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poeti siriani

poeti dalla siria

NDR:

Da un’idea di Pina Piccolo

Pubblichiamo questa serie di testi di poeti siriani per rendere omaggio al popolo siriano che da moltissimi mesi sta soffrendo. La letteratura e la poesia vanno al di là delle ideologie e degli schieramenti perché sono sempre al servizio dell’uomo, della sua dignità, della sua liberazione; sono in prima linea quando c’è da cantare del dolore, dell’ingiustizia.

In questo modo desideriamo essere vicini ai siriani e ricordare a tutti che la forza è propria dell’animalità, mentre la ragione, il dialogo, la tolleranza sono le forme più consone e pure all’essere uomo.

***

Adonis

brani da

Diario di Beirut sotto assedio, 1982

La mia epoca mi dice francamente:
Tu non hai appartenenza.
Io rispondo francamente:
Non ho appartenenza.
Cerco di capirti.
Ora sono un'ombra
Perduta nella foresta
Di un teschio

Sto sui miei piedi, il muro è una barriera -
La distanza si riduce, una finestra si allontana.
La luce del giorno è un filo che faccio
A pezzetti coi polmoni per suturare la sera.

Tutto ciò che ho detto della mia vita e della mia morte
Si ripete nel silenzio
Della pietra che ho sotto la testa...

Sono pieno di contraddizioni? È vero.
Ora sono una pianta. Ieri, quand'ero tra l'acqua
E il fuoco
Ero un raccolto.
Ora sono una rosa e carbone attivo,
Ora sono il sole e l'ombra
Non sono un dio.
Sono pieno di contraddizioni? È vero...

La luna porta sempre
Un elmo di pietra
Per combattere le proprie ombre.

La mia porta di casa è chiusa.
Il buio è una coperta:
Una pallida luna arriva
Con una manciata di luce
Le parole mi cadono
Portando la mia gratitudine

Uccidere ha cambiato aspetto alla città – Questa roccia
È pietra,
Questo fumo, gente che respira.

Non ci incontriamo più,
Il rifiuto e l'esilio ci tengono separati.
Le promesse sono morte, lo spazio è morto,
Solo la morte è diventata il nostro punto d'incontro.

Chiude la porta
Non per rinchiudere la gioia
...ma per liberare la sua pena.
Un lancio di notizie
Su una donna innamorata
Che viene uccisa,
Su un ragazzo rapito,
Su un poliziotto che diventa un muro.

Qualunque cosa avvenga, diventerà vecchia.
E, allora, prenditi qualsiasi altra cosa diversa da questa follia
E sii pronto a restare straniero...

Hanno trovato persone in dei sacchi:
Una decapitata,
Una senza la lingua e le mani
Una ridotta in poltiglia
E tutte le altre senza nome.
Siete impazziti? Vi prego,
Non scrivete di queste cose.

Vedrete
Dite il suo nome
Dite che ho dipinto la sua faccia
Porgetegli la mano
O camminate come chiunque
O sorridete
O dire che una volta ero felice
Vedrete
Non esiste patria...

Può darsi che verrà un tempo in cui
Accetteranno che viviate sordomuti, e forse
Vi faranno mormorare: morte,
Vita, resurrezione
E pace siano con voi.

Porta l'uniforme da Jihad, cammina impettito
Con addosso un mantello di idee.
Un mercante: non vende abiti, vende persone.

Lo hanno portato in un fosso e bruciato.
Non era un assassino, era un ragazzo.
Non era...
Era una voce
Che vibrava e scandiva i passi dello spazio.
E ora parla dolcemente nell'aria.

Tenebre.
Gli alberi della terra ora sono lacrime sulle guance del cielo.
Qui c'è un'eclisse.
La morte ha divelto il ramo della città e gli amici sono andati via.

Il fiore che ha indotto in tentazione il vento
A portare il suo profumo
È morto ieri.

Il sole non sorge più,
Si copre i piedi di paglia
E scivola via...

Traduzione dall’arabo all’inglese di Samuel Hazo, versione italiana di Riccardo Venturi

Ali Ahmad Said Asbar nacque nel 1939 ad Al Qassabin, presso la città di Latakia, in Siria, ma presto si trasferì in Libano, adottandone la cittadinanza e lanciandosi in attività di scrittura, redazione traduzione e critica letteraria. Sin dall’inizio della sua carriera utilizzò lo pseudonimo Adonis che definiva l’idea di un rinnovamento spirituale. E’ considerato uno dei massimi poeti viventi, su scala mondiale. Nelle sue opere attua una fusione tra la sua profonda conoscenza della poesia classica araba e un rinnovamento in chiave modernista.

