El Ghibli - rivista online di letteratura della migrazione

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stracomunitari 3

mohamed malih

Kamal dice “ e vissero tutti felici ed integrati”

Da extracomunitario ben collaudato (è da parecchi anni che sto in Italia) ho vissuto sulla mia pelle parecchi dei disagi che l’immaginario collettivo (occidentale ma anche orientale) suppone che un immigrato debba vivere. Forse inconsciamente me li sono andati a cercare io stesso. D’altronde sono ingredienti necessari per quella storia che ogni buon immigrato e, più in generale, ogni uomo di mondo (o chi vuole passare per tale) si racconta, sogna di raccontare o, come non di rado accade, sciorina non appena ne ha l’occasione. Certo alle prime possono anche essere di qualche interesse ma passato l’effetto sorpresa si ha come l’impressione che siano tutte uguali; cambiano le singole circostanze, ma la musica di sottofondo è sempre la stessa e puntuali sono le parole che ne ordiscono la trame: sradicamento, lontananza, nostalgia, ecc. I Phone center, le piazze, i patronati, alcuni bar, le stazioni sono, a seconda delle etnie, i luoghi d’incontro abituali di molti immigrati dove questo genere di storie si sprecano e una buona dose di vittimismo va a mescolarsi a romanticherie nostalgiche che alle volte raggiungono apici di autocommiserazione da far impallidire d’invidia la più sfacciata delle soap sudamericane Quel che preoccupa è che su questo panorama desolante si sta formando l’identità di tutta una generazione di migranti, frustrata nel suo sogno hollywoodiano di un happy end all’insegna del : ” e tutti vissero felici e integrati”. Sono poi questi stessi migranti che vanno ad alimentare code infinite davanti a questure e uffici postali: una folla di flagellanti che si accalca dolorante e rassegnata non per chissà quale premio ultraterreno ma poter finalmente avere fra le mani il tanto agognato pezzo di carta azzurrognolo o arancione il cosiddetto permesso di soggiorno. Di questo variegato materiale umano un’attenta editoria ha fiutato il potenziale letterario e ormai negli scaffali di tutte le librerie è tutto un ammiccare di donne col burqa da copertine arabescate. Purtroppo anche fior fior di penne- penso a Magdi Allam, ad esempio, pur avendo tutti gli strumenti, per giocare un ruolo da protagonisti, di degni intellettuali( e Dio sa se ce ne bisogno) di questa diaspora si mettono a cavalcare il mansueto mulo dell’attualità discettando su Kamikaze, Islam, Oriente e Occidente pescando a pieni mani nel suk chiassoso delle news. Insomma fra le parole dei e sui migranti si sente acuta la necessità di più degni cantori che non sguazzino in argomentazioni trite e ritrite, finendo per dare dello straniero un immagine distorta che non saprei come meglio definire ma che è, tanto per dare un’idea, ben che vada, una parodia della parabola del buon samaritano, ma di questo passo, ben presto, andrà ad assestarsi serafica nell’Olimpo del luogo comune dove troneggia inarrivabile la casalinga di Voghera.

Kamal e la facile “Ribalta di Via Carducci”

Tutte le volte che si parla di stracomunitari, a Senigallia, nel male più che nel bene, viene tirata in ballo Via Carducci. Gli esempi in tal senso si sprecano; e la cronaca dei giornali ne riporta ampia testimonianza. Una volta sono i commercianti che si ritengono danneggiati dall’eccessiva presenza degli stranieri nella zona, un’altra volta è Forza Nuova che cavalca questi malumori per propagandare le sue idee fascistoidi, un’altra ancora sono quelli dei centri sociali che sono “Uniti contro il Razzismo”. Chiunque, insomma, non trovi altri spazi per dire la sua, trova in questa Via un uditorio attento e una piazza gremita per esporre la sua onesta, ma pur sempre personalissima visione del mondo.
A quanto pare i “quattro amici al Bar” che usavano incontrarsi , possibilmente, in locali malfamati, unirsi attorno a un tavolino e illudersi di cambiare il mondo, sono in via d’estinzione . A Senigallia invece, al loro posto, vi è tutta una variegata fauna, a cui appare del tutto normale gridare al megafono, in Via Carducci, tutte le ingiustizie che, a loro detta, infettano questo nostro mondo globalizzato. In tal modo forse si inciderà poco sullo stato delle cose ma almeno così si avrà usufruito dei canonici 15 minuti di gloria che ci spettano, così come asseriva Warhol, di diritto.
Non me ne vogliate, ma questo eccesso di presenzialismo, con tutte queste manifestazioni a favore della bistrattata minoranza di turno, sospette anche perché fioriscono soprattutto in concomitanza della bella stagione come gli ombrelloni, rischiano di inflazionarsi e già danno l’impressione di essere una delle tante iniziative da cartellone che fanno da supporto ad altre iniziative con più appeal, e paiono servire più che altro, inserite nei depliants d’ordinanza, a fare più corposo il pacchetto tutto compreso che rende la spiaggia di velluto meta preferita per arzilli pensionati e giovani coppie con lattanti al seguito.
Mi verrebbe da paragonare questo decadimento dei movimenti contestatari, di destra come di sinistra, a ciò che succede ad alcuni artisti delle avanguardie. Che, senza essere Duchamp, hanno la faccia tosta di spacciare i loro bidè per opere d’arte. Alla stessa stregua alcuni gruppuscoli tendono a caricare le loro frustrazioni di tanto di quel valore aggiunto da farne teorie potenzialmente atte a spostare l’inclinazione dell’asse terrestre, il tutto mentre vagano convinti di non avere nulla da invidiare a Toni Negri, o di essere discendenti in linea diretta di Evola. Il danno che questo modo d’agire arreca agli stracomunitari è immane e molti di noi ancora devono riprendersi dal passaggio troppo brusco da “nobile causa” a “semplice pretesto”.

