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progetto via idro

giuseppe natale

Premessa

La rete delle associazioni
Si è consolidata nei nostri quartieri di Crescenzago Gobba Adriano l’esperienza significativa di una rete di comitati ed associazioni, di scuole e di singoli cittadini che opera per la qualità della vita urbana, per il dialogo interculturale e l’integrazione - interazione civile e sociale tra etnie e culture diverse.
Via Padova, la via del mondo e la sua Festa “Via Padova è meglio di Milano” esprimono luoghi e manifestazioni esemplari di ricchezza culturale ed artistica, di ricerca e comprensione del mondo – a partire dai paesi di provenienza degli immigrati.
La cittadinanza attiva ha saputo, soprattutto negli ultimi anni, sviluppare un contrasto efficace alle politiche di emarginazione e colpevolizzazione degli stranieri e delle minoranze rom e sinti da parte delle amministrazioni della destra leghista e berlusconiana.
Un pool di associazioni, assieme a singoli cittadini, dette vita nel 2009 a un Osservatorio contro i razzismi, che promosse iniziative ed incontri per denunciare gli atti più discriminatori di vero e proprio “razzismo istituzionale”. Soprattutto a partire dal pluriennale inserimento scolastico dei bambini, si sviluppò una specie di rete di protezione attorno alla comunità rom di Via Idro.

La politica degli sgomberi, il “Piano Nomadi” e il Campo di transito di via Idro

La politica degli sgomberi dei “campi nomadi” e le ossessive direttive dell’Amministrazione Moratti – De Corato contro i rom diventavano il corollario di una normativa nazionale, con la quale l’allora ministro degli interni Maroni mirava a realizzare un “piano nomadi” trasformando il problema di come migliorare le condizioni di vita e di convivenza dei “campi” in problema di emergenza dal punto di vista dell’ordine pubblico, e quindi isolandolo con interventi speciali chiaramente discriminatori e lesivi della dignità delle persone e del rispetto delle culture diverse. Gli sgomberi rientravano quindi nel novero delle misure repressive senza soluzioni alternative adeguate. A ben poca cosa si sono ridotti i pur previsti interventi di aiuto alle famiglie rom di sistemazione in alloggi popolari o cascine.
Il dato dominante sta nei caroselli di sgomberi a centinaia, nello sradicamento da luoghi che pur precari e/o degradati consentivano un minimo di vita identitaria e comunitaria, la frequenza scolastica dei bambini, una qualche assistenza sanitaria, ecc. Il cosiddetto patto di legalità e il suo regolamento di attuazione (Milano, febbraio 2009), con il Prefetto avente funzioni di Commissario straordinario all’emergenza rom, diventavano gli strumenti attuativi sul territorio del decreto Maroni (2008) – dichiarato finalmente illegittimo sul piano della tutela dei diritti costituzionali dalla sentenza del Consiglio di Stato n. 6050 del 16 novembre 2011.
La comunità di Rom Harvati di Via Idro è composta da circa 130 cittadini italiani - una trentina di famiglie, che vi risiedono dal 1989. E’ storicamente parte integrante dei quartieri di Crescenzago Gobba Adriano.
Nel cosiddetto “Piano nomadi” si prevede che il campo di Via Idro venga trasformato in “campo di sosta temporanea” e quindi di “transito”, “attraverso il rifacimento infrastrutturale, la messa in sicurezza e l’ottimizzazione degli spazi, previo allontanamento delle famiglie esistenti“ (sottolineatura nostra).
Tale sciagurata politica peggiora la situazione. I diritti e le esigenze della comunità dei cittadini italiani rom sono scese all’ultimo posto. Gli abitanti dei quartieri interessati, molto allarmati per l’eventuale arrivo di centinaia di altri nomadi, esprimono inequivocabilmente la loro contrarietà a fare di Via Idro un campo di transito. E raccolgono 8.000 firme, che non si traducono in manifestazioni di ripulsa razzistica, ma contribuiscono ad allargare e consolidare la consapevolezza che la questione rom non può essere affrontata semplicemente sgombrando e spostando le persone.
Nello specifico di Via Idro, diventa sempre più evidente che sarebbe utile e giusto migliorare le condizioni strutturali dell’area per la comunità ormai stanziale da circa trenta anni e per la tutela dell’ambiente naturale e per il miglioramento della qualità della vita dei quartieri. Infatti sarebbe un segnale negativo, che dopo aver lavorato assieme per decenni sulle tante questioni connesse alla stanzialità (lavoro, scuola, inserimento nel quartiere, ad esempio), questi sforzi ed i risultati ottenuti venissero azzerati.
La sconfitta dell’amministrazione PDL/LEGA - Moratti/De Corato e l’elezione del sindaco Pisapia, il ripristino di un quadro di legittimità costituzionale sulla questione rom (sentenza Consiglio di Stato) impongono un cambio radicale per una politica positiva dell’integrazione e dell’interazione civile sociale e culturale.
La bussola da seguire è la Costituzione, e specificatamente gli artt. 2 e 3 – purtroppo sottoposti a violazioni continue:
“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.” (Art. 2).
“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” (Art. 3).
In un contesto globale e locale di profonda crisi economica e finanziaria, di peggioramento delle condizioni generali di vita, di perdita del lavoro, di aumento della disoccupazione, di ampliamento delle fasce di povertà, si fa ancor più urgente la necessità di promuovere politiche sociali inclusive, di creare lavoro e stimolare iniziative di solidarietà e cooperazione.

