ha avuto inizio. A questo proposito un altro teorico che si è occupato di culture in movimento è Iain Chambers nel saggio An Impossible Homecoming, che apre la sua opera dal titolo Migrancy Culture Identity del 1994. Le riflessioni contenute in quest’opera sono particolarmente interessanti se applicate al contesto somalo. Infatti Iain Chambers ha usato la metafora della traduzione e del viaggio per definire le dinamiche fondanti della cultura contemporanea, viste in chiave di spostamenti di popolazione, di esperienze e di identità. Chi intraprende un viaggio parte spesso alla ricerca della sicurezza offerta dalla possibilità di ricreare uno spazio dove poter coltivare un proprio senso domestico. Spesso però questa sicurezza tanto cercata non si raggiunge nella terra d’arrivo e altrettanto spesso diventa impraticabile compiere il viaggio inverso, cioè quello di un ritorno verso il punto originario di partenza. Molti possono essere i freni che impediscono questo viaggio inverso: nel caso somalo il motivo principale consiste nell’irreversibilità della diaspora causata dalla permanenza, per tutti gli anni Novanta e quelli Duemila del nuovo secolo, di una situazione di insicurezza sorta dalla guerra civile che ha fatto sprofondare il paese nell’anarchia. Per i somali della diaspora un ritorno a casa è impraticabile finché almeno non ci saranno garanzie per la ricostruzione di un nucleo primario di società civile e democratica nella loro patria. Inoltre secondo Iain Chambers la concezione moderna di viaggio dichiara già in partenza l’impossibilità di un ritorno per chi lascia la propria terra d’origine e parte come migrante:

For the travel implies movement between fixed positions, a site of departure, a point of arrival, the knowledge of an itinerary. It also intimates an eventual return, a potential homecoming. Migrancy, on the contrary, involves a movement in which neither the points of departure nor those of arrival are immutable or certain. It calls for a dwelling in language, in histories, in identities that are constantly subject to mutation. Always in transit, the promise of a homecoming – completing the story, domesticating the detour – becomes an impossibility. History gives way to histories, as the West gives way to the world 26.

Sicuramente la preoccupante condizione della diaspora somala pone degli interrogativi sia all’Italia in quanto riveste una condizione privilegiata rispetto al suo passato di potenza coloniale sia a tutto ciò che l’Occidente rappresenta. A proposito scrive ancora Iain Chambers nel suo saggio Una cartografia sradicata, contenuto nel volume Culture planetarie? Prospettive e limiti della teoria e della critica culturale del 2007:

Questo squarcio nelle mura della nostra “casa” potrebbe aprire una crepa nel nostro tempo, rendendo possibile intraprendere un viaggio che riveda le categorie su cui regge il nostro mondo. Oltre la paura seminata dallo spaesamento emerge anche la possibilità di rinegoziare il proprio senso di appartenenza. Qui l’occidente si declina nell’altrove 27.

