El Ghibli - rivista online di letteratura della migrazione

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pap khouma

10 anni.

Cari lettrici e lettori,

nel giugno 2003 pubblicammo in rete il numero zero di el-ghibli. E’ merito della vostra fiducia se el-ghibli esiste ancora oggi. L’abbiamo spesso ribadito, noi volevamo dare spazio agli scrittori della letteratura della migrazione, letteratura straniera, letteratura nascente, letteratura italofona... Si sa, le definizioni e le etichette sono state rigogliose. Da anni abbiamo riflettuto e sentito altri discutere su quella che dovrebbe essere la definizione corretta, però noi abbiamo lasciato sempre la porta aperta e a ciascuno, appartenente o no a el-ghibli, la libertà di coltivare e di annaffiare le proprie etichette. Per noi l’aspetto più rilevante è stato nell’essenza delle prose e dei versi di questi scrittori dalle radici lontani che abbiamo proposto in questi 10 anni e non il modo in cui loro venivano identificati a priori.

Ben prima dalla nascita della rivista el-ghibli un vento nuovo soffiava sui campi della letteratura e della poesia in lingua italiana. Questo vento letterario suscitava curiosità, creava tensione, diffidenza o gradimento da parte della critica, del mondo editoriale, del pubblico. Eh già perché c’era chi rimase sorpreso udendo e vedendo che la lingua di Alighieri era parlata e scritta con proprietà dai figli di popoli che da sempre erano considerati lontani. Questi scrittori sono stati portati fin qui da qualche raffica del destino e sono rimasti intrappolati nei gironi danteschi.

Noi di el-ghibli non pensavamo neppure di raccogliere un riscontro tanto assiduo e crescente di lettori, studiosi, insegnanti, studenti. Non sognavamo di sconfinare fino ad abbracciare lettori di numerosi paesi d’Europa e di altre aree del mondo, in particolare ove esistevano atenei in cui le lingue romanze erano insegnate. Noi del comitato editoriale eravamo e siamo rimasti dei volontari e in questi ultimi anni in cui, purtroppo, sono venute a mancare le sovvenzioni, abbiamo continuato a tener viva la rivista, cercando di renderla sempre più ricca.

Dunque, ricordavamo prima che, nel 2003, chiedemmo a questi trovatori, poeti nomadi o stanziali o esuli approdati da diversi orizzonti linguistici e culturali, di aprire i cassetti e di tirare fuori racconti, saggi, poesie, che da tempo aspettavano un editore che desse loro considerazione. Eh sì, fummo subito ascoltati da questi arabofoni, francofoni, anglofoni, lusofoni, ispanici, ciascuno capace di tessere le parole anche in albanese, rumeno, russo, wolof, serbocroato, swahili, amarico, tigrinio, hindi... Questi poliglotti, generosi utopisti, hanno scelto di immaginare racconti, poesie, fiabe e leggende nella lingua italiana. Forse c’era poco da scegliere, visto che l’Italia era la loro terra d’approdo.

Francesca Romana Paci, professoressa di letterature dei paesi in lingue inglese, all’Università degli Studi del Piemonte Orientale di Vercelli, ricorda:
“L’immigrazione in Francia da paesi dell’est europeo per ragioni politiche e di persecuzione è stata molto significativa nel ‘900. Ci sono stati grandi pensatori, poeti e artisti, rumeni, polacchi, lituani. C’erano anche inglesi e irlandesi, come Joyce, e tanti americani. Parigi era tutto e molti scrivevano in francese. Più recentemente, c’era Jacques Derrida che è algerino. E poi, Amadou Kourouma della Costa d’Avorio. Ora, sì è diverso. Chi si stabilisce in paesi che non hanno il francese come espressione quotidiana, preferisce adottare la lingua locale… Quello che è accaduto in Italia, e si suppone anche altrove, è che l’operazione scrittura da parte di immigrati… ha provocato in relativamente non molti anni (ma in fondo non pochi) l’interesse dell’editoria. E a quel punto molto rapidamente il fenomeno è diventato biunivoco: gli immigrati diventano scrittori italofoni e sollecitano l’editoria, l’editoria scopre un nuovo filone e sollecita gli scrittori italofoni. Il trend ora è fondato, esiste irrevocabilmente e si nutre reciprocamente. Le case editrici ‘sperimentali’ sono molte. .. ( ma solo poche sono quelle di importanza nazionale e internazionale (come Baldini-Castoldi-Dalai, Einaudi, etc. ….). Resta il problema che in generale in Italia si legge poco, m a quei pochi che leggono, leggono davvero molto, ma questa è tutta un’altra storia…”.