“Emergenza umanitaria in Via Idro”

Come prevedibile, la situazione del campo di Via Idro è peggiorata in questi ultimi mesi fino a diventare “emergenza umanitaria” come viene definita dalle denunce di comitati ed associazioni e da due lettere aperte – una del Comitato per Milano Zona 2 del 9/12/2011 e l’altra a più voci del 15/12/2011 - inviate al sindaco Pisapia e agli assessori alle Politiche sociali e alla Sicurezza e coesione sociale.
Nella lettera aperta del 15 dicembre 2011 (firmata da: Carlo Bonaconsa , Comitato Vivere Zona 2; Fabrizio Casavola, redazione di Mahalla; Laura Coletta, Associazione Elementare Russo; Gabriella Conedera, Scuola Elementare di Via Russo; Cesare Moreschi, Comitato Vivere Zona 2; Giuseppe Natale, ANPI Crescenzago; Antonio Piazzi, ANPI Crescenzago; Paolo Pinardi, Martesanadue), il peggioramento delle condizioni di vita nel campo di Via Idro viene così descritto:
“…Manca la corrente elettrica da mesi, i frigoriferi non possono funzionare, le fogne straripano, la strada si allaga. Le persone vivono al freddo. La salute è seriamente a rischio. Le prime vittime sono i bambini e gli anziani, i più deboli ed indifesi.
I responsabili dell’amministrazione comunale sono informati, ma inspiegabilmente non provvedono. Per i Rom Harvati, cittadini italiani che risiedono da oltre 30 anni in Via Idro, si sono ulteriormente ridotte le possibilità di lavorare non solo per la crisi generale, ma soprattutto perchè sono vittime – come altri nomadi e minoranze etniche – di politiche centrali e locali di discriminazione e di ingiustizia sociale.”
I firmatari della lettera si pongono due preoccupanti interrogativi:
“Si vuole da parte anche della nuova amministrazione di Milano insistere sul campo di transito in Via Idro, rifiutato sia dalla comunità rom sia da cittadini, comitati, associazioni, partiti e dal Consiglio di Zona 2?
Perché non si provvede con urgenza a garantire agli abitanti il ripristino delle condizioni di vita umane e ad approntare un piano di riqualificazione da inserire in un progetto di valorizzazione del patrimonio ambientale (Lambro, Martesana, costituendo Parco della Media Valle del Lambro) e della comunità rom, i cui membri già nel passato hanno dimostrato di potere mettere a disposizione esperienza e competenza (cooperative per la cura del verde e di lavori diversi)?”
Si ribadisce poi, da parte dei firmatari , la volontà a farsi “promotori di un progetto generale di riqualificazione e valorizzazione dell’intera area allo scopo di migliorare la qualità ambientale e urbana e le relazioni tra i rom e gli abitanti dei quartieri interessati.”

