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poesia: la questione della casa

meena alexander

A volte mi chiedono, hai sempre voluto scrivere poesie? È proprio quello che volevi? E io rispondo con la massima sincerità: volevo fare l’artista circense innanzitutto, non proprio un’artista qualunque, ma la funambola. E conoscevo la parola “artista” e avevo la sensazione che fosse grandiosa ed esattamente ciò che volevo essere. Quando avevo sei anni mio nonno mi portò a vedere il Gemini Circus a Kerala e rimasi colpita dalle ragazze pelle e ossa nei loro costumi sgargianti e sbalordita dalle loro prodezze d’equilibrio. E non mi dissuase né il fatto che stessero di sicuro tremando a terra nei loro costumi striminziti, era la stagione dei monsoni e faceva freddo, né che non riuscissi a sostenere quell’altezza. Così tentai di tenermi in equilibrio su un palo di bambù abbandonato da qualcuno - correva tra la conigliera e il pollaio, entrambi fabbricati di cemento scadente. Caddi, mi sbucciai le ginocchia. Visto che per l’agitazione facevo traballare il palo e che mi era difficile camminare perfettamente dritta, mi accontentai del cortile sabbioso.

Tracciai delle linee nella sabbia con un ramoscello e cercai di percorrerle, con gli occhi chiusi, ritenendo che fosse il miglior modo possibile per acquisire familiarità con l’altezza e capire, entro un certo margine di sicurezza, cosa fossero le vertigini che si accompagnano alle impossibili prodezze d’equilibirio. Capii molto in fretta quello di cui ancora oggi mi rendo conto: nella vita o nell’arte mi è molto difficile persino tentare di camminare su una linea completamente dritta.

La seguente scelta di vita fu un’ambizione inculcata in me da mio nonno materno e assecondata e appoggiata da mia madre - che dovessi diventare un medico e fare del bene nel mondo, dopo tutto in India c’era bisogno di dottori, quale paese aveva bisogno di poeti? Mio padre si teneva alla larga da questa precisa discussione. Era uno scienziato e aveva studiato fisica all’università prima di passare alla meteorologia e riteneva che i metodi d’indagine scientifica fossero quanto di più vicino alla verità potessimo raggiungere, in piena coscienza. E aveva la sensazione che la fisica sarebbe stata la mia strada. Ma ero un disastro in matematica e reputavo impossibili i calcoli di fisica, e quanto alla chimica, quello che più mi piaceva erano i colori dentro le provette e continuavo a concentrarmi su di essi invece che sulle ipotesi a cui credevano stessi lavorando.

Poi è capitata la poesia. È l’unico modo in cui potrei esprimermi. Ho iniziato a scrivere poesie che ero molto giovane. Avevo undici o dodici anni. La ragione per cui continuo a scrivere è sempre la stessa. Per me rappresenta la musica del sopravvivere. C’è una voce dentro di me che mi parla, che crea musica dalle parole, che crea le note dalle sillabe, che crea ritmi laddove le parole non arrivano.

Ci sono molte altre questioni che potrei condividere con voi riguardo la composizione di una poesia. Il modo in cui da ragazzina scrivevo in segreto, in bagno, per non farmi vedere da nessuno. Come nascondevo i miei scarabocchi tra le pieghe delle mutandine. Il senso di vergogna he provavo per ciò che era così intimo per me, avevo la sensazione che ciò che avevo creato non avrebbe mai potuto essere conforme a quello in cui credeva il mondo. Così, preda della paura e del panico, configuravo il mondo e la sua entità come perennemente ostili a ciò che avrei potuto scrivere. Allo stesso tempo perseveravo nel credere che ciò che creavo fosse intenso e puro e avesse bisogno di esistere. Poiché consideravo e considero tutt’oggi le mie poesie alla stregua di oggetti creati.

Mi sembra, se ripenso al passato, che proprio all’inizio non sentissi il bisogno di condividere con gli altri ciò che scrivevo. Mi bastava averla scritta la poesia, che la poesia esistesse. Il bisogno di condividere, di pubblicare, di ottenere il riconoscimento altrui per ciò che avevo scritto, quel desiderio, quella brama, vennero in seguito.

