El Ghibli - rivista online di letteratura della migrazione

Versione Originale | Nota biografica | Versione lettura |

cose morbide

sushma joshi

Cumuli neri di spazzatura fuori dagli edifici che si sgretolano, si scrostano. Persiane tristi e malandate, inferriate a ogni terrazzino. Sei terrazzini per piano. Quelle che scambio per case a quattro piani, dopo un’osservazione più attenta, hanno delle aperture con le inferriate sopra le porte e tra i piani, con figure indistinte di donne che si pettinano i capelli con lunghi ed energici movimenti. Ragazzine in abiti rosa fru fru passeggiano avanti e indietro.

“I bambini vanno bene per farci sesso,” dice Kalu con un sorriso viscido, un sorriso appiccicoso di scuse, di promesse, di truffa. “Le loro teste non sono ancora formate. Quindi ci si può fare quello che si vuole.” Kalu è seduto in una piccola lavanderia di legno sulla quattordicesima strada a Kamathipura. Kamathipura, la città dell’amore. Il nostro interprete e guida, Shailesh, ci ha portati da lui assicurandoci che Kalu é un ben noto ruffiano in grado di procurarci la prostituta bambina che cerchiamo.

“Cerchiamo qualche komal maal,” dice Sailesh, giornalista del quotidiano locale, reclutato per portarci in giro e farci da guida nel quartiere a luci rosse. In termini giornalistici internazionali è un mediatore. Ed è esattamente ciò che sta facendo adesso: chiedere cose morbide con il tono disinvolto di un uomo abituato a chiedere cose morbide. Non credo sia necessariamente un frequentatore di prostitute bambine. Ma il suo tono fa chiaramente intendere che qualsiasi cosa cerchiamo, lui desidera procurarcela; e se si tratta di cose morbide, ci darà cose morbide. È grande e massiccio, indossa abiti informali, parla il dialetto del posto come uno del posto.

Cerco di restare calma e di proseguire, anche se ogni nervo del corpo mi dice di scappare da questa gente che va in cerca di prostitute bambine.

Ovviamente, le due donne per le quali traduco hanno una motivazione per l’esultanza recondita al momento in cui Kalu dice che può trovarci molte komal maal. Le donne sono in Asia per scrivere una storia sul traffico di bambini. Una è una fotografa vincitrice di premi e ha un impellente bisogno di fotografie. L’altra è una scrittrice; ha un’impellente bisogno di storie. Sono state inviate dal più importante giornale di Londra. Entrambe hanno un bisogno disperato di prostitute bambine. Io, la loro ingenua traduttrice che è volata dal Nepal a sue spese per accompagnarle, guardo la loro smania e bramosia sentendomi male fisicamente.

Forse è il modo sistematico con cui i giornalisti cercano di avvicinare i loro soggetti, tipo cacciatori in cerca di prede. O forse è l’impazienza che le donne trasudano dopo essere rimaste bloccate una settimana in un costoso Hotel a Marine Drive, mentre un mediatore dopo l’altro prometteva ragazze che non si erano materializzate. Forse è la combinazione delle due cose, mescolata al caldo di Mumbai che mi fa sentire così.

Perché sono qui con loro, mi si può chiedere. Il motivo è semplice. Un’amica, forte fumatrice e bevitrice, di nome Vidhea un giorno mi ha chiamata dicendomi: “Sushma, qui ci sono due giornaliste dall’Inghilterra. Hanno bisogno di un interprete. Ti interessa?” In quel periodo lavoravo alla Harvard School of Public Health ed ero già venuta diverse volte a Mumbai, dove avevo visitato il quartiere a luci rosse venendo a conoscenza della situazione delle donne nepalesi lì. Quando ho accettato, è stato più per amore di studio che per bisogno di lavoro.

Inoltre, disse Vidhea, le giornaliste dovevano visitare la famosa casa di recupero di Anuradha Koirala, che alcuni hanno paragonato alla Madre Teresa del Nepal. Madre Teresa aveva accolto di recente un gruppo di ragazze salvate durante un’irruzione di notevole rilievo a Mumbai. L’irruzione era stata compiuta da Blkrishna Acharya del Rescue Foundation. Quelle ragazze adesso erano nella sua casa. L’unico problema era che a lei non piaceva che i nepalesi visitassero la sua casa, ma gli stranieri erano i benvenuti. Quella, pensai, era un’ottima occasione per vedere cosa succedeva dentro l’istituto. Madre Teresa aveva anche ricevuto poco tempo prima un milione di sterline in dono dal Principe Carlo per svolgere il suo compito, quindi gli inglesi erano benvenuti in special modo.

