Nota biografica | Versione lettura |
…l’autore siciliano Pasqualino, in un suo libro, scrive che, agli inizi del 900, a Taranto, un certo Abimonte gestiva un teatrino di “pupi”…
“Pupi siciliani”. Si dice così per indicare un genere di arte popolare quasi in estinzione…
…ma all’avvio della nostra collaborazione, Onofrio Sanìcola, titolare dell’Opera dei Pupi omonima, me l’aveva detto subito: ”Orlando (..minchia, Orlando ti chiami?.) non ti preoccupare che sei pugliese, che i pupi erano pure pugliesi, campani, laziali..”.
… A me affiora alla mente, si affaccia alla memoria, una scena vissuta da piccolo… un’espressione idiomatica, incongrua e misteriosa, vista mimare e sentita pronunciare in un gesto unico…
Mi rivedo, ragazzo, assistere alla sfida fra due uagnunàstre (due giovani guappi) nei pressi della piazza principale del paese dove ho vissuto i miei primi anni: Massafra, vicino Taranto.
Gesti enfatici, voci concitate, movimenti ratti ed eleganti…il tutto si svolge in modo molto teatrale, è chiaro che quello che interessa i contendenti è più impressionare gli astanti che farsi male veramente.
Uno dei due avanza con una gamba e il braccio corrispondente verso l’altro, in un movimento a compasso che coinvolge anche il busto. Con due dita unite e protese simula il gesto di passare una lama sul palmo della mano opposta.. imprimendo al polso un movimento di andirivieni infinito e leggero; esattamente come facevano i barbieri di una volta, quando accarezzavano con il rasoio una striscia di cuoio per rifarne il filo(.. scrivo infinito perché tracciavano nell’aria un segno come di 8 coricato, lo stesso che in matematica si usa per indicare infinito..).
La cadenza del gesto raddoppia il ritmo di movimento della gamba, che avanza e arretra come un pendolo.
Mentre si muove recita con voce stentorea:
” Addò l’à fàtt‘a fàtte,
jìndre de ‘kkuà e fòre de ‘kkuà,
jìnd’ a chjàzze e mmìenz’ò vìke,
attìrete sòtte, iòmm ‘e mmèrde!”
Dove tu l’abbia già fatto non m’importa,
(se) qui o altrove,
(se) in una piazza o in vicolo,
fatti sotto, uomo di merda!.
L’altro raccoglie la sanguinosa ingiuria e urla a un compagno che lo assiste:
”A fòrbece, dàmm’a fòrbece!”
La forbice (la lama), dammi la forbice!.
Il compagno gli passa veloce qualcosa di non percettibile.. io lo vedo avventarsi sull’altro con una danza indiavolata fatta di scatti di corpo e di braccio, di fonemi rauchi e contratti, trapestiando con i piedi sul selciato.. fino a quando entra nella guardia di chi lo ha sfidato e sembra colpirlo al ventre!
Ma poi ridono e si abbracciano: che non aveva niente in mano!
Tutto è avvenuto sotto gli occhi di un numeroso pubblico e si mostrano più che soddisfatti.
Nessuno dei due ha sfigurato minimamente: l’uno non ha ferito, ma ha dimostrato che avrebbe potuto; e l’altro ha saputo sfidare con una classe che solo i grandi possono avere..
Il buonumore contagia anche me ragazzino che sul momento avevo pensato fossero una specie di mostri e invece scopro che sono solo particolarmente vitali, spaventosi non più di un fratello maggiore prepotente e manesco.
Dei veri paladini insomma!
… e così mi torna in mente quell’allocuzione, (Addò l’à fàtt’a’fàtte..) pronunciata con un tono solenne e tonitruante; un tono simile a quello che alcuni insegnanti del luogo usavano per caricare di enfasi una malcerta dizione di poesia in quella lingua “altra” che in fondo era per loro l’italiano…
(Quell’espressione l’ho poi ascoltata ancora rare volte da chi, magari scherzando, voleva richiamare un mondo di malavita innocua e pittoresca..
