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Il traguardo ventennale della produzione letteraria italiana di scrittori non nativi porta a riflettere sui nuovi confini della Geografia e della Storia della letteratura italiana (Dionisotti).1 L’emersione di nuove voci genera inedite energie all’interno della “storia letteraria nazionale”, conducendo a una diversificazione dei punti di vista culturali, spesso eurocentrici e rappresentativi del cuore dell’Occidente. L’aspetto che mi preme approfondire in questo saggio è la questione dell’auto-rappresentazione dei migranti all’interno della produzione letteraria nella lingua del paese d’accoglienza, tentando un approccio sovranazionale e teorico, sebbene ancorato all’esperienza maturata negli studi della letteratura d’immigrazione in Spagna. Il fenomeno nel mondo ispanico europeo si accosta alla realtà italiana per via di una similarità storica tra le due nazioni, ovvero la recente storia d’immigrazione iniziata approssimativamente non prima di un ventennio fa. Ciò che invece differenzia Spagna e Italia si situa proprio in ambito letterario: quest’ultima vanta infatti un’estesa bibliografia di testi scritti da immigrati, mentre la Spagna si trova ancora in una fase embrionale della sua produzione letteraria, per lo più caratterizzata da scritture autobiografiche e diaristiche, tranne pochi casi di narrazioni romanzesche.
L’analisi delle formule di auto-rappresentazione dei migranti nella produzione artistico -letteraria implica uno studio delle immagini che ricorrono nel linguaggio utilizzato dagli autori per costruire e descrivere la realtà della migrazione. Se l’emergere e l’apparire di una nuova voce dal silenzio può lasciar presagire una sorta di liberazione dall’oppressione e dall’anonimato, è pur vero che tale parola potrebbe non essere necessariamente un grido di libertà effettiva. Tale voce conduce il “soggetto” migrante a inserirsi in un dibattito con la cultura del Paese d’arrivo, ma nello stesso tempo rischia di cadere nell’insidia degli stessi schemi culturali organizzati dal potere dominante. Il nodo del problema risiede nel concetto di “rappresentazione”, termine che manifesta la natura intimamente parziale dello sguardo rispetto all’oggetto di osservazione. Il vedere e il descrivere, anche quando si riflettono sull’osservatore stesso in forma autobiografica, sono sintomo di un modo di guardare, inserito in un dato contesto culturale e sociale. Conducendo questo pensiero al suo estremo, anche lo sguardo del “soggetto” si problematizza nel momento in cui ci si interroga sullo stesso significato di “soggetto” attraverso le teorie decostruzioniste e post-moderniste. Un soggetto sociale qualsiasi non può contare su una rappresentazione di se stesso che lo identifichi come soggetto puro; analogamente, una voce inedita che proviene dall’esterno del circolo culturale a cui si rivolge, già frutto, quindi, di uno sguardo dell’ “altro”, risente di una doppia problematicità: da un lato emerge la difficoltà interna di un soggetto che si auto-descrive, dall’altro la relazione che esso intesse con un mondo che è vissuto nella sua alterità.
La questione posta dalla studiosa post-coloniale Gayatri Spivak Can the subaltern speak?2 è fondamentale per problematizzare le auto-rappresentazioni degli immigrati contemporanei. Il rapporto tra ex-colonizzato ed ex-colonizzatore, risoltosi nella difficoltà del subaltern di poter raccontare se stesso in autonomia dal potere che lo ha reso subalterno, potrebbe essere applicato al legame instauratosi tra i discorsi prodotti intorno al tema “immigrazione” dai Paesi europei e gli stessi immigrati.
Le politiche migratorie nazionali o europee si manifestano attraverso un linguaggio costruito intorno a certi termini ricorrenti: “irregolare”, “clandestino”, “documenti”, “permesso di soggiorno”, “espulsione”. Il linguaggio della politica mediatica penetra nella lingua dei suoi destinatari, andando a scavare uno spazio nelle possibilità espressive e linguistiche dei cittadini e creando immaginari intorno ai significati che quei termini veicolano. Alessandro Dal Lago dedica un’ampia parte del suo saggio sociologico dedicato agli immigrati alle definizioni linguistiche usate dai media per rappresentare il mondo migrante, come ad esempio “stranieri” ed “extra-comunitari”:
Superata l’epoca del discorso coloniale e post-coloniale della decolonizzazione, le voci dei migranti contemporanei rinviano nuovamente a un’assenza, o meglio a una non-presenza, data dalla loro invisibilità giuridica,4 e subiscono una vera e propria negazione della loro persona e dei loro diritti fondamentali; tuttavia bisogna interrogarsi se il loro discorso possa liberarsi dal giogo della voce dominante nell’atto di un’auto-rappresentazione. Con ciò non si postula l’impossibilità di questa azione, bensì la sua problematizzazione, che implica l’accettazione di un conflitto tra alcuni termini fondamentali nelle riflessioni di Spivak e di Foucault: parola – silenzio – potere.