A volte la fortuna aiuta gli audaci. Arrivammo un’ora prima. “Possiamo iniziare l’intervista?” chiese Mary. Mary, in quanto scrittrice, si sentiva tagliata fuori dal costante bisogno di Olivia di fare le fotografie, e dal memento che “una foto vale più di mille parole.” Un ragazzo che era lì, con un contegno piuttosto militaresco, si accigliò, ma decise di portare comunque una ragazza nella stanza. Era giovane, timida e bella. L’intervista cominciò bene. La ragazza iniziò a raccontarci come era stata portata al confine, in che modo era stata venduta e come era finita nei bordelli.

Poi Mary la interruppe e le fece una domanda da amica. “Conoscevi l’uomo che ti stava vendendo?” chiese, provocatoria. Erano discorsi tra donne e le donne sanno come entrare in confidenza l’una con l’altra. In quel momento, ammirai proprio il modo in cui Mary intervistava.

La ragazza arrossì. Aveva appena quattordici anni. “Sì, lo conoscevo,” disse. “Siamo stati insieme. Eravamo innamorati.

“Ah, il tuo fidanzato?”chiese Olivia. “Fidanzato” sembrò eccessivo in quella stanzetta, con l’uomo di Anuradha accigliato dietro la sedia dove si trovava la ragazzina. Il concetto di “fidanzato” non esiste in Nepal. È come se la gente non facesse altro che sposarsi ad un’età appropriata e qualsiasi relazione precedente venisse considerata inesistente.

La ragazza ridacchiò.

L’uomo intervenne. Con tono piuttosto brusco disse: “No, non conosceva l’uomo che l’ha presa. Non lo conosceva. Era straniero.”

L’istituto di Anuradha Koirala si era librato nell’alto dei cieli raccontando al mondo che le ragazze nepalesi venivano portate via con la forza in India da criminali che offrivano loro da bere Frooti al mango drogati. Il fatto che delle adolescenti potessero avere relazioni con uomini ed essere vendute a causa del fattore fiducia avrebbe macchiato la loro immagine di innocenti fanciulle nelle mani di un grande pericolo. Il ragazzo uscì dalla stanza velocemente. Continuammo la conversazione con la ragazzina. Il ragazzo tornò e disse con durezza a Olivia: “C’è una telefonata da parte di Anuradha.”

Olivia sbiancò. Eravamo indubbiamente nei guai. Uscì dalla stanza. Quando tornò era molto agitata. “Mi ha urlato dalla cornetta. Chi è quella nepalese? Mi ha chiesto. Dobbiamo andarcene subito.” E fu quello che facemmo.

Quello era Kathmandu nel 1998, dove anche la sola idea che un’adolescente potesse avere relazioni sessuali con uomini era impensabile. Le giovani donne potevano soltanto essere vergini, vittime innocenti di bande criminali, mai individui desiderosi di viaggiare per il mondo, trovare un lavoro, prendersi cura delle proprie famiglie o avere fidanzati.

Spesso sono proprio questi desideri e le modalità che impediscono di esaudirli in modo sicuro che fa sì che le ragazze finiscano in brutti posti, anche adesso. Quattordici anni dopo, possiamo trovare delle giovani nepalesi nei nightclub di Lhasa, piuttosto che a Kamathipura. Ma non dubito che quelli che gravitano attorno alle case di recupero insistano ancora sul fatto che le donne vengano drogate invece che andare di loro spontanea volontà.

Ma ora torniamo a Kamathipura, dove siamo ancora alla ricerca della nostra prostituta bambina nepalese.

“Ah, ah,” dice Kalu. “Gliela porto in hotel e ci può fare qualsiasi cosa con lei. Qualsiasi cosa”. Il suo “qualsiasi” comprende una serie ininterrotta di stupri, deflorazione, torture e fotografie. Puoi fare qualsiasi cosa tu voglia con lei, promette, permettendo alle donne una perfetta libertà di azione nel violare verginità, corpo e privacy con eguale possibilità di accesso.

Le trattative continuano. Olivia desidera andare alla pensione a vedere le ragazze. Dice che non può tornare indietro con le foto che ha: sono inutili. Alzo le sopracciglia e cerco di dirle, senza aprire bocca: forse dovremmo essere caute. Kalu, con la sua cicatrice da coltellata, la risata untuosa e le sue assicurazioni non rappresenta una garanzia alla quale affidare la mia vita.

