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meena alexander

SUL FILO DEL LINGUAGGIO POETICO: PAROLE IN EQUILIBRIO TRA MONDI DIVERSI
Linee di sabbia tracciate da un ramoscello, percorse con gli occhi chiusi. I primi passi barcollanti dell’autrice indiana Meena Alexander sul terreno impervio della ricerca di sé, dell’equilibrio artistico. Un attraversamento lungo tutto una vita sul filo della poesia, nella progressiva maturazione di un’identità solida e multiforme. I suoi occhi di bambina, ammaliati dalle inarrivabili prodezze delle artiste circensi ancor prima che dalla poesia, rispecchiano quella naturale propensione al rifiuto delle imposizioni prestabilite, secondo una volontà parentale a priori determinata. Tale inclinazione trae nutrimento dall’efficacia di una parola poetica delicata e spontanea. Sin dalla più giovane età, il linguaggio della poesia trova spazio in una sensibilità ritmica, dal grande potenziale espressivo.
La poesia come risorsa, appoggio, rifugio, nonché canale di definizione di esperienze di vita, necessaria al disvelamento di una collocazione identitaria postcoloniale. Meena Alexander avverte per la prima volta quel senso di non appartenenza, di presenza-assenza di una stabile dimora, durante il viaggio su un piroscafo dall’India al Sudan, per seguire gli impegni di lavoro del padre, scienziato. Tale spostamento obbligato fa scaturire in lei la convinzione che la casa e la patria non possano configurarsi se non come luoghi irraggiungibili e sfuggenti, piegati alle necessità di un movimento migratorio e geografico e di conseguenza esistenziale, proprio al panorama postcoloniale. Quel sentimento di sospensione tra mondi diversi cerca risoluzione in un ancoraggio poetico, per mezzo di una forza linguistica via via esplorata e definita. L’autrice pone in tal senso le basi ideali della propria dimora nella lingua inglese, non essendo totalmente padrona del malayalam, sua lingua madre o della variante sudanese dell’arabo, successivamente assimilato nella sua forma orale. La lingua inglese non intesa come mezzo di asservimento ai canoni metropolitani a lungo introiettati dal paese natale, né come strumento di sovversione linguistica atto a perseguire altri modelli poetici post-coloniali, ma come sostanza viva, assieme alle altre lingue del mondo, “attraverso cui esprimere ciò che resterebbe rudimentale”, “nell’esercizio di un’intima violenza”. L’inglese di Shakespeare, Donne, Wordsworth predisposto e funzionale all’incontro con l’altrove, nonostante la mancata appartenenza a “un unico diletto suolo”, in un intento quasi inconsapevole di ripresa dei versi di Yeats.
Un sostrato linguistico fervido in grado di proteggere e arricchire la parola poetica dell’autrice, pur nell’inevitabile e compiuto sradicamento. È proprio tale contesto a stimolare al contempo uno spirito di condivisione, nell’ambito di analoghe esperienze di vita. Oltrepassando il confine di un corpo percepito come “dislocato” ma volto all’ubicazione, ingabbiato nell’altrui giudizio o in una parziale comprensione di se stesso, l’autrice si fa portavoce della condizione di minoranze razziali ed etniche o di genere, soffocate quanto a manifestazione della propria veridicità. In tal modo, l’arte, nella forma della poesia, entra in gioco a sostegno dell’espressione di realtà non autenticamente rivelate o riconosciute. Nel linguaggio poetico si sedimenta il parlare più puro, così da infrangere le barriere della diffidenza comunicativa, in un più conscio bisogno di rafforzamento identitario e parallelo abbassamento delle personali difese nei confronti di una realtà ritenuta severa. Un mutamento che si discosta da ogni possibile dipendenza dai “simboli dell’impero”, ma che riprende il concetto della “de-creazione”, caro a Simone Weil. Esso va inteso come creazione che si riversa nel nulla, dissoluzione di un io disarmato, mirata alla realizzazione della vera natura dell’universo, nella molteplicità delle possibili “circostanze create dalla poesia”, lungo le quali si può avanzare più sicuri. Nozione pura, “absente de tous bouquets” che la parola umana potrebbe manifestare, componendosi di intenzioni e disgregandosi nelle sensazioni, così come teorizzato da Mallarmé in Crise de Vers. La poesia come espressione intimistica di una tensione, risolta attraverso una progressiva e intensa immersione in un tutto, pur tanto temuto dalla poetessa durante la composizione dei primi esperimenti letterari.
In tal modo, Meena Alexander, dapprima barcollante sulle linee di sabbia dell’infanzia, procede nel suo percorso poetico, marcato in seguito da una “tenue solidità”, come lei stessa lo definisce. È così che la profondità della sua arte si dispiega in un possibile allineamento con quella realtà storica postcoloniale di cui si sostanzia, nella sintesi e conciliazione di culture e mondi diversi.

Angela Caputo

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Anno 10, Numero 40
June 2013

 

 

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