ABED ISMAEL

La poesia - Il Miraggio

Il bianco non vuole accettare un altro sussurro. Lascia che se ne stia al sicuro nel suo candore, senza nonsense o linguaggio. Impugno questa penna nella speranza che mi faccia afferrare un’idea. Sento solo lo scricchiolio sulla carta e non riesco a catturare nessuna traccia. Nel deserto calpesto una duna dopo l’altra come se dal cielo piovesse solo sabbia. Sono inetto davanti alla poesia – il miraggio.

Oh, come ballano le lettere, creano allucinazioni, soffocano. Il nord è aria e il sud è aria. E il passo tra l’uno e l’altro non è che ombra. E l’ombra possiede la santità dell’inchino. L’ombra è la pesantezza di un’idea sulla carta, e la tenacità della cancellazione dopo uno sguardo furtivo.

Viviamo solo di ombra. Non c’è un davanti né un dietro. Nel punto magico dello zero. Nel cuore della seduzione – la poesia. Si tocca una poesia e si tocca l’evasione. La corsa nell’aria, una bicicletta d’aria per l’adolescente della metonimia. Per le friivolezze della magica bellezza, per la poesia.

E la poesia è il premio del perdente. La consolazione di chi dorme senza sogni. E’ l’eco che risuona o impazzisce, senza nessuna differenza. E la poesia è la cosa e il suo contrario, e anche l’assenza di metrica. La poesia è un’ascesa, un luogo che evade dal suo luogo, una realtà sostenuta solo dalla fuga.

O figlio della contraddizione, figlio dell’idea e della sua antitesi, figlio della differenza al suo picco. O figlio di lettere, immagini e significati che svaniscono. Figlio dell’occultamento e dello svelamento.

Di fronte a un sole bianco che giri sul tuo palmo, rimane solo quest’orribile radiosità, lo schianto torreggiante della luce, questa bellezza di un biondo accecante, questa incandescenza, questa estinzione, questo paradosso, questa scissione, questa perdita.

Le perdite lastricano l’orizzonte nuvola per nuvola. Una pioggia di perdita. E tu, oh vita, dormi negli abiti della perdita, o negli abiti della metafora, perché quelli che dimorano nella caverna si sveglino, perché le ombre a guardia della caverna si sveglino, perché il cane della caverna si svegli.

Tradotto dall’arabo all’inglese da Fady Joudah e dall’inglese all’italiano da Pina Piccolo

Nato a Lakkatia, sulla costa mediterranea della Siria nel 1963, Abed Ismael è uno dei maggiori esponenti della poesia in prosa e di altre forme sperimentali. Poeta e traduttore e docente di letteratura americana all’università di Damasco è autore di quattro raccolte di poesia e tredici libri di traduzione dall’inglese verso l’arabo.

KHALED SOLIMAN –ALNASSIRY

DIARIO DI UN UOMO DIETRO LA FINESTRA

1.

Dietro alla finestra che s'affaccia sul mondo, siede un uomo che cerca la propria memoria:
ma la memoria, ora, è colpita da manganelli e pallottole,
che memoria forata e tumefatta avremo!

La memoria è maschile e femminile, si sposa e genera,
ma oggi quando concepisce un bambino,
nasce morto,
vedremo un corpo livido, lucido,
sulle labbra vedremo la stessa patina viola del grano lasciato nel campo per quarant'anni.
Vedremo gli uccelli del malaugurio beccare il corpo del bambino, lasciato in preda al vento.
Mentre noi udiremo distintamente lo scricchiolio ogni volta che ci siederemo nelle notti estive.
Vedremo pure i passanti riposare nei pressi del corpo del bambino,
appoggiare la schiena su di lui,
fumare una frettolosa sigaretta
che poi molto lentamente spegneranno sul suo corpo
e se ne andranno.
Verranno pure le iene a divorare il suo corpo e poi se ne andranno.
(Il 27 maggio 2011 è stato diffuso un video che mostra il cadavere mutilato
del bimbo Hamza Al Khatib della città siriana di Daraa. La salma era gonfia nonostante i numerosi fori, e i genitali erano stati recisi)

O Hamza, come fai ad essere così gonfio, così lampante
nonostante tutti quei fori?

Che memoria forata e tumefatta avremo!
Che memoria evirata avremo!

2.

Dietro la finestra che s'affaccia sul mondo, siede un uomo che cerca la propria memoria:

anche se la finestra è virtuale, gli uccisi sono reali.

Di mattina quando esce a camminare,
nell'aria si aprono molte finestre, gli uccisi che ne escono terrorizzano l'aria, rapidi se ne vanno, nello spazio si sente uno scricchiolio:
(gli studiosi palestinesi concordano che lo scricchiolio: è il suono emesso da chiunque sia deportato o costretto a migrare o ucciso. Si manifesta in due circostanze: durante la deportazione, o quando si siede a ricordare).