Kamal e il silenzio delle balene

L’occhio della telecamera abbraccia con uno unico sguardo i cadaveri e i colori sgargianti delle carrette del mare. Lo speaker ha già finito il suo compito. Invano aspetto che il numero dei morti e dei dispersi faccia effetto. Niente. Le meste statistiche del caso non hanno il potere di impietosire e né tanto meno di indignare. La coscienza non ne sembra turbata; e quel che serba la memoria del balletto delle cifre si dissolve mentre guardo come la risacca si trascina via un po’di sabbia. Una morte serena si direbbe. Niente di ché: giovani d’altre terre che si avventurano nel mare e poi il mare è grande e burrascoso. Succede che perdono la rotta e non sanno più ritornare. E allora cosa vuoi, loro ce la mettono tutta ma il mare è immenso e terribile il mare. E poi hai presente le balene? Quelle che ogni tanto per misteriose ragioni si arenano e vengono a morire dalle nostre parti. Ecco la morte di questi giovani ragazzi è un po’ come quella delle balene. Sì è molto simile. Ci sono i soccorritori e c’è l’acqua per rinfrescare. E poi? E poi basta c’è solo il silenzio e poi si muore.
Sì ma dov’è il pianto delle madri?
No le madri non sanno: stanno lontano, troppo lontano.
E poi lo vedi che silenzio? Certo che lo vedo; cosa ti aspettavi, urla e devastazioni? Qui non siamo in Iraq, dove i morti si dividono in martiri e vittime e dove comunque il fatto della morte è reso dal rosso del sangue, dal dolore e dall’odio di chi resta…No qui né pianti né rivendicazioni. Questa- te l’ho già detto- è una morte serena come quella delle balene.

Kamal e i Vu Cumprà 1

Quest’estate rischia di passare agli annali come l’ultima stagione dei Vu Cumprà. Questo almeno se continua, con lo stesso zelo mostrato sinora, la campagna capeggiata da alcuni sindaci e assessori per conquistare alla legalità non solo le battigie di tutte le capitali balneari ma anche la più sperduta delle spiagge libere, in modo da far sentire il polso dello Stato e la vicinanza delle autorità ai cittadini anche a quei bagnanti che si avventurano sugli scogli per godersi la tintarella in santa pace. Sono pur sempre elettori anche loro.
Ai bagnanti, essere al centro dell’attenzione sembra non dispiacere affatto. Anzi, tutto ciò oltre a gratificarli li diverte pure: finalmente possono mettere da parte la settimana enigmistica e godere di questa specie di intermezzo inaspettato che è la caccia al Vucumprà. Decidendo di tifare per questo o quell’altro, a seconda del proprio orientamento politico. Se sono di sinistra tiferanno per i Vigili; se sono di destra faranno lo sgambetto al Vucumprà e una volta a terra li aizeranno contro le forze dell’ordine. Perché si sa, la democrazia è partecipazione. Ma tutti insieme, da buoni sportivi, non appena finiscono i tafferugli, raggiungeranno la prima bancarella abusiva a disposizione per mercanteggiare l’acquisto dell’ultimo CD del loro cantante preferito, o quello delle richiestissime borse, sempre di moda, firmate della celebre coppia di stilisti Tarocco Marocco. D’altronde come biasimarli! Gli affari sono affari e, legalità o meno, l’unica legge che vige in questi casi è quella dell’offerta e della domanda. In più i prezzi sono concorrenziali, il servizio è buono e nulla da eccepire sul customer service.
Eppure, dicevamo, la battaglia ai Vucumprà infervora, e anche questa categoria di commercianti, dopo che quella dei piccoli bottegai è da un pezzo estinta, rischia l’estinzione. Laddove non sono arrivati i grandi magazzini, assessori in bermuda rimedieranno.
Chi può scatti pure delle foto ricordo: questa è forse l’ultima occasione che avete di vedere un Vucumprà in carne ed ossa. Comunque se la battaglia dovesse continuare anche l’estate ventura, consiglierei delle tenute tipo Baywatch alle forze dell’ordine che saranno impiegate per la caccia al Vucumprà. Perché un conto è dirigere il traffico, un altro è correre sulla sabbia.