È l’occidente che si deve confrontare con le dinamiche sospese delle diaspore, delle migrazioni, degli esili, che costituiscono gran parte della condizione mondiale attuale, che è piena di sofferenza, dolore e sradicamento. È la stessa struttura dell’occidente che nella sua staticità e nelle sue categorie predefinite deve confrontarsi col dinamismo degli esili, delle migrazioni, delle diaspore altrui. Aggiungo e sottolineo che dev’essere anche l’Italia d’altro canto a maturare una seria riflessione culturale sull’annosa questione della rimozione della memoria coloniale per poter al meglio analizzare il proprio difficile presente. Da questo punto di vista la cultura della diaspora che si innesta anche se faticosamente nel tessuto sociale italiano ha ormai diversi rappresentanti e diversi motivi di aggregazione. I movimenti della diaspora creano nuclei interessanti di riflessione sulle varie dinamiche che coinvolgono la società e la cultura italiana come quelli delle migrazioni, dell’accoglienza, della mediazione culturale, del problema dei diritti civili, come per esempio la questione delle seconde generazioni e della loro cittadinanza. La diaspora somala in Italia ha diversi nomi ognuno dei quali porta con sé un contributo prezioso al miglioramento del nostro paese: tra i molti ne ricordo alcuni, come quello di Saba Anglana, nata a Mogadiscio nel 1970, cantante e attrice italo somala 28, che ha pubblicato tre diversi album nel 2006, nel 2010 e l’ultimo nel 2012 e gira spesso l’Italia esibendosi in numerosi concerti. Ci sono anche le figure di Shirin Ramzanali Fazel, nata a Mogadiscio nel 1959, scrittrice italiana di origine somalo-pakistana che nel 1994 pubblica Lontano da Mogadiscio per la romana Datanews e nel 2010 il romanzo Nuvole sull’equatore per le edizioni Nerosubianco. Molto particolare è la storia di Kaha Mohamed Aden, nata a Mogadiscio nel 1966 e figlia dell’ex ministro somalo Mohamed Aden Sheikh 29 che fu uno dei primi sostenitori del regime di Siad Barre ma che poi pagò la sua libertà intellettuale scontando una durissima pena in un carcere di massima sicurezza. Kaha arrivò in Italia negli anni Ottanta e si stabilì a Pavia dove conseguirà la laurea presso l’Università della stessa città. Nel 2010 pubblica il libro Fra-intendimenti per la romana Nottetempo, mentre nel 2012 esce per la KimeraFILM il documentario Somalitalia. Quattro vie per Mogadiscio, in cui Kaha è la voce narrante che racconta la storia della sua Mogadiscio e delle diverse distruzioni che la città ha subito nel corso dei vari decenni, dai tempi della colonizzazione italiana passando attraverso la dittatura di Siad Barre fino agli anni più cruenti della guerra civile. Inoltre il documentario poi si sofferma sulla storia personale di Kaha, del suo incontro con l’Italia e del rapporto con la sua città, Pavia. Proprio il padre di Kaha, il medico Mohamed Aden Sheikh, proponeva già negli anni Novanta una lucida analisi dell’emergenza somala e una possibile soluzione politica per uscire dall’immobilità: la frantumazione sorta dal crollo dello stato somalo infatti ha condotto alla dispersione della sua gente verso gli altri continenti provocando un movimento diasporico che ha avuto diverse fasi storiche e che ha aperto nuove e imprevedibili rotte lungo il discorso della diaspora somala 30. Secondo Aden Sheikh questa continua peregrinazione dovrà necessariamente avere un termine se i somali vogliono contare ancora qualcosa nel mondo futuro:

Quasi tutti i somali della nostra diaspora sono ansiosi di tornare a casa. […] perché ciò avvenga i potentati tribalmilitari che si sono divisi il paese dovrebbero rivelare la flessibilità necessaria a ricostruire un consenso nazionale ed esprimere dei governanti accettabili. Nessuno ci obbliga a stare tutti insieme, eppure è illusorio pensare di sopravvivere, in un mondo che tende a marginalizzarci, divisi in staterelli fragilissimi. Dobbiamo ricostruire lo Stato somalo a partire da un sistema di ampie autonomie locali, di poteri regionali e democraticamente eletti, fortemente responsabilizzati 31.

Le notizie che ci giungono negli ultimi due anni dalla Somalia fanno ben sperare in una stabilizzazione della regione in un clima di riconciliazione generale dovuto principalmente dall’arrestarsi di una conflittualità quotidiana. Per quanto riguarda l’Italia il silenzio parziale che avvolge ancora il tema somalo è a mio avviso sempre più allarmante visti i complessi e duraturi rapporti che sono intercorsi nei decenni tra la Somalia e l’Italia. La rimozione della memoria coloniale ha rappresentato una costante lungo il filo spesso contorto della storia repubblicana italiana. Le responsabilità storiche, politiche e anche culturali andrebbero palesate e successivamente superate al fine di raggiungere una nuova e più consapevole maturità. E’ necessario perciò smascherare i legami storici che hanno unito indissolubilmente tra loro i due paesi al fine di comprendere al meglio quelli che attualmente li dividono e che corrono lungo i fili di una diaspora che molto spesso rimane ai più ancora incompresa. E’ a questo intricato nodo di questioni che dobbiamo rivolgere il nostro sguardo per capire cosa è oggi la Somalia e quale sarà il suo futuro nel mondo, ma soprattutto per comprendere cosa diverrà l’Italia grazie al sostegno dell’apporto umano e culturale della diaspora somala e a cosa ella mancherà invece se non saprà sfruttare al meglio le risorse e le energie che le diaspore fanno confluire verso la società italiana per poter contribuire al ripensamento su nuove basi dell’intero sistema culturale italiano.