Verso un villaggio rom sociale e solidale

L’area di Via Idro
L’area si colloca in una posizione nevralgica, tra il lungo canale Martesana / la confluenza col fiume Lambro, la tangenziale est e le abitazioni di Via Padova / Gobba. Nel mezzo del costituendo Parco della Media Valle del Lambro, si trova nel punto di confine dei quattro comuni limitrofi: Milano, Sesto San Giovanni, Cologno Monzese, Vimodrone. E’ attraversata da una pista ciclo-pedonale che, tra le più lunghe esistenti, collega Milano all’Adda.
Il contesto geo-ambientale ricco di un rilevante patrimonio naturale (acque e verde) e storico-architettonico (ville del lungo Martesana e cascina Lambro del XVII sec. in abbandono e degrado) è anche compromesso dal groviglio viabilistico del nodo di Gobba, dai tralicci degli elettrodotti, dall’inceneritore nel territorio sestese, dal ripetitore Mediaset di Cologno. Vi incombe la minaccia di costruirvi residenze abitative sempre secondo la logica delle cementificazioni diffuse e delle speculazioni urbanistiche. Da oltre 30 anni, è bloccato dai cittadini e dal Consiglio di Zona il progetto della famigerata Gronda Nord, un’autostrada in città di attraversamento della fascia settentrionale dell’area metropolitana milanese già intasata da un sistema pesante di tangenziali ed autostrade. Da anni, il fiume Lambro inquinato e ridotto a cloaca aspetta di essere bonificato e di ritornare a scorrere pulito e a svolgere funzioni importanti in un ecosistema urbano rigenerato.
L’area è caratterizzata da aspetti e risorse positive e da elementi negativi. Si tratta di puntare sui primi e di annullare o attenuare i secondi, valorizzando la comunità rom che vi abita e sviluppando tutte le potenzialità del contesto e le disponibilità umane sociali e professionali di cui sono ricche associazioni e comitati della cittadinanza attiva.

Il Villaggio rom di Via Idro e la politica di stampo razzista: le diverse fasi
Nell’agosto 1989, l’area di Via Idro viene assegnata ad alcune famiglie di rom - tutti cittadini italiani - costrette a lasciare gli spazi destinati a formare il Parco della Martesana, tra Gorla Turro e Crescenzago. Una trentina di famiglie vi si stanziano dando vita a un villaggio sotto il controllo del Comune di Milano e attraverso uno specifico Ufficio Nomadi. Erano già presenti nell'attuale zona 2 da circa 40-50 anni, prima tra Precotto e Crescenzago, in seguito nell'area compresa tra via Agordat e via Stamira d'Ancona.
Negli anni ‘70/80 le amministrazioni avevano tentato di promuovere una politica di integrazione nei confronti dei nomadi creando servizi sociali finalizzati all’inserimento scolastico dei bambini, all’assistenza sanitaria e all’orientamento lavorativo.
Nell’ambito dell’impegno politico e sociale e all’interno delle giunte di sinistra, spicca la figura di Carlo Cuomo, assessore ai servizi sociali e al decentramento nel decennio 1975/85, che molto si spende a difesa dei rom e si fa promotore di tante iniziative finalizzate soprattutto alla promozione civile e sociale delle popolazioni zingare e di etnie e culture altre. Tra i fondatori dell’associazione Opera Nomadi, lancia poi un’idea di grande attualità, la Casa dei popoli e delle culture. In qualità di presidente dell’Opera Nomadi, Cuomo lavora molto per la comunità di Via Idro e il suo impegno costituisce un esempio da seguire.
E’ soprattutto l’inserimento scolastico dei bambini a raggiungere i migliori risultati, grazie all’impegno delle maestre e all’apertura dell’istituzione scolastica. I primi tentativi di scolarizzazione risalgono alla metà degli anni '80, progetti pilota che sono poi stati ripresi anche a livello nazionale. Questo fa si che la frequenza scolastica degli alunni di via Idro sia oggi molto alta, praticamente il 90%.
L'inserimento dei bambini rom di via Idro nella scuola di Via Russo è stato un percorso lungo e costellato di difficoltà ma anche di soddisfazioni. Gli insegnanti e tutto il personale hanno dovuto affrontare nel tempo:
- la diffidenza da parte degli altri genitori verso una realtà da sempre disegnata con pregiudizi e stereotipi;
- la paura degli stessi genitori rom di fronte ad un differente modello educativo e culturale;
- l'utilizzo strumentale della scuola come risposta ad alcuni bisogni primari (alimentazione, salute, igiene);
- la scarsa quantità di risorse utilizzabili;
- lo svantaggio globale presentato dai bambini e determinato anche da problemi di bilinguismo sottrattivo.
Il tempo, la reciproca conoscenza, gli interventi al campo, le risposte della scuola ai bisogni di questa utenza, hanno permesso una collaborazione più attiva da parte delle famiglie e il crearsi di un rapporto di fiducia senza il quale nessuna didattica può avere luogo.
Nel 1990 viene fondata da alcuni rom di Via Idro la cooperativa Laci Buti, con la collaborazione di operatori sociali e tecnici, a cui si affianca nel 1999 nella cooperativa sociale Laci Buti 2, specializzata nei lavori di manutenzione delle aree verdi e della coltura floreale.
La situazione precipita negli ultimi anni, con l’ultimo governo Berlusconi, per la recrudescenza della politica discriminatoria nei confronti degli zingari e degli stranieri in generale. A Milano, l’amministrazione Pdl/Lega si distingue per l’accanimento contro i campi rom e per la sequela di sgomberi che nel biennio 2009/marzo 2011 arriva a ben 360! Con tale politica razzistica il problema non solo non si risolve ma viene in continuazione spostato e riproposto instillando paura e odio. Diventano enormi i costi morali sociali ed economici. Basti pensare che ogni sgombero viene a costare tra i 20 e i 30 mila euro! I costi complessivi oscillano tra i 7 e i gli oltre 10 milioni di euro!...
Con il decreto e le ordinanze del ministro dell’interno Maroni (2008), viene dichiarato lo stato d’emergenza in Lombardia, Lazio e Campania “in relazione all’esistenza di comunità nomadi nei rispettivi territori”, per la pericolosità sociale dei campi rom e per la sicurezza dei cittadini!... Eppure si tratta di un numero molto modesto di Rom e Sinti residenti in Italia: non più di 170 mila persone, di cui la stragrande maggioranza cittadini italiani e il 40% di minori di 18 anni; appena lo 0,02% della popolazione, il più basso d’Europa! E a Milano i nomadi non raggiungono le 2000 unità! Accanirsi contro queste minoranze è davvero indice di allarmante inciviltà.
I “10-12 milioni di rom europei continuano a essere vittime di gravi discriminazioni strutturali” viene denunciata con la Risoluzione del 25 marzo 2010 dal Parlamento europeo, che “condanna la recente recrudescenza del razzismo contro gli zingari“ (la “fobia dei rom”!); e chiede alle istituzioni della UE e ai singoli Stati membri di adottare misure che riconoscano “la piena cittadinanza e la partecipazione socioeconomica dei rom”; che garantiscano le “pari opportunità” per l’inserimento scolastico, per “ l’integrazione nel mercato del lavoro”, per l’accesso al diritto alla casa; di sostenere “ campagne di educazione pubblica alla tolleranza rivolte alla popolazione non rom e riguardanti la cultura e l’integrazione dei rom”; che incoraggino “le autorità locali a fare un uso migliore delle opportunità di finanziamento offerte dai fondi strutturali per promuovere l’inclusione dei rom, compreso il controllo oggettivo dell’esecuzione dei progetti”; che riconoscano “l’importanza delle organizzazioni rom a livello dell’Unione quale elemento indispensabile per garantire il successo delle politiche di inclusione sociale”.
Il 21.10.2010, il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa emana una Risoluzione di condanna dell’Italia per la sua politica di discriminazione dei rom. Il 16.11.2011, il Consiglio di Stato, sez. IV, con la sentenza n. 6050 annulla il piano Maroni e abroga le tre ordinanze del 30.5.2008 di dichiarazione dello stato di emergenza in Lombardia, Lazio, Campania.
In Via Idro la situazione peggiora nonostante che nel gennaio 2008 la Casa della Carità vinca la gara d’appalto e, secondo la convenzione, diventi “gestore” del campo. Occorre chiedersi come mai non hanno funzionato il centro polifunzionale, il presidio sanitario, lo sportello lavoro. La cooperativa non ha più avuto commesse lavorative. E la serra di 270 mq è fuori uso. Forse perché l’obiettivo prioritario era (ed è ancora?) quello di smantellare il campo stabile per la comunità storica e trasformarlo in “campo di sosta” o di “transito”?