Kamal e le facce da discount

Metti un giovedì, diciamo verso le 9, l’ora in cui aprono i discount. Fai che quella mattina non devi recarti al lavoro ( perché sei in malattia, perché sei disoccupato, pensionato o semplicemente perché sei un bamboccione).
Fai anche che, a casa, il caffè sia finito e hai deciso di provvedere. Ora per tutti questi motivi ti trovi davanti al discount ad aspettare che apra perché sei venuto un po’ in anticipo e mentre aspetti ti guardi un po’ intorno.
Ora fai…anzi non fare niente, o fa pure quello che ti pare, perché quel giovedì mattina giovedì c’ero anch’io davanti a quel discount, anch’io mi son guardato attorno, e non so fino a che punto tu possa immedesimarti.
Perché ad aspettare l’apertura del discount era tutta gente che di solito s’incontra solo nelle statistiche o nei discorsi dei politici. La gente che fatica ad arrivare a fine mese, che naviga nel mare del precariato, ma non ne fa un dramma.
Quelli che non avranno mai un Suv non perché sono poveri, ma solo perché è gente normale.
Gente che non porta nessuna divisa.
Giovani e meno giovani, donne soprattutto e nessun bambino. Giovani non tatuati, non rasati a zero e senza croci celtiche. Sono forse questi i giovani che non “occupano” e , forse, neanche manifestano; tutt’al più, mi è sembrata gente che se c’è da votare, vota. Fra questa gente c’era qualcuno un po’ più maturo degli altri, ma non c’erano né vecchi né anziani; tutt’al più c’era qualche nonno. C’erano anche donne dell’est e qualche faccia straniera, ma niente extracomunitari.
Poi, il discount ha aperto e siamo entrati con calma , senza ressa. Gente anonima (facce da discount) che si aggira fra gli scaffali, dove sono adagiate ( non esposte) confezioni altrettanto anonime. Protetti dalla luce discreta del discount, si stava attenti, più che altro, ai prezzi.

Kamal sui bamboccioni

Chi in vita sua non ha mai guardato l’isola dei famosi o almeno di sfuggita visto qualche puntata di Beautiful, scagli la prima pietra. Suvvia ammettetelo, non c’è niente di male. La diceria secondo la quale questo tipo di programmi è roba da casalinghe stagionate non regge. Se no gli alti share di questi programmi, e ci metto nel mucchio anche tutti i programmi della De Filippi con tutte le sue troniste e tronisti, non si spiegherebbero. Ho il sospetto che una buona fetta di questo pubblico televisivo sia fatta da bamboccioni. Quelli per intenderci che non hanno nessuna fretta di lasciare il caldo nido dei genitori, e ritardano all’inverosimile il momento fatidico dell’ingresso nel mondo degli adulti.
Una volta si diventava adulti in fretta. Ora le cose si fanno con più calma.
Il nostro cammino in questa valle di lacrime, come insegnano i sociologi, è scandito da tappe, con relativi riti di passaggio. Da poppanti a bambini; da bambini a adolescenti; da ragazzi a bamboccioni. E solo dopo aver passato tutte queste fasi, dopo aver imparato a preferire la consistenza della pappa al latte materno, essersi invaghiti della mamma, aver ucciso(simbolicamente) il padre; dopo insomma avere seguito con diligenza tutto il tracciato della vita suggeritoci da Freud, ad un certo punto, non si sa come (ma si sapeva quando), si diventa adulti. Ora invece molti si ritrovano come incapsulati in questa nuova fase cosiddetta dei bamboccioni.
A quanto sembra, il passaggio da bamboccioni a adulti potrà dirsi cosa fatta, solo quando uno comincia a godere sconciamente nel pagare le tasse.
Se sia meglio essere evasori o pervertiti, questo è argomento, ne sono sicuro, che prima o poi Bruno Vespa, con fra gli altri ospiti in studio Padoa Schioppa e Crepet, affronterà, a tarda notte, nel suo programma Porta a Porta. Tanto voi bamboccioni mica vi dovete alzare presto la mattina.