Lo studioso francese, teorico della dinamica del potere e delle strategie attraverso cui esso si instaura e si perpetua, approfondisce il rapporto fra i tre termini concentrandosi sul valore fondamentale del discorso, come organizzazione linguistica del sistema dominante nella rappresentazione della realtà e nella formulazione dei saperi. “La parola non consiste nella mera verbalizzazione di dispute e di sistemi di dominazione, è invece il vero oggetto del conflitto umano”5: essa si situa, quindi, al centro delle strategie di potere come terreno di conquista e come strumento per mantenere lo status raggiunto. In antitesi rispetto all’atto linguistico si pone il “silenzio”, termine che rinvia a una mancanza di libertà espressiva e all’incapacità di parlare delle parti sociali che non sono incluse nella produzione del potere, ovvero le classi subalterne. Questa pratica di violenza epistemica attuata sul soggetto subalterno, viene approfondita dalla critica indiana sulle tracce del significato di “subalternità” gramsciano, reso eterogeneo nella sua solo apparente sudditanza e passività. Infatti, i subalterni, che nel lavoro di critica postcoloniale di Spivak sono principalmente i colonizzati e il mondo femminile, cessano di acquisire un volto indistinto localizzabile solo in opposizione al potere, ma acquisiscono un ruolo sociale attivo attraverso pratiche sovversive alternative a quelle adottate dal potere stesso. In tal senso, si deduce che la parola, strumento appannaggio della classe dominante, non sia l’unica via per la “soggettivazione” di coloro che fino a ora sono stati solo “oggetto” di descrizione, mentre al contrario sia il “non detto” a rappresentare una maggiore minaccia per la stabilità del potere. La parola nasconde insidie per coloro che se ne appropriano uscendo dal silenzio, poiché essa potrebbe essere articolata, potenzialmente, attraverso quelle stesse pratiche che hanno creato il s/oggetto silente. Secondo Spivak l’atto di parola del subalterno, traslabile a vari tipi di attori sociali, colonizzati, ex-colonizzati e immigrati, non può essere valutato solo nella sua azione verso l’esterno, ma anche nel suo destinatario: è una relazione che s’instaura tra un parlante e un ascoltatore. Colui che parla, auto-rappresentandosi, potrebbe non arrivare all’ascolto del suo interlocutore, a causa della distinta collocazione sociale dei due attori comunicativi, oppure potrebbe arrivare a fare sua una modalità di rappresentazione prodotta dal potere che l’ha emarginato fino a quel momento. In sintesi, “parola” e “silenzio” non si oppongono nettamente e non posseggono un valore omogeneo, ma sono intrisi di relazioni incrociate tali da rendere la comunicazione un gioco continuo di specchi dove l’auto-rappresentazione e la rappresentazione dell’ “altro” non possono che produrre riflessi impuri.
Questo approccio teorico si è reso utile nell’analisi dei testi narrativi in castigliano contenuti in un’antologia dal titolo Hombres – X –,6 che raccoglie i racconti finalisti del Premio Montalvo, concorso letterario dedicato a migranti che risiedono in Spagna, organizzato dall’Asociación Raíces y Colores en movimiento.7 Dalla loro lettura sono emersi in forma dirompente gli effetti che i discorsi politici sulla “clandestinità” provocano nella stessa esistenza del migrante e nelle modalità di auto-rappresentazione.