Un percorso fattivo e condiviso

Eterogeneità e specificità delle soluzioni
Nell’affrontare la questione rom occorre tenere conto che in tutta Italia, come nella stessa Milano, le comunità presenti sono diverse per storia, tradizioni, presenza, integrazione, bisogni. Non esistono quindi a nostro giudizio soluzioni standard replicabili automaticamente.
Quindi gli scriventi non intendono sottoporre proposte universali, ma che siano invece ragionate sullo specifico delle persone e della zona coinvolte, che siano gestibili, che facciano salvo il principio della coesione sociale. Se poi questo può dar vita ad una discussione più generale sulla mediazione e gestione di situazioni simili, non possiamo che esserne fieri.
Come nel passato, quando i campi sembravano l'unica soluzione per Rom e Sinti, nei ragionamenti attuali sul loro superamento, c'è un vizio di forma. Rom e Sinti non sono stati consultati allora e, ancora oggi, nessuno sente il dovere di discutere assieme a loro le soluzioni che riguardano in prima istanza il loro futuro.
Se i campi sono ghetti istituzionalizzati, ci poniamo alcune questioni:
1. la vera discriminazione è sempre stata considerare i Rom come cittadini di seconda categoria, senza che avessero voce in capitolo nelle scelte che li riguardavano;
2. i campi nomadi sono diventati col tempo una fonte di rendita non per chi ci viveva, ma per le associazioni che li gestivano. Associazioni che si sono sempre sentite in diritto di rappresentare le istanze di Rom e Sinti a loro uso e beneficio;
3. infine, se i campi sono un ghetto, non è abolendoli che si risolve il problema. Sarebbe spostare il problema per l'ennesima volta: lo affermiamo sapendo di alcune famiglie rom che sono andate ad abitare in casa, abbandonate a se stesse, portandosi dietro tutti i loro problemi e trovandosene di nuovi.
Ribadendo che allora per superare le indecisioni del passato e mettere in atto strategie efficaci è indispensabile la PARTECIPAZIONE, come cittadini titolari di diritti e doveri, a tutte le istanze che li riguardano, da quelle centrali a quelle del decentramento.

