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l’altro barack

julio monteiro martins

Senti, Mara, la vuoi smettere di tormentarmi dicendo che sono matta solo perché una volta sono andata a letto con Ali Babà?

Come se tu non l’avessi mai fatto, e invece l’hai fatto e come, cara mia. Mica sono smemorata io. Mi ricordo benissimo di quel tipo che insegnava la salsa a Firenze, quel cubano, come si chiamava? Aveva un nome strano… Porfirio, ecco! Bello Porfirio! Mammamia, un pezzo d’uomo… E non hai perso tempo, tu, vero? L’hai rimorchiato alla prima “lezione”!

Lo chiamavo Ali Babà perché non ricordavo mai il suo nome. Lui ci rimaneva male. Voleva che lo chiamassi con il suo vero nome, Barack Ali Gamoudi. Alla fine l’ho dovuto memorizzare. Lui diceva che Ali Babà era nome di ladro, e che lui era povero ma non era un ladro. È giusto. Ma io, Barack non riuscivo a chiamarcelo. Non mi veniva. Che c’entrava il nome Barack con quel povero muratore?

Lavorava insieme ad altri due marocchini rifacendo il muro di casa mia, che stava per crollare a causa dell’umidità, l’intonaco si sgretolava, si scioglieva proprio, veniva giù con tutto quel muschio che gli cresceva sopra. Te l’ho fatto vedere una volta, no? Lì dov’è casa mia adesso, prima c’era una palude, che poi è stata bonificata, ma non completamente. Quando piove l’acqua si ristagna intorno al cortile e la casa l’assorbe dal suolo come se avesse radici. Una cosa tremenda. Anche il materasso e il sofà sono costantemente bagnati, inzuppati, gelidi nell’inverno, così come i guanciali e le lenzuola. Quando piove, in meno di due giorni si formano delle macchie scure dietro gli armadi e poi viene una peluria biancastra, uno schifo. Se continuo a stare in quella casa finirò per ammalarmi sul serio. Ma per ora devo proprio restarci. Per forza! Nessuno la vuole in quello stato, ed io non ho soldi per affittarne un’altra. Un giorno viene giù con tutte quelle pareti marce, oppure sprofonda nella melma e scompare… Spero solo di avere il tempo di uscire prima.

Avevo notato che uno dei muratori, che era arrivato dopo gli altri, che poi ho saputo che era un tunisino, mi mangiava con gli occhi, poverino. Sembrava che avesse un fuoco dentro, una disperazione. Che toccare il mio corpo gli avrebbe salvato la vita. Io ero in imbarazzo e anche un po’ sgomenta, capisci? È una grande responsabilità avere vicino un uomo che ti desidera così tanto. Guarda, non mi ricordo di aver mai visto uno sguardo come quello prima. Degli occhi verdi così… voraci. Supplicanti. Si vedeva che per lui io non era affatto grassa, cicciotella, ma la più bella delle donne. Mi faceva un effetto!

Be’, un giorno dopo aver lavorato per tutta la giornata, gli altri sono andati via e Ali, che era venuto in bicicletta, indugiava accanto al cancello, faceva finta di controllare le gomme della bici, apriva e chiudeva lo zaino, si puliva le mani… Mi sono avvicinata, ho preso coraggio e gli ho chiesto se volesse rimanere a cena. Non so se lui proprio non ha capito o se non ci credeva. Mi guardava in silenzio, con gli occhi verdi sgranati, un grande punto d’interrogazione, e anch’io ero lì di fronte a lui, in silenzio, aspettando una risposta. “E allora?”, gli ho chiesto alla fine. “Allora cosa?” mi ha domandato. “Allora, rimani a cena o no?”. “Qui?”, mi ha chiesto, sconcertato. “Sì, qui da me, a casa mia. Farò il pollo con le patate. Il pollo lo mangiate, no?” “Sì, grazie.”, ha detto, mentre spingeva timidamente la sua bici un’altra volta dentro il cortile. Non era sua e aveva paura che la rubassero.

Parlava poco. Sembrava quasi di aver paura delle parole, le misurava con prudenza come se ogni sua frase fosse messa a verbale da un funzionario invisibile e aggiunta agli atti di un futuro processo. Ma io insistevo, gli facevo capire che mi doveva la sua storia, che non poteva rifiutarmi quel regalo. E così sono riuscita a strappargli alcune confessioni impressionanti. Mammamia, Mara, come aveva sofferto quel poveretto in Italia!

Mi ha detto che non voleva stare qui illegalmente, come clandestino, anche perché, sai, se non hai i documenti in regola finisci sfruttato dai padroni mafiosi come loro schiavo, lavori e poi non ti pagano, e se ti lamenti rischi una brutta fine. Se sei clandestino e qualcuno ti uccide e nasconde il corpo, mica avvertono la tua mancanza… a tutti gli effetti non esisti, non esistevi neanche prima in verità. E se per caso finisci nel pronto-soccorso di un ospedale, con la nuova legge i medici hanno l’obbligo legale di denunciarti. Cioè, non credo proprio che lo facciano, ci mancherebbe altro, hanno fatto un giuramento quelli, no? Però per legge dovrebbero consegnare il clandestino disastrato alla polizia, cornuto e mazziato… Dicevo, per non restare clandestino ha provato un giorno di andare in questura a chiedere informazioni sui documenti. Moriva dalla paura di essere arrestato sul momento. La questura apriva per gli immigrati solo quattro ore la settimana. Puoi immaginare la folla di disperati? C’era tanta di quella gente che Ali è stato praticamente schiacciato tra senegalesi, albanesi, iracheni e compagnia bella. È uscito dall’ufficio senza aver parlato con nessuno e senza più nessun bottone nell’unico capotto che aveva. Ha capito allora che, al contrario dei discorsi ufficiali, tutto cospirava perché gli illegali continuassero ad essere illegali, ricattabili e fragili. Così il loro lavoro non sarebbe costato nulla: sarebbe stato pagato in urla e brividi di paura.