L’italiano, come dice Kossi Komla Ebri, è la lingua nella quale noi africani, asiatici, sudamericani e altri diciamo tutti i giorni “ti amo”, alle nostre compagne e compagni italici. E’ la lingua nella quale i nostri figli ci rispondono più volentieri, anche se insistiamo a rivolgerci a loro nelle nostre lingue madri. E’ il ponte attraverso cui riusciamo a socializzare, fare amicizia con autoctoni e con chi è arrivato da diversi paesi del mondo. E’ ovvio, la nostra rivista riceve anche volentieri scritti nella lingua d’origine dell’autore. Scritti, come avete notato, che pubblichiamo nella loro versione originale con a fianco la traduzione in italiano.

Chi come noi possiede già una lingua madre e di seguito è stato scolarizzato nella lingua del colonizzatore (francese, spagnolo, inglese, portoghese...), ma per i motivi sopra elencati scrive libri in italiano, non dovrebbe ignorare cosa significa essere meticcio o ibrido. E’ un modo di essere che non sempre fa rima con armonia o equilibrio linguistico. Per noi, ibridi ancora latenti o ormai consapevoli, scrivere “in italiano” può significare - eccedendo nelle licenze della fantasia o a volte senza nemmeno sceglierlo a priori - mescolare nello stesso contenuto espressioni, stili, sintassi di lingue che non hanno tra loro alcun relazione.

Per quanto mi riguarda, e certamente riguarda altri autori, scrivere nella lingua di Dante non cancella per forza la lingua madre, non fa dimenticare le fiabe e le leggende che ci raccontava nonna né disdegnare un mondo pieno di magia, di entità invisibili che ha accompagnato tanti autori italofoni sin dall’infanzia. Elaborare trame di romanzi in italiano senza avere la consapevolezza che si acquisisce sui banchi di scuola su canoni e regole è come interpretare l’Africa o l’Asia, l’America, l’Europa orientale con un approccio veramente nuovo e inaspettato. Questa che in Italia appare come una letteratura nuova, in Francia, Inghilterra, Usa, Australia è collaudata e radicata già da più di un secolo. Ma non solo. In questi Paesi ormai non si parla più di letteratura della migrazione. Gli scrittori, da qualunque parte del mondo provengano, nel momento in cui scrivono nella lingua locale, sono considerati autori tout court.

Care lettrici e cari lettori, quello che ci ha dato, ci dà e continuerà a darci forza è l’incontro con voi. Tante volte, a me e a tutti i membri del comitato editoriale, è capitato di incontrare, durante i nostri spostamenti nelle biblioteche, scuole, università italiane ed estere, lettori di el-ghibli, che venivano per conoscerci e ringraziarci.

Vogliamo dire ancora GRAZIE ai lettori di Bologna dove siamo nati, di Milano, di Roma, delle Marche, della Toscana e del resto d’Italia... e poi di Parigi, Strasburgo, Nantes, Bordeaux, del Canton Ticino, di Bruxelles, Genz, Marcinelle, di Wurzburg, di Hannover, di New Haven, di New York, di Providence, di Boston, di Cincinnati, del Texas, della California, di Mendoza, di Cordoba (Argentina), del Galles, del Sudafrica, dell’India, dell’Africa subsahariana, del Nord Africa, dell’Australia ecc... Questi sono solo alcuni dei luoghi dove è soffiato ed è stato respirato il vento caldo di el-ghibli.

Il comitato editoriale e i soci dell’associazione culturale La Tenda ringraziano anche le autrici, gli autori, i docenti, gli studenti e i tanti collaboratori e si augurano di poter continuare il cammino insieme per moltissimi altri anni ancora.

Grazie!

Pap Khouma

Evento per i 10 anni!