Il termine campo
Per questo si rende necessario reimpostare il linguaggio e usare parole di senso civile. Il termine “campo” è quello che più si presta a circoscrivere e ghettizzare la vita dei nomadi, e contiene reminiscenze terribili di persecuzioni concentramenti ed annientamenti etnici nel corso degli ultimi secoli, e del periodo dei totalitarismi, in particolare del nazifascismo. Le stesse aggettivazioni - campo di transito, di sosta, di permanenza temporanea - denotano lo stigma dell’emarginazione e della precarietà, dell’allontanamento e dell’espulsione dalla comunità dei cittadini.
Per attuare un’adeguata politica dell’ospitalità e del rispetto delle culture ex-nomadi, dell’integrazione e del diritto di cittadinanza si pone il problema del superamento dei campi e/o della loro chiusura. L’obiettivo del “superamento dei campi” deve coincidere con la finalità di smetterla con i pregiudizi contro questa etnia.
Secondo noi è più corretto ed efficace superare il termine “campo” ed usare parole come “area”, “villaggio”, “comunità”. Occorre chiudere definitivamente con la fase barbara degli sgomberi e perseguire una politica attenta a migliorare le condizioni strutturali degli spazi che ospitano i nomadi, allo scopo di riconoscere – come afferma il Parlamento europeo – la piena cittadinanza e la partecipazione socioeconomica dei rom e di garantire le pari opportunità, nonché consentire la libera scelta rispetto alle modalità di vita stanziali e residenziali. L’obiettivo del “superamento dei campi” deve essere realizzato con il coinvolgimento consapevole e responsabile degli interessati, con la gradualità necessaria e le modalità specifiche più diverse.
Nel caso di Via Idro, ci sono tutte le potenzialità e le positività perché il “campo” venga rispettato per quello che è: una comunità storica e stanziale da 22 anni di cittadini italiani, in un’area da valorizzare nell’interesse generale della comunità metropolitana e dei quartieri interessati.
Qui il “superamento del campo” non vuol dire sostituirlo con quello di “sosta” o “transito”, né “chiusura del campo”.
In questo caso si tratta di realizzare un progetto di Villaggio sociale e solidale permanente, vero e proprio presidio di un sito strategico del costituendo Parco della Media Valle del Lambro, formato dalla comunità dei rom harvati che scelgono di continuare a viverci assumendosi - assieme alle istituzioni ed enti, associazioni e comitati di cittadini – compiti e responsabilità all’interno di un progetto di lavoro e di cooperazione sociale economica e culturale in diversi settori, in un contesto urbano ampio costituito dai quartieri di Gobba / Crescenzago / Adriano / Via Padova del comune di Milano e dai comuni confinanti di Sesto San Giovanni, Cologno Monzese e Vimodrone.

Un quadro normativo
Prima di elaborare nuove politiche (qualsiasi possano essere), riteniamo indispensabile che l'amministrazione compia un bilancio critico sui risultati e fallimenti del "Piano Maroni", come siano stati impiegati in passato i fondi erogati, quante famiglie rom e sinti ne abbiano effettivamente beneficiato, quali fondi residui sono a disposizione.
Occorre poi dare un quadro normativo certo e rispettoso dei diritti-doveri previsti dalle leggi e dalla Costituzione, perché chi vi risieda sia un cittadino a tutti gli effetti.
Da parte nostra, rimaniamo dell'opinione che, come tutti i cittadini abbiano pari dignità, lo stesso principio valga per le forme dell'abitare, purché queste non portino a violazioni di legge.
L'isolamento e la ghettizzazione non si possono superare imponendo modelli di vita dall'esterno, ma solo con la condivisione e l'interazione.

