Nota biografica | Versione lettura |
Precario: che cosa significa questo aggettivo, ormai divenuto a tutti gli effetti sostantivo? Che definisce cosa? Troppe situazioni lavorative diverse, troppe speranze, soprusi, beffe, situazioni, soggetti. Talmente tanti, da non significare quasi nulla. Ma, soprattutto, la domanda che mi faccio è: perché io, soggetto, devo essere definito ‘precario’? Precario in cosa? Precario sotto quale aspetto? Sotto quello lavorativo, o sotto quello psichico, esistenziale, mentale?
Perché è questa dimensione onnicomprensiva dell’essere che il sostantivo ‘precariato’, pian piano, ha abbracciato. E allora lo slittamento semantico da aggettivo a sostantivo è il sintomo linguistico di un cancro non solo sociale, politico, lavorativo. È un cancro dell’anima, dell’attitudine mentale quotidiana della persona, impantanata in un presente melmoso da cui ha perso le speranze di uscire, da cui non ha le forze per uscire.
Eppure io, che di fatto precaria sono e sarò ancora chissà per quanto, mi rifiuto di essere definita ‘precaria’. Rifiuto il precariato interiore. Rifiuto questo stato d’animo ansiogeno e funambolico che mi spinge a camminare su un filo, in perenne rischio di caduta nel vuoto... Poi ci si stupisce quando gli operai, gli universitari, i docenti, gli imprenditori si arroccano sui tetti o sulla cupola di San Pietro! Mai protesta è stata più aderente allo stato delle cose, dato che questo divenire ‘baroni rampanti’ è lo specchio perfetto della condizione quotidiana in cui ci troviamo tutti, noi ‘precari’ (che poi, realmente, chi sono questi precari? I giovani?! Magari fosse solo così...). Mi dico: meglio nel vuoto fisico sopra un tetto, che nel vuoto-panico mentale.
Nell’opinione comune, riduttiva e semplicistica come sempre, il Precario è uno che ha un contratto a progetto, che di anno in anno viene rinnovato. Dunque la continua incertezza di sapere se si avrà ancora un lavoro, se l’azienda non chiuderà, se la paga rimarrà quella o non sarà decurtata (perché nonostante la competenza si affini – cosa che in altri tempi si traduceva in scatti d’anzianità – c’è sempre il rischio di esigenze aziendali e del conseguente ricatto: o così, o niente); e poi la mancanza del posto fisso, l’impossibilità di accendere un mutuo, di fare famiglia, ecc, ecc. In realtà c’è ben altro. Perché il Precario, mentre svolge un lavoro (4, 6, 12 mesi) già ne cerca un altro, senza riuscire a trovar respiro nemmeno in quei pochi mesi in cui lo stipendio c’è. E chi si reinventa di continuo non si arricchisce affatto: si degrada lentamente, vive sulla lama del rasoio, si vede quotidianamente sfumare anni di sacrifici, potenzialità, competenze, eccellenze e passioni acquisite e coltivate nel tempo. E c’è chi oramai, deluso e disilluso, ha 7 o 8 tipi di curriculum nel proprio computer, da inviare all’occasione alle varie agenzie interinali o ai vari siti internet, pronto a fare qualsiasi cosa pur di fare qualcosa, pur di guadagnarsi il pane.
Se ripenso alla mia carriera lavorativa, ne avrei già tante di cose da raccontare. E, per inciso, provengo da famiglia borghese, benestante e che mi ha dato tutto quel che mi poteva dare e senza le quale non avrei mai potuto permettermi e fare le scelte che ho fatto.
Inizio con un Dottorato di ricerca, dai 22 ai 24 anni, 800 euro al mese. La felicità di essere uscita dal nucleo familiare e potermi sentire economicamente libera è arrivata ben presto, e forse per questo è stato più dolente lo scontro con la realtà. Ma, a quel punto, l’orgoglio dell’autonomia economica non era più una chimera, andava mantenuto a denti stretti. Dunque intraprendo il cammino della SSIS, l’abilitazione per insegnare. Praticamente altri due anni di Università: rifaccio le stesse materie con gli stessi professori e gli stessi programmi d’esame, anche se in teoria avrei dovuto imparare qualcosa di didattica, perché una cosa è sapere, una saper insegnare. Beh, fatica in meno, penserete voi. A parte l’indignazione di dover pagare qualche migliaio di euro l’anno per un’offerta formativa pressoché identica, c’è l’umiliazione per aver fatto a 25 anni quello che già avevo fatto a 19, e non è poco, lo posso assicurare. Aggiungiamo poi che l’orgoglio-necessità economica di cui sopra aveva organizzato la mia vita così (beninteso: non ero io, era altro che sceglieva per me): Mattina: tirocinio presso le scuole (in pratica, facevo lezione con accanto l’insegnante di ruolo: unica esperienza positiva e formativa della SSIS); pomeriggio, 15-18.30, lezioni SSIS (doppione dell’Università). Sera-notte, 18.30-1.30, cameriera in un ristorante-pub.