Quale memoria avremo senza ieri,
mentre ieri tutti loro
sono stati deportati,
se ne sono andati,
andati,
hanno portato via le nostre mattine lasciando la loro memoria cantare,
ci hanno lasciato invisibili cantori
e noi non possiamo che ascoltare questa schiera di cantori che hanno trasformato le nostre città in canti che rimpiangono la loro partenza,
le case: sono il gemito di madri che ricordano.
Gli uomini: melodie che mormorano i nomi di coloro che se ne sono andati.
Le donne: flauti che cercano invano di rendere dolce la partenza.
Gli alberi: melodie che s'innalzano e a volte si domandano incerte: come se ne sono andati?
A volte ripetono come pronunciando una sentenza: sono partiti, partiti, partiti!
Così i misteri si infittiscono in noi che ascoltiamo tutto questo partire.
In questo momento c'è un altro che parte, e dal vuoto che lascia soffia un'aria che sferza la città:
i grandi viali: sono flauti che contano i luoghi dove non sono ancora passati.
I vicoli: sono flauti più piccoli che contano i luoghi che hanno lasciato.
I rioni: parlano della loro partenza.
I viottoli: indicano le strade del ritorno a casa,
ma la casa viene demolita sulla testa di chi la abita,
insieme alla strada,
mentre noi ascoltiamo tutto questo partire,
in città risuona la tromba che annuncia un nuovo esodo.
Le piazze: sono fanfare in cui i soldati soffiano, i soldati sono l'eco di fanfare più grandi dove le tombe soffiano.
Gli edifici piccoli sono tamburelli che vengono percossi, quelli grandi sono cembali che battono, la gente parte come melodie e in città la morte danza nuda senza pudore né vergogna.

Repentina, dal cielo, giunge una gran voce,
il sole è una grancassa che le vittime percuotono per salutare chi rimane,
ma a rimanere siamo noi che
ascoltiamo tutto questo partire.

Ascoltiamo e ricordiamo,
ma la memoria, ora, è colpita da manganelli e pallottole,
che memoria forata e tumefatta avremo!

Anche la memoria canta,
ma quando canta le tagliano la gola e la gettano nel fiume.
(il 9 luglio 2011 è stato trovato il corpo del cantante siriano Ibrahim
Al Qashush gettato nel fiume Aassi. Il cadavere era gonfio nonostante un grande foro nel collo, la gola del cantante era stata tagliata).

Ma se la gola della memoria verrà tagliata e gettata nel fiume,
il fiume canterà...

......................... Che memoria scricchiolante avremo!

Traduzione dall'arabo di Fawzi Al Delmi

Khaled Soliman – Alnassiry : Poeta, scrittore e grafico, nato a Damasco nel 1979, come palestinese rifugiato in Siria. Dal 2009 vive a Milano. Lavora nell’ambito dello scambio culturale organizzando eventi di musica e poesia (Siria, Svezia) e ha curato varie antologie di poesia, ultima “Poesie scelte Siria Italia Svezia” pubblicato nel 2011. Attualmente lavora come capo redattore per la parte araba della rivista italo-araba Aljarida distribuita a Milano. Libro pubblicato: Sadaqtu kulla shai – 2009 – Kana’an (casa editrice).

Fawzi Al-Delmi, traduttore della poesia. Nato a Baghdad il 1 luglio 1950, Fawzi al Delaimi si è diplomato in pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera (Milano) nel 1979. Ha insegnato storia e letteratura araba all’Università Milano-Bicocca e all’Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente. Ha tradotto in italiano i più importanti poeti arabi contemporanei. Vive e lavora a Milano.

Aisha Arnaout

Esilio

Esilio
Per via del dolore
indossava quei campanelli colorati,
una maschera di gioia.
Annodava le sue storie
alla punta della lingua
sì che non lo tradissero
nel momento cruciale.
Camminava leggero
con scarpe costellate di diamanti -
solo, mentre la notte
senza stelle in attesa
si impossessa dei miei occhi

Uccello che sorvoli l'orizzonte ricorda
i proiettili sono ovunque -
ricordati
di me
eterno viaggiatore.
Tutta la vita
avrei voluto procedere, ma non sono mai
avanzata oltre
i confini della mia tomba.

In silenzio visse In silenzio morì

(1)
In silenzio
Visse
In silenzio
Morì
inutile figa
dissero, dopo averlo saputo
Io
caddi in ginocchio
davanti alla sua salma
La spogliai
del sudario
con le mie unghie
scrissi sulla lapide
Qualcosa

(2)

Si mise la camicia, prese l’ombrello
Senza fare parola
Neppure io parlai.

Dopo che se ne fu andato
Mi misi davanti allo specchio
Mi squarciai la lingua
Per vedere se vi fossero intrappolate parole
Ma non vidi che muscoli e vene.