Kalu vede le mie sopracciglia alzate. Si volta verso di me e mi affronta direttamente: “Ahhh.” Emette un sospiro, mi valuta, fa una pausa. Lo guardo, provocatoria. “Di dove sei?”

“America,” mentii. Cercai di nascondermi dietro gli occhiali e l’accento americano. Non sono una di quelle ragazze nepalesi che è abituato a vendere per un centinaio di dollari. Sono diversa, penso nel panico.

“Ti dovresti togliere gli occhiali,” dice. “Saresti carina senza.” Non voglio togliermi gli occhiali. Senza occhiali mi si annebbia la vista e mi sento indifesa. Lo guardo fisso.

Respiro a fondo, cerco di incutere timore. Dentro, sento le terribili profondità della paura. Olivia mi guarda con sdegno, come a dire Fatti forza. È solo un ruffiano. Se ci trattiamo noi, puoi farlo anche tu

.

“Qui,” dice alzandosi per prendere qualcosa che sembra un album di plastica da una mensola nelle travi del box di legno. “Ho molte studentesse del college come te. Molte studentesse del college disponibili. Di tutti i tipi. Molto istruite. Parlano inglese. Sono disponibili, con foto. Se mai tu volessi lavorare, lascia la tua foto a Kalu.” E ghigna quel khaini, un sorriso a denti marci. Apre di scatto l’album. Spuntano foto su foto di donne in bei kurta e divisa del college.

“Ok,” dico tentando di mantenere il mio ultimo briciolo di calma. Cosa si risponde a un magnaccia che ti sta offrendo lavoro come prostituta sottopagata? “Ma non credo mi interessi.”

Kalu si mostra interessato. “Ohhhh….Memsahib,” dice, sorridendo ancor più. “Questa è Kamathipura. Se non ci piaci, puoi entrare qui e non uscire più. Nessuno ti troverà mai.” Mi guarda diretto negli occhi, assicurandosi che avessi capito quello che aveva appena detto.

Lancio un sorriso noncurante, e faccio finta di non aver capito la sua minaccia. Sorrido, alzo le spalle. Mi allontano un po’, consapevole all’improvviso dello spacco dietro al mio vestito, l’abito a fiori blu e neri che avevo comprato a Colaba e che era sembrato tanto innocente, e che ora nel caldo e nel tanfo di Kamathipura assume all’improvviso delle connotazioni sinistre. Tiro fuori la mia macchina fotografica Konica e armeggio con le lenti. La mia grossa, massiccia e solida Konica che ho comprato a Providence, Rhode Island, per un centinaio di dollari e che mi ha reso un buon servizio per tanti anni. Prego di non doverla usare come arma.

***

Ieri notte ci siamo fatte portare a fare il giro di Kamathipura da un uomo sgargiante che si è affezionato a noi e che vuole farci da guida turistica. Si chiama Ramjee e dice di essere del posto. Lo troviamo in un edificio a cielo aperto dove sta facendo un pisolino pomeridiano insieme ad altri uomini alticci e seminudi. Sembra che si siano appena fatti fare un massaggio: i corpi luccicano di olio. L’energia maschile è palpabile; mi chiedo se sia la versione locale di un gay club.

“Sai dove possiamo trovare una giovane prostituta nepalese?” domanda Olivia con spudorata disperazione.

Lui le guarda, vede la pelle bianca, si alza lentamente e articola: “Salve signora.”

Ramjee è senza dubbio contento, quasi felice di vederci. Vede le due donne inglesi e immediatamente il suo contegno si fa splendido e infiorato. Inizia a parlare con grande enfasi. Pretende di avere il permesso di portarci in giro. Insiste. Qua e là butta le domande: “Siete in qualche modo collegati alla Famiglia Reale inglese? Alla Regina?” È una farsa ma noi stiamo al gioco.

Senza una pecca, come se portassimo a compimento quella farsa alla quale sappiamo tutti di partecipare, Mary, la più melliflua, dice: “Sì, ci manda il Principe Carlo. Lui è molto interessato a bloccare il traffico di bambini, capisci. Sì, ci manda la Famiglia Reale inglese.”