Kamal e l’intrallazzone

Per vicende personali, che non mi sembra il caso parlarne qui nel blog, anche se non è detto che prima o poi non lo faccia, ho avuto modo di aver a che fare con una categoria di persone che per quanto abbastanza diffusa, tuttavia non è facile darne una descrizione che ne tratteggi il profilo in maniera univoca. Sto parlando dell’ intrallazzone. Per quanto mi riguarda, e mi dispiace fare il lombrosiano, ma d’altronde da qualche parte bisogna pur cominciare, queste sono le sue caratteristiche: capelli grassi e con la forfora, pancia prominente, faccia avvinazzata e paffutella, con nel contempo un che di corrucciato e non risolto nell’espressione, cosa che trapela soprattutto dallo sguardo che è vigile e triste come quello che conservano anche da adulti gli ex ragazzi di bottega, tarchiatello. Politicamente è piuttosto a destra anzi che no. Nella vita ha un lavoro sicuro ( quasi sempre statale) ma ha una seconda professione che gli permette di frequentare gente danarosa. Caratterialmente è un sanguigno e questo gli permette qualche volta di passare per uno che dice pane al pane e vino al vino ( proverbio africano: le parole passano, ma il male che si fa rimane). Non ha né il carisma del furbetto, né l’incoscienza del delinquente, tuttavia sa far di conto ed è abilissimo a stilare liste ( non importa di che genere) e queste qualità ( che ha in comune con i ragionieri vecchio stampo) lo fanno passare per uno sveglio.
Come si veste l’intrallazzone?
Da quel che ho potuto appurare, l’intrallazzone, porta sempre lo stesso paio di pantaloni però in compenso fa grande sfoggio di camicie floreali, dai colori accesi. Il suo look, mi sembra di poter dire, è un misto fra quello di un pappone del Bronx e quello di un ferrotranviere. Le mani dell’intrallazzone, per quanto non faccia lavori pesanti, hanno tuttavia un non so che da mezzadro ( con tutto il rispetto per i mezzadri e pure per la mezzadria; e ci mancherebbe…), mentre lo sporco che si annida nelle unghia ci parla di uno che passa molto tempo a trafficare nei congegni del cofano della sua autovettura, che è quasi sempre di seconda o terza mano, ma immancabilmente di grossa cilindrata.
Come avrete notato, questo è un profilo buttato giù alla come viene, viene. Prudentemente non ho voluto aggiungere altri dettagli per non dare l’idea di stare a parlare di qualcuno in particolare: in questo post infatti si sta solo tentando di dare una descrizione dell’intrallazzone in generale, e se qualcuno ci si rispecchia sono cavoli suoi, perché ovviamente qualsiasi riferimento a persone o cose è da ritenersi puramente casuale, né ho detto nulla riguardo all’attività vera e propria dell’intrallazzone, e cioè gli intrallazzi. Perché mi piacerebbe, e questo è quasi un appello, che questo lavoro di messa a fuoco della figura dell’ intrallazzone sia fatto a più mani, un lavoro di gruppo. L’intento è quello di aprire un dibattito su questo tema poco frequentato, e voi, menti brillanti e penne talentuose, amici blogger siete caldamente invitati a partecipare.
Aggiungo solo che il tema di questo post non è da sottovalutare perché a mio avviso il danno che questi personaggi arrecano agli individui ( gli intrallazzoni, infatti, danneggiano gli individui, non la società) è consistente; ed è solo grazie alla loro abilità di farsi scudo dei loro principi che manco a dirlo sono saldi e ben ancorati alle tradizioni e ad additare con prontezza e veemenza ammanchi e debolezze altrui, che hanno qualche possibilità di raggiungere i loro obiettivi , falciando nel loro cammino ingenui, onesti e stracomunitari.
L’intrallazzone in genere è informatissimo sull’ entità patrimoniale di amici e conoscenti, e più costoro possiedono più lui si ingegna a fare da cavalier servente.
Dio ci scampi dagli intrallazzoni.

Kamal dice la sua sull’editto Bitonci

In questi giorni un nutrito gruppo di giovani sindaci veneti è impegnatissimo a buttare giù delle ordinanze per selezionare chi fra gli immigrati possa o meno risiedere nella Val padana.
Questa schiera di giovani sindaci, cui la principale occupazione sembra quella di addetti alla percezione, dopo aver constatato che in effetti c’è un rapporto di causa ed effetto diretto fra l’indigenza degli immigrati e l’impennata di percezione di insicurezza nei loro concittadini, si sono detti che bisogna assolutamente porre rimedio a questo stato di cose. Il più lesto a trovarlo, il rimedio, è stato quel geniaccio di Massimo Bitonci. Bitonci, si sarà detto, se il problema sono gli immigrati senza schei, allora basta eliminarli. E visto che siamo in un paese democratico, mica li possiamo gasare a sti stracomunitari. In uno stato di diritto, prima di far fuori qualcuno, bisogna comunque dare alla cosa una parvenza di legalità. E in casi come questo cosa c’è di meglio di un’ordinanza. Detto fatto. Chiunque sia provvisto di un entrata documentabile inferiore a 420 euro mensili qui ( a Cittadella) non può stare. Grazie a questo editto, Massimo Bitonci, ora è considearto un eroe salvatore della patria da tutti i suoi colleghi dei comuni limitrofi, che si apprestano a seguirne le ordinanze.
Ora non ci rimane che seguire col fiato sospeso, il tracciato del percetometro: strumento che misura la percezione di insicurezza, cioè quella sensazione di terrore irrazionale che assale, alla vista di un immigrato indigente, le signore impellicciate che si danno allo shopping nei negozi del centro e i loro cagnolini tascabili, mentre i mariti, chiusi nei loro Suv blindati dai vetri fumè, con la pistola a portata di mano , aspettano il ritorno delle mogli.
L’immigrazione, per quanto abbia raggiunto ormai dimensioni bibliche, è un fenomeno che va tuttavia governato. Non è che si possa aprire la porta dell’Italia a tutti, né tantomeno quella del Veneto: perchè l’emergenza immigrati, prima ancora di essere un fenomeno planetario, è innanzitutto una grana padana.