È fondamentale collocare sociologicamente questi racconti. Si tratta, infatti, di narrazioni presentate a un concorso letterario che si proponeva di offrire uno spazio alle testimonianze di coloro che hanno vissuto l’esperienza dell’emigrazione in Spagna, con particolare attenzione a quella fase specifica del percorso di un migrante che è l’iter burocratico necessario per l’ottenimento del permesso di soggiorno:
Il tema preponderante dell’antologia viene dunque a essere la “clandestinità” e il suo superamento nella “regolarizzazione”. La stessa “X”, del resto, fa riferimento alla lettera identificativa della categoria di “cittadino straniero” che le amministrazioni pubbliche allegano al NIE, Número de identificación de extranjeros.9 Questa lettera, scelta dalla burocrazia governativa per registrare l’identità di un individuo, può essere interpretata superficialmente come priva di significato, tuttavia la sua scelta comporta un’ennesima costrizione dell’identità del singolo entro i confini di un’etichetta resa ben riconoscibile da un codice che si differenzia da quello di un cittadino spagnolo, ad esempio. La “X” dovrebbe identificare un individuo, ma quello che al contrario produce è un annullamento della sua identità pregressa, costituita da un nome proprio, una provenienza geografica e una storia personale. Il bagaglio di memoria storica di un individuo viene semplificato attraverso un codice che punta alla trasformazione del singolo in un’entità che, soltanto se identificata secondo le modalità amministrative del potere locale, può essere riconosciuta. L’individuo migrante circola nel discorso politico del Paese occidentale unicamente in due possibilità di esistenza: il possesso del permesso di soggiorno o la clandestinità.
Il fatto che il promotore del concorso, Patricio Ulloa, abbia operato una scelta di questo tipo nella redazione del titolo e del programma apre uno scontro dialettico tra ciò che la “X” rappresenta per la burocrazia che l’ha coniata e il discorso sul suo significato intrinseco. Se infatti questa lettera, “disintegratrice” dell’identità di un individuo, s’immette perfettamente nei percorsi stabiliti dal potere che la genera, l’intenzione di raccogliere storie di uomini, portatori della sua pervasività nella loro esistenza, risulta efficace nel neutralizzarne il potere. È innegabile che i corridoi della legge entrino inevitabilmente nella percezione che il singolo ha della propria esistenza; nei testi raccolti nell’antologia emergono personaggi che costruiscono la propria quotidianità sui confini che le definizioni di “clandestino” e di “regolare” impongono alla libertà di esistenza. L’essere “clandestini” li costringe a circolare nei meandri di un castello kafkiano in cui ogni azione è proiettata verso l’obiettivo finale, una luce che si fa sempre più fioca nei momenti di sconforto per poi riaccendersi di fronte a un improvviso risveglio delle amministrazioni pubbliche. L’attesa del documento legale genera una serie sfumata di esperienze che altrimenti avrebbero lasciato il posto al perseguimento di altri fini, quali il lavoro, gli affetti e gli interessi personali. Tuttavia, nonostante il potere invasivo e capillare della Legge, questi racconti offrono lo spazio per raccontare ciò che le definizioni e i luoghi comuni della burocrazia occultano nel loro effetto riordinante di ciò che è, in qualche modo, “fuori posto”. Questi testi necessitano di una doppia lettura: da un lato riflettono un intento demolitore della lettera “X”, attraverso la presa di parola degli stessi “Hombres-X”, ma dall’altro possono essere un’interessante dimostrazione della pervasività dei discorsi del potere nella narrazione delle sue stesse vittime.
Nel racconto, La otra mitad de mi vida,10 il protagonista costruisce la propria storia autobiografica esaltando le ansie della quotidianità durante la prima fase di permanenza in Spagna poco dopo l’arrivo. I suoi primi pensieri sono di natura pratica e spesso connessi alla Ley de Extranjería del Governo spagnolo e degli effetti sulla propria condizione giuridica. Una considerevole parte della narrazione è dedicata al racconto dell’interminabile attesa in coda all’Ufficio Stranieri della città, dove avrebbe domandato informazioni sullo stato della richiesta del documento. L’ansia per la risposta dell’impiegato si aggiunge alla preoccupazione per il permesso che ha dovuto richiedere al datore di lavoro e per il fatto che, quest’ultimo, crede che la pratica per la regolarizzazione del dipendente sia già in fase avanzata, mentre l’iter lascia pensare che le tempistiche saranno ben più lunghe. Il narratore racconta con amarezza questa parte della sua vita dalla prospettiva di colui che, a oggi, momento in cui sta narrando la storia, ha lasciato alle spalle l’esperienza della clandestinità. Il suo sguardo, oggi, riflette il passaggio da due condizioni esistenziali diametralmente opposte, lasciando intuire che il suo percorso di “irregolare”, per quanto testimoniato in questa sede, è stato accantonato, come se in un certo senso non appartenesse più alla persona in cui oggi s’identifica. Si instaura un dialogo oppositivo tra passato e presente e una frattura tra due condizioni giuridiche che sono andate trasformandosi in stati esistenziali. Infatti, il riflettere sulla propria condizione di clandestino genera commenti che si potrebbero rivolgere a un’altra persona o a un “altro da sé”.