Finisce l’incubo SSIS, vengo chiamata per una supplenza per 4 mesi. Contratto 2 ottobre-23 dicembre, 7 gennaio-28 gennaio. Inutile spiegare il perché. Ma il bello deve ancora venire: la successiva supplenza che mi è stata proposta era dal martedì al venerdì, con buone probabilità di rinnovo la settimana successiva e quella dopo ancora, «perché la docente ha gravi problemi di salute». Sicuramente la docente aveva chiesto una sola settimana, ma insorge il dubbio che la possibilità di decurtare anche solo due giorni dallo stipendio non sia da scartare, visto che le scuole e le Università oramai sono aziende e ragionano come aziende.
Perché all’Università la situazione non è poi così tanto meglio, tra docenze a contratto gratuite o quasi-gratuite e tagli al personale di ruolo. Anche qui la cosa mi tocca da vicino, ma non voglio lamentarmi. Voglio portare solo l’attenzione sul fatto che avere un corpo docente fisso o una masnada di professori a contratto/supplenti non è la stessa cosa sul piano didattico e formativo. E chi ci rimette non sono solo i precari e gli studenti, ma il sistema culturale italiano (Ho sentito di insegnanti che, durante le ore ‘a disposizione’ nelle scuole secondarie, si sono trovate a fare lezione ad una I, II e III superiore, riunite per l’occorrenza in Aula Magna, perché mancava personale: che lezione vuoi inventare in una situazione del genere? Devi solo ritenerti fortunata se riesci a preservare l’incolumità dei ragazzi!)
Comunque, per tornare a me, aggiungo solo che mentre peregrinavo di supplenza in supplenza ho mantenuto il lavoro come cameriera, perché l’incertezza era talmente tanta che non mi sentivo tranquilla di lasciare l’unico lavoro ‘sicuro’. Certo definirlo sicuro, col senno di poi, suona quasi eufemistico: il ristorante ha chiuso poco dopo che l’ho lasciato, schiacciato dalle liberalizzazioni delle licenze. Altro paradosso tutto italiano. I proprietari avevano acquistato, nel 1999, una delle 10 licenze rilasciate dal Comune per il centro storico, almeno 20 anni prima, alla modica cifra di 380.000.000 di lire. Qualche anno dopo, la liberalizzazione, grazie a cui si sono ritrovati con un mutuo ingente per un pezzo di carta straccia. Per di più, tutt’intorno come funghi, ecco spuntare pub, ristoranti e locali da ‘happy hour’, aperti con autocertificazione. Morale: clientela dimezzata e i proprietari che pagavano me ma non riuscivano a tirar fuori il proprio stipendio, fino alla decisione di chiudere. Credo che abbiano ancora il mutuo ‘tra capo e collo’ e che lo stiano pagando con gli altri lavori che nel frattempo hanno, per fortuna, trovato.
Io, invece, ho vinto un assegno di ricerca all’Università, e ho potuto respirare per due anni. Diciamo meglio un anno e mezzo, perché già prima di finire sentivo il respiro ansiogeno del precariato sul mio collo. Sicché bandi di concorso, progetti di qua e di là, ma si sa com’è: progetti consegnati a febbraio di cui ancora non si sa l’esito, bandi fatti ad aprile di cui non è stata ancora nemmeno nominata la Commissione (e, una volta nominata, almeno un altro anno per il ‘verdetto’).