Mi rammendai la lingua
E scoppiai a ridere
-il riso non è parola
Poi mandai in frantumi lo specchio

Da allora
Frantumo specchi invano

Cercandone uno
Che non rispecchi
Più, uno specchio
Che mandi me in frantumi.

(3)

Mi inquieta
che l’acqua non abbia colore
che l’aria non abbia sapore
che l’imene
non abbia lacrime.

La tenerezza delle spine
il loro perpetuo rinnovarsi
Mi ferisce:
il nitrito di bestie estinte
nel mio sangue
L’urlo dei demoni
morti sotto gli alberi
di sponde remote.

Poso i miei palmi ruvidi
sul piede di un uomo
un estraneo che passa
E benedico i miei figli
partoriti nel vento
che penetra il tempo.

(4)

La tartaruga sollevando la testa robusta
sputò. L’uomo
come tartaruga, definizione
imperfetta
E rido
esalando fumo e bestie.

Poiché
sono abolita
davanti agli abissi
del desiderio,
scherzo
sbadiglio davanti agli specchi.
Poiché desidero essere
una sfida maggiore

più penetrante di una radiografia
più scivolosa
che

(il mercurio riscaldato
mi dissolvo.

(5)

(Mi trasportò un’ala
Mi ruppe un artiglio
Mi sbocconcellò un becco

Gli occhi che si chiudono per me
mi denudano.
Ma i raggi ultravioletti di un cuore
non ce la fanno a decompormi.
Sono tempesta in movimento
e balzo verso la morte.
Come minerale e polvere
penetro il calore
eppure
Maledizione è la mia carne
Una maledizione che si riduce
a colla
e cenere.

(6)

Dalle mie tenebre
raccolsi gemme di luce di stelle Le sistemai
nella sua scarpa
Lui disse:
Non le merito
Era stato sopraffatto dalla sconfitta
Bruciava mordeva i suoi rimpianti.

Ritornai nella mia stanza

Avvistando la morte in ogni crepa
Mi stesi nella pioggia che si sollevava
dal suolo,
Mi stirai i piedi
Sprofondai i denti nel sogno strappato,
Aspettai
Il Secondo Avvento

(7)

Sempre in stato cosciente
Sono e non sono
non sempre, nel sogno
O sono o
non sono.

Da dietro la tenda
lo vedo.
Eccolo che aspetta
il tozzo di pane
che possiedo
ma che mi rifiuto di
dargli.

Ognuno di noi
sta in piedi su una sponda.
Un qualche dio dormiente che cerca vendetta
si smosse
mi trasportò
su onde assenti
e come un pesce
mi pose nella sua bocca.

(8)

Inarcai il corpo
Come il porcospino davanti al cane che abbaia
La sete di ali migranti
mi accarezzano le curve
trascendono il tocco della pelle
bucando i pori
Pensai
Domani diverrò
Uccello
Domani
e la metamorfosi
era già qui.

Mi vidi indietro
balzai in avanti
come un ranocchio, continuai a saltellare tutta notte
Mentre infine
ero incollata al suolo
mi chiedevo cosa ne fosse stato
delle mie ali
domani
le aggiusto
pensai
e mi addormentai.

In sogno
mi vidi
porcospino
ranocchio
blatta.

Lui era un uccello senza ali.

(9)

Prima dell’amputazione
dell’arto fatato
chiamerò la donna
formica
come l’uomo
fu chiamato
testuggine.

Non importa quanto vasta
possa essere la differenza
è stato accettato
perché entrambi si sono osservati
come tempeste indomite.

Oggi

Aprendo gli occhi
sono folgorata. Dopo tutto questo tempo
Dopo tutto il tempo
Tutto è bianco
Completamente bianco
perfino le mie carte.

(10)

dal punto più infimo e buio
dove ero stata impietosamente schiacciata
urlai,
Co… lasciami in pace!
Lui era dietro
un muro che mi sentiva
e avanzò penetrando
nella pietra.
Mi prese la mano:
mi portò senza che lo vedessi
fuori le mura
eravamo insieme. All’improvviso
sparì.
In quel momento
e proprio lì

e per la prima volta lo vidi.

Stavolta urlai
-Ritorna!
Ma continuò ad avanzare
senza nemmeno voltarsi.
Lasciata sola fuori
dalle mura
mi sporsi dalla roccia
per proteggermi.

(11)

Cercai l’assenza di parola
in tua presenza
la trovai
ma non trovai
nome da darle.

Finsi la tua assenza
per
trovarle nome.

Il nome del vento è vento
il nome dell’amore è amore
il mio nome sono io
questo sentimento ha sostanza
ma…

Una notte lo feci ubriacare
gli cercai nelle tasche

trovai un pezzetto di carta.
per leggerlo accesi la luce
e si bruciò.

(12)

Diranno che imito i poeti

Ma in verità, nemmeno per sogno, non ho intenzioni preconcette.