Il personaggio apre il racconto descrivendo il soffitto della camera da letto e una curiosa macchia di umidità che evoca in lui le fattezze della Vergine Maria. L’immagine pseudo-sacra lo accompagna per l’intera durata del tortuoso percorso burocratico in attesa del permesso di soggiorno, come se essa fungesse da protezione divina alla sua esistenza travagliata: “me sentía acompañado en mis días de inmigrante indocumentado […] esa etapa a la que siempre he denominado la otra mitad de mi vida”.11 In questa frase il protagonista dichiara di percepire come distante la condizione di “clandestino”, delimitata ormai al passato e definita come “la otra mitad de mi vida”. L’opposizione tra le due condizioni vissute, da sin papel a “regolare” non genera alcuna riflessione esplicita intorno al senso di assurdità kafkiano dei meandri burocratici; la risoluzione giuridica del suo stato si coglie nella semplificante prospettiva del lieto fine e la conseguente stabilità acquisita consente al personaggio di poter finalmente affrontare il racconto del suo passato di “clandestino”, ora concluso, archiviato in una parentesi di vita e disconnesso dal presente. Il titolo La otra mitad de mi vida preannuncia questa interpretazione, non inducendo il lettore a riflettere sull’arbitrarietà del termine “clandestino”, entrato progressivamente in uso non solo nei codici tecnici e giuridico - amministrativi, ma anche nel linguaggio comune attraverso i media, andando a definire univocamente gli individui a seconda della la loro condizione legale. La parola del protagonista mostra come la cultura linguistica promossa dalle politiche anti-migratorie sia penetrata nel profondo degli stessi migranti al punto da generare in essi le stesse formule linguistiche che mirano a etichettarli in una definizione schiacciante.
L’ottenimento dei documenti giunge, tra l’altro, come una concessione dall’alto, frutto dell’attesa e della pazienza del personaggio, e viene descritto in parallelo alla scomparsa dell’immagine mariana che compariva sul soffitto della camera da letto. L’immagine pseudo - sacra rappresenta l’interlocutore preferenziale al quale indirizzare le proprie preghiere e le richieste di aiuto per il futuro. La paziente attesa nei confronti della Vergine e dell’apparato amministrativo per l’esaudirsi delle sue richieste suggerisce il carattere arbitrario della concessione dell’oggetto desiderato. Infatti, il permesso di soggiorno, lasciapassare per un’esistenza di legalità, s’inserisce tra le facilitazioni dispensate da un ordine superiore al quale è necessario appellarsi. Il fatto che il narratore individui una relazione tra l’immagine sacra e il potere incontrovertibile dell’amministrazione statale implica un’ulteriore accettazione e introiezione del discorso burocratico di base su cui si fonda la costruzione del suo destino di individuo.
Definendo il proprio passato di “clandestino” come la “otra mitad” della vita, il protagonista mostra di percepire di un’alterità che è già insita nel discorso anti-migratorio, il quale pone una barriera tra i sin papeles e i regolari. È sufficiente l’ottenimento dei documenti per superare questa barriera immaginaria e migrare verso la condizione opposta. Ma ciò che cambia non è l’individuo, bensì il modo in cui esso si auto-rappresenterà rispetto al sistema socio-culturale che ha creato quella stessa linea di demarcazione e che ha permesso il suo superamento.
