Nota biografica | Versione lettura |
Farsi chiamare scrittore migrante è un onore, è un privilegio, perché significa essere un fabulatore, un nomade che si libera dai legami nazionalistici e insegna a tutti ad essere stranieri e migranti, per convivere insieme e condividere futuri e destini. Tutti i grandi mistici sono stati migranti, esuli e martiri del Verbo. Non si può definire scrittore migrante colui o colei che ha pubblicato dei libricini oppure dei romanzetti della domenica. Lo scrittore migrante lavora con le lingue, conosce la vita e i mondi, comprende l’umano, sa narrare e scrive per la propria comunità, creando grandi valori immortali ed eterni per l’umanità. La storia umana è fatta dai viaggiatori. La scrittura migrante, come la più alta espressione della parola, è qualcosa che si sposta, che cammina e si trasforma, diventando sempre “altro”. Soltanto uno scrittore migrante potrebbe cogliere l’Assoluto, l’Infinito e ripristinare l’arte del dialogo tra popoli e culture. Non tutti potrebbero diventare tali, è un titolo che va acquisito tramite una esperienza interiore e il duro lavoro di una vita.