1Cfr. W. Reinhard, Storia del colonialismo, Torino, Einaudi, 2002.
2Per quanto riguarda la situazione somala che precede l’arrivo dell’Italia ricordo: N. H. Scikei, Banaadiri. Il risveglio di una millenaria identità. The renewal of a millenary identity, Bologna, Clueb, 2002, F. Battera, Dalla tribù allo Stato nella Somalia nord-orientale: il caso dei Sultanati di Hobiyo e Majeerteen, 1880-1930, Trieste, Edizioni Università di Trieste, 2004 e A. Gori, Contatti culturali nell'Oceano Indiano e nel Mar Rosso e processi di islamizzazione in Etiopia e Somalia, Venezia, Cafoscarina, 2006.
3Cfr. G. C. Corada, Lafolè: un dramma dell’Italia coloniale, Roma, Ediesse, 1996.
4Cfr. N. Labanca, Oltremare. Storia dell’espansione coloniale italiana, Bologna, Il mulino, 2002, pp. 85-94.
5Cfr. A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale: la conquista dell’impero, Roma-Bari, Laterza, 1979, pp. 3- 23.
6Ricordo la figura di Mohammed Abdullah Hassan (1856-1920), conosciuto come il Mad Mullah, capo della resistenza somala contro l’imperialismo britannico e italiano.
7Cfr. A. Del Boca, Le guerre coloniali del fascismo, Roma-Bari, Laterza 2008.
8Cfr. A. Bullotta, La Somalia sotto due bandiere, Milano, Garzanti 1949.
9Cfr. G. Rossi, L’Africa italiana verso l’indipendenza (1941-1949), Milano, Giuffrè 1980.
10  Per una bibliografia ragionata di studi italiani sulla Somalia rimando ai titoli di seguito riportati: A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale. Roma-Bari, Laterza 1976-1984, F. Grassi, Le origini dell’imperialismo italiano. Il caso somalo (1896-1915), Bari, Milella, 1980, A. Del Boca, L’Africa nella coscienza degli italiani: miti, memorie, errori, sconfitte, Roma-Bari, Laterza 1992, N. Labanca, Oltremare: storia dell’espansione coloniale italiana, Bologna, Il Mulino 2002. Per quanto riguarda la vicenda dell’Afis segnalo: R. Meregazzi, L'amministrazione fiduciaria italiana della Somalia (A.F.I.S.), Milano, Giuffrè, 1954 e il più recente A. M. Morone, L'ultima colonia. Come l'Italia è tornata in Africa 1950-1960, Roma, Laterza 2011. Riguardo invece gli anni della guerra civile: M., Aden Sheikh, Arrivederci a Mogadiscio: dall’amministrazione italiana alla fuga di Siad Barre. Conversazione sulla Somalia con Pietro Petrucci, Roma, Edizioni Associate, 1991, A. Hassan Osman, Morire a Mogadiscio: diario di guerra Mogadiscio, 30.12.1990/16.7.1991, Roma, EL, 1993, M. Yusuf Hassan, Somalia. Le radici del futuro, Roma, Il passaggio 1993, A., Del Boca, Una sconfitta dell’intelligenza: Italia e Somalia, Roma-Bari, Laterza, 1993, P., Petrucci, Mogadiscio. Un popolo sotto sequestro, Roma, Rai_Eri, 1993, G., Porzio, G., Simoni, Inferno Somalia, quando muore la speranza, Milano, Mursia, 1993, M., Aden Sheikh, P., Petrucci, Arrivederci a Mogadiscio. Somalia: l’indipendenza smarrita, Roma, Edizioni Associate, 1994, A., Aruffo, Dossier Somalia. Breve storia del mandato italiano all’intervento dell’ONU (1948-1993), Roma, Datanews, 1994, A., Del Boca, La trappola somala – Dall’operazione Restore Hope al fallimento delle Nazioni Unite, Bari-Roma, Laterza 1994. Due sono le testimonianze di ex diplomatici che segnalo: M. Sica, Operazione Somalia. La dittatura, l’opposizione, la guerra civile nella testimonianza dell’ultimo ambasciatore d’Italia a Mogadiscio, Venezia, Marsilio, 1994 e C. Pacifico, Somalia. Ricordi di un mal d’Africa italiano, Città di Castello, Edimond, 1996. I titoli più recenti invece sono: A. Naletto, Italiani in Somalia. Storia di un colonialismo straccione, Padova, Cierre Edizioni 2011 e G. P. Calchi Novati, L’Africa d’Italia. Una storia coloniale e postcoloniale, Roma, Carocci 2011.