C.F. 97144760150 e-mail: [email protected]
Indirizzo web: www.latenda.eu
Iscritto nell’albo del volontariato della regione Lombardia
Indirizzo el-ghibli: www.el-ghibli.org

Decennale della rivista on-line “el-ghibli” (www.el-ghibli.org)

La rivista el-ghibli, di cui è proprietaria La Tenda ed editore la provincia di Bologna, quest’anno compie 10 anni. Il primo numero fu messo in rete il 15 giugno 2003. E’ attualmente l’unica rivista di Letteratura della migrazione esistente in Italia.

Il Direttore responsabile è lo scrittore e giornalista Pap Khouma, ma una importante caratteristica della rivista è la costituzione del Comitato editoriale formato per il 75% da scrittori di origine straniera.

La rivista inserita nell’elenco delle riviste accademiche, è molto prestigiosa, molto conosciuta e letta. Vi sono circa 200.000 contatti all’anno con una media di circa 600 persone al giorno che si collegano. E’ consultata in ogni parte del mondo, là dove c’è un Istituto di italianistica, dagli Stati Uniti, all’Australia, alla Francia, alla Germania, all’Inghilterra, ecc. Ciascuno consultando la statistiche può verificare che i maggiori contatti avvengono proprio dall’estero piuttosto che dall’Italia.

La rivista fu presentata alla città di Milano nel 2005 dal premio Nobel Dario Fo.

In 10 anni di attività, con 40 numeri (la rivista è trimestrale) sono stati pubblicati 223 testi di oltre 112 autori diversi della Letteratura della migrazione. Praticamente un quinto di tutti gli scrittori della migrazione hanno collaborato con el-ghibli; 192 testi di scrittori italiani per un totale di 138 scrittori sono stati pubblicati dalla rivista e così pure 140 testi circa di scrittori stranieri non residenti in Italia. Infine sono stati messi in rete 138 brevi saggi di oltre 90 giovani studiosi. La rivista ha poi pubblicato 233 recensioni di testi della Letteratura della migrazione e 17 supplementi sulla complessiva opera dei suddetti scrittori.

E’ un lavoro enorme fatto tutto sul piano del volontariato.

In occasione del decennale della rivista abbiamo pensato sia una occasione ottimale celebrarne l’attività, anche perché è raro che una rivista letteraria riesca a sopravvivere per tanto tempo.

L’evento da tenersi presso la biblioteca Dergano-Bovisa prevede il seguente programma:
1) Spettacolo di La compagniadellepoete, è un gruppo teatrale amatoriale sorto tre anni or sono composto solo da poetesse donne di origine straniera; organizza spettacoli a partire dalla loro produzione poetica. Si sta affermando anche in Europa.) Previsto per domenica 16 giugno 2013.(www.compagniadellepoete.com)
2) Giorno 15 giugno - Convegno dalle ore 17 alle 20 sul tema dell’Ibridazione nella lingua, nella cultura, nella vita quotidiana. Abbiamo invitato studiosi e scrittori di chiara fama, italiani e stranieri, oltre che i membri del comitato editoriale.
3) Dalle 20,30 alle 22,30 Reading della poetessa Laura Fusco e di testi pubblicati nel numero 40 della rivista.

Perché la scelta di organizzare l’evento in Bovisa.

Nella biblioteca Dergano-Bovisa si è tenuto forse il primo incontro pubblico in Italia sulla Letteratura della migrazione, quando Pap Khouma nel 1993 venne invitato a presentare il suo ormai famoso libro “Io venditore di elefanti”.

Hanno assicurato la loro presenza: La prof.ssa Itala Vivan, il prof. Duccio Demetrio, la prof.ssa Graziella Parati, la ricercatrice Silvia Camilotti, il prof. Ugo Fracassa, la ricercatrice Raffaella Bianchi, lo scrittore W Ming2, autore dei Timira, romanzo meticcio.

La pubblicità sarà a cura della biblioteca Dergano-Bovisa.

Siamo fiduciosi di poter offrire alla città di Milano e non solo un evento significativo e qualificato. Siamo certi di essere seguiti con attenzione confortati dal fatto che quando abbiamo organizzato il precedente convegno sui 20 anni della Letteratura della migrazione il salone della biblioteca Dergano-Bovisa era gremito molto oltre la sua naturale capacità di accoglienza.

Il Direttore responsabile della rivista
Pap Khouma

Il presidente del Centro Culturale Multietnico La Tenda
Raffaele Taddeo

Omaggio a Chinua Achebe!