Perché ho letto libri che son rimasti chiusi
Ho dormito nelle ore di luce
in sale d‘aspetto.

Ho scribacchiato qualcosa con l’ultima punta di matita

Passarono giudizio
Cancellò tutto
Per rettificare
In seguito dissero,
Non imitò
Nessuno
Non scrisse
Affatto

Tradotto dall’arabo all’inglese da Kamal Boullata dall’inglese all’italiano da Pina Piccolo

(Nata a Damasco nel 1946, Aisha Arnaout vive a Parigi dal 1978. Poeta e autrice di romanzi, scrive in francese ed arabo. Le sue poesie sono state tradotte in numerose lingue. Tra i suoi libri: Eau et Cendre, Fragments d’Eau, La Fontaine (insieme con Alain Gorius) e La Traversée du Blanc.

MARAM AL-MASRI

Ciliegia rossa su piastrelle bianche (estratto)

1

Sono la ladra di caramelle,
davanti alla tua bottega,
le mie dita sono diventate appiccicose,
e non sono riuscita
a mettermene una sola
in bocca.

2

Che sciocchezza!
il mio cuore ogni volta che sente bussare
apre.

3

M’infiamma il desiderio
e brillano i miei occhi.
Sistemo la morale nel primo cassetto che trovo,
mi muto in demonio,
e bendo gli occhi dei miei angeli
per
un bacio.

4

Sono spaventata
come una gazzella davanti agli occhi della tua fame,
amami in silenzio
e lasciami
interrogarmi.

5

Aspetto,
e cosa aspetto ?
Un uomo carico di fiori
e di parole dolci.
Un uomo
che mi guardi e mi veda.
Che mi parli e m’ascolti.
un uomo che pianga
per me.
Provo pietà per lui
e l’amo.

6

Ho visto le tracce
dei passi,
punti neri
che vanno e vengono.
La neve bianca
cosiddetta
pura,
ha tradito
gli uccelli, i gatti
ed i fantasmi dei miei pensieri,
prima che sorga il pigro sole,
per cancellare
tutto.

7

Bussano.
Chi sarà?
Nascondo la polvere della mia solitudine
sotto il tappeto,
aggiusto il mio sorriso,
ed apro.

(...)

Aspetto
dietro la tua porta,
non aizzarmi contro i tuoi cani rabbiosi
perchè mi caccino.
I tuoi cani
che ho visto nascere,
che ho nutrito,
che ho carezzato,
che si sono dimenticati
che li abbracciavo
e che nascondevano la loro testa
nel mio grembo.

Ah,gli ingrati!

Ogni volta
che apro la mia valigia,
ne esce polvere.

[…]

Le donne come me
non sanno parlare;
la parola le rimane di traverso in gola
come una lisca
che preferiscono inghiottire.
Le donne come me
sanno soltanto piangere
a lacrime restie
che improvvisamente
rompono e sgorgano
come una vena tagliata.
Le donne come me
sopportano gli schiaffi,
senza osare renderli.
Tremano di rabbia
e la reprimono.
Come leoni in gabbia,
le donne come me
sognano
di libertà...

[…]

Che
meraviglioso delitto
ho commesso?

Ho goduto
di un corpo
che mi ha donato
un fiume inebriante
e una ribellione di vita.

Che dispiacere
per ogni parola d'amore
che voleva dichiararsi
e che fu seppellita viva.
Che dolore
in gola.

tradotta dall’arabo da Francois-Michel Durazzo

Maram al-Masri, anche al-Massri, al-Misri, Misri (Latakia, 2 agosto 1962), è una poetessa e scrittrice siriana. Vive a Parigi dal 1982 ed è autrice di quattro raccolte di poesie: Una abitante della Terra in Ti minaccio con una colomba bianca (Damasco, 1984), Ciliegia rossa su piastrella bianca (Tunisi, 1997); Ti guardo (Beirut, 2000); Il ritorno di Wallada (Granada, 2007). Il suo stile poetico non si può facilmente inquadrare in una ben precisa corrente letteraria, occidentale o araba. Nello stesso tempo, sembra che abbia fatto scuola tra molte giovani poetesse arabe. La sua è una poesia d'amore di tipo intimistico, libera nel verso e nella metrica, la cui originalità consiste nella resa, in pochi versi, di immagini poetiche pregnanti e d'effetto, e nella frequente ricerca del verso finale "a sorpresa", ironico o straniante.