C’è un aneddoto curioso della mia storia personale che a questo punto mi sembra importante citare, il fatto che ogni anno della mia infanzia e giovinezza sia stato diviso in viaggi tra l’India e il Sudan. Alla Conferenza di Bandung del 1955, Nehru incontrò Azhari, presidente del Sudan e si stabilì che sarebbe stata inviata dell’assistenza tecnica dall’India a quel paese africano, da poco indipendente. Medici, avvocati, giudici, scienziati, insegnanti attraversarono l’Oceano Indiano e mio padre, giovane all’epoca, meteorologo per il governo indiano, decise di tentare la fortuna. Venne “dislocato all’estero”, parole esatte, per lavorare in quell’altro paese. Mi chiedevo cosa spingesse mio padre a volersi trasferire per qualche anno, forse quello spirito d’avventura che non l’abbandonò mai, un bisogno di intravedere un altro orizzonte, con tutte le difficoltà che ne conseguivano. Con questa decisione, la mia giovane vita cambiò per sempre. Compii cinque anni sul piroscafo, mentre mia madre e io viaggiavamo da Bombay a Port Sudan per raggiungerlo. Penso ancora oggi che quel compleanno sulle acque dell’Oceano Indiano mi abbia segnato in un modo molto, ma molto al di là della mia comprensione. Ha lasciato in me la sensazione che la casa sia sempre un po’ irraggiungibile, un luogo sia reale che immaginario, bramato, eppure considerato perpetuamente come altrove, intensamente illuminato, evanescente. Penso a Mallarmé che parla dell’immagine come di una absente de tous bouquets. Ecco che cosa significa casa per me. E le nostre migrazioni interne diventano musica, onda dopo onda, dandole una speranza fragile e precaria.

Si può trovare una casa nel linguaggio? Ho la sensazione di sì, almeno è ciò che ho tentato di fare. Ho lasciato l’India troppo giovane per conseguire la padronanza della mia lingua madre, il malayalam, una grande lingua dravidica dalle magnifiche tradizioni di cultura letteraria. La parlo bene e i punti di forza e di debolezza di quella lingua hanno forgiato la poetessa che sono. Da bambina parlavo l’hindi e crescendo l’inglese si è istallato nella mia mente diventando la lingua dell’attraversamento e della consegna. Ma ho scritto le mie primissime poesie, che per fortuna non sono sopravvissute, in un francese ampolloso che a quel tempo, avevo undici o dodici anni, credevo fosse l’unico mezzo adatto alla poesia. In seguito, sono passata all’inglese che di certo era più duttile, e mi dava un grande piacere sentire quella lingua incresparsi come una buccia mentre la tastavo. Le mie prime poesie stampate si fecero strada nel mondo in arabo. Apparvero in traduzione nel quotidiano di Khartoum quando avevo quattordici o quindici anni. L’arabo era una lingua che amavo, sapevo parlare la sua varietà sudanese, ma non ho mai imparato a leggere o a scrivere nella forma classica. Penso a me stessa come a qualcuno che è illetterato in molte delle grandi lingue del mondo, anche se l’inglese in cui mi esprimo s’inchina e fluisce verso di loro. Per me l’inglese è la lingua di Donne e di Wordsworth così come la lingua postcoloniale, una lingua che esercita un’intima violenza. Eppure di sicuro ogni lingua, ogni scritto esercita la propria speciale pressione sulla mente del poeta che lavora con le parole di quella lingua, la materia vivente attraverso la quale deve esprimere ciò che altrimenti resterebbe rudimentale.

Poesia e luogo; se la poesia è la musica del sopravvivere, il luogo è lo strumento sul quale quella musica viene suonata, la cassa armonica, le corde, la tastiera. Ma pur avendolo scritto devo trattare alcune problematiche. Nel tempo, a mio parere lunghissimo, che mi ci volle per diventare una vera scrittrice e sottolineo la parola vera con l’inchiostro rosso, sarei dovuta crescere in un unico luogo, in un “dear perpetual place” (unico diletto suolo). Non credo di aver avuto in mente il verso toccante di Yeats, bensì la vivida sensazione che i grandi scrittori che conoscevo possedessero tutti un luogo al quale erano irrimediabilmente legati. E il linguaggio gorgogliava da quel luogo come una sorgente da ruscelli sotterranei nascosti nel terreno. C’era Kumaranasan che visse a Kerala scrivendo in malayalam; Tagore che visse a Santiniketan scrivendo in bengalese; Verlaine che visse in Francia scrivendo in francese e il grande Shakespeare che scrisse in inglese vivendo in Inghilterra, quell’isoletta fluttuante nella cartina dell’Europa che avevo visto molte volte a scuola, ma della quale non riuscivo a farmi un’idea precisa.