kamal si mette nei panni di un clandestino a Natale

Nell’aria c’è aria di festa. E giustamente i negozianti sono quelli che hanno più motivo di festeggiare. Le vetrine brillano. Persino i sampietrini luccicano. La luce cola dalle luminarie e trabocca dalle vetrine, scorre e si riversa sui viali e inonda le piazze, s’insinua nelle viuzze e veglia sui portoni. Dovrò addentrarmi ancora di più nella periferia, esplorarne meglio i margini e forse scoverò un angolo di discrezione per la mia clandestinità.

La parola Natale la associo ai primi veri brividi da freddo e al momento magico quando come d’improvviso le vetrine cominciano a scintillare. Sembra si festeggi, in questo periodo, un santo protettore delle vetrine, o un qualche suo collega propiziatore degli affari.
In questo periodo è quasi impossibile la clandestinità e mi sento sempre in primo piano, esposto come un sacerdote sull’altare, o un condannato sul patibolo.
Sarà che in questo periodo la gente è più elegante e allora io, nei miei cenci, sento maggiormente la mia diversità che mi fa di un umore decisamente poco natalizio. Per carità, ci tengo al mio decoro e i miei abiti son pur sempre dignitosi. Se non fosse per il periodo, in quanto a vestiario, passerei tutto sommato inosservato. Come dire non sono io che sono trasandato sono gli altri che a natale diventano più eleganti. D’altronde mi trovo in terra straniera, fra gente che ha usi e costumi diversi, fra gente che prega un Dio diverso.
Un Dio misericordioso (davvero misericordioso) che dalle vetrine si erge in tutta la sua magnificenza e assiste benevolo le sue creature mentre si scelgono i doni che fra non molto si scambieranno.
Dunque, mi dico, è nella natura delle cose che io non senta questa festa. È nella natura delle cose che mi senta escluso dal calore e dall’affetto che la gente in questo periodo ostenta mentre si scambia.
Poi che mi lamento a fare? Ho sempre guardato con fastidio, anche in patria, ai vari assembramenti festaioli.
L’importante ora è che passi in fretta questa festa perché, da quel che si dice, col nuovo anno forse ci sarà una sanatoria.