Muhammad al-Maghut

DOPO LUNGA RIFLESSIONE

Staccate pure l’asfalto
Tanto non ho più destinazioni
Ho vagato per tutte le strade d’Europa
dal mio letto.
Ho fatto l’amore con le più belle donne della storia
mentre me ne sto seduto a contemplare
in un caffé dell’angolo

Dite alla mia piccola nazione, feroce come una tigre
che alzo la mano come uno studente
che chiede il permesso di uscire o morire.
Ma ora ho bisogno di quelle poche vecchie canzoni
a cui avevo fatto la guardia sin dall’infanzia.
Non prenderò commiato
né salirò su alcun treno fin quando il mio paese
non me le avrà restituite, parola per parola, verso per verso.
Se non vuole più vedermi,
se si rifiuta di litigare davanti ai passanti
fate che mi parli da dietro un muro
o che mi lasci le canzoni in un fagotto annodato sulla soglia.
Anche se me le lascia dietro a un albero,
mi affretterò ad agguantarle come un cane
fin tanto che la parola “libertà” nella mia lingua
prende la forma di una sedia elettrica.

Dite a questa bara che si allunga fino all’Oceano Atlantico
che non possiedo nemmeno il prezzo di un fazzoletto
per piangerla.
Dalle piazze di pietra della Mecca
alle sale da ballo di Granada
ci sono ferite con impigliati dentro peli del petto
e medaglie sulle quali rimane solo la spilla
Ora i deserti sono privi di corvi
e i giardini spogli di fiori.
Le prigioni sono vuote di sospiri di sollievo
e i vicoli vuoti di persone.
Non c’è altro che polvere
che s’alza e ricade come il petto di un lottatore ansimante
Allora fuggite nuvole-
l’asfalto del mio paese
non merita neanche il fango.

Tradotto dall’arabo all’inglese da May Jayyusi e Naomi Shihab Nyee dall’inglese all’italiano da Pina Piccolo

Muhammad al-Maghut è nato nel 1934 ad al-Salamiyaa, in Siria. Autore di numerosi raccolte di poesia, opere teatrali e articoli satirici, con la sua vivida visione poetica ha ispirato molti poeti negli anni 60 e 70. Con il poeta Unsi al-Haj ha ulteriormente modernizzato la poetica araba proponendo nuove espressioni metriche, nuovi ritmi e forme.

Nizar Qabbani

Che cos’è l’amore?

Che cos’è l’amore?
Abbiamo letto trattati a migliaia
e tuttavia ignoriamo quel che abbiamo letto,
abbiamo letto astrologi, medici ed esegeti
e non sappiamo dove abbiamo iniziato
abbiamo imparato a memoria tutta la letteratura popolare
la poesia e Il canto
e non ne ricordiamo neppure un verso
abbiamo chiesto ai saggi dell’amore
per poi scoprire che non ne sapevano più di noi

Che cos’è l’amore?
Ne abbiamo chiesto notizia nel suo nascondiglio segreto, ma
ma appena l’avevamo afferrato ci sfuggiva dalle dita
l’abbiamo seguito per foreste, anni e anni,
perdendo la strada
l’abbiamo rincorso dall’Africa ... al Bengal,
Nepal, Caraibi, Majorca
fino alle foreste del Brasile
ma non siamo mai arrivati
ne abbiamo chiesto notizia ai sapienti dell’amore
scoprendo che non ne sapevano più di noi.

Che cos’è l’amore?
L’abbiamo chiesto ai santi, agli eroi delle leggende
hanno pronunciato parole bellissime, ma
non ci hanno convinti
una volta abbiamo chiesto ai nostri compagni di classe
e ci hanno detto che era un bambino trasognato
che scriveva poesie su un narciso
nel suo grembiule
raccoglieva formiche, bacche e semi
e dava conforto a mici maltrattati
abbiamo chiesto agli esperti dell’amore le loro esperienze
per poi scoprire che non ne sapevano più di noi.

Che cos’è l’amore?
L’abbiamo chiesto alle anime pie e ai buoni … ma invano
l’ abbiamo chiesto agli uomini di religione … ma invano.
l’ abbiamo chiesto agli amanti e ci hanno detto:
che da piccolo è scappato di casa …
portando in mano un uccello e un ramo
ne abbiamo chiesto l’età ai suoi coetanei
e deridendoci ci hanno risposto,
”Ah, perché l’amore avrebbe un’età?”

Che cos’è l’amore?
Abbiamo sentito che era un decreto divino
e abbiamo creduto a ciò che ci è stato detto
e abbiamo sentito ch’era stella del firmamento
e ogni notte abbiamo aperto la finestra … e seduti l’aspettavamo
abbiamo sentito ch’era fulmine … che se lo toccavamo
ci avrebbe fulminato
abbiamo sentito che era spada ben affilata
e se l’avessimo sfoderata ci avrebbe trafitto
abbiamo chiesto agli ambasciatori dell’amore dei loro viaggi
scoprendo che non ne sapevano più di noi