Costruire certezze
Gli ultimi due anni hanno rappresentato un periodo di grande incertezza per la comunità rom, dovuta al progetto di sostituire quella che a tutti gli effetti è la loro casa, con un campo di sosta a rotazione. Progetto mai attuato, anche perché assurdo, nella nostra zona o altrove. A parte questo, non siamo mai riusciti a capire perché cittadini italiani in zona da sempre avrebbero dovuto andare via, per lasciare il posto a gente che in tre mesi teoricamente avrebbe dovuto trovare casa e lavoro.
Questa incertezza, unita a promesse di finanziamenti dal Comune per chi intendeva lasciare il campo, ha portato qualcuno ad aprire un mutuo per l'acquisto di un rustico da ristrutturare, altri a fare domanda per le case popolari. Sinora alle promesse non sono seguiti i fatti, e tutta la comunità vive nel costante timore di ritrovarsi per strada. Dopo anni di incertezza, gli abitanti chiedono un pronunciamento chiaro e duraturo da parte del comune.
Se invece venissero mantenuti gli impegni di assistere chi ha scelto di essere accompagnato nell'uscita dal campo, e nel contempo venissero allontanati definitivamente da chi ne ha il potere, le poche famiglie degli occupanti abusivi (che hanno comunque residenza altrove), le presenze si ridurrebbero a circa 70/80 unità, dimezzando praticamente l'area sinora occupata e rendendo possibile la trasformazione da campo-ghetto ad un vero e proprio villaggio alle porte di Milano.

Presidio sociale
Qualsiasi siano le politiche future rivolte, nella maniera più condivisa possibile, agli abitanti dell'attuale insediamento, andrà fatta una riflessione critica sul ruolo del PRESIDIO SOCIALE, che in passato avrebbe dovuto fungere da elemento chiave nell'affrontare le diverse questioni dell'abitare, della scolarizzazione, del lavoro e della sanità, Nel contempo riteniamo che l'attività di questo presidio avvenga col supporto dei servizi di zona preposti.
Difatti secondo noi una delle cause delle incertezze ricordate prima, è lo stato di abbandono non solo fisico, ma anche sociale, in cui si soni ritrovati i residenti, in particolare quelli che non avevano possibilità di compiere scelte in autonomia.

Il lavoro
Cominciamo con questo punto, perché molto più di quello dell'abitare, è il prerequisito per una scelta consapevole e duratura, tanto riguardo alla futura integrazione che riguardo all'abitare.
Si tratta di passare da una situazione attuale di sostanziale precarietà finanziaria ed esistenziale, ad una che permetta ai Rom di via Idro di poter decidere in autonomia sulla loro esistenza. Non occorre partire da zero: si tratta di cittadini italiani che già hanno iniziato questo percorso di autonomia, che va ripreso e sostenuto.
Il lavoro, assieme alla formazione e alla scuola, è il pilastro portante del progetto. Si tratta di valorizzare l’esperienza e la professionalità dei rom harvati e di rimettere in attività la loro storica cooperativa Laci Buti.
La cooperativa può operare in diversi settori lavorativi, con personale che ha seguito corsi professionali di operatore del verde:
- Manutenzione e cura del verde (taglio erba e siepi, potatura alberi, recinzioni, ecc.)
- Produzione di verde e piante (ripristino del vivaio e della serra)
- Pulizia di aree urbane
- Sgombero di cantine e magazzini.

Nel passato dava lavoro ad una ventina di persone, ma via via col tempo il Comune ha tagliato gli appalti, e l'ultimo anno ha lavorato solo due giorni. Eppure il lavoro è tutto intorno: in quell'area che le forze politiche e le associazioni di zona vorrebbero rivalutare, e via Idro è praticamente un corridoio verde che collega il parco Lambro e il parco del naviglio Martesana al parco della Media Valle del Lambro. Quello che è mancato negli ultimi anni è stata la volontà politica, di mantenere in vita questa esperienza e contemporaneamente di realizzare un polmone verde nella zona, riqualificando tutto il sistema-navigli in vista dell'Expo.
In passato alcuni giovani sono stati assunti all'AMSA, anche se attualmente ne sono rimasti a lavorare solo due. Potrebbe essere un'esperienza da riprendere, soprattutto per quelli che hanno meno di trent'anni.
A queste attività se ne possono aggiungere altre: di fronte alla crisi attuale alcune famiglie hanno ripreso l'attività tradizionale di recupero e riciclo di materiali usati e/o di rifiuti, anche se attualmente non è assolutamente remunerativa. Per questo, grazie all'interessamento di alcuni volontari, si sta progettando di frequentare un corso per operatori di ricicleria (tra l'altro quella di via Olgettina si trova a poca distanza).
Riprendendo l'esperienza di parte di alcune famiglie della tradizionale attività di allevamento di cavalli e di altri animali, che rischia di scomparire, possibilità di ripristino di un'area con maneggio, servizio psico-socio-terapeutico per le persone con handicap, ecc., da inserire nel progetto con funzioni sociali e di tempo libero ed anche terapeutiche.