Kamal in vena di confessioni

Le donne. Che parolone. Si fa a presto a dire donne. Le donne alte, quelle magre, quelle rotondette, le tedescone, le donne arabe, quelle asiatiche… l’elenco è infinito. Meno male che ora non ci penso più. Voglio dire non più con quell’intensità da ragazzino, durata più o meno dall’età di dieci anni fino a oltre i quaranta. Da ragazzino era proprio un desiderio lancinante. Il primo ricordo di desiderio carnale legato a un corpo femminile era di una ragazzina che faceva le pulizie. Mi ricordo del seno. Era un seno piccolo. Sotto un vestito lungo di quelli che usano le donne marocchine. Non aveva il reggiseno. Era una ragazza di carnagione scura. Ero circondato da donne. Di corpi di donne. Di sguardi di donne. Accompagnavo mi madre alle feste. Quelle feste che si fanno quando qualcuno si sposa, o quando in un qualche famiglia c’è la circoncisione. Durante queste occasione c’era un esplosione di corpi di donne. Prima delle feste c’erano i preparativi. Mia mamma e le altre donne che bazzicavano per casa: zie, amiche e vicine. Il kohol su occhi neri e loquaci. Il marrone delle labbra e della lingua per via del suak. I corpi generosi o snelli, sempre in movimento nei kaftan variopinti. Le vite strette da cinturoni d’oro o di stoffa riccamente ricamati. Gingilli alle orecchie. Fermagli shouka sul petto. Alcune tatuate di verde sul mento o fra gli occhi, le mani arabescate di hennè. Ad allietare queste feste venivano chiamate le chikhet. Sono delle cantanti ballerine. Queste erano riservate alle sale dove erano i maschi. Mi accucciavo vicino a qualche zio per veder queste chikhet in azione. La musica dei violini e il suono dei bendir le ispiravano movenze di pura seduzione. Sculettamenti sottolineati dai cinturini legati sul sedere o appena un pochino più sotto mandavano in visibilio i maschi presenti in sala, che contenti infilavano banconote sui cinturini e nei decolettè.
Ho un'immagine impressa nella mente: un culo abbondante di una donna nel gesto di accovacciarsi per fare pipi. Siamo in campagna e lei, credendosi al riparo da occhi indiscreti, si era appartata per fare pipì. Ho visto solo il culo, forse solo una natica. Sono sempre stato attratto dai culi. Dalle movenze delle natiche. “Quant’è bella la donna mia quand’ ella il suo cul vacilla”. Le movenze dei sederi dentro le djellaba sono languida poesia.
Una volta in campagna, era sera, e allora non avevamo la luce elettrica, si usava delle specie di lanterne a benzina. La casa era grande e con tante stanze, per raccogliere i tutti famigliari e i bambini numerosi che tutte le estati si ritrovavano nella casa della nonna matriarca. Sono entrato in una stanza e ho trovato una zia che faceva il bagno a una ragazzina accolta in casa che aiutava nelle faccende in cambio di vitto, alloggio e qualche regalo per la famiglia. Questa ragazzina era immersa in un grande bacinone di zinco, in piedi, i capelli neri sciolti che arrivavano ai fianchi, il seno piccolo e i capezzoli duri e scuri come l’aureola tutt’intorno. Giusto un attimo, un attimo e me ne andai o forse mi cacciarono via. Ma questo corpo è rimasto fra le immagini che poi hanno plasmato la mia idea di femminilità.
Da bambino andavo ogni settimana all’hammam con la mamma. Quindi ne devo aver visto di corpi di donne nude. Questa cosa dell’hammam femminile è durata credo finché altre donne hanno cominciato a fare alla mamma rimostranze sempre più insistenti sul fatto che ormai il bambino è grandicello, un ometto ormai. Fatto sta che è arrivata una domenica che all’hammam ho dovuto andarci con papà, in quello dei maschi. Eppure non ho un ricordo specifico di quest’esperienza nell’hammam femminile. Ho un idea annebbiata come lo sono le sale vaporose dei hammam. Forse il nero dei pubi, braccia nude, culi adiposi… ma non ne sono sicuro… mi devo sforzare per richiamare queste immagini e chissà se attingo alla mia esperienza vissuta o al vissuto collettivo di tante generazioni di ragazzini marocchini.
Più o meno credo sia questa l’idea di donna che ha nutrito i miei sogni erotici di ragazzino e di giovane maschio. Giovane maschio intendo dai vent’anni in su. L’età della mia immigrazione. E qui tocchiamo un tasto dolente: l’integrazione sessuale di un giovane immigrato.
Ci vuol del coraggio per parlarne. Parlare di cosa poi? E dove la trovi una che appena arrivi in Italia, giovane ed arrapato, pronta per te? Sogna, caro mio, sogna. Qui le donne promettono promettono ma non te la danno mai. Tutto invita al sesso. La ragazze discinte in televisione. I cartelloni pubblicitari. I cinema porno. Le tette della barista servite ogni mattina insieme al caffè. I pantaloni attillati. Le gonne corte. I ragazzini che non fanno altro che baciarsi. E tu arrivi con tutto il tuo armamentario erotico di giovane marocchino e ti convinci, che in mezzo a tutto questo sesso esposto in ogni dove, ti convinci che il tuo momento di farti una bella italiana arriverà senz’altro. Ebbene questo momento non arriverà così presto, o forse non arriverà mai. Parlo per me almeno. Qualche mio compagno di avventura invece ce l’ha fatta. Ma sono pochi, pochissimi. Di solito si tratta di ragazzi particolarmente aitanti. Ma se rientri nella media, o forse sei anche un pochino al di sotto della media, sarà dura molta dura. Cioè ciondolerai per le strade, nei supermercati, nelle aule dell’università con un idea