Il secondo racconto che consente di individuare le formule di rappresentazione dei personaggi migranti è Huellas,12 narrazione che presenta analogie con un testo italiano della scrittrice migrante di origine brasiliana Christiane de Caldas Brito, dal titolo Io, polpastrello.13 Il racconto in lingua spagnola ripresenta la questione della rappresentazione linguistica sulla falsa riga della descrizione fisica, in questo caso i polpastrelli, unica parte del corpo a interagire materialmente con i meccanismi della burocrazia, attraverso la tintura nell’inchiostro e il rilascio dell’impronta digitale negli archivi del sistema di potere. È interessante notare come la fisicità di questa parte del corpo vada a sostituire in forma qualitativa il nome vero e proprio dell’individuo. L’identificazione di coloro che non possiedono un documento d’identità o che, in alternativa, negano di possederlo, passa attraverso le linee irripetibili e soggettive delle impronte digitali. L’unicità di questa parte del corpo riguarda qualsiasi essere umano, ma ciò che connota politicamente l’impronta digitale è il fatto che venga richiesta in via assoluta a coloro che non sono ritenuti cittadini a tutti gli effetti. Anche in questo caso, sotto le spoglie di una regola burocratica, soggiace un’implicazione esistenziale che mira a rimuovere l’identità pre-esistente del migrante e a sostituirla con un surrogato che consente al potere di vigilare i soggetti identificati.
Huellas si apre con un’immagine paradigmatica, rintracciabile in molti dei racconti riuniti in Hombres - X -: l’attesa di un uomo a uno sportello dell’Ufficio stranieri. Il protagonista, recatosi davanti all’edificio il mattino presto, si ritrova in coda, dietro un numero indescrivibile di persone accorse all’alba per non perdere l’intera giornata di lavoro. La fila interminabile di stranieri in attesa di una risposta dalla burocrazia locale viene a completare l’immagine della burocrazia labirintica nella quale il migrante si perde come in un castello kafkiano, accettabile e comprensibile in quanto arbitrario. La prima scena del racconto descrive un primo piani delle mani e delle dita del protagonista, le parti del corpo che andranno a essere mostrate al cospetto dell’impiegato amministrativo:
Il narratore sceglie di utilizzare il verbo specifico, “archivar”, con un’estensione che giunge a tessere un legame tra i documenti che riporteranno le impronte digitali e la sua esistenza di persona fisica che aspira alla cittadinanza. Il raggiungimento di tale archiviazione è un traguardo positivo, ma nello stesso tempo si carica di una valenza amara nel corso dell’intera narrazione attraverso la descrizione dell’attesa, caratterizzata dal gelo invernale e dalla pioggia incessante che non dà pace all’animo apparentemente sereno del protagonista. Le canzoni commerciali trasmesse dagli auricolari del suo lettore musicale aprono una via di fuga dai pensieri ossessivi relativi alle interminabili pratiche amministrative che egli ha seguìto fino a quel momento e che forse ancora non sono giunte alla fine. Il sentimento di costrizione del protagonista all’interno del contesto si legge nell’insistenza con cui cerca continuamente occasioni di distrazione; tuttavia il pensiero lo conduce al centro dell’evento: il tempo che scorre lento ma inesorabile e l’attesa di una concessione dall’alto che cambierà per sempre la propria esistenza, ma che, al contempo, già ha trasformato i suoi orizzonti di vita. Il giovane riflette sulla propria condizione difficilmente collocabile: in attesa del turno contempla, come di fronte a un bivio, ciò che è stato, come “sin papel”, e ciò che sarà, come “regolare”. Tuttavia non si scorge una risoluzione positiva nella seconda possibilità del destino; infatti essa non può che presentarsi dopo un’ennesima umiliazione e deflagrazione del sé. L’obbligo di fornire le proprie impronte digitali è un’ultima concessione della propria persona e segnala nuovamente il sistema di controllo che ribadisce la definizione di “straniero” anche nel momento in cui sta concedendo un documento che sancisce l’accesso allo status di “cittadino”.
Inoltre, come in un’attesa godotiana, il protagonista è cosciente dell’iter infinito di pratiche amministrative che lo condurranno al sospirato permesso di soggiorno. Pur essendo consapevole del suo fine ultimo, le tappe intermedie vengono vissute come episodi isolati, atomi disconnessi da un percorso lineare che possa dare senso all’esperienza quotidiana dell’individuo. La burocrazia, che segue di pari passo le modifiche e le riforme alle leggi precedenti, dilata i tempi esistenziali dei suoi utenti, smarrendo il suo significato nella vita dei singoli. In tal modo, mentre le attese si espandono, il personaggio visualizza la miseria del suo prossimo futuro e perde amaramente la speranza, che man mano lascia spazio al vuoto e allo smarrimento.
