El Ghibli - rivista online di letteratura della migrazione

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15 kg

raffaella bianchi

Samsonite rossa rigida. La valigia con cui ho viaggiato tanto. Ha qualche sfriso sulla corazza di plastica. Riempirla e volare Rynair. Esperienze ansiotiche di vita mobile. 15 kg di vestiti, libri e sogni, saranno i sogni che pesano sempre troppo. E le provviste da migrante, il parmigiano sottovuoto coop è già da solo 250 gr., poi c’era il cioccolato equo e solidale per i miei docenti, che in Inghilterra il corrispondente prodotto politically correct fa schifo.
Spostarmi in Turchia ha cambiato la natura delle mie provviste. Ora ho bisogno del caffé Lavazza e dei dadi vegetali senza glutammato per fare il risotto, qui si trovano solo quelli pesantissimi per il brodo di carne e di pollo, ma amo i formaggi freschi di qui e recupero qualche bottiglia al duty free, che trenta per cento di tasse sugli alcolici non fanno piacere a nessuno.
Ora non viaggio più tanto spesso, ma ho più valigie. E’ finito quel su e giù dalla bilancia elettronica. Quel togliere quel paio di etti, quel paio di scarpe e mettersi il giaccone addosso sopra alla giacca, con un maglione allacciato in vita.
Pesa, chiudi, alza, tagli, dentro, pesa.
L’ansia di volere tutto. Di non avere abbastanza. Di dimenticare, e allora portar via, pezzi di mondo, di vita, di terra.
Quelle valigie piene di patria. Di quanta madreterra ha bisogno la donna migrante? Domanda che non trovo su Cosmopolitan.
E mentre sono via, scrivere quelle storie simboliche di donne che impersonano la nazione che gli accademici anglo-americani non capiscono e non mi vogliono pubblicare. E lo sapranno ben loro qual’è il rapporto incarnato tra donna e nazione in Italia, no? Sono immersa in storie di un secolo e mezzo fa, sogni di cantanti dai palchi d’opera, mentre gli studenti nell’aula a fianco suonano musica da matrimoni turchi poveri o mentre guardo fuori da un palazzo anni cinquanta su un campo da rugby. Cerco di evadere gli sguardi fissi degli uomini curdi, i sorrisi di circostanza della mia compagna d’ufficio cinese, di farla finita con questa identità italiana da tesi e di andare oltre, move forward, move, move. Le valigie pesano e mi tirano indietro.
“Are you going back to Italy after your PhD?” “I am going forward”. Cara la mia segretaria, indietro non si torna e poi ‘ndo vado? Quo vadis? Che faccio? Il dado è tratto; la valigia è pronta. Valigia di plastica supertecnologica a quattro ruote stavolta, leggera da portare per la mia schiena e le sue ernie.
E ora sono forward e sempre quell’idea che magari, che forse, che chissà, era meglio prima o sarebbe stato meglio se avessi preso un’altro aereo. Ora sono in barca e il sole di una giornata risplendente si spegne sul Mar della Marmara. Ho appena lasciato Istanbul e mi dirigo a casa su questo barcone, niente valigie, solo pendolarismo giornaliero, una borsa, il solito abbigliamento a strati, a cipolla, come quando andavo a scuola in autobus a Milano. Non ho mai smesso di pendolare da allora.
I am going forward in questo mare un po’ chiuso e protetto e cerco un centro di gravità permanente dove lasciar sedimentare la mia vita. Uno spazio per dimenticare le valigie. Ho una catasta di valigie di forme diverse nella stanza piccola di casa, la stanza dei gatti, con l’armadio con le ante scorrevoli dove la mia vanità risiede e si riflette nello specchio sulle sliding doors a fianco alla vaschetta con la cacca dei gatti. Pulirla ridimensiona la vanità.
Sole e Grisu, l’unica famiglia che son riuscita ad acquisire, di cui ho voluto prendermi carico in questo mare di valigie. Due gatti turchi col passaporto. Non si sa mai. Mi sembrano come me, buttati là in questa isola, un po’ randagi, un po’ domestici, troppo piccoli per farcela.
Vado controcorrente, niente metrobus, niente automobile. Sola in piedi, aggrappata alla mia borsina rossa con sempre i documenti in tasca. Passaporto, permesso di soggiorno, carte di credito e chiavi di casa. Ecco, è tutto qui. Ho chiuso le lacrime dentro le grosse valigie e giro leggera, ma non viaggio poi tanto. Ai gatti non dispiace quando piango e mi lasciano fare. Ci sono tante cose che non capisco di questa vita a rate. Ho ripreso a portarmi in giro le cartoline d’arte. Si possono mettere in valigia e poi appendere al muro. E poi rimettere in valigia e portare via. Mi ricordano quel corso di storia dell’arte moderna alla Statale, il rumore delle diapositive e i miei occhi che si aprivano a una comprensione estetica orgasmica. Le immagini al muro non c’erano a Gaziantep. Iconoclastica piccolo borghese d’abitudine. Mi piacciono le cartoline sono pezzi di mondo, di anima che porto con me. Canim, si pronunci gianim, è una bella parola turca per dire “anima mia”, come quella canzone, come faceva “anima mia, torna a casa tua...”. Casa? Forse la mia casa sono quelle valigie accatastate.

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Anno 10, Numero 40
June 2013

 

 

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