Questo basta a Ramjee. “Signore, stasera,” spiega, “è Lami Pooka, la notte di Laxmi, la Dea dell’Abbondanza. Ogni bordello, per un colpo di fortuna, stasera deve tenere le porte aperte affinché la Dea non si senta offesa dalle porte chiuse. Possiamo andare dove vogliamo.” Le donne si guardano l’un l’altra e alzano le spalle, cercando di non mostrare il loro giubilo. “Sì, grazie. Ci piacerebbe fare un giro,” dicono come se non stessero morendo dalla voglia di fare proprio quella cosa da quindici giorni. Era proprio uno stupefacente colpo di fortuna per delle giornaliste che avevano volato per migliaia di miglia e trascorso due inutili settimane cercando di entrare in ignobili quanto inaccessibili bordelli.

Ramjee ci porta da un bordello all’altro, annunciando ogni volta che siamo state inviate dal Principe Carlo. “Queste persone rappresentano il Principe Carlo!” Annuncia con forte enfasi ornata ogni volta che entriamo in un bordello. I travestiti sulla Lane C ci accolgono a braccia aperte. Si stanno truccando quando ci facciamo strada per le anguste scale fino alle loro stanze al piano di sopra. C’è un’atmosfera gioconda e festaiola.

Mentre camminiamo per le strade affollate un travestito con una casacca rossa e un sari argento cerca di trascinarsi dietro Olivia “Vieni tesoro,” dice. Olivia oppone resistenza con un sorriso e un fermo: “No, grazie, cara.” “Sono abituata alla strada,” mi spiega quando mi meraviglio per la sua apparente freddezza. “È uguale al mio quartiere di Londra.”

Saliamo e scendiamo per anguste scale di una dozzina di bordelli. Ogni volta Ramjee ci presenta con la sua ornata enfasi come inviate del Principe Carlo. In molti luoghi riceviamo sguardi torvi e arrabbiati. In molti bordelli veniamo ignorate. In uno una signora con i classici tratti nepalesi guarda verso il basso, ci vede e ci sbatte la porta con l’inferriata in faccia. Come si chiude la grata, riesco a vedere delle ragazzine scappare a nascondersi. Olivia, con la sua grossa macchina fotografica sembra non notarlo. Nella sua testa c’è questa prostituta bambina idealizzata, e sembra non vedere le ragazzine sparpagliate nei bordelli.

Ci sono millecinquecento proprietarie di bordelli a Bombay. Sono pronte a uccidere chi viene a smantellare le loro scuderie di ragazzine. Molte delle più importanti sono nepalesi, donne che hanno fatto carriera e ora posseggono la loro scuderia, come viene chiamata.

In un bordello, entriamo in una discoteca verde di vinile e specchi dove la ragazza nepalese, di soli ventiquattro anni ci racconta che è stata venduta dall’uomo che ha sposato dopo la laurea. “Sono stata imbrogliata,” dice, come se essere imbrogliati fosse la cosa più normale di questo mondo. “Non sapevo che mi avrebbe venduto, che sarei finita qui.” Viene da Darjeeling e ha un’inflessione dolcissima. Mentre usciamo, vediamo lei, una dodicenne che ci guarda. Le ragazze sono ovunque: insieme in gruppetti familiari, a fare cose da ragazzina, a giocare a bambole, a farsi le trecce. A essere soltanto delle bambine.

Proprio alla fine della serata, entriamo in un bordello gigantesco dentro il quale sembra viverci un migliaio di donne. L’ingresso è coperto di cacca mentre una fogna rotta allaga l’ingresso. Saltiamo il liquido giallo e camminiamo per un dedalo di corridoi nei quali sono stati messi letti a castello di ferro in ogni angolo. Dentro l’intelaiatura del letto con una tendina ci sono delle donne che sussurrano, sorridono, ridono, parlano. Ci sono uomini vestiti modestamente che entrano come se stessero comprando il pane quotidiano. Le donne con le loro casacche e sari sembrano solo leggermente in disordine, come se fossero state sorprese nelle loro case a intrattenere ospiti invece che clienti. Alcune di loro sembrano indifferenti. Altre sembrano godersi momenti di intimità. Per lo più sembrano affariste e concrete, come se si trattasse solo di lavoro.

Siamo alla ricerca di una prostituta nepalese, spiega Ramjee. Ah, nepalese. Le donne, chiacchierone e curiose, ci accompagnano dove vive la donna nepalese. Si chiama Radha.