A scuola non mi chiama più nessuno, perché in questi due anni di assegno avevo l’obbligo di non «cumulare incarichi retribuiti», e dunque ho perso tanto punteggio, o almeno quel tanto che mi avrebbe garantito di mantenere la posizione in graduatoria. Ho, però, mantenuto la docenza all’Università, che è stata ben felice della mia proposta di fare lezione gratuitamente per quei due anni. D’altronde, dal mio punto di vista, era meglio fare così che perdere anche questa opportunità. Ma non è questo il punto. Il punto è che con un contratto di due anni non rinnovabili, in base a quale logica si obbliga a non accettare altri incarichi? Vivi in un mondo liberalizzato, in cui Presidenti eminenti e superstipendiati, magari in pensione e ultraottantenni, cumulano fino a 180 cariche! e poi tu, piccolo precario alla ricerca di lavoro, sei un parassita se accetti due incarichi a progetto! Ma forse il punto non è nemmeno questo. Il punto è che io, nell’incertezza totale, ho scelto la cosa che mi garantiva un respiro di due anni, mentre invece ora mi trovo con niente in mano. E forse, se avessi agito diversamente, almeno a scuola ora starei lavorando.
Negli ultimi 5 mesi ho mandato curriculum come cameriera, aiuto-cuoco, lavapiatti, addetto al censimento, agente immobiliare prima esperienza, agente energia prima esperienza, barista, oltre ovviamente agli immancabili annunci per lezioni private, baby-sitter, dog-sitter, consulenza e revisione linguistica per siti web, aziende, tesi di laurea triennale e specialistica. Niente. Nemmeno una risposta. Solo qualche lavoro occasionale. Intanto cerco di non sprofondare. E di ripetermi che passerà questo stato di cose. Ma comunque affino il mio inglese e imparo il tedesco, che non si sa mai....
Sicché, ho un bel dire che rifiuto il precariato interiore. Ci sono dentro fino al collo, perché non ho alternativa. E stretta in questa morsa interiore mi dibatto ogni giorno tra un atteggiamento disfattista, preoccupato, angosciato, annichilito, stanco, davvero stanco, e l’altro opposto, ottimista, carico di energie, di speranze e di voglia di fare. Potrei dire che questa è la mia salvezza, se non avessi coscienza che, invece, è proprio l’alternanza degli opposti lo ‘stato mentale precario’ che il precariato crea (ora di qua, ora di là; ora tutto, ora niente; ora lavoro, ora no; ora respiro, ora no).
Ovviamente, ciò comporta una serie di corollari, che più che corollari sono il cuore del problema: i beni primari che ti vergogni a comprare; le passioni, gli “hobby” che oramai sono più che un lusso, una famiglia nemmeno a parlarne, le piccole cose che danno senso alla vita, risucchiate nel tempo o nei soldi che non hai, e che divengono doveri che cerchi di importi per non morire dentro. Ti ritrovi a forzarti per andare al cinema, sentendoti poi in colpa per i 7 euro spesi (5 il mercoledì). Un libro, che traduci subito in 2-4 ore di lavoro (calcolando, se va bene, 6 euro l’ora). Se ti ammali è la fine. Se fa più freddo del solito e vorresti accendere i riscaldamenti…chi sa che bolletta mi arriva! Tutto è un lusso, anche i bisogni essenziali, e i piccoli piaceri ancor di più.
Ed il precariato diviene sempre più, giorno dopo giorno, una condizione mentale. La scambi per la tua situazione lavorativa, ma è il tuo essere che è colpito nell’essenza, il tuo futuro che vivi alla giornata, la tua vita senza progetti. E cosa siamo senza progetti e preoccupati solo dei bisogni materiali? Animali. Ma gli animali non pensano, non ragionano, non si frustrano, non soffrono di depressione, di insonnia, di insoddisfazione, di sensi di colpa, di stati d’animo altalenanti e opposti; non hanno speranze, bisogni interiori, volontà, aspirazione a crescere, a rinnovarsi, a cambiare. L’uomo sì. E l’uomo che vive come un animale finisce per abbrutirsi, o per annichilirsi e morire dentro. Forse è questo quel che vogliono, è l’unica spiegazione che riesco a darmi. E mi ripeto: bisogna essere forti. Se riesco a non crollare ho già vinto. Ma è poi vero?
Così la lotta contro il precariato diviene lotta interiore, prima che sociale. Ma a quale tipo di lotta dare la priorità? È possibile eliminare l’una senza l’altra? Ovvero: è nato prima l’uovo o la gallina?