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highway to earth

clementina coppini

A Joan

La fine del mondo è del vento la fine. Questo già predispone al silenzio.
È uno zero che si apre a metà, si sdraia e si appiattisce. Piatto non vuol dire finito, non vuol dire parole e neppure le dice. Vuol essere silenzio e tace. La fine del mondo non è niente, ma anche il niente esiste. Il mondo finito non si sa se esista o meno. Non si sa nulla.
Il fine del mondo è del mondo la fine. L’edificarono i padri fin dall’inizio, la conclusione. La misero insieme mattone per mattone, cristallo per cristallo, castello per castello.
Grattacieli cadenti come le stelle, uomini che si piegano come spighe. Ma non si rialzano, vengono tagliati da una lama. Come si è potuto abbassarsi a questo punto?

Bruno Brown pensava questi pensieri mentre guardava fuori dal finestrino. Fuori era buio e lui era un poeta. Aveva gli occhi scuri scuri e si faceva domande ad alta voce.
“Perché mi trovo in questa scatola di biscotti? Perché ho accettato l’offerta di questo viaggio? Perché li ho lasciati a casa?”
Chi aveva lasciato a casa? Nessuno. Aveva solo i suoi versi, che lo seguivano sempre e ovunque. Forse era da loro che voleva fuggire. Era solo, spedito nello spazio con una missione di avanscoperta o di salvataggio. Non si capiva bene se stavano su un’arca che doveva preservare loro o se erano alla ricerca di qualcosa che salvasse il mondo. “Perché portare un poeta? Nello spazio non c’è poesia.” Era lì perché nel freddo vuoto del fuori la poesia non c’è. Forte di questa considerazione, Bruno sperava di trovare la pace. Chi lo aveva mandato invece l’aveva fatto perché contava sul fatto che Bruno avrebbe portato l’ispirazione fino alle stelle.

Bruno era stato a lungo indeciso se partire o meno, poi aveva visto il capitano e se n’era innamorato perdutamente. “Avete mai incontrato qualcuno che seguireste fin oltre le rotte conosciute? Io sì.”
Il Capitano Red aveva gli occhi azzurri. La poesia esiste anche nel vuoto dello spazio.
Tra una domanda e l’altra la Terra svaniva, un puntino come quello sotto un punto interrogativo. Il punto si nota per quello che c’è sopra, ma se togli il sopra, quella strana spirale della domanda, resta solo il punto. Punto e fine. Il mondo erano le pupille blu del capitano Red, che lo guidava verso quello che i poeti chiamano l’infinito.
Il mondo si rimpiccioliva e si assottigliava. Finiva sotto lo sguardo di Bruno. Sapeva che non sarebbe tornato. Sarebbe tornato qualcun altro o magari non sarebbe tornato nessuno. “Che importa?”
La fine del mondo è del vento la fine. Non ci sarebbe più stato alcun soffio d’aria, per Bruno Brown. “Maledetta la poesia del vento, ne farò a meno.”
Per non pensare al mondo finito pensava a quello cominciato, a Red. Ottima idea.
“La fine del mondo non è del vento la fine” Questo Bruno Brown volle fosse scritto sulla sua lapide. Alla fine avevano trovato un pianeta da abitare. Lo avevano battezzato Terra 2, ma nel giro di due decenni tutti lo chiamavano Terra, per questioni di mutata priorità.

Bruno Brown III, nipote di Bruno Brown, amava il vento. Sul pianeta in cui era nato, quello trovato dai suoi trisnonni, il vento soffiava. Soffiava.
Gli uomini come Bruno Brown per vedere lo spazio che si apre davanti a loro non hanno bisogno di partire. Non ne avrebbero bisogno, ma partono. Bruno Brown III guardò il vento prima di salire sull’astronave. Era un volontario nella missione di ricerca della vecchia Terra. Guardò il vento con i suoi occhi azzurri. Gliel’aveva insegnato il suo bisnonno, a vedere il vento. Non gli pesava partire, perché era curioso di vedere cos’era rimasto del pianeta d’origine. A dire il vero perché era innamorato del capitano Black, che aveva gli occhi scuri come le stelle del mattino.
Ci sono autostrade tra un mondo e un altro, tra uno che comincia e uno che finisce e viceversa. Il viceversa è un grande motore dell’agire.

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Anno 9, Numero 38
December 2012

 

 

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