… un po’ come alcuni pochi a Milano citano motti gergali della “ligéra”, la malavita del nost Milàn.)
I pupi sono marionette agite principalmente per mezzo di due rigide stecche di ferro.
Una stecca controlla la testa, e di riflesso anche il resto del corpo; l’altra stecca controlla un braccio, e permette di gesticolare, armarsi e andare a “battaglia”.
Manovrando con la stecca il polso del pupo si ottiene un movimento fine e controllato. L’energica oscillazione che s’imprime al braccio armato si può sfruttare per far compiere, per inerzia, un movimento a compasso alle gambe del pupo; che avanza o indietreggia secondo il ritmo indiavolato che il duello impone, e che il puparo accenta col trepestìo delle scarpe ferrate sull’impiantito…
..un pò come agivano gli attori di quell’incruenta contesa della mia memoria!..
.. Un pensiero, il desiderio di un’ipotesi, si lega al fascino di quel ricordo:
– “e se quella frase fosse un pezzo del repertorio di pupi in “paggio” (cioè senza armatura)…storie di ‘uàppi e vastasi come si facevano a Napoli?” - “Se rivelasse qualcosa di un’epoca in cui l’opera dei pupi suggeriva modelli di comportamento?”.
..Riconosco la scarsa validità scientifica del metodo e del ragionamento.
Agosto 2008, sono a Massafra, dove passo il mio mese di radici in acqua (la terra mi è di sorte altrove).
Incontro la persona che cercavo una sera di scirocco…
Riprendiamo il filo di discorsi annodati in dieci incontri, sì e no, in tutta una vita; e cominciati un carnevale di trent’anni fa, dopo una rissa che aveva visto me quindicenne e lui ventenne l’uno contro l’altro disarmati…
Io non sapevo nemmeno chi era; lo sapevano i miei, che si spaventarono e m’impedirono di uscire per giorni.
Per il suo paese non era certo un tipo anonimo, ha poi raggiunto una certa notorietà anche altrove.
Faceva l’artista di strada in Piazza Duomo, a Milano. I vigili lo multavano e lui accantonava e non pagava; un numero di multe a tre zeri, da primato! Era diventato un personaggio da cronaca locale e anche da trasmissioni televisive..
Grazie alle sue non comuni doti atletiche, era riuscito una volta a eludere il servizio d’ordine del KGB e a stringere la mano a Gorbaciov calandosi dall’alto della Galleria del Duomo.
Mantiene ancora il nome d’arte di Mustafà, ma da giovane lo chiamavano “Cìcce a lònghe”e passava per uno dei più pericolosi malacarne di Massafra; capace di sfasciare un intero cinema, lui da solo, per sfuggire a una squadra di carabinieri venuti ad arrestarlo.
Si era messo a fare il mago e il fachiro, in diretta concorrenza con Velis, un altro mago del posto, morto ammazzato quando lui faceva già da anni il mangiafuoco in Piazza Duomo... ma questa è un’altra storia.
..Gli racconto del mio apprendistato con i pupi.. del mio interesse a ritrovarne le tracce nel tarantino.. gli parlo della mia ipotesi.. lo invito a riferirmi delle espressioni gergali qualora gli vengano in mente..naturalmente sottolineo che si tratta di cultura popolare e non di manifestazioni da zanni o tamarri...
I suoi occhi, che normalmente esprimono una tensione tra l’elettrico e il disperato, mi sembra che si plachino in un momento d’orgoglio, ma è buio e comunque ci teniamo asciutti...
Dice che da ragazzo gli piaceva giocare alla malavita, a sfidarsi con le “mollette” (lame a scatto) finte e con le giacchette arrotolate su un braccio a modo di scudo. Dopo di quella che ho già riportato, gli tornano in mente due frasi: ”attìrete sòtte, picciotto di sgarro” e “colpi che vanno e colpi che vengono”..