11A. M. Morone, L’Onu e l’Amministrazione fiduciaria italiana in Somalia. Dall’idea all’istituzione del trusteeship, in «Italia contemporanea», (2006) 246,(http://www.insmli.it/pubblicazioni/1/ic_242_morone.pdf ).
12Cfr. il lavoro più recente sull’esperienza dell’Afis di A. M. Morone, L’ultima colonia. Come l’Italia è tornata in Africa 1950-1960, Roma, Laterza 2011.
13G. Calchi Novati, L’Italia e il Corno d’Africa: l’insostenibile leggerezza di un colonialismo debole, in S. Bellucci, M. Sante (a cura), Africa Italia. Due continenti si avvicinano, cit, pp. 110-116 [105].
14Riguardo alla figura di Mohamed Aden Sheikh rimando al libro autobiografico M. Aden Sheikh, La Somalia non è un’isola dei Caraibi. Memorie di un pastore nomade in Italia, Reggio Emilia, Diabasis 2010.
15M. Aden Sheikh, Arrivederci a Mogadiscio: dall’amministrazione italiana alla fuga di Siad Barre. Conversazione sulla Somalia con Pietro Petrucci, Roma, Edizioni associate, 1991, p. 24.
16M. Sica, Operazione Somalia. La dittatura, l’opposizione, la guerra civile nella testimonianza dell’ultimo ambasciatore d’Italia a Mogadiscio, Venezia, Marsilio, 1994, p. 235.
17Cfr. ivi, pp. 17-21.
18Questo mito è ben rappresentato dalla bandiera somala dove le cinque punte della stella bianca su uno sfondo azzurro rappresentano i cinque territori da riunificare: la Somalia italiana, la Somalia britannica, la Somalia francese cioè Gibuti, l’Ogaden etiopico e la parte nord-orientale del Kenya.
19Cfr. nota 14.
20A. Del Boca, Una sconfitta dell’intelligenza. Italia e Somalia, Roma, Laterza, 1993, p. VII.
21M. Sica, Operazione Somalia. La dittatura, l’opposizione, la guerra civile nella testimonianza dell’ultimo ambasciatore d’Italia a Mogadiscio, cit., p. 233.
22Cfr. alcuni testi che riguardano la missione internazionale: V. Ciancio, Combattente per caso: diario di un soldato italiano in Somalia, Roma, Manifestolibri, 1994, P. Agnetti, Mogadiscio, Italia: storie incredibili (ma vere) dalla Somalia, Bergamo, Larus, 1995 e B. Loi, Peace-keeping, pace o guerra? Una risposta italiana: l’operazione Ibis in Somalia, Firenze, Vallecchi, 2004.
23Ricordo le figure di Ilaria Alpi e Milan Hrovatin uccisi a Mogadiscio il 20 marzo 1994. Riguardo al caso Alpi-Hrovatin vi è ormai una ricca bibliografia tra cui segnalo soltanto Alpi, G. e L., Gritta Grainer M., Torrealta M., L’esecuzione. Inchiesta sull’uccisione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, Milano, Kaos Edizioni, 1999. Ricordo inoltre anche il film Ilaria Alpi. Il più crudele dei giorni di Ferdinando Vicentini Orgnani (2003).
24Cfr. M. Guglielmo, Somalia. Le ragioni storiche di un conflitto, Torrazza Coste, Altravista, 2008 e sempre dello stesso autore Il Corno d’Africa. Eritrea, Etiopia, Somalia, Bologna, Il Mulino 2013.
25Cfr. R. Cohen, Global diasporas: an introduction, London, UCL Press, 1997 e G. Sheffer, Diaspora politics. At home abroad, New York, Cambridge University Press, 2006.
26I. Chambers, Migrancy Culture Identity, London–New York, Routledge, 1994, p. 5.
27I. Chambers, Una cartografia sradicata, in S. Adamo (a cura), Culture planetarie? Prospettive e limiti della teoria e della critica culturale, Roma, Meltemi, 2007, pp. 59-69 [67].
28Il sito internet di Saba Anglana è www.sabaanglana.com.
29Cfr. nota 14.
30Ricordo il testo più significativo riguardo al tema della diaspora somala che è quello di N. Farah, Rifugiati. Voci della diaspora somala, Roma, Meltemi, 2003.
31M. Aden Sheikh, Arrivederci a Mogadiscio: dall’amministrazione italiana alla fuga di Siad Barre. Conversazione sulla Somalia con Pietro Petrucci, cit., p. 173.

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Anno 10, Numero 40
June 2013

 

 

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