Che cos’è l’amore?
Ne abbiamo visto la faccia nell’orchidea ... ma non l’abbiamo
capito
ne abbiamo sentito la voce nel canto dell’usignolo … ma
non l’abbiamo capito
l’abbiamo intravisto in cima a una spiga di grano, nel passo del cervo
nei colori di aprile
nelle sonate di Chopin
ma non l’abbiamo notato
abbiamo chiesto ai profeti dell’amore i loro segreti
per poi scoprire che non ne sapevano più di noi

E ci siamo rivolti ai principi dell’amore della nostra storia
abbiamo consultato l’amante impazzito di Laila
abbiamo consultato l’amante impazzito di Lubna
scoprendo che venivano chiamati principi dell’amore
ma nel loro amore non erano mai stati più felici di noi

(traduzione dall’arabo in inglese di Lena Jayyusi e W. S. Merwin, dall’inglese all’italiano di Pina Piccolo)

Nizr Qabbani (1923-1998), nato a Damasco, poeta, diplomatico ed editore. Autore di più di 35 libri di poesia, saggi e narrativa è uno dei più celebri poeti del mondo arabo. Il suo stile poetico abbina semplicità ed eleganza nell’esplorazione di temi quali l’amore, l’erotismo, il femminismo, la religione e il nazionalismo arabo.

Salim Barakat

Indice delle creature

La volpe

La galassia dei canti allarga la sua pelliccia verso altre galassie, avvicinatevi gironzoloni Con le vostre trappole azzurre, a dar la caccia alle colombe degli inganni. Ma con quale laccio catturerete questa creatura che si scatena come una sghignazzata? Cosa catturerà questo suasivo canto melodioso portandolo verso l’acqua? Che così sia. Prendetelo, prendete questa bellezza spericolata, è il racconto che bussa Oooh… ooh,, pensavi forse di avere un racconto prima che con la coda lo toccasse? Provi a disperderlo ma rimane
Lo disperdi ma ecco che rimane la colomba dell’inganno

Il pavone

Fuori da qui, fuori di giardini pensili delle piume, un turbinio di colori si libera Della copertura e la tempesta disperde corona per corona così che l’unica cosa che si vede È solo il carnevale del domani
All’ombra del direttore di circo di ieri

Questo uccello lascialo urlare
Lascia urlare le sue piume
E urla pure tu col tuo presente di bambagia e gli sguardi rubati
dal buco della serratura della morte

La cicogna

Chi c’è per quel triste candore? Chi per l’erba che spoglia
Le donne del fiume? Chi per le sponde che rubano i candelabri dell’acqua?
Chi per quel vento che si tiene in piedi su quelle gracili zampe, e quel beccheggiare
Il vento dal laghetto di giornata?
Chi per il lamento che indossa la coroncina da sposa?
Chi per la primavera, poliziotto delle stagioni,
comandante nel nome di una dolcezza che non c’è mai stata?

Radioso come un urlo quel triste candore s’innalza nello spazio delle nostre gole Radioso come un urlo s’innalza quel triste candore.

Tradotto dall’arabo in inglese da Fady Joudah, dall’inglese all’italiano da Pina Piccolo

Di origine curda, Salim Barakat è nato nel 1951 a Qamishli, in Siria. Ha studiato letteratura araba all’università di Damasco e ha viaggiato a Beirut e a Nicosia dove è stato redattore associato di Al Karmel (rivista di cui era redattore capo Mahmoud Darwish) e infine a Stoccolma. Barakat ha scritto dieci raccolte di poesia, nove romanzi, due autobiografie e un diario.

Saniyya Salih

Barche cieche

Poiché le stanze desolate sono letti per la poesia
che uccide
Singhiozzo,
Seccandomi come gli alberi.
Giorni immoti mentre le pietre
mandano il richiamo di barche cieche.

Cecchino
Punta la pistola verso il mio cuore
Nel mio orecchio sussurra i tuoi proiettili come un amante.
Invano innalzo la mia angoscia verso il cielo
Fa che siano vuote
le strade fuorché per
La mia voce e
La mia eco.

Tradotta dall’arabo in inglese da Kamal Boullata e dall’inglese all’italiano da Pina Piccolo

Un milione di donne ti sono madre

Oh foresta dal mio cuore incendiata
avvicinati,
ignora quel che non si può tralasciare,
sussurrami in bocca
il tuo celato fruscio, nelle orecchie
e nei pori,
rivela la tua rivolta
e fiorisci
nella cupola perforata
di un corpo barcollante.
Non è forse duro l’inverno? Non lo sono anche
la pioggia e la tempesta?
Ma, oh, come sono belli
quando cedono il passo.

Non sapevo che la dimenticanza avesse le gambe
e se ne va e viene come un cavallo riottoso
che attende la caduta della rosa color bronzo
da lassù in cima.
Se gli cade sul dorso,
spicca il volo portandola con sé,
se gli cade tra le zampe
le sferra un calcio.