…mentre parla io risento Onofrio Sanìcola (..’ nooo, Frangèsco! I pupi non parlano dialetto, specjalmente i paladini..i pupari si sforzavano di pallare italiano..).
C’è poi quel dire picciotto.. a Taranto e dintorni non si usava; sicuramente, penso, è orecchiata da fonte forestiera, come poteva essere un cuntastorie o un puparo di scuola siciliana...Mustafà però l’opera dei pupi non l’ha mai vista e non sa spiegarmi la provenienza di questi motti.
Dice che, da ragazzo, per lui è stato un idolo un certo Piripìcchio, artista buffone di strada, famoso al punto da entrare nel lessico…
Ci lasciamo comunque con la promessa da parte sua di fare un giro nella malfamata città vecchia di Taranto a chiedere di questo Abimonte e dei suoi pupi.
Se lo farà e se scoprirà qualcosa lo saprò, probabilmente e spero, la prossima estate.
..Orazio Santoro è uno studioso e uno storico locale. Non lo conosco di persona, e quindi gli telefono più volte verso mezzogiorno, pensando che in estate, a quell’ora, magari si disturba ma si hanno buone probabilità di trovare la persona chiamata in casa.
Invece una voce di donna mi informa che è uscito puntualmente a fare la spesa e che non usa telefonino.
Quando finalmente lo incontrerò mi spiegherà che lui riesce a lavorare solo di notte e tutte le volte che il mondo cessa di strepitare.
Quindi è costretto a invertire e a seguire come in negativo la partitura dei ritmi comuni.
Di fatto riusciamo a vederci l’ultimo giorno della mia permanenza.
Espongo il movente della mia visita.. lui dice che queste sono cose lunghe e che bisogna mangiare insieme e poi parlare con calma.. frequentarsi..
Aderisco e prometto per il futuro.
Tra fumar di sigaro e un caffè così forte da “scuotere la nervatura” parliamo di quello che mi ha riportato Mustafà; non prima di una sorta di visita guidata a una casa zeppa in ogni angolo di tomi, libri, riviste, pubblicazioni, memorabilia della Scala di Milano, foto e documenti di cantanti famosi e non, compreso un enorme ritratto a figura intera di un ottocentesco tenore locale di cui ha ricostruito e pubblicata vita e trionfi.
Mi è veramente simpatico questo anarchico della pantofola..questo cultore di memorie..
Si mostra interessato alla mia ipotesi. Questi relitti linguistici, così li definisce, anche a lui dicono qualcosa, tanto più che rappresentazioni di pupi ce ne sono state sì a Taranto e dintorni. Infatti, da lì a un mese mi spedirà copia di fonti che lo attestano…
Poi si alza e da oscuri recessi tira fuori i versi di una traduzione nel dialetto locale di un capitolo de “I reali di Francia” di Andrea da Barberino (testo chiave nel repertorio dell’opera dei pupi), raccolto dalla viva voce e memoria di un suo prozio buonanima..quasi non riesco a crederci..forse troppo precipitoso ne chiedo una copia. Lui dice che deve ancora pubblicarlo, me ne legge un pezzo e questo basti.
Il tema iniziale è quello della “’ncrìmene” (la calunnia). Ipotizziamo che potrebbe appartenere ad un filone di cunti edificanti non direttamente legati ai pupi…
Poi mi parla di Claudio De Cuja…
Il professore e poeta tarantino Claudio De Cuja ha una voce ilare e tenorile, se Orazio Santoro non mi avesse informato che è ultraottuagenario, l’avrei preso per un giovane buffo.
Parliamo al telefono. Lui i pupi li ha visti. Mi racconta che da bambino andava a vederli in un baraccone sulla marina di Taranto vecchia dove, ricorda, oprava un certo Giovanni Abbuonante, originario di Napoli, le cui marionette erano armate e molto grandi, circa 1,50 -1,60 (trasecolo, per uno abituato a manovrare pupi palermitani è una misura spropositata!). (C’è da dire che la percezione infantile aumenta le dimensioni degli oggetti; e poi i pupi sembrano più grandi per via dei colori sgargianti, delle scene in scala ridotta, della loro stessa “statura eroica”).