Mentre la società opulenta occidentale ricerca personale per attività ormai non gradite alle nuove generazioni locali, i migranti latinoamericani si dedicano a professioni usuranti che hanno come medium e strumento il corpo. È ancora la fisicità a fare da protagonista: è il corpo degli “immigrati economici” a offrirsi come materia prima per le società d’accoglienza ed è lo stesso corpo a fornire l’unico elemento identificativo nel sistema di potere che li accoglie. Un codice o una lettera, come la “X”, sostituiscono un nome e un’identità riconoscibile dallo stesso individuo, mentre l’impronta digitale è in grado di raffigurare metonimicamente il suo stesso corpo, tanto visibile nei luoghi di lavoro, quanto invisibile agli occhi della comunità del Paese d’immigrazione.
L’amaro racconto di Caldas Brito, autrice brasiliana in lingua italiana, narra di una rivolta organizzata dai polpastrelli degli immigrati di un’intera città, decisi a recarsi in questura in piena autonomia dai loro possessori. Al cospetto dei rappresentanti del potere, i piccoli protagonisti dichiarano l’accettazione della Legge che prevede l’identificazione digitale di ogni straniero ai fini dei controlli polizieschi, ma al contempo colgono l’occasione per protestare contro l’atto discriminatorio della schedatura degli “immigrati”, che crea una categoria di individui indifferenziati al suo interno, non considerando le differenze e le unicità che si leggono sulla pelle di ognuno. La voce narrante è anche uno dei protagonisti del racconto e si presenta con le seguenti parole :“Io, polpastrello 5.423”. L’identità del personaggio si riduce al numero che è stato assegnato al suo possessore, ovvero lo straniero che è stato a suo tempo identificato dalla Questura:
Bibliografia:
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Dionisotti Carlo, Geografia e storia della letteratura italiana, Einaudi, Torino, 1999
Foucault Michel, L’archeologia del sapere, Rizzoli, Milano, 1980
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Mezzadra, Sandro, Diritto di fuga, Ombre Corte, Verona, 2001.
Spivak Gayatri, “Can the subaltern speak?”, in Cary Nelson – Lawrence Grossberg, Marxism and interpretation of culture, Macmillan, London, 1988, pp. 24 – 28.
1 Cfr. Carlo Dionisotti, Geografia e storia della letteratura italiana, Einaudi, Torino, 1999.
2 Cfr. Gayatri Spivak, “Can the subaltern speak?”, in Cary Nelson – Lawrence Grossberg, Marxism and interpretation of culture, Macmillan, London, 1988, pp. 24 – 28.
3 Cfr. Alessandro Dal Lago, Non – persone, Feltrinelli, Roma, 2008, p. 43.
4 Ivi, pp. 205 - 224.
5 Cfr. Michel Foucault, L’archeologia del sapere, Rizzoli, Milano, 1980.
6 AAVV., Los hombres - X -, http://www.murodigital.es/portal/index.php?option=com_content&view =article&id=95 &Itemid=203.
7 Si tratta di una Ong di Madrid sorta da collettivi di migranti latinoamericani residenti in Spagna. Tra le varie attività artistico -letterarie organizzate finora il Premio letterario Juan Montalvo rappresenta uno degli eventi più importanti. La prima edizione del concorso letterario risale all’anno 2008, www.raicesycolor.com.
8 Sandro Rivadeneira, Presentación, in Los Hombres - X -, p. 7.
9 Il NIE è costituito dai seguenti caratteri: X + 7 caratteri + lettera. La X è stata utilizzata come carattere identificativo per gli stranieri fino al 15 luglio 2008. Dopo questa data, a causa dell’esaurimento delle combinazioni di codici, è entrata in vigore la lettera identificativa Y e, in seguito la lettera Z (Orden INT/2058/2008, BOE del 15 luglio). Il concorso letterario Hombres – X è stato bandito prima del cambiamento della disposizione.
10 Rosy Rivas, “La otra mitad de mi vida”, in Los Hombres - X - , cit., pp. 19 – 24.
11 Ivi, p. 19.
12 Josué Cleb, “Huellas”, in Los Hombres - X -, cit., pp. 35 – 41.
13 Christiane Caldas (De) Brito, Io, polpastrello, http://digilander.libero.it/vocidalsilenzio/polpastrello.htm.
14 Josué Cleb, op. cit., p. 37.
15 Ivi, p. 40.
16 Christiane Caldas (De) Brito, op. cit.
17 Ibidem.
18 Ibidem.
19 Josué Cleb, op. cit., p. 40.
20 Ibidem.