LA FAVOLA DEL LEOPARDO E DELLA TARTARUGA
Da Viandanti della storia, di Chinua Achebe, Edizioni Lavoro, a cura di I.Vivan

C’era una volta un leopardo che da tempo cercava di catturare una tartaruga: un giorno, per caso, s’imbatté nella tartaruga che camminava tutta sola in una strada solitaria. “Aha – disse -- finalmente! Preparati a morire” E la tartaruga rispose: “Posso chiedere un favore, prima di morire?” Il leopardo non vide niente di male nella richiesta, e disse di sì. “Dammi qualche minuto per preparare il mio animo”, pregò la tartaruga. Di nuovo il leopardo non vide niente di male nella richiesta, e l’accolse. Ma invece di restare immobile come si aspettava il leopardo, la tartaruga cominciò a fare strani movimenti frenetici sulla strada, grattando il suolo con le mani e con i piedi e gettando sabbia in tutte le direzioni. “Perché fai così?” chiese il leopardo, perplesso. Al che la tartaruga spiegò: “Perché vorrei che quando sarò morta tutti quelli che passeranno di qui dicessero: sì, qui qualcuno ha lottato contro un suo pari”. Ecco, gente, questo è quanto stiamo facendo noi. Stiamo lottando. Forse per nessun altro fine se non che quanti verranno dopo di noi possano dire, “E’ vero, i nostri padri furono sconfitti, ma almeno ci provarono.”

Il 22 marzo 2013 è morto a Boston lo scrittore nigeriano Chinua Achebe che dagli anni Novanta viveva negli Stati Uniti, dopo che un grave incidente stradale gli aveva paralizzato gli arti inferiori.

Con lui scompare una delle figure più importanti e significative dell’intellettualità africana, romanziere, saggista e poeta, la cui voce si levò sin dal 1958, alla vigilia dell’ indipendenza dal regime coloniale britannico, a narrare l’epica visione del passato africano in un romanzo che rimane a tutt’oggi uno dei più letti al mondo, Things Fall Apart, tradotto in italiano con il titolo Il crollo. La prosa piana e solo apparentemente semplice di Achebe, il suo inglese standard africanizzato da inserimenti in lingua ibo e ritmato da proverbi e detti, costellato di straordinarie favole con protagonisti animali, crearono un nuovo genere e rimasero ineguagliati. Come lui stesso ebbe a dire, i proverbi sono l’olio di palma con cui si condisce il racconto.

Il suo vero nome era Albert Chinualumogu Achebe: come osservò in un suo sapiente saggio critico, il primo nome testimoniava il lascito coloniale, e perciò fu ben presto abbandonato. Era nato nel 1930 nel villaggio di Ogidi, nella Nigeria orientale di cultura ibo, non lontano dalla vivace città mercato di Onitsha, in una famiglia istruita e cristianizzata (suo nonno era stato il primo convertito del villaggio). Aveva studiato medicina e poi letteratura all’università di Ibadan, dove aveva solidarizzato con la generazione di giovani intellettuali che accompagnarono la nuova Nigeria indipendente in un fervore di creazione artistica e riflessione politica. Al Club Mbari di Ibadan, frequentato, oltre che da Achebe, anche da Amos Tutuola e Wole Soyinka, si immerse nella fucina di creatività che caratterizzava quell’alba d’un tempo nuovo, e ben presto passò a lavorare alla Nigerian Broadcasting Corporation, dove fece carriera. Il suo primo, grandissimo romanzo lo rese immediatamente celebre e divenne in breve tempo la bandiera di un’Africa che prepotentemente voleva narrare se stessa creando un controdiscorso rispetto alle narrazioni coloniali europee e liberando un libero e autonomo sguardo sulla storia africana – uno sguardo sinora mai emerso sul fronte letterario ove Achebe seppe discorrere da pari a pari con i contemporanei.