Ha detto: “Mi mancano anche i miei torturatori”. Pensa un po’… Diceva che del suo paese gli mancava tutto, anche il peggio del peggio, i poliziotti di frontiera che lo avevano derubato e picchiato come un cane prima che riuscisse a partire e arrivare in Italia. Anche quelli gli sembravano oggi meno cattivi di quello che aveva trovato qui. Era proprio traumatizzato … Ha detto che persino la sete che aveva patito nella traversata del deserto, in fuga da un carcere per presunti futuri emigrati finanziato dagli europei, ora gli sembrava niente in paragone con la sete che sentiva qui e che non sapeva nemmeno di cosa. Povero Barack, che brutta fine avrà fatto?

Lui era impressionato dai miei gatti. Mi chiedeva quanti fossero. Diceva che aveva saputo di uno che aveva cento gatti e un giorno era stato ucciso e mangiato dalle bestie. Poi mi ha chiesto come potevano vivere in una casa così fredda. “Non preoccuparti, i miei gatti mi amano”, gli ho detto. “E amano anche questa casa fredda, credimi”. “Non è possibile”, ha risposto. “Qui non c’è niente da amare, tranne te, forse”. E questa è stata la cosa più vicina a una dichiarazione d’amore che ho ascoltato in molti, molti anni.

Dovevi vedere con che piacere ha mangiato il pollo con le patate. Ha bevuto anche un bicchiere di vino, lui che non beve mai perché la sua religione non glielo permetteva. “Voi musulmani siete come i dinosauri. Sai cos’è un dinosauro? Quegli animali dell’età della pietra. Voi siete dell’età della pietra. Avete la testa come quella dei dinosauri”. Lui rideva, ma non so se capiva. Continuava a mangiare. Mah… La gente dice che è un pericolo mettersi con un musulmano. Lo dice anche mia madre. Dice che hanno un’idea della donna che fa proprio paura. Ma Ali era diverso… Mi guardava sempre in quel modo che sembrava avere un cucchiaio di miele in ogni occhio. Forse voleva solo un po’ più di tiramisù? Ne avevo una vaschetta quasi piena in frigo e gliel’ho fatta mangiare tutta. Vedessi com’era contento. Ed io ero felice perché facevo felice qualcuno, non importava chi fosse, no?

Mi ha raccontato che aveva lavorato a Parma in un cantiere per un farabutto che alla fine non aveva pagato nessuno, con la scusa che anche lui era stato fregato dal socio. Una balla. I marocchini volevano fargli un agguato, picchiarlo a sangue, e se lo sarebbe meritato, ma Ali Babà non ha voluto partecipare ed è andato via da lì prima che lo facessero. Ha preferito perdere i soldi. Perché è così, sai? Una volta ogni tanto un immigrato impazzisce con le ingiustizie e fa fuori lo sfruttatore, tutti i giorni c’è un caso sui giornali. Quei vampiri un po’ rischiano anche loro…

Ho rischiato anch’io? Dici? Con Ali? Ma no… Alì era dolcissimo, era come un bambino… Sai che mi manca? Non potrò dimenticarmi mai più del suo sguardo, mangiando il tiramisù o dopo, quando abbiamo fatto l’amore. Era sempre lo stesso sguardo, di meraviglia, di chi era stato miracolato.

Poi, all’alba, mi ha ringraziato, ha preso la sua bicicletta ed è andato via. Doveva andare a lavorare anche quella mattina, in un'altra casa perché da me i lavori erano finiti. Non mi ha chiesto di rivederci. Forse per timidezza? Perché temeva un rifiuto? O perché i miracoli non si ripetono? Non lo so. Ma lì per lì non ho detto una parola nemmeno io. Certe cose bisogna rispettarle, non si deve forzare niente, mai, vero? L’ho lasciato andare via, così. Ho solo fatto un accenno di saluto dal cancello dicendo “Addio Barack!” Alla fine l’ho chiamato Barack, come voleva lui. Non è mica colpa sua se c’è anche quell’altro Barack lì, no?

Sono rimasta al portone per un po’ di tempo, nonostante il freddo, ad ascoltare le ruote della bici sulla ghiaia e poi scivolando nel fango della stradina. Sono tornata dentro e mi sono infilata di nuovo nel letto, mentre c’era ancora il calduccio del corpo di Barack, il suo odore. Mi sono tutta rannicchiata e ho dormito quella mattina il sonno più profondo della mia vita.

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Anno 10, Numero 40
June 2013

 

 

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