Oh, foresta che sei fiorita nel mio corpo,
non temere.
In te ho nascosto la mia anima
o tra due fessure forti come eserciti
(sebbene gli eserciti non ci conoscano e non si curino di noi).

Sprofonda la tua testa dentro di me,
penetrami
fino a far intrecciare le nostre ossa.
Vicine, una accanto all’altra
avviluppate come dualismo di cuore.
Toccami come Dio avrebbe toccato il fango
e in un baleno mi trasformerò in essere umano.

Come posso fuggire, tesoro,
quando le fiamme del mio cuore ardono in ogni direzione,
nelle parole e nei silenzi,
perché tu possa nascere un milione di volte
in epoche di stranezze ancora più grandi.
Oh mia bionda foresta, unisci come ferro
la mia paura e la tua, fa che le tue ossa entrino nel cavo delle mie
e poi tira dentro il resto del tuo corpo
ed entra.
Ti troverai davanti passaggi lunghi e stretti
e nel budello più angusto giace la verità.
Stai attenta e non dimenticare che lì ci vai
per urlare,
per rifiutare,
per non piegarti.

Guarda, avanzano gli spettri del mondo,
nasconditi
e sbircia dalle fessure delle finestre
o dalle toppe nelle porte.
Applaudi al passaggio di un dio
o arrampicati sui bordi delle camionette
E urla: il sangue della luna è del suo sangue
e la sua carne è del suo tessuto.
Ma quando verrai
così potrò dirti in segreto
chi è il vero dio?

Aspra la pioggia cantava una marcia militare
sparando pallottole contro le radici
(come potesti nascere in mezzo a tale battaglia?)
O Dio, comanda alla valle
di portarci alla fonte originale,
e alla montagna di portarci alla vera vetta.
Se la grande oscurità fugge dalla frusta
e la Verità giace supina sul pavimento del boia
e l’alfabeto si tramuta in leggi ingiuste
e i poeti diventano polvere sui tavoli,
piegherò il mio tempo e lo nasconderò nel tuo petto.
E se vedo la mia ombra, penserò di star strisciando
per rosicchiare il tozzo di pane della carestia.
Ma due piedi di pietra non sanno camminare.
Guarda! Il mezzogiorno è duro come il cemento
e i pugnali di ghiaccio macellano gli arti.
Anime che sanno di pane sono schiacciate dall’aria.
La tua mamma sono un milione di donne, piccolina,
e sciolgono il fiocco
dell’orizzonte perché
la morte possa essere temporanea, come il sonno.
Riesumiamo gli schiavi e i servi della gleba
e seppelliamo i padroni della fame,
e le fontane hanno aperto la bocca bianca
lanciando il tragico richiamo
(come è tremendo rinunciare alla propria anima!)
Ma sulle proprie tracce le fontane lasciano
il geranio e la rosa damascena.

Quale potere rabbioso
che strappa i feti dal ventre?
Fa che quell’inondazione
intrecci il letto della nostra solitudine.
Cosa farà quando inciampa la bestia
mentre l’inverno, come aquila,
la percuote con le sue ali?
Nel suo corpo vi sono milioni di onde,
uno zelo cronico per la terra,
mentre i marinai che annegano
scapperanno dai cancelli dell’acqua del Tempo
con la visione più nitida,
le linee delle costole visibili sul dorso,
dicendo:
dalle foreste entrate nel mare
spunteranno nuove foglie
perché il loro cuore non muore.

Così, quando il tempo chiude a chiave la sua porta su ognuno,
entrerò nel treno della morte, senza rancore,
terrò in mano il filo dell’assenza e lo tirerò,
e il mio Io immaginario arriverà,
il mio Io nato dal ventre di specchi
con le loro parole terrificanti ed oscure.
Ma i corpi impauriti secernono il balsamo che li salverà
e, guarda, la porte della pace si apre
tra il Paradiso e la Terra.
Solo la vita ci può portar via e restituirci.
La morte è perita
e i vermi si sono estinti.
La pietra umana si è scissa per permettere
alle nuove generazioni di nascere.
Per quanto mi riguarda,
tratterrò nel mio ventre
le uova della riproduzione
per vivere da vergine,
così che la primavera non sia costretta
a passare sotto la raffica di proiettili.

Traduzione dall’ arabo in inglese Issa J. Boullata, dall’inglese all’italiano di Pina Piccolo

Saniyya Salih (1935-1985) nacque a Mousiaf, una città sulla costa occidentale della Siria. Studiò letteratura inglese all’American Lebanese University a Beirut, dove conobbe il suo futuro marito, il poeta e drammaturgo siriano Muhammad Maghout. Le sue due raccolte I tempi raddrizzati (1964) e L’inchiostro dell’esecuzione (1970) vinsero il primo premio per la poesia indetto dalla rivista femminile al-Hasna.

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Anno 8, Numero 35
March 2012

 

 

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