Radha è magra. Sembra stanca. Ha un sorriso sul volto esausto. Radha racconta: “Pago 80 rupie al giorno d’affitto per questo posto.” Agita le braccia nel piccolo cubicolo col terrazzino di nemmeno un metro per due con un letto in mezzo. La stanza è aperta agli elementi: c’è il tetto ma non molto altro. Siedo sul sedile rotto e l’ascolto raccontare la sua storia: come il marito l’abbia venduta al bordello, come non riesca a lavorare molto adesso dopo l’incidente, come desideri mandare suo figlio a scuola: tutto ciò con il quieto distacco di una donna comune che racconta una storia comune. Come se, nella sua testa, la vita dovesse andare così.

“Non riesco a lavorare molto dopo l’incidente,” dice. Un furgone le è arrivato da dietro e l’ha colpita. Adesso cammina zoppa. Ha una trentina d’anni. Ha un figlio di tre anni che ha avuto dall’uomo che l’ha venduta dopo il matrimonio. Prende pochi clienti al giorno, ma vanno diminuendo a causa del suo handicap. Si vende a poco prezzo ma è sempre sufficiente per vivere. Mi guarda con certi occhi e mi chiede di portare suo figlio in Nepal dove possa andare a scuola. Il bambino fa finta di non capire le preghiere di sua madre, e guarda in basso mentre gioca, tutto con la timidezza di un bambino piccolo che origlia discorsi importanti.

Sulla strada verso l’uscita, Ramjee si ferma davanti a quella che sembra una scatola di legno nel mezzo di un oscuro corridoio. Qui, dice Ramjee, ci vive un’altra donna nepalese.

Vediamo la ragazza mentre entra: grande, scura forse una Dalit. Non dice una parola mentre scompare nella scatola. Sembra non vederci. Siamo apparizioni, non esistiamo nella sua mente intontita. La scatola di legno, a forma di cabina telefonica londinese, sembra grande abbastanza da contenere un essere umano in posizione eretta. È casa sua? Chiedo. È dove dorme, dice un ragazzo, impaziente di farci visitare il bordello. Quell’uomo, mi rendo conto, deve essere il proprietario.

Torniamo alla luce del sole. Radha, vestita in impeccabile seta rosa, scende per noi. Si appoggia a un palo fuori dalla lavanderia di Kalu. So che dietro quel portamento elegante la gamba, le gambe investite dall’autista di un furgone, dall’autista di un furgone ubriaco, sono stanche…Olivia scatta, e scatta e scatta. Fa migliaia di foto.

Kamathipura, penso con un brivido, parla di morte, la morte della fiducia e la morte dell’illusione.

Kalu torna a contrattare con Olivia e Mary. “Le ragazze nepalesi,” dice, “sono eleganti. Sono come le star del cinema. Hanno un buon profumo. Gli uomini vanno da loro per l’eleganza. Per il sesso vanno dalle indiane del sud. Vanno dalle nepalesi per l’eleganza. Per l’onestà. Anche se cade loro il portafogli di tasca, le ragazze nepalesi lo tengono così che possano tornare a prenderselo più tardi. È successo la settimana passata con un cliente.”

Olivia controlla la macchina fotografica e si rende conto che non ha ancora le foto che era venuta a fare. “Ma non voglio una ragazza nepalese,” dice Olivia con impazienza. “Ho bisogno di una ragazzina. Una di otto o nove anni.” Ha ancora due settimane prima che l’editor la faccia tornare. Se torna a Londra con foto di adolescenti è fottuta. Conta sui soldi della storia per pagare il mutuo. Ha già sprecato due settimane a visitare bordelli e a vedere le donne. Sono tutte troppo vecchie per lei.

“Ahhh…” Kalu chiude gli occhi furtivi. “Troppe irruzioni in questi giorni, Signora. Molte ragazzine ora sono state trasferite nel Surat, passato il confine col Gujarat perché le madam di Bombay hanno troppa paura a tenerle qui. Ne perdono troppe. Quindi sono tutte nascoste nel Surat.”

Alla fine, fanno un patto. Quella sera. Kalu porterà una piccola prostituta all’Hotel Oberoi perché possiamo fare quello che vogliamo.

Non mi presento per l’occasione perché mi fa stare male. Più tardi le donne mi diranno che la ragazza è arrivata ma è stata una delusione. Per quale motivo non saprei dire. Forse non era abbastanza sexy.

La velocità d’apertura dell’otturatore è bassa, si chiude catturando la luce. Guardo Radha e vedo quello sguardo di tradimento negli occhi. Lo sguardo di una persona che pensava di aver visto un amico e invece era solo una macchina fotografica.