Mi dice che Giovanni Abbuonante aveva tanti figli, tutti impegnati nel suo teatro. Il più piccolo, boccoluto e biondo, era adibito a riportare lo scarpone da palombaro a un vecchio pescatore, che, con mira infallibile, ogni sera lo usava per centrare l’infame Gano di Maganza.
..A proposito di Gano: la pronuncia locale ne storpiava il nome in un bel cortocircuito di senso: da cui il personaggio ne usciva ribattezzato e ancora meglio definito: Gano di Maganza diventava “Kène de Magànze” (Cane di Maganza); che sarebbe come dire uomo votato alla “kanetùdene” (alla crudeltà), termine che traduce l’astratto attraverso l’assimilazione a un animale feroce e spregiato.
Sempre un problema di pronuncia e comprensione aveva creato dal nulla un fantomatico personaggio, da tutti a gran voce invocato e mai apparso.
Si trattava del celebre Favelle, che mai fu visto recitare.
Le cose andavano così: un paggio si presentava al cospetto di Carlo Magno e diceva: “Sire un messo attende fuore dalle nostre cristiane tende”..Carlo Magno rispondeva: ”S’è apportator di lieta novella, ch’entri e favelle!!” e tutti fra il pubblico cominciavano a dire: ”Nà, vì, mò vìde cu ‘vvéne Favelle!”(Tòh, guarda, adesso vedrai che viene Favella).
I ragazzini urlavano all’indirizzo del puparo: ”U mèe! quant’ànne téne Favelle?” (maestro, quanti anni ha Favella?).
Il mastro, da dietro le quinte, mostrando di equivocare si vendicava dello schiamazzo con un tonante.”l’ànne..me ’e kitemmùorte!” (l’anima di chi t’è morto!)..
e aggiungeva esasperato: ”Sò prummùne ca se ne vòne!” (son polmoni che vanno via!). E aveva ragione, visto che oltretutto, a lui toccava dare voce a tutti i personaggi sulla scena.
(Oggi, credo che solo un abituale doppiatore di cartoni animati possa comprendere quanto usurante fosse la vita di un marionettista prima dell’avvento delle voci registrate).
..E’ fine ottobre, sono a Milano. Orazio Santoro-sant’uomo- mi fa pervenire un quaderno intitolato “Cittàteatro” (ed. Scorpione (Ta) 1985).
Vi è riportato che, all’inizio del’900, agivano le marionette in Via Garibaldi, nel teatro Verdi di un certo Vincenzo Buonanti.
Anni dopo, nella stessa via, sorgeva un baraccone di legno da 120 posti, chiamato Teatro Carlino dal proprietario Giovanni Abbuonanti, padre di ben quattordici figli.
Un articolo de “La gazzetta del lunedì”, del 14 febbraio 1927, indicava in Giovanni Abbuonanti l’erede diretto di don Carmeniello Abbuonanti; a sua volta allievo di colui che 70 anni prima aveva inventato(?!) il genere: Giovanni de Simone da Napoli (ma come ..non erano siciliani?).
Il tenore dell’articolo, a firma Antonio Milone, è però così smaccatamente elogiativo nei confronti del Cavalier Giovanni Abbuonanti da suscitare qualche perplessità.
Ho poi consultato degli altri testi.
Ho trovato tracce di un Abimonte a Taranto; e altrove di Abbuonante e Buonanti; e anche di Buonandi; e di Buonandi che si firmavano Abbuonandi; e di Buonante e di Buonardi e di Taccardi.
Ma, venuto meno il soffio vitale dell’esperienza diretta, risparmio questi esercizi a chi gentilmente ha voluto leggere fin qui.