La sua fulminante carriera alla radio pubblica si interruppe nel 1966, sei anni dopo l’indipendenza, quando la guerra civile seguita a un primo golpe militare, ai massacri subìti dagli ibo e alla secessione del Biafra dalla federazione nigeriana incendiò il paese e giunse a lambire Lagos, costringendo anche lui a fuggire con la famiglia, come centinaia di migliaia di altri cittadini nigeriani di etnia ibo. In quegli anni terribili Achebe si schierò con il suo popolo e con la repubblica del Biafra proclamata dal generale Ojukwu. Fu attivo nel gruppo dirigente biafrano e più volte inviato in missione all’estero per sostenere la causa del Biafra schiacciato dalla potenza militare federale guidata dal generale Gowon. Inghilterra e Francia appoggiarono i federali, i quali alla fine riuscirono a tagliare i viveri al Biafra costretto da fame ed epidemie a una tragica resa che lo riportò nella federazione in posizione subalterna, mentre il gruppo dei militari hausa del nord della Nigeria, islamici e fieramente avversi agli ibo, conquistavano l’egemonia nel paese con l’esplicito appoggio britannico. Si trattò di un vero e proprio genocidio nei confronti degli ibo, che contarono circa tre milioni di morti e non si videro mai riconoscere il ruolo di vittime né all’interno del paese né a livello internazionale.

Chinua Achebe visse con totale coinvolgimento la crudele guerra civile che gli rapì molti carissimi amici, fra i quali il giovane poeta Christopher Okigbo, morto in combattimento. L’esperienza di quegli anni riaffiora nel suo libro più recente, There Was a Country. A Personal History of Biafra (2012), che attende di venire tradotto in italiano e che costituisce una testimonianza drammatica delle vicenda postcoloniale nigeriana.

Fin dagli anni Sessanta, tuttavia, Chinua Achebe aveva prodotto una serie di importantissimi saggi critici in cui analizzava il portato del colonialismo e si scuoteva di dosso quel marchio di subalternità che esso aveva comportato, rivendicando la propria indipendenza di giudizio e rigettando l’universalismo europeo in nome del diritto del soggetto africano di raccontare da sé la propria storia e la propria cultura, con competenza e giusto orgoglio. Con l’ironica fierezza intellettuale di Chinua Achebe si affermò il discorso postcoloniale che nella letteratura e nelle arti, o meglio, nella cultura in generale, era destinato a riscrivere la storia del continente e a far emergere le sue mille storie passate e presenti.

Insieme ai saggi, Chinua Achebe continuò a produrre romanzi. Dopo Things Fall Apart, nel 1960 comparve No Longer at Ease (Ormai a disagio) e nel 1964 Arrow of God (Freccia di Dio) – una trilogia in cui si rappresentano i vari momenti della storia nigeriana prima, durante e dopo il colonialismo – cui nel 1966 seguì A Man of the People (Un uomo del popolo), cupa e sarcastica interpretazione della corruzione politica delle indipendenze. A molti anni di distanza, nel 1988, uscì il suo ultimo romanzo, Anthills of the Savannah (Viandanti della storia). I personaggi della sua splendida narrativa sono diventati icone tipiche della storia della nuova Africa di cui hanno rappresentato le varie fasi passando da toni epici a un raccontare disteso e fattuale, secco e colmo di una ironia intrisa di compassione. Negli anni, Chinua Achebe pubblicò varie raccolte di poesie, saggi e racconti. Non va infine dimenticato che fondò e diresse (per molti anni) la gloriosa collana di narrativa African Writers della editrice inglese Heinemann che pubblicò tutta la grande produzione di romanzi del primo periodo postcoloniale provenienti dalle ex colonie anglofone, ma anche in traduzione dal francese e portoghese. La collana esercitò una fondamentale azione di stimolo e incoraggiamento nelle nuove generazioni, diffondendo in tutto il mondo una serie di libri destinati a diventare dei moderni classici e a creare la base per i nuovi libri di testo scolastici dei paesi africani recentemente liberatisi dal giogo coloniale.

Chinua Achebe ha esplorato i temi alla radice della condizione postcoloniale, interpretando con vigile senso morale il ruolo dell’ artista integrato nella sua società e consapevole della propria responsabilità, erede dell’antica funzione di maestro che gli riservava la tradizione africana, e sempre capace di indignarsi e reagire dinanzi all’ingiustizia e alla violenza, ma anche di schierarsi politicamente ed esprimere dissenso e contestazione. La sua opera letteraria ha lasciato una traccia indimenticabile nella cultura nigeriana, come testimoniano i molti giovani scrittori ibo nati nella sua scia, da Chimamanda Ngozi Adichie a Uzodinma Iweala a Chris Abani.

Itala Vivan

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Anno 10, Numero 40
June 2013

 

 

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