Kanchi, la prima prostituta che abbiamo incontrato a Kamathipura, seduta sulla soglia fuori da un bordello a un piano, mi aveva rivolto quello stesso sguardo di tradimento. Gli uomini ci avevano fissato mentre camminavamo per Kamathipura. Centinaia di uomini che stavano a fissarci con occhi sgranati. Poi l’avevamo vista, seduta su quella piccola soglia su una sedia di bambù, che aspettava. Tutta in ghingheri, in attesa del suo primo cliente.

E i clienti eravamo noi. Sailesh, andando verso di lei come un cacciatore che ha visto la prima preda, mi aveva sussurrato, “Parlale, distraila!” quindi io, inebetita, nel panico, l’avevo distratta mentre Olivia le faceva le foto. Click, click, click! Ogni foto una violazione, fatta senza autorizzazione, senza le dovute attenzioni, senza informare il soggetto sulla fine che farà la sua immagine. Mi aveva guardato con quel volto lontano, distaccato, la bellissima ragazza che sapeva ancora una volta che veniva tradita e mi disse: “Non mi chiamo più Kanchi. Dopo che sono arrivata a Bombay sono diventata Hasina.”

Poi, mentre la macchina fotografica scattava mi disse: “Avevo molti abiti, molti gioielli. Ma non li volevo più. Li ho dati ai mendicanti che venivano a chiedere l’elemosina. Ho dato via tutto.” E mi metto a sedere provando rimorso, capendo all’istante che sono io il mendicante, e che mi sta dando ancora una volta tutto quello che possiede, ancora e ancora. La sua immagine. Il suo volto. La sua giovinezza. La sua bellezza. Questo apparirà in una rivista di un posto lontano, a far fare soldi ad altri. Lei lo sa.

Hasina vive in una scuderia col proprietario del suo bordello sicuro che non scapperà. È troppo abbattuta, troppo morta per fuggire. Non possiede nulla. Non vuole nulla. La sua migliore amica, Aarti, mi guarda con bellissimi occhi e segni violacei di melanoma sulle braccia. Morirà presto per la temuta malattia come tutto il resto venuto prima di lei. “Eravamo in tante qui,” dice semplicemente. “Ma molte di loro sono morte.”

Dopo che ebbe finito di fare le foto ad Hasina, Olivia, nell’esultanza di aver acchiappato la sua prima giovane prostituta, andò a bazaar e comprò il set per il trucco più a buon prezzo che riuscì a trovare. Io la seguii, improvvisamente esausta per il caldo e la depressione. Avevo parlato con Hasina per la mezz’ora passata. Mi aveva considerato un visitatore venuto da lontano, qualcuno al quale confidare la storia della sua vita. Era scappata con un’amica quando aveva sedici anni, aveva attraversato il confine con l’India. dopo aver pagato i suoi debiti col proprietario del bordello aveva deciso di mettere su la propria attività lì su quella piccola soglia, e di non essere proprietà di una madam. No, non è mai tornata indietro. Sì, aveva un altro nome in Nepal, ma in Kamathipura la conoscevano come Hasina.

Le due giornaliste non sanno nulla di lei eccetto la sua professione.

Tutto quanto solo per una sterlina!, Disse Olivia, meravigliandosi del buon prezzo del set per il trucco.

Il set per il trucco era una grossa cassetta di plastica rossa piena di polveri sgargianti e pozioni. In cima, lettere argento dicevano: Hasina. Qualcosa dentro di me gridò “No!”, ma Olivia era implacabile. Sailesh disse: “Sì, a queste donne piace il trucco.” Lo ritiriamo e vengo spinta in avanti per consegnare il regalo. Olivia è raggiante, compiaciuta dal buon affare, e compiaciuta dal gesto di aver fatto felice una prostituta.

Con grandissimo imbarazzo e una nausea furiosa, porgo la scatola ad Hasina. Tende la mano e la prende senza dire una parola, né felice, né dispiaciuta. Guarda Hasina a rilievo con lettere d’argento in cima. Non so se è in grado di leggere, ma guarda le lettere per un momento. Poi la mette giù, si alza ed entra nell’edificio. Scompare in silenzio, come se fosse felice di essersi liberata della nostra presenza.

Traduzione di Laura Maggi

Inizio pagina

Home | Archivio | Cerca

Archivio

Anno 9, Numero 37
September 2012

 

 

 

©2003-2014 El-Ghibli.org
Chi siamo | Contatti | Archivio | Notizie | Links