Le strutture
Come soluzione abitativa indicheremmo quella già presente nel programma elettorale del sindaco, cioè l'autocostruzione di moduli abitativi ad un piano solo e non ancorati al terreno. Per questo ci si ispira a quanto presente nei campi comunali di Muggiano e Chiesa Rossa, recentemente sottoposti a ristrutturazione. Qualora un nucleo non fosse in grado di provvedere in autonomia, si chiede un sussidio simile a quello disposto per chi volesse fare un percorso di uscita dal campo.
Si mira così alla corresponsabilizzazione degli abitanti del campo che potrà esplicarsi non solo nella partecipazione alla gestione del campo, ma anche nell’assunzione di compiti diretti di riqualificazione e di manutenzione dello spazio, sotto la supervisione di tecnici del comune. Per esempio: sistema idraulico, fognario e antincendio, ristrutturazioni in economia, autocostruzione di moduli abitativi, ecc.
Già attualmente esistono professionalità inespresse tra gli abitanti. Si tratta di valorizzarle, volendo anche prefigurare servizi di gestioni e mantenimento diretto, partecipati e senza che il comune debba appaltare esternamente questi servizi.
Qualora, come è nostra speranza, questo villaggio potesse assumere carattere di stanzialità, sarebbe opportuno, sempre nell'ottica dell'ottimizzazione delle spese, progettare un impianto di riscaldamento a metano, o addirittura a pannelli solari.

Manutenzione e riqualificazione
Il progetto prevede l’immediato ripristino delle condizioni strutturali necessarie alla vita normale delle persone: bonifica e cura dell’area, acqua, fognature, elettricità, centro polifunzionale, messa a norma di un sistema residenziale leggero ed ecologico, in sintonia con l’ambiente naturale.
Il campo che sino a 10 anni fa era indicato come un modello, ultimamente ha sofferto di mancanza di manutenzione. Oltre al ripristino della fornitura di corrente elettrica (in via di attuazione) sono necessari alcuni interventi:
- ristrutturazione dei servizi igienici, che cadono a pezzi;
- risistemazione del sistema fognario, perché con la pioggia il campo si allaga;
- collegamento delle bocchette antincendio;
- infine, risistemare le piazzole esistenti, che sono deteriorate e calibrarle per gli occupanti che rimarranno.
Questi sono semplici interventi manutentivi, secondo noi affrontabili con poca spesa se, a differenza del passato, gli appalti dei lavori verranno assegnati con chiarezza e a ditte responsabili. Occorre inserire nel villaggio la Cascina Lambro. Qualora ci fosse la possibilità fattiva, si chiede il suo restauro per adibirla a sede sociale, centro culturale, archivio storico del canale Martesana e – come proposto da altri – museo della bicicletta, proprio in un punto cruciale della pista ciclabile Milano/Adda tra le più lunghe e significative della Lombardia. Si propone che il finanziamento per questa opera venga attinto dai fondi per l’Expo. In qualsiasi caso le sue condizioni attuali ne rendono urgente la messa in sicurezza.

Centro polifunzionale
Le attività di carattere culturale-artistico-musicale potranno essere proposte anche in ambiti esterni, ma esiste già questa struttura che può fare da incubatore.
Trattasi di un edificio in cemento armato, voluto dal Comune una quindicina di anni fa, sostanzialmente inutilizzato, senza corrente elettrica e riscaldamento.
Già da subito, se venisse reso agibile, esistono progetti e professionalità per utilizzarlo come sede per recupero scolastico, animazione invernale, o corsi professionali (di cucito per le donne, ad esempio). Attività che si intendono estendere anche a chi non abita in via Idro.
Il secondo passo è recuperarlo alla vita di zona, ospitando iniziative proposte dal quartiere. Ulteriore particolare strategico, le varie proposte di utilizzo di questo centro nascono dagli abitanti stessi di via Idro.