fissa, con il coso fra le gambe sempre all’erta e ti toccherà arrangiarti. Ti toccherà, anzi non ti toccherà nessuna di quelle che tu immagini… dovrai fare per conto tuo. Ci siamo capiti, vero? È questo io lo considero un vero spreco. Non so come se la cavino oggi i giovani immigrati sempre arrapati come lo ero io appena arrivato in Italia. Ma credo che le cose siano cambiate in meglio per loro. Vedo sempre più spesso giovani italiane con maschi maghrebini o neri in atteggiamenti confidenziali. Invece ai miei tempi era una cosa rarissima. Eppure io leggevo negli occhi di molte la voglia di farmici. Noi giovani marocchini di allora, eravamo convinti di essere più dotati degli italiani. Che insomma una donna nelle nostre mani si sarebbe sentita più donna. Avevamo una pessima idea del maschio italiano e di quello occidentale in genere. Per dirla papale papale, ai nostri occhi erano mezzo frocetti. Parlo così perché allora non sapevamo ancora cos’era il politically correct, e in più eravamo pieni di pregiudizi. Le italiane, in quanto occidentali erano, chi più chi meno, delle zoccole. E in più qualcuno deve averle detto che noi marocchini sapevamo il fatto nostro. Sicuramente sanno che noi giovani marocchini ce l’abbiamo sempre duro. Che noi marocchini ci diamo che ci diamo. Eppure nonostante tutti questi pregiudizi non ci filavano neppure. E così intanto il tempo passava. E te sempre con quel coso duro in cerca di consolazione. Che siano razziste per caso? Ecco bravo, buttala sul politico. È così che credo sia nata “la questione immigrazione”. È nata per via del risentimento. Se nessuna te la da, alla lunga è frustrante. È l’inizio della fine. Finisci per cominciare a frequentare i centri sociali. Finisci per bazzicare nei dintorni della facoltà di psicologia. È risaputo infatti che in questi ambienti girano ragazze tale e quali alle figlie dei fiori. Per queste ragazze ancora non è finita la rivoluzione sessuale. Il loro motto è ancora quello che Dio me l’ha data e io ne faccio quel che mi pare. E se la do a un marocchino è per via della fratellanza universale. (Sante parole!) E poi coi marocchini si rimedia sempre dell’erba buona. Nei pressi della facoltà di psicologia si rimedia sempre qualcosa. Sono ragazze per lo più problematiche, però poi alla fine te la danno senza problemi. O comunque mal che vada un almeno un pompino lo rimedi sempre. Da giovane immigrato sempre arrapato ma inesperto del mondo, io credevo, mamma mia quant’ero ingenuo, che prenderlo in bocca per una donna era una concessione rarissima e che presupponeva un grado di intimità, come dire? molto intimo: roba insomma da innamorata pazza, e invece ho scoperto che era in realtà solo un contentino. Poco più di una stretta calorosa fra colleghi. Ora io vado matto per i pompini, e questa scoperta mi ha aperto un mondo. Anche se poi questo mondo aveva dei confini ben precisi: il centro sociale e la facoltà di psicologia.
In ogni caso stavo prendendo una brutta china. Nei momenti di lucidità sapevo che non era quella l’integrazione sessuale che cercavo. Il mio era un ripiego. Mi stavo politicizzando. Nonostante i tanti pompini il mio risentimento cresceva. Quello che volevo era una società più giusta. Una società in cui anche un giovane marocchino, soprattutto se è arrapato, avesse il diritto di corteggiare una ragazza per bene. Di quelle vestite normalmente; di quelle che non si vedeva un miglio che erano fumate. Avevo bisogno di qualcuna da portare in pizzeria. Qualcuna con cui uscire il sabato sera. Qualcuno con cui uscire a braccetto e limonare ogni tanto nelle vie del centro. Invece niente. A noi immigrati vengono riservati solo i lavori che nessuno vuol fare. E così finisce che ci integriamo solo con le ragazze dei centri sociali, con quelle delle facoltà di psicologia… o peggio a rimanere emarginati del tutto. Che uno poi ne risente e fatalmente si butta in politica. Tutte le manifestazioni antirazziste, i cortei per il diritto di voto, gli scioperi dei migranti in realtà è tutta una questione di sesso. Se ci limiteremo ai soli pompini non avremo mai una vera integrazione!
Ma non è di politica che voglio parlare. Voglio confessare le mie vicissitudini sessuali in quanto immigrato. Confessare appunto e non raccontare. Perché per le cose di sesso ci vuole un minimo di discrezione. Ci vuole buio o al limite la penombra. La vergogna è un vampiro che teme la luce del giorno, i flash e i riflettori. La vergogna si nutre del buio e si ripara nel buio. Vive nel buio.
Ma il giovane immigrato non ha vergogna. Gode di un illimitata libertà. Non deve rendere conto a nessuno. Il giovane immigrato è arrapato e libero. C’è un verso di una canzone che fa “ti senti solo con la tua libertà”. Questo è esattamente lo stato d’animo del nostro giovane immigrato. Solo che non è solo. Ci sono lui e il suo cazzo che ha delle pretese. Gira per la città in una sera fredda e si ficca in un cinema. Dopo un po’ un uomo viene a sedersi vicino a lui. L’uomo mette una mano sulle ginocchia del giovane. Il giovane non è sorpreso. Se lo aspettava. Il giovane non è per niente sorpreso è solo arrapato. Va in bagno e l’uomo lo segue. L’uomo fa un pompino al giovane. Il giovane ora sa almeno dove andare per sfogare i suoi istinti. Torna dai suoi amici e non è più lo stesso. Chiacchierano e si raccontano le solite cazzate. Sicuramente anche i suoi amici hanno delle