In assenza di un unico e specifico luogo da poter chiamare casa e privata del possesso di una lingua da poter considerare mia e solo mia, mi sentivo arenata nella diversità che aveva segnato la mia vita, quelle ricche e scintillanti profondità mi avevano messo, o così mi sembrava, in serio pericolo. Mi ci è voluto un po’ per rendermi conto che non dovevo sentirmi distrutta e persa nella pluralità di sillabe multilingue. Al contrario, quell’alveare di lingue poteva permettermi di produrre uno strano e dolce miele, i frutti del dislocamento. Ho anche imparato a comprendere, seppur in maniera vaga, che non ero sola in questa difficile situazione e che potevo trovare nutrimento per la mia arte nuotando, meglio che potevo, in acque inesplorate che, diversamente da ciò che pensavo, condividevo con molti altri. Devo aggiungere che sono stata a lungo una nuotatrice timida, avendo preso le prime lezioni di nuoto nelle acque basse del Nilo blu, dove i coccodrilli sono in agguato. Eppure ho imparato a trarre beneficio, mentre nuoto, dalla mia stessa ombra e dalla sua tenue solidità.

***

Il primo confine che attraversiamo è quello del corpo. Stendo le mani e tocco la pietra, l’albero, la superficie dello specchio e ciò che noto sono i confini del corpo, le superfici fluttuanti del mondo, ciò che potremmo scegliere di definire reale, irreparabilmente marcato dai segni del corpo, l’unica impressione che le cose mi trasmettono e l’unica osservazione che ne traggo, seppur effimera, nell’ordinamento dei sensi. Eppure il toccare e il provare, concessomi dal corpo, il mondo da lui creato così che io possa vivere, è sempre espresso nella densità di un’ubicazione, una necessaria alterità. L’intimità del mio corpo, questo nido di carne e sangue e ossa, è già stato segnato e forgiato dai passaggi temporali di un mondo su cui ho ben poco controllo, dagli altri che non mi conoscono, che non hanno mai sentito parlare di me e che non potrebbero mai aver voglia di farlo.

Ultimamente essere cancellati rispetto alla resa che ci concede il nostro corpo, è una condizione nella quale permangono e che condividono molti di noi. Ci sono svariati modi secondo i quali chi tra noi fa parte di una minoranza, e in quanto tale marcata dalle invenzioni sociali di razza, etnicità, preferenza sessuale o genere, è obbligato a render conto di se stesso in caso di pubblico riscontro nelle piazze delle nostre città. Tuttavia, è in questo preciso punto d’irrigidimento, o meglio, quando le parole diventano opache e recalcitranti rispetto all’eleganza del desiderio, quando la vita interiore sembra oltremodo minacciata dalle restrizioni del mondo, che l’arte interviene. Mi riferisco alla poesia nei nostri giorni, il nostro parlare più puro.

La poesia entra in gioco come l’ispessimento della crosta dell’io ed esprime la sua raffinata musica, obbligandoci a eliminare tutto ciò che abbiamo innalzato davanti a noi come lance e paracolpi, le barriere della retorica difensiva. Il passaggio verso parole tanto accuratamente scelte e levigate, illumina il confine da attraversare, a cui siamo sottomessi, ma più precisamente ci evita una dipendenza troppo facile sia dai simboli della perdita che dai perduranti emblemi dell’impero.

Penso a Simon Weil e al suo concetto di de-creazione; l’io denudato, svuotato, essenziale per un’ardente vita interiore, nient’altro, solo un’attesa del nulla, un atto radicale di premurosità. C’è molto da apprendere da tale concetto nel momento in cui cerchiamo di concepire l’immaginazione, quel potere di creare immagini che opera attraverso una febbrile apertura verso il vuoto. È solo denudandoci di ciò che credevamo essere, che la gamma di circostanze create dalla poesia, che il suo minuscolo teatro del senso può realizzare se stesso. E solo allora sarà concesso alla poesia un apparente allineamento, carico di tesori nascosti, con quell’infestazione che definiamo storia.

Traduzione di Laura Maggi

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Anno 10, Numero 40
June 2013

 

 

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