Scuola- formazione- cultura
Negli ultimi anni i tagli alla scuola pubblica hanno distrutto la possibilità di aiutare non solo i bambini rom ma tutti quelli che avrebbero bisogno di tempi più distesi e di interventi atti a facilitare la famosa integrazione di cui tanto si parla.
La scuola deve rappresentare all'interno del progetto il trampolino di lancio verso una vita dignitosa ma per fare questo occorrono interventi mirati per una scolarizzazione di qualità dove risorse umane e strumenti non possono mancare.
Anche la frequenza dei corsi di “educazione per gli adulti” (assolutamente gratuiti) siti nel plesso della scuola media Rinaldi possono rappresentare un'occasione di conoscenza e scambio. C'è ancora molta diffidenza e paura da parte della popolazione rom ad utilizzare le risorse presenti nel territorio. Soprattutto le donne andrebbero accompagnate a conoscere i propri diritti e a superare la diffidenza verso il mondo fuori dal campo, diffidenza legittima ma che le priva di possibilità.
A parte ciò, deve trovare risposta l'annosa questione del pullmino scolastico che accompagna i bambini alla scuola Russo. Non si capisce la ragione per cui debba fermarsi all'angolo con via Padova, quando la via Idro viene percorsa anche da camion. In questa situazione, i bambini che frequentano la scuola, devono percorrere andata-ritorno ogni giorno un km. e mezzo, con qualsiasi condizione atmosferica e con rischio per la loro incolumità. Si ricorda che inizialmente il trasporto alunno era stato dato in appalto alla cooperativa Laci Buti.

In sintesi, il progetto assegna all’istruzione, alla formazione e alla cultura, centralità e priorità. Si deve:
- consolidare la pluriennale esperienza di inserimento e frequenza della scuola dei bambini rom e valorizzare al massimo la collaborazione soprattutto con la scuola elementare di via Russo;
- prevedere itinerari di continuità scolastica nelle superiori ed eventualmente un centro di formazione ed aggiornamento professionale in loco, con particolare attenzione alle attività peculiari del villaggio;
- istituire una biblioteca e un centro di lettura;
- programmare iniziative culturali artistiche musicali.

Inserimento del villaggio nella vita del territorio
Esso dovrà essere reso evidente sia nell’ipotesi di un progetto di riqualificazione della via Padova, sia nella disponibilità del campo stesso a fornire opportunità di incontro ricreativo, culturale, sociale offerte a tutta la popolazione. La Festa della Via Padova potrà costituire un’ottima occasione per rendere visibile questo legame di appartenenza.
La proposta progettuale verrà sottoposta all’attenzione dei cittadini e delle altre associazioni e comitati con cui è consolidata un’esperienza comune di impegno civile e sociale, con la disponibilità alla massima apertura e alla collaborazione più ampia e plurale possibile.
Si potrebbe valutare la costituzione di una Società di Mutuo Soccorso, a cui aderiscono sia i promotori e i protagonisti del progetto sia altri soggetti ed enti interessati.
Si propone che venga creato un Comitato di coordinamento indirizzo e controllo formato dai rappresentanti dell’amministrazione centrale e di quella zonale del Comune di Milano, dai protagonisti del progetto e, possibilmente, dai rappresentanti del Parco della Media Valle del Lambro e dei comuni di Sesto San Giovanni, Cologno Monzese e Vimodrone.
Un comitato tecnico-scientifico, composto da esperti in campo giuridico, economico e amministrativo, ecologico/ambientale, di marketing e comunicazione ecc., ha il compito di sviluppare tutte le fasi del progetto e di sovrintendere alla loro realizzazione.
Enti pubblici e privati, con i quali allacciare relazioni di collaborazione e a cui rivolgersi per il reperimento di risorse economiche e finanziarie: Consiglio di Zona e Comune di Milano, Provincia, Regione, Unione Europea, Fondazione Cariplo, Banca Etica, aziende della green economy.

Consiglio di Zona
E’ da prevedere un coinvolgimento diretto del Consiglio di Zona che dovrà considerare il villaggio di via Idro uno spazio di convivenza da adottare e dovrà anche assumere, con le modalità da individuare, compiti di vigilanza, gestione, offerta di servizi vari.

I soggetti promotori e protagonisti
Si assegna un ruolo centrale alla comunità di via Idro e alla cooperativa rom Laci Buti , che devono operare in collaborazione con le associazioni e i comitati di cittadini che aderiscono al progetto e cooperano alle attività e alla vita del villaggio.

ANPI Crescenzago - Associazione Elementare Russo – ComitatixMilanoZona2 Comitato Vivere Zona 2 – Comunità Rom via Idro - Cooperativa Laci Buti Legambiente Crescenzago – Mahalla - Martesanadue - SITART

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Anno 10, Numero 40
June 2013

 

 

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