relazioni omosessuali per ripiego. Per sfogarsi. Perché cazzo i marocchini mica sono froci. I marocchini odiano i froci. Quello, cazzo, me l’ha succhiato mica me lo ha messo nel culo. Quelle sono robe da culattoni. Non so da dove cazzo è uscita fuori la diceria secondo cui i marocchini se la fanno fra di loro. Sti razzisti del cazzo ogni tanto ne vengono fuori con delle storie del genere. Ma quando mai porca puttana? I marocchini sono degli stalloni nati. Però anche nel mio gruppo di amici cominciano a girare delle voci. Il tale lo si vede sempre alla stazione perché va con gli uomini. È un frocio. Quell’altro va sempre in quella parrocchia perché c’è un prete che gli piacciono i marocchini. Il prete fa bella figura con i parrocchiani perché aiuta un povero extracomunitario. Però chi mai ti crederà se dici che quel prete va matto per il cazzo marocchino? Per ora la chiesa ha affrontato solo lo scandalo pedofilia, ma a quando lo scandalo dei preti che si fanno i marocchini? Quando la stampa si occuperà di questo scandalo? Perché anche questo è un abuso o sono io che sbaglio? È peccato o no far finta di aiutare giovani bisognosi al solo scopo di ciucciarli l’uccello?
Queste però son tutte domande che al giovane immigrato marocchino non interessano per niente. L’unica cosa che conta è che il nostro è arrapato. Punto.
Se Pasolini vivesse in questi nostri giorni invece che di ragazzi di borgata si sarebbe interessato di giovani maghrebini. Ne sono certo. Non sono solo preti, ma anche suore. Un mio amico, giuro, se la faceva con una suora. Fra l’altro questa suora è ancora suora. Vivevamo in una delle cosiddette case d’accoglienza. A questo mio amico era riservata la camera migliore. Poteva tranquillamente non rispettare le regole della casa: rientrare a un certo orario, uscire di casa entro un certo orario, pulire ecc. Questa casa era gestita da suore. Sapevamo in molti di questa storia, e in cuore nostro speravamo anche accadesse anche a noi una storia così. Ma farsi una suora non è mica roba che succede tutti i giorni. Beato lui. L’unica cosa che so è che fra preti bocchinari e questa storia della suora libertina è che la beneficienza è intrisa di storie di sesso. Basta guardarle in faccia alle volontarie dei vari enti caritatevoli. La beneficienza andrebbe fatta a loro. Metterle alla pecorina e darle una bella ripassata, ecco di cosa hanno bisogno. Sia chiaro però che io non sto denunciando: sto confessando. Con vergogna ma mi confesso nell’unico modo che mi sembra praticabile per me, e cioè scrivere. Ognuno è libero di scegliersi il suo confessore di fiducia. Il mio confessore di fiducia è la penna. D’altronde di vergogna, fra la fauna allupata che bazzica il mondo della beneficienza di vergogna non è ho vista. Ho sempre visto solo facce buone e arrapate quanto me , piene di buoni propositi assistenziali.
Ma non è né di politica né di beneficienza che voglio parlare.
L’argomento che mi interessa è il sesso. Bene. E qui entrano in campo le donne adulte. Perché questa è una categoria nella quale il nostro giovane immigrato arrapato s’imbatterà ben presto. L’iniziazione sessuale di un giovane maghrebino immigrato in Italia è spesso opera di una signora avanti con gli anni. Ah le signore mature! Come sanno capire i problemi di noi immigrati.
Fra i molti lavoretti che ho fatto nel periodo dell’università non è mancato nemmeno quello del venditore porta a porta. Andavo in giro con il mio borsone sulle spalle a suonare ai campanelli, e spesso chi rispondeva erano delle donne. I mariti, suppongo, erano fuori a lavorare. O, quando a rispondere erano signore in età da pensione, a rispondere, suppongo, erano mogli pensionate di mariti pensionati che erano fuori a giocare a carte. Insomma fatto sta che i mariti per un motivo o l’altro sono sempre fuori. Alla faccia delle pari opportunità. Sarebbe solo vacua disgregazione se mi mettessi ora a raccontare delle porte sbattute in faccia o delle espressioni poco carine con qui si liquidano gli scocciatori che suonano alle porte per vendere qualche cosa. Soprattutto se sono dei Vu Cumprà.
Una volta però una signora è stata molto carina con me. Non solo mi ha aperto la porta di casa ma mi ha aperto anche le sue gambe. Il nostro è stato davvero un incontro interculturale. Io ho dato tutto me stesso in quanto giovane marocchino arrapato, e lei altrettanto generosamente ha dato tutta se stessa in quanto signora italiana di ampie vedute, aperta al mondo, per nulla razzista e pronta ad accogliere tutto il buono che la diversità reca in sé. Finito il nostro incontro ravvicinato, ringraziando la porosità delle frontiere, ci siamo salutati con reciproco rispetto. Dopo ho suonato ad altri campanelli ma senza altrettanta fortuna.
Riepilogando e generalizzando. Sinora questa mia sofferta confessione si è intersecata inevitabilmente con tre macrotematiche che sono: la politica, la beneficenza e, l’ultimo, la terza età.
Fortunati loro i giovani maghrebini arrapati di oggi che non devono sobbarcarsi, per una eventuale loro simile confessione, simili sforzi conoscitivi. Perché a loro ci pensano le badanti. Ma anche questo aspetto volendo potrebbe rientrare in una macrotematica mica da scherzare: la solidarietà fra stranieri.

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Anno 9, Numero